Iosif Brodskij

«Come amo questi suoni». Appunti di una riflessione sull’architettura dell’esilio in Iosif Brodskij

Brodskij

«Ma la sonatina delle macchine per scrivere
non è che l’ombra di quella musica potente»
Osip Mandel’štam

 

Per lo slavista – ma potremmo dire anche per il lettore non specialista – Iosif Brodskij (1940-1996) è stato uno dei più grandi poeti russi contemporanei e tale è stato dal momento in cui scrisse poesie che cominciarono a diffondersi negli ambienti patri, sebbene sotto spoglie apocrife, anonime. Conviene qui tracciare una differenza: per lo specialista accedere all’opera del poeta sin dalle origini (fermo restando la reperibilità dei testi, punto di partenza per un’adeguata ricerca filologico-letteraria), la sua ricerca e la sua competenza gli permettono, tenendo conto delle effettive difficoltà che questo comporta, di giungere alla voce scritta del poeta. Il non-esperto, l’estimatore che non abbia ancora gustato la diretta ricchezza della lingua russa, lo conosce in traduzione. Di certo la limitazione sta lì, nella parziale carezza a dei versi che sussurrano al nostro orecchio in una lingua a noi misteriosa, ma la traduzione riguadagna il suo valore determinante di trasferire, laddove la lingua di arrivo lo permetta, un anàlogon dell’originale. In Italia, come sappiamo, Brodskij comincia a esser noto al lettore con le edizioni Adelphi a partire dal 1986, nonostante alcune sue poesie fossero già apparse sulla rivista La primavera di Mosca (Jaca Book, 1979).[1] Le Poesie curate da G. Buttafava, la prima raccolta edita in Italia, recano una data precisa (1972-1985) che ci permette di spostare cronologicamente il terminus a quo per rilevare del poeta, se non le origini, almeno un periodo più preciso della sua vita.

 

L’esilio

Incontriamo Iosif Brodskij in un momento di passaggio, dalla primavera del 1972 in poi, l’anno del suo esilio dalla patria russa per giungere negli Stati Uniti che nel 1977 gli daranno la cittadinanza americana, il nome naturalizzato in Joseph Brodsky. Cominciamo a conoscerlo in modo più approfondito durante il transito che dalla Liteinij Prospekt 24, da dove poteva osservare il fiume Neva – il fiume cantato da Tjutčev («Guardavo dalle rive della Neva | rilucere la cupola dorata | là del gigante Sant’Isacco | nel buio della fredda nebbia», «sulla pensosa Neva solo | si versa lo splendore della luna») – lo condusse al 44 di Morton Street a New York. Se è vero che omnia mea mecum porto ricorda un detto antico, «tutto ciò che di buono ho, lo porto con me», all’epoca Brodskij portò con sé la dignità e la lingua.[2] Leggiamo un poeta già maturo, un poeta collocato in un determinato momento storico, nel vivo di una vicenda non solo soggettiva ma universale: lo leggiamo quindi in medias res. Per riprendere dalla prefazione di Buttafava, nel 1972 il poeta «lascia dietro di sé puzza di bruciato», come troviamo nei versi di Ninnananna di Cape Cod:

Come l’onnipossente Scià tradire può
le mogli innumeri dell’harem solo con un altro harem,
io ho cambiato impero. E questo passo fu
dettato dal fatto che – dio ne scampi –
veniva puzza di bruciato da quattro, anzi cinque parti,
dal punto di vista del corvo.

(Ninnananna di Cape Cod, II, p. 85)

Furono quegli incendi che costrinsero il poeta a prendere l’abito dell’esule. Grazie anche a documenti pubblicati solo qualche anno fa il lettore, insieme a questa poesia musicale e precisa, riesce meglio a comprendere cosa passò il poeta Brodskij, facendo un salto indietro nel tempo per scoprire degli antefatti che descrivono il regime dittatoriale di paesi come la Russia. Fra questi, nel 1964, un processo contro Brodskij lo accusò di «parassitismo sociale».[3] Troviamo tutti gli ingredienti per un capo d’imputazione pronto e confezionato: Brodskij dal 1956 cambiò lavoro per tredici volte, non dimostrò senso patriottico e soprattutto era un poeta. Al potere non piace la poesia perché è musicale e la musica conduce alla libertà, allora il potere non può concedere al poeta il lusso della scrittura perché il poeta spinge l’uomo alla libertà, una libertà che si prefigura come accusa a un regime. Di scrittori esuli la storia ne ha generati e ancora, ahinoi, ne genera, ognuno con un’idea di esilio sfaccettata, eppure credo tutte riconducibili a un’unica condizione: l’esilio non è solo fisico ma anche interiore. La ricerca di un senso, di un significato al suo esilio, è per uno scrittore o poeta «quasi invariabilmente la causa del suo esilio».[4] Brodskij ci ricorda che «[…] se c’è qualcosa di buono nell’esilio è che insegna l’umiltà. Si può perfino arrivare a dire che quella dell’esilio è la più alta lezione di umiltà, la lezione definitiva. Ed è tanto più preziosa per uno scrittore quanto gli apre la più ampia prospettiva possibile. […] Ammaina la tua vanità, dice l’esilio, non sei che un granello di sabbia nel deserto. Non ti confrontare con gli altri uomini di penna, ma con l’infinità umana: la quale è amara e triste più o meno quanto quella non umana. È questo che deve suggerirti le parole, non già la tua invidia, non già la tua ambizione.»[5] (altro…)

Coriandoli a Natale #2: Iosif Brodskij, Il mondo attorno non contava

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Il mondo attorno non contava,
né la tormenta che monotona ululava,
o che nella bucolica magione stessero
allo stretto e per loro non ci fosse altro tetto.

Intanto erano insieme.
E in tre per giunta, la cosa principale,
da ora avrebbero spartito in modo eguale
i doni almeno, nonché cibo e imprese.

Il cielo invernale sul rifugio era chino
come accade a ciò che è grande col piccino,
vi brillava una stella − ormai non poteva sfuggire
allo sguardo del bimbo, lo doveva seguire.

Il falò divampava, il ceppo si consumava ardente;
era calato il sonno. Non già per il superfluo riverbero
fulgente l’astro si distingueva tra schiere di sorelle,
quanto perché rendeva la terra prossima alle stelle.

25 dicembre 1990

© Iosif Brodskij, Il mondo attorno non contava, in Poesie di Natale, trad. it. di Anna Raffetto, Milano, Adelphi, 2004

#Unafraselungaunlibro: i primi 50 numeri

Amsterdam - foto di Anna Toscano

Amsterdam – foto di Anna Toscano

Una frase lunga un libro è arrivata alla cinquantesima puntata, questo post che riepiloga tutti i numeri è per festeggiare e ringraziare i lettori, gli scrittori, i traduttori e gli editori. Grazie, vi aspetto per il numero 51, tra una settimana.
Gianni Montieri

*

n. 1  Silvina Ocampo, La promessa

n. 2 John Williams, Stoner

n. 3 Bernard Malamud, L’uomo di Kiev

n. 4 Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili

n. 5 Joyce Carol Oates, Sulla boxe

n. 6 Robert McLiam Wilson, Eureka Street

n. 7 Robert Seethaler, Una vita intera

n. 8 Massimo Zamboni, L’eco di uno sparo

n. 9 Josephine W. Johnson, Il viaggiatore oscuro

n. 10 Mario Benedetti, Grazie per il fuoco

n. 11 Emma Reyes, Non sapevamo giocare a niente

(altro…)

Iosif Brodskij, Conversazioni (Adelphi, 2015)

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Iosif Brodskij, Conversazioni, Adelphi, 2015, € 20,00

Poeta, saggista, drammaturgo, Iosif Brodskij, nato a Leningrado nel maggio del 1940 e diventato cittadino statunitense nel 1977, viene insignito del Premio Nobel per la Letteratura dieci anni dopo, nel 1987, a soli 47 anni. “Poeta laureato” nel 1991, morirà a Brooklyn, New York, nel gennaio del 1996.
Conversazioni, curato da Cynthia L. Haven, è il libro che raccoglie, in ordine cronologico dal 1970 al 1995, interviste in larga parte preziose, a tratti preziosissime testimonianze.
«Noi russi veniamo al mondo in un regno molto ristretto. Per noi il resto del pianeta è solo pura geografia, una disciplina accademica, non la realtà», si legge a pagina 138, nella conversazione con Sven Birkerts, svoltasi nel dicembre 1979 presso l’appartamento del poeta al Greenwich Village. Un passaggio cruciale questo, che consente di comprendere l’intero libro. La condizione di esilio infatti si avverte di continuo nel corso della lettura, eppure pare di cogliere – non di rado nascostamente tra le parole del poeta – anche una forma, potremmo dire, di “tremenda felicità”. Brodskij cioè sembra dirci: la vita riserva questo, il destino mi ha riservato questo, ed è in ogni caso la mia fortuna. Fortuna e riconoscimento che non sono in effetti mancati, anzi. Prima accusato di “parassitismo sociale” (1964), relegato quindi al confino per anni, invitato infine nel 1972 dall’OVIR, il Dipartimento per i visti dell’Unione Sovietica, a lasciare il Paese, giunge definitivamente negli Stati Uniti d’America (dopo aver rifiutato di andare in Israele, limitandosi a una breve “tappa”, interlocutoria, a Vienna). Lì, nel Nuovo Mondo, in molti l’hanno accolto, ne hanno appunto favorito stabilità e fortuna, offrendogli un ruolo (l’insegnamento subito avviato presso l’Università del Michigan) e via via di qui la centralità sulla scena americana e mondiale, con la fama che ne è conseguita. Però va detto: si percepisce nettamente anche attraversando queste interviste quanto il suo divenire poeta negli Stati Uniti sia stato lento e difficile, interiormente, ai ferri corti con se stesso e con il proprio sguardo ferito, specialmente in rapporto all’incolmabile perdita di contatto con il linguaggio e la cultura d’origine (non sfugge quanto sia stata importante la vicinanza soprattutto di Susan Sontag, tra gli altri, per superare queste difficoltà). (altro…)

Una frase lunga un libro #4: Iosif Brodskij – Fondamenta degli incurabili

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Una frase lunga un libro #4: Iosif Brodskij – Fondamenta degli incurabili – Adelphi (prima edizione 1991, ultima ristampa 2014) – traduzione di Gilberto Forti

 

E giurai a me stesso che se mai fossi riuscito a tirarmi fuori dal mio impero, per prima cosa sarei venuto a Venezia, avrei affittato una camera al pianterreno di un palazzo, in modo che le onde sollevate dagli scafi di passaggio venissero a sbattere contro la mia finestra, avrei scritto un paio di elegie spegnendo le sigarette sui mattoni umidi del pavimento, avrei tossito e bevuto; e quando mi fossi trovato a corto di soldi, invece di prendere un treno mi sarei comprato una piccola Browling di seconda mano e, non potendo morire a Venezia per cause naturali, mi sarei fatto saltare le cervella.

È probabile che non esista altra frase al mondo che sappia rendere meglio l’amore per Venezia e il suo trascinarti all’interno, nel suo sotto. Entri a Venezia e, se ne scovi la chiave, le appartieni. Venezia, invece, a te non apparterrà mai. Brodskij questo lo sapeva benissimo e lo mise anche in poesia. Prima, però, di analizzare la frase, diciamo del libro. Fondamenta degli incurabili è un libro che racconta la capacità di immedesimarsi, che spiega che cosa significhi far parte di qualcosa senza il vincolo della Patria (concetto chiaro a molti scrittori); di più: immedesimarsi a Venezia, con Venezia, vuol dire fondersi davvero, mischiarsi all’umido e alla bellezza Quando, in questa città, avverti una fitta alle ossa, sai che è l’umidità, la senti, e quando la riconosci senti anche una fitta al cuore, perché quello che ti è entrato dentro è molto più dell’umido. È un’altra maniera di guardare le cose, è riconoscere la bellezza, un tipo diverso di bellezza, sentirla un po’ tua e, contemporaneamente, avere la certezza di non poterla raggiungere: Perché noi andiamo e la bellezza resta. Brodskij, stesso, nel libro spiega che la bellezza non la si può nemmeno raccontare.
(altro…)

Dal canto loro

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Evocare, “chiamare fuori”, questo viene a dirci l’etimologia.
Chiamare, ecco, o richiamare, qualcosa fuori di noi, che sia originario.
Pensandoci, sembra di poter dire che all’origine si volga, sempre, il canto; alla fonte, una fonte perduta. Si canta ciò che, irrimediabilmente passato, si vorrebbe recuperare, condurre nuovamente a sé, ritrovare.
Cantare, dunque, è come costruire ponti, tra l’uomo aggrovigliato nel vortice del sé attuale e ciò che di sé più profondamente è stato (è sempre stato, originario appunto), e che probabilmente è ancora lì, gli si manifesta vicino, nella semplicità della vita, ma non è più in grado di riconoscere. Riavvicinare, questo è, ed è un compito essenzialmente sacro.
Per Zanzotto «la poesia vuol essere un po’ di tutto: musica, pittura, logos, corpo: insomma ha infinite pretese».[1] Ma fra tutte queste possibili dimensioni, queste ammissibili pretese, come può soprattutto non stupire, ancora e ogni volta, il miracolo originario e distintivo della voce?
La voce e la sua intonazione, il canto, figlio del respiro, è ciò che il poeta cerca più di ogni altra cosa, in effetti. Il respiro del verso, il (suo) canto. Respiro, che è anzitutto alito, anima, spirito. Lo cerca (e può – forse – trovarlo) a partire dal silenzio. Esclusivamente dal silenzio, infatti, potrà sprigionarsi la potenza del ritmo, per vocazione, azione del respiro.
Si tratta di qualcosa “per legame musaico armonizzata”, secondo Dante.[2] Cantare: riformare parole nel quadro di un’armonia, trovarne la giusta misura, spostarle in un campo di dolore, quindi attraversarlo e infine superarlo.

Prendiamo come fosse un invito questo frammento di Brodskij, tratto da Farfalla, VIII:

(…)

a tutte le creature del Signore
in segno di affinità
per conversare, per cantare
la voce è data in dono:
per prolungare l’attimo,
ed il minuto, il giorno.

                                    (trad. G. Buttafava)

Aggiungiamo al precedente quest’altro frammento. Sembra suonare anch’esso come un invito.
Tratto da Song, di Seamus Heaney:

(…)

Lì sono i fiori di palude del dialetto
E i fiori immortali della perfezione
E quel momento quando l’uccello canta
Quasi la musica di ciò che accade.

                                   (trad. F. Buffoni)

“Lì”, in quel punto, il poeta indica da una parte i fiori delle radici, quali emblemi della povertà da cui veniamo e che siamo; dall’altra, ma sempre nel medesimo punto, i fiori della perfezione, segno di un traguardo di fatto impossibile.
Questa è la canzone, questo il canto; anzi, musica che canta il luogo e il momento, come a prolungarlo. E quel “quasi” fa avvertire la soglia delicatissima in cui tutto pare raccogliersi e, improvvisamente, trovare spiegazione.

Un ultimo appiglio, allora, merita di essere individuato.
Per cantare, con orecchio all’origine, e durare oltre l’attimo.
Ancora Brodskij, da A Song:

(…)

I wish you were here, dear,
I wish you were here.
I wish I knew no astronomy
when stars appear,
when the moon skims the water
that sighs and shifts in its slumber.
I wish it were still a quarter
to dial your number.

I wish you were here, dear,
in this hemisphere,
as I sit on the porch
sipping a beer.
It’s evening, the sun is setting;
boys shout and gulls are crying.
What’s the point of forgetting
If it’s followed by dying?

Cristiano Poletti

[1] Conversazione sottovoce sul tradurre e l’essere tradotti in La traduzione del testo poetico, a cura di F. Buffoni, 2004.

[2] Nel Convivio, ripreso in Per uno studio sul verso di Dante, di L. Pirandello. Mirabile, Pirandello, specialmente in questo passaggio: «Ai movimenti dell’animo rispondono certi movimenti del corpo: il suono della voce si altera, la respirazione diventa affannosa e le parole ora s’arrestano d’un tratto; ora precipitano. E di qui la misura del verso che ritma il sentimento e le modulazioni che rompono la continuità monotona del linguaggio comune».

Un primordiale ardore. Le poesie di Fëdor Ivanovič Tjutčev

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Un primordiale ardore. Le poesie di Fëdor Ivanovič Tjutčev

«Schönheit also ist nichts anderes, als Freiheit in der Erscheinung»

La Bellezza altro non è che la libertà nel fenomeno

F. Schelling

Dentro te celi tutto un mondo
d’arcani, magici pensieri,
quali il fragore esterno introna,
quali il diurno raggio sperde:
ascolta il loro canto – e taci!

«Silentium!» Tjutčev

Ritrovino le mie labbra, recuperino
la mutezza lontana, primordiale,
simile a una nota di cristallo
che vibra, fin dal suo nascere, pura.

Silentium, Mandel’štam

Ai suoi versi si ispirò Osip Mandel’štam per la citata poesia Silentium (Osip Mandel’štam, Ottanta poesie, a cura di Remo Faccani, Einaudi 2009). Se è vero che gli scrittori russi, al pari dei trovatori medievali, sono cultori del richiamo evocativo ed intertestuale, è notoriamente risaputa la loro originalità. Nel caso di Tjutčev sorprende la sua sensibilità visionaria, e gli aspetti più sotterranei e trepidanti della sua poetica lo identificarono già come precursore del simbolismo. Il nostro poeta anticipò un’epoca, vivendo la propria, l’ottocento romantico, il periodo forse più florido della letteratura russa, pervaso da un clima di vigore creativo che porta i nomi di Puškin, Lermontov, Žukovskij. Tuttavia Tjutčev non partecipò alla vita letteraria – alcune sue poesie furono pubblicate nel 1836 con le sole iniziali “F.T.” su «Il contemporaneo», rivista fondata dall’autore de La dama di picche – e questo probabilmente spiegherebbe perché fino alla metà del secolo il suo nome non fosse noto al pubblico. L’Adelphi, mercé una recente edizione (2011), lo ripresenta nella traduzione di un altro grande poeta e scrittore italiano quale fu Tommaso Landolfi, confermando l’assunto secondo cui i poeti sono i traduttori dei poeti, generando nell’incontro un’affinità capace di cogliere il respiro del verso individuando e cercando di recuperare, per quanto possibile, l’evocazione analoga della lingua originale o ricreandola daccapo nella lingua di arrivo. Dalla versione landolfiana emerge un sentimento intenso e travolgente, calzante con gli stati d’animo dell’autore.
Di Tjutčev risalta, da quanto ripeschiamo dalla tradizione critica italo-slava, la cadenza retorica e solenne ispirata all’ode settecentesca (Mirskij, Storia della letteratura russa, Garzanti, 1965, p. 139-142), ma con un impianto di versi attraversato da una tensione metafisica, vibrazioni suggestive da una parte con vertiginose ascese verso l’alto e dall’altra con discese nella dimensione onirica. Colpisce per lo scorrere sotterraneo della parola che raggiunge esisti di naturale bellezza e di luminosità inaspettata:

Il passaggio dal classicismo al romanticismo, sotto l’influenza in parte di Žukovskij, ma prevalentemente del contatto diretto con la poesia romantica tedesca, è una decisa affermazione del tono lirico. Da una parte si sente l’influenza di Schiller di cui il poeta traduce, rielaborandolo, L’Inno alla gioia, dall’altra quella del Lamartine e anche del sentimentalismo inglese del Gray. A queste esercitazioni o esperimenti del proprio spirito poetico, se ne aggiunsero poi altri con le traduzioni di Goethe, Heine, Byron, Herder, fino a che il poeta sentì in sé la capacità di affidare tutto se stesso, nel senso di dare espressione poetica ad una propria concezione del mondo.

(Ettore Lo Gatto, Storia della letteratura russa, Sansoni, 1964, p. 285)

Suo riferimento filosofico fu Schelling, al quale è possibile correlare la personalissima Weltanschauung del poeta. Ma il «dominante intellettuale» dell’idealismo estetico fu figura referenziale anche per altri poeti coevi – le figure di Schelling e Goethe esercitarono un’influenza palese presso Baratynskij – soprattutto se si considera che Schelling postulava un ruolo fondamentale per l’artista, in particolare per il poeta il cui dovere, ci ricorda Colucci (Evgenjij Baratynskij, Liriche, Einaudi 1999, introduzione p. L), era di portare bellezza e verità. Purtuttavia, la poesia di Tjutčev non è assoggettata alla sola concezione idealistica, ma dischiude un universo vitale e sfolgorante:

Arcano, come il primo dì del mondo,
arde nel cielo senza fondo il coro
degli astri, s’ode musica lontana,
prossima fonte mormora più chiaro.
[…] (p. 42)

Oh come la fumata in alto splende
e scorre inafferrabile, giù, nell’ombra!…
«Ecco la nostra vita – mi dicesti –
non il fumo brillante nella luna,
ma quest’ombra dal fumo rifuggente…»
[…] (p. 71)

Prescindendo per un momento dai temi propri del poeta – il Caos e il Cosmo, la riflessione metafisica, le antitesi significative volte in scenari impressionanti (per es. il velo dorato dell’alba e l’abisso della notte) – si avverte un inquieto ardore che è un tratto rappresentativo, non solo in senso romantico, della sua scrittura:

D’un tratto tutto si turbò: un convulso
fremito corse i rami dei cipressi,
la fontana si tacque, ed un bisbiglio
strano sonò indistinto, come in sogno.

Cosa fu questo, amica? O non invano
la trista vita, ahimè, che in noi correva,
la trista vita col suo inquieto ardore,
varcato aveva la segreta soglia?

Villa italiana, Dicembre 1837 (p. 63)

Nei suoi versi tale ardore lo sentiamo combinato a qualcosa di primigenio, di originario, la parola poetica sembra riacquisire un senso primordiale e mitico. Simili illuminazioni di significato prorompono a tratti come sprazzi rapsodici:

Oh non cantare questi orrendi canti
tu, del caos antico, del natale!
(p. 51)

o in una cadenza continua e verdeggiante:

Dall’inverno, lo stregone,
incantata, sta la selva;
sotto là l’immota e muta
frangia della neve, brilla
di meravigliosa vita.
(p. 102)

È una discesa, una meditazione capace di carpire il silenzio dell’esperienza umana e trasportarla in un linguaggio magico e trascendente:

Pur nella nostra vita quotidiana
si dànno di iridati sogni:
in magica regione, in mondo ignoto,
a noi straniero ed intimo ad un tempo,
siamo d’un tratto trasportati.
(p. 114).

In altre parole, Tjutčev ci racconta, ci indica un’esperienza che sta fuori dal tempo, nascosta nella nostra vita e nella nostra interiorità, e pur se non riusciamo talvolta a strappare il velo del fato perché «le fatali parole non son chiare» (in questo pare rievocare la Sibilla),  questa regione ignota emana bagliori «come quando uno spirito ci parla».
L’intuizione mitica e originaria non è assente da altri poeti russi a lui successivi. Nel Viaggio in Armenia del citato Mandel’štam (a cura di Serena Vitale, Adelphi, 1988) si legge:

Scavarono una profonda trincea intorno all’albero. L’ascia si abbatté sulle indifferenti radici. Il lavoro del taglialegna richiede perizia. I volontari erano troppi. Si davano da fare intorno all’albero come inesperti esecutori di un’infame sentenza.
Io chiamai mia moglie:
«Vieni a vedere, ora cadrà».
E intanto l’albero resisteva con la forza di un essere pensante – sembrava che avesse completamente riacquistato la coscienza. Disprezzava i suoi carnefici e i denti da luccio della sega.
(p. 30)

e oltre, in una sua poesia dedicata alla lingua armena:

E amo la tua lingua di presagi
sinistri, le tue giovani tombe
dove ogni lettera è tenaglia,
ogni parola – uncino.
(p. 114)

in cui la coscienza del poeta si unisce alla percezione dell’albero che viene abbattuto e nella forma grafica della lingua armena. L’occhio di Mandel’štam è un occhio avido nel catturare immagini, e «una forza imperiosa lo spingeva a guardare al “romanzetto del presente” da una prospettiva antica, remota.» (postfazione di Serena Vitale, p. 177).

La vertigine rivelatrice della parola poetica trova una definizione profonda presso Iosif Brodskij, il quale nel suo saggio Fuga da Bisanzio scrive a proposito dello stesso Mandel’štam:

L’arte non è un’esistenza migliore, ma è una esistenza alternativa; non è un tentativo si sfuggire alla realtà, ma il contrario, un tentativo di animarla. È uno spirito che cerca la carne, ma trova parole.
(p. 72, a cura di Giovanni Buttafava, Adelphi, 1987)

In definitiva sentiamo preponderante e incontrovertibile non tanto l’affinità presente nei poeti sopraccitati – l’affinità resta sempre l’anima dell’intertestualità – quanto un linguaggio poetico comune e ardente, la cui finalità tende alla riconquista di un archetipo significativo che è alla base dell’evocazione, di quel mormorio antico che sta nel fondo della parola:

Sì, pure istanti sono
di cui non si può dire:
son benedetti istanti
di terreno abbandono.
(p. 110)

Mormorio consonante con la natura in Est in arundineis modulatio musica ripis:

È nell’onde marine melodia,
armonia nelle zuffe d’elementi,
e ben temprato, musicale fruscio
tra gli ondeggianti giunchi corre.

Costante accordo in ogni cosa,
piena nella natura è consonanza:
sol nella nostra libertà illusoria
disaccordo con essa ravvisiamo.

Tal disaccordo donde, come?
E perché mai nel generale coro
non canta il cuore ciò che il mare,
e leva voca la pensante canna?
(p. 127)

in cui il poeta afferra «l’oscura radice dell’esistenza del mondo» (Solov’ëv) e raggiunge ciò che Elémire Zolla definirà nel suo Archetipi (1994, 2005) come «l’esperienza metafisica», esperienza di cui la parola è ombra e mistero.

© Davide Zizza

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Fëdor Ivanovič Tjutčev (1803-1873) visse a lungo in missione diplomatica (1822-44) in Germania, dove conobbe F. W. J. Schelling e H. Heine. Un gruppo di 16 poesie furono pubblicate sul Sovremennik fondato da Puškin. Turgenev curò un’edizione delle sue liriche (1854). Del 1868 è la prima raccolta completa, Stichotvorenija (Versi). Con la nascita del movimento simbolista Tjutčev fu riconosciuto il maggior poeta del secolo dopo Puškin. In Italia fra i suoi curatori e traduttori troviamo Eridano Bazzanelli, Ettore Lo Gatto, Angelo Maria Ripellino e Renato Poggioli.

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Iosif Brodskij – Poesie italiane (alcuni estratti)

DALLA SEZIONE STROFE VENEZIANE (1)         a Susan Sontag

I

Fradicia stanga del pontile. Vi è legata triste una giumenta
che agita nel buio la criniera, resistendo al sonno.
Le chiavi di violino delle gondole dondolano, emettendo
silenzio ognuna per suo conto.
Quanto più il moro è fiducioso, tanto più nera è la carta
di parole.  E la mano, per raggiungere un collo troppo corta,
sgualcito dalle dita di Jago stringe al viso il merletto
d’un fazzoletto di pietra.

II

Le rive sono deserte, la piazza è vuota.
Più volti alle pareti del caffè che nel caffè stesso;
una fanciulla in pantaloni di seta suona un liuto
a un Mustafà vestito come lei.
Secolo decimonono! Nostalgia d’Oriente! Posa
dell’esule sulla roccia! E come un globulo bianco nel sangue traspare
la luna nelle opere dei cantori, che bruciano di tisi,
ma dicono che è amore.

III

Nessuno ha nulla da fare qui, la notte. Né un’ugola d’oro
né la dolce Duse. Batte un tacco solitario
sull’acciottolato.
La vostra ombra, come un tremante carbonaro,
si allontana da voi sotto il fanale
ed espira vapore. Di notte noi parliamo
col nostro stesso eco: il fiato caldo inzacchera
il vetro trasudato di quest’acquario in marmo, vuoto l’ideale
per ogni risonanza.

IV

Oltre le scaglie d’oro delle finestre emerse dal canale, è un olio
in cornice di bronzo, un pezzo di pianoforte, una cosa.
Questo celano dietro le tende tirate la perca e il cefalo,
sbatacchiando le branchie.
E se per caso incontri una dea con nulla addosso
sotto un soffitto, ti gira la testa, e gli ingressi
con il palato che un lume infiamma d’angina
si spalancano a pronunciare un <<a>>.

V

Un tempo qui i colpi di coda, guizzi, e in tondo
torcendosi in fregola, le coppie balzavano
di sbieco nell’ovale dello specchio, e che emozione sotto il domino
lo scollo bianco e fondo!
Come turba lo scirocco la laguna. Gonne visi pantaloni
si mischiavano in zuppe tiepolesche.
Dove sono finiti i pulcinella, gli arlecchini,
le maschere, le tresche?

VI

Così all’Opera lenti si spengono i lumi,
così a notte le cupole calano come meduse di volume,
così si stringe, avvitandosi, la calle-anguilla,
e s’appiatta la piazza-razza.
E raccoglie i pettini caduti da capelli
cotonati di donna per le proprie figlie
Nereo, ma lascia intatte le perle gialle
dei lampioni stradali.

VII

Così tacciono le orchestre. La città è come lo sforzo dell’aria
di trattenere sull’orlo del silenzio l’ultima nota.
e si ergono, come leggii ravvicinati, palazzi
mal rischiarati.
Solo una stella azzarda un falsetto tra le linee del telegrafo
là dove dorme di un sonno profondo il cittadino di Perm’.
Ma l’acqua applaude, e la riva pare brina
posata su un doremì.

VIII

La notte, moltiplicata dal mare per due, non dà
folla di zeri, cioè folla di uomini,
anche se i loro volti, a dir la verità,
più bianchi si fanno.
Voglia di spogliarsi, gettare la corazza di panno,
crollare sul letto, stringersi a ossa vive
come a uno specchio ardente, dalla cui superficie
nessun dito potrà più scrostarvi

(1982)

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Iosif Brodskij – Poesie Italiane Adelphi -traduzioni a cura di Giovanni Buttafava e di Serena Vitale. In particolare, i testi qui proposti sono stati tradotti da Giovanni Buttafava