Interviste

Se “il cuore non si vede”: intervista a Chiara Valerio

Chiara Valerio, “Il cuore non si vede”, Einaudi 2019, euro 17.50

Chiara Valerio è leonardesca. Dottorato in matematica, splendida prosa, occhio acuto e lingua critica, grande talento nel far brillare gli altri. Verrebbe da dire: viva la letteratura che ce l’ha. E guarda un po’, è la nostra.
Perché al momento presente Chiara Valerio è (tra le altre cose) saggista e traduttrice, drammaturga e redattrice, ma soprattutto autrice di romanzi, biografie della matematica, migliori definizioni di cosa sia una persona agli occhi della sorella minore (“la via la verità la vita”, in Spiaggia libera tutti, Laterza 2010), personaggi come Antonia Speranza (Nessuna scuola mi consola, Nottetempo 2009), sorta di Pizia di Dürrenmatt da collegio docenti dallo spiccato dono dell’ipotassi, e di uno dei più bei compianti  della storia dell’arte (in Almanacco del giorno prima, Einaudi 2014): un ragazzino disteso tra gli oleandri.
È da poco in libreria con Il cuore non si vede, per i tipi di Einaudi. Per chi bada al cosa, Andrea Dileva si sveglia una mattina senza un cuore, e una cadenza dopo l’altra, pure in un organismo funzionante, deve dire addio a molti organi. Per chi bada al come, c’è una cosa che salta all’occhio e che è presente in tutti i libri di Valerio, tanto da fornire loro una sorta di impronta di velocità scoiattolesca: mantenendosi all’interno di una terza persona singolare, la cifra di Chiara Valerio con la lingua è connessa a una pratica ferrea nello stare ancorati al procedimento del pensiero, e nel saperlo riprodurre. Ne viene un libro che dirige specie le primissime pagine a mimesi perfetta della formazione del concetto, l’incapacità della mente umana di registrare il reale fissando il fuoco, per quanto fondamentale sia l’argomento. Anche quando ci si sveglia senza un cuore, e la cosa dovrebbe occupare ogni sinapsi, l’inevitabile funzionamento del pensiero è a metà tra approfondimento e digressione. Ci si sveglia senza un cuore, e ci si chiede – una serie infinta di cose, non necessariamente collegate tra loro, accanto allo stupore su chi abbia scelto, per le pareti, quella precisa gradazione di grigio. E questo perché approfondimento e digressione, e quella precisa gradazione di grigio, sono sangue e vita, la reale realtà accanto e nonostante la fiaba di un organo perduto. In parole povere: quando non si è più quelli di prima, non lo si è rispetto a chi? Così in questo romanzo di sparizioni spariscono organi e ghiandole, giocatori di nascondino, donne delle pulizie in imbarazzo. E a stento le parole riescono a fare mondo, nell’identità tra i verbi servili, nel “dubbio tra stare e andare”, nel “chiamarsi, forse, questa era l’avventura”, in un istinto golemico a non sfumare. (altro…)

“La parola detta”: intervista a Stefania Di Lino

Stefania Di Lino, foto di Silvana Leonardi

Il 24 febbraio 2019, in occasione della presentazione del libro di Stefania Di Lino, La parola detta, ho rivolto alcune domande all’autrice. Riporto qui di seguito il testo dell’intervista (Anna Maria Curci)

AMC: La tua scrittura  entra nel vivo degli universali della  poesia. Con questa espressione intendo una grammatica del poiein  nella quale etica ed estetica sono, insieme, inseparabile principio fondante e nutrimento. Dall’assunto di partenza che ho appena illustrato discendono alcune domande. Eccole:

AMC: Parola detta, ‘licenziata’ e ‘donata’: quale è, in tale contesto, la responsabilità del poeta?

SDL: Il primo pensiero che mi viene in mente è il tradimento reiterato dei politici verso la parola detta perché loro sanno bene che non avrà seguito se non per loro stessi e pochi altri.
Io credo che molto, forse tutto, avvenga attraverso la parola, e in ogni ambito del dire e dell’agire umano ciò comporta responsabilità. Il poeta è colui o colei che, consapevole di questo, se ne assume il carico.
La parola è uno strumento potente. Penso all’imprescindibile legame che ha con la formazione del pensiero, nella costruzione dell’identità di un individuo, con la sua crescita, con l’evoluzione delle idee, la loro modifica o il rovesciamento di prospettiva come può avvenire, per esempio, in un setting psicoanalitico, in cui la parola è al contempo chiave e legame, malattia e cura. E per pensiero intendo anche la formazione, la costruzione lenta nel tempo di una propria visione del mondo e alla relazione che con esso si riesce, o meno, a stabilire. Parafrasando Celan ti dico che la parola è sì un dono, ma è un dono gravoso poiché determina non solo il proprio ma anche l’altrui destino.
Allo scrittore, dice Julio Monteiro Martins, viene chiesto uno “stato di coraggio permanente”,  partendo dalla consapevolezza che se certe cose non le dice uno scrittore, non le dice nessuno. Quando si sceglie la poesia come mezzo espressivo, significa che le cose da esprimere hanno proprio bisogno di quel medium per venire allo scoperto. Non a caso la poesia viene adottata in prossimità di grandi dolori, amori, separazioni o lutti. Inoltre, sia nella poesia che nella prosa poetica, la parola viene passata al setaccio, rarefatta. La poesia è un’architettura sonora ed è importante dare risonanza alla concatenazione che si crea tra una parola e l’altra, tra un verso e l’altro, poiché i versi sono gli architravi che ne sorreggono le entrate, anche in relazione ai diversi piani polisemici che tale costruzione può evocare, ma non necessariamente dichiarare in prima istanza. Chi legge poesia, può anche non capire le parole ma avere la percezione dell’esistenza di un significato ‘altro’ che slitta sul piano della coscienza intellettiva, quasi fosse – passami il termine – una sorta di ‘devianza’, o meglio una ‘deriva’ per dirla alla Guy Debord.  In realtà io credo sia una soglia – o comunque qualcosa che sfugge alle maglie della ragione creando connessioni fino a quel momento inusitate. Si tratta insomma di un profondo percorso interiore.
La poesia si manifesta negli argini rotti della parola. (altro…)

Gianluca Garrapa, Intervista a Valerio Magrelli

Valerio Magrelli, Il commissario Magrelli, Einaudi, 2018

 

  1. Commissario Magrelli, ci dica, come mai, secondo lei, il suo omonimo autore, ha deciso di ingaggiare proprio un Commissario e vestire i suoi panni per scrivere questi versi? Forse la risposta è in questi versi della prima poesia?

 “Visto che tutti i libri
hanno ormai un commissario,
mi faccio commissario
della poesia […]”

o esiste una ragione più profonda nel fatto di voler scegliere la forma poetica per mettersi “sulle tracce dei misfatti / che restano impuniti a questo mondo […]”: cosa ci risponde?

Tempo fa rimasi sorpreso da una frase di Edoardo Sanguineti che diceva più o meno: la poesia nasce dall’antipatia. Nulla come questo libro potrebbe dimostrarlo. Già anni addietro composi un Haiku intitolato Contro l’abuso di Haiku. Ebbene, Il commissario Magrelli nasce proprio da una forma di profonda insofferenza verso la “giallizzazione” della letteratura, un disturbo che raggiunse il suo culmine quando a Parigi, in un Salone del libro dedicato al nostro paese, “Le Monde” uscì con quattro pagine esclusivamente dedicate al noir italiano, senza nemmeno menzionare il nome di Mario Luzi, ospite della rassegna (per chi non lo sapesse, sto parlando di un poeta). Da quel momento, un po’ scherzando, un po’ meno, è nato questo libro.

 

  1. Leggendo i casi e i misfatti versificati nel libro, non ho potuto fare a meno di notare un registro colloquiale e elegante, il verso libero e una struttura poetica che è lontana dalla lirica che racconta di un io. Il suo autore omonimo, come ha ben notato lei, anche se lei non legge,

“Il commissario non legge, ma una volta
trovò questa poesia
(divertente, diceva – l’autore
si chiama come me), […]”,

il suo autore omonimo, dicevo, sembra uno di quei poeti antichi che raccontavano le gesta di eroi che tutti ben conoscevano e, ahinoi, pure sappiamo la cronaca che la televisione ci propina tutti i giorni, e dunque questa è poesia del quotidiano, ma non dell’effimero, poiché, scrive sempre il suo autore in esergo, la citazione è di Hugo Ball, ma lei non legge e non sa chi sia Hugo Ball (era un poeta, scrittore e regista teatrale dadaista): “Tutto funziona, solo l’uomo no”, e questa è una verità universale e trans-temporale. Ma ci dica: perché, molto spesso, le cronache poi dimenticano le vittime? E il suo autore omonimo come risponderebbe a questa grave mancanza?

Il fatto che esistano addirittura delle trasmissioni televisive dedicate a scavare nella psiche dei colpevoli, la dice lunga su questa anomalia. Che poi sia il servizio pubblico ad assecondarla, la dice lunga su cosa si intenda oggi per “servizio”, e cosa per “pubblico”. Quanto a me, ho scritto Il Commissario proprio per denunciare una malattia del genere – malattia, va da sé, che non ha nulla di interessante, in quanto dovuta solo e soltanto agli indici di ascolto, e dunque al solito ritornello delle vendite. Termino riportando una battuta del grande musicologo Massimo Mila, il quale ricordava come nessuno possa esimersi dal fermarsi per strada davanti a una rissa. Ebbene, la nostra tv non fa che provocare risse per attirare l’attenzione dello spettatore-consumatore-acquirente del mercato pubblicitario. Ciò spiega tale inconsulta, criminale predilezione per l’universo criminale. (altro…)

Giovanna Amato, L’inizio della scrittura. Intervista di Anna Maria Curci

Giovanna Amato, L’inizio della scrittura, FusibiliaLibri 2018

«Ci sono vite al mondo che sono morte senza per esempio»: partiamo da questo verso, Giovanna, per ripercorrere la tua raccolta. Senza che cosa? Senza, indubbiamente, l’amore. Nel mio diario in versi scrivevo qualche anno fa: “Tra i cubi che il bambino ricombina/ ha scoperto la A, alfa e amore”. L’inizio della scrittura – e il titolo della raccolta richiama esplicitamente Roland Barthes di Frammenti di un discorso amoroso – davvero coincide con l’esperienza ardente e totalizzante dell’amore. Una scoperta dopo la quale nulla potrà essere come prima. Impetuose e solenni sgorgano le poesie e niente, neppure un verso, andrebbe mutato, tanto che verrebbe da parlare di rigore, di impeccabilità formale, di necessità cogente di dire lo stupore nel modo qui manifesto, e in nessun altro in alternativa. Senza questa rivoluzione, senza il dato sconvolgente dell’esperienza amorosa, non sarebbe mai allora nata poesia?

Ho scritto poesie solo quando ho amato oltre l’umano, e probabilmente ho amato oltre l’umano solo quando non sono stata ricambiata, questo credo sia fondamentale da dire. Il punto successivo è: perché questo amore estremo mi illumina quella zona del cervello deputata a scrivere in versi, a prendersi cura dell’allaccio tra il suono e il contenuto? Che rapporto c’è tra innamoramento non corrisposto e poesia? Nel mio percorso personale la risposta è chiara. L’esergo di Barthes, da cui il titolo del libro, mette bene in chiaro una cosa: la scrittura inizia quando non si scrive per convincere l’altro ad amarci. Non si corteggia, con la scrittura, né si crea un sostituto dell’amore per stare meglio nella sua mancanza. Si sa solo che l’altro non è nostro, e lo si canta perché lo si ama. Non una poesia, non una mail, non un messaggio né una parola io ho mai pronunciato nella speranza di sedurre chi ha messo in chiaro di non amarmi, anche nelle mie parole più infiammate. Questo è lo spirito di ogni parola d’amore pronunciata davanti a un caffè, e questo è lo spirito del libro. Il libro voleva essere il canto dell’amore donato senza chiedere nulla in cambio. Che è una faccenda meravigliosa. Quello che ho imparato è che innamorarsi senza riscontro è un’esperienza affine all’amore, non un fallimento. Ha solo regole più complesse e meno codificate, e diversi margini di gioia. Comporta sì della sofferenza, il desiderio sessuale non realizzato, la convivenza emotiva non pienamente espressa. Ma c’è una componente per cui l’amore dell’altro non è necessario, anzi sarebbe di troppo: la gioia del disinteresse, il dono di sé portato all’estremo. In questo senso, l’amore non corrisposto somiglia a uno stato di grazia che bisogna meritarsi ogni giorno, e che permette di scoprire meravigliosi lati di sé. In questa esperienza monologante, a patto che l’altra persona reagisca con sana apertura (né rifiuto, insomma, né pura vanità), la gioia supera il dolore. Appaga? No, non mi prendo in giro, io non posso possedere quel corpo, e quella persona non ha bisogno di me quanto io di lei. Ma rende felice? Sì, più di molti amori consumati. È questo che attiva il centro nervoso del dono, dello stupore, e quindi della scrittura. Ed è questo che volevo fosse il filo rosso delle mie poesie, più del canto verso una persona. In questo credo di essere riuscita. In altro, credo di aver fallito: nell’universalizzazione di questo innamoramento. Perché quando sono stata capace di innamorarmi di nuovo, ho scoperto un altro odore, altre dolcezze, altri motivi di pianto, altri ritmi di respiro. Ne L’inizio della scrittura credo di aver tratteggiato bene l’amore come dono, ma non l’amore in sé, perché il libro riguarda quell’amore specifico, e non si attaglierebbe bene al successivo. Che avrebbe poesie più lievi, più metriche, più attente alla premura per i dettagli dell’altra persona e meno alle vette emotive raggiunte dal mio sentimento comunque totale. Meno vertigine e più cura, insomma, perché l’amore successivo è nato sulla tenerezza e non sul delirio. Ogni equilibrio tra due persone è diverso. (altro…)

La corsara: intervista a Sandra Petrignani

Sandra Petrignani con Masolino D’Amico al Festivaletteratura di Mantova 2018

La materia prima con cui si scrivono i libri è molteplice, ma andando a stringere sulla questione mi è spesso venuto in mente che un libro può essere scritto con competenza e con amore; e quando i due elementi collimano, il risultato è prezioso. La corsara, edito da Neri Pozza e già finalista al Premio Strega nel 2018 oltre che vincitore di numerosi premi, è un libro rigoroso e lieve, imperdibile per chiunque abbia amato la figura altissima e i capolavori di Natalia Ginzburg, di cui il libro è, più che una biografia, un ritratto che non perde mai il polso di un affresco più vasto, familiare, storico e letterario. Si entra in punta di piedi, con un medias res (l’incontro per un manoscritto, la simpatia tangibile ma severa) in cui immediatamente si dà l’impronta di quella forma di confidenza rigorosa e ricca di ammirazione che scandisce l’intera scrittura del libro. E da qui si procede fin dall’infanzia della scrittrice, con improvvise scorribande nel tempo che servono a illuminare passaggi e contestualizzarne la loro eco nella Storia. Il tutto con la prosa e la tenuta di narrazione di chi ha dietro di sé un certosino studio, come i movimenti di quelle ballerine di cui non si immaginerebbe mai l’addestramento.
Quando ho letto La corsara, ho immediatamente immaginato di voler porre delle domande a Sandra Petrignani. Accade raramente, e quando accade mi piace perseguire l’intenzione. La ringrazio quindi per aver risposto, e lascio la parola a lei.

Nella tua biografia – che a tratti si carica di autobiografia – compaiono, specie per quanto riguarda l’infanzia di Natalia Ginzburg, brani di libri dell’autrice che narrano o corroborano il racconto della sua vita. Perfino il vostro incontro si gioca nel segno di un manoscritto. Ho ricordato, a rovescio, quel passo di La scrittrice abita qui in cui racconti la disposizione dei libri che sono serviti a Yourcenar per scrivere i suoi. Libri e vita fanno cortocircuito a tanti livelli da sembrare un frattale: qual è il tuo rapporto con le vite degli scrittori?

Un rapporto di curiosità e necessità. Un gioco di specchi. Un tentativo di trattenere quello che sfugge, che passa, che non esiste più. Un modo per capire di più, per capire meglio quello che leggo. Per me non c’è da una parte la vita e dall’altra la letteratura. Come dici bene tu: è un cortocircuito continuo. Per uno scrittore non c’è letteratura senza la vita, ma anche il contrario. (altro…)

Annalisa Ciampalini, Le distrazioni del viaggio: intervista di Gianluca Garrapa

Annalisa Ciampalini, Le distrazioni del viaggio, Samuele editore, 2018

 Intervista di Gianluca Garrapa

1

Amo le ragazze che studiano nell’oscurità
e smaniano per una soluzione,
per il numero giusto che riempie la pagina.
Amo le loro case che le guardano
e le coperte di lana variopinta.
Ripassano l’esperimento mentale
con la testa sprofondata nel cuscino.
Hanno lineamenti che seguono il pensiero
la bellezza indeterminata dell’universo.

G.G.: Il tuo libro, che ho riletto tante volte, per assecondare una musica interiore, e non per comprenderne l’essenza, ché quella è Cosa inconscia e si tradisce nei gesti, nelle posture della poetessa, nella voce, nello sguardo, L’oscurità marina è una macchia impura / dello sguardo, e è affatto limite che non si può varcare, a meno di snaturare la poesia e sfarla in critica prosastica, in spezzettamento metrico e retorico, in esercizio che affina di volta in volta la terminologia dell’esperto letterato, io mi pongo nella dimensione del lettore, dell’ascolto, dunque, semmai dell’amante della Cosa, di lacaniana memoria, di ascendenza freudiana, di ineffabile proprietà di ogni poeta, quando si trova sulla soglia del dire quello che del mondo, oscuro, lo attraversa: Devi imparare a vedere la notte / i sentieri sepolti privi di orme /chi si muove con l’oscurità del mondo.
Colpisce della tua poesia, a mio parere, l’idea che la bellezza non possa essere scissa dal pensiero e che il pensare non possa essere assoluto dal sentire. È facile scorgere l’unisono del cosmo e il gesto della materia pulsante, la testa sprofondata nel cuscino che evoca il marmo che pare pelle, i lineamenti che seguono il pensiero e la bellezza dell’Universo: come si colloca la poesia, l’arte rispetto alla tua vocazione matematica?

A.C.: La domanda che mi poni, collocata alla fine di un tuo pensiero tanto articolato e profondo, mi ha fatto ripensare al modo in cui matematica e poesia entrano in relazione, e ho scoperto che si tratta, almeno per me, di una modalità affatto dinamica, nel senso che cambia e si evolve a seconda di quale parte della mia mente viene sollecitata. Tanto per cominciare hai messo in luce un fatto che finora non avevo ben considerato, e che mi pare vero: per me, in ultima analisi, non vi è un limite netto tra sentire e pensare. Direi che i due processi sono l’uno il prolungamento dell’altro, e questo soprattutto nei momenti di calma, quando si sfiora uno stato di concentrazione che consente di aprire la mente, di vedere oltre i confini entro cui vengono relegate le cose, il sapere, il sentire. Coltivare la passione per la poesia e studiare matematica sono azioni che conducono a risultati differenti e che a volte esigono un impiego di facoltà diverse, ma l’atteggiamento mentale che ci porta a conoscerle, a praticarle e soprattutto ad amarle può essere molto simile. Sebbene per motivi differenti, la matematica e la poesia si sono insediate nella parte profonda della mia mente, e adesso sono entrambe diventate lenti attraverso le quali guardo il mondo. Forse è per questo che colloco matematica e poesia in luoghi assai vicini, con alcune parti che si sovrappongono. All’interno di questa intersezione metterei tutto ciò che produce la mente mentre pensa e sente, mentre pensa e sente che occorre immaginare, andare oltre la semplice descrizione della realtà. Non è detto che la mente produca versi o riesca a dimostrare un teorema, la bellezza sta nel pensare, nel sentire, nell’immaginare. (altro…)

La poesia come trasformazione alchemica. Intervista a Mariagiorgia Ulbar

La poesia come trasformazione alchemica
Un’intervista a Mariagiorgia Ulbar

Mariagiorgia Ulbar, Lighea, Elliot Edizioni, 2018

Ulbar, interrogo il tuo nuovo libro di poesie come fosse un oracolo: gli domando da dove iniziare questa intervista mentre col pollice della mano destra accarezzo il profilo dei fogli tagliati; lascio scorrere al tatto le pagine, poi apro a caso e leggo:

Iniziarono a parlare su uno stagno
dove lei poteva rotolarsi
e respirare
a filo d’acqua di giada ripiegata
e sotto toccava con la coda
il fondo di limaccia
che smagava la sua forza la prendeva come un pianto.

Lei è Lighea e dà il titolo alla raccolta. Lighea è la sirena protagonista di un racconto di Tomasi di Lampedusa – ho scoperto il riferimento alla fine della prima lettura, dopo aver attraversato questo tuo libro che a sua volta attraversava evocando luoghi cose sentimenti e persone: in chiusura, infatti, ci si imbatte in una tua breve nota, poche righe che mi è sembrato ricomponessero una piccola bussola tascabile con cui tornare indietro, ricominciare. Ho ricominciato e sono stato più attento – dalla seconda lettura è sempre così – ai dettagli del libro, le citazioni, i titoli delle sezioni in cui le poesie sono raggruppate, alla sensazione che un movimento naturale come una corrente mi portasse e alle domande che mi ponevo e che, in realtà, avrei dovuto porre (e ora, lettore privilegiato, pongo) a Te.
Dunque: Come arriva – o come rinasce (arriva o rinasce?) – Lighea nella tua poesia?

Lighea rinasce dall’acqua, da un colore, il verde-blu abissale che pennella il libro (io stessa mi sono accorta della preponderanza di questo colore solo alle riletture seguite a stesura e montaggio dell’intero libro). Sono le “verdinegras hondas” di Calderón de la Barca; Tomasi di Lampedusa è un punto in mezzo alla bolla d’acqua della mia memoria: un tempo lessi “La sirena”- il racconto mi era stato consigliato da un amico – e mi piacque quella figurina che spunta dal mare e scompare poco dopo e condiziona per sempre il sentimento del protagonista del racconto. Lighea ha attraversato gli anni come una figura di odore e luce per me, presente seppur scordata nell’abisso di altro venuto dopo – altre letture, altre storie, altri libri, altra esistenza – e ricomparsa paradossalmente in montagna, sui Sibillini, come soccorritrice. Lighea è riemersa per soccorso, soccorso di lingua, soccorso di immaginario, soccorso di simbolo. Ciò che dalla mia voce in versi si doveva sprigionare per mostrare indicare e dire ciò che registravo o presagivo necessitava del suo nome, della sua essenza non classificata. (altro…)

Raffaele Calvanese, intervista ai Blindur

foto di Gigi Reccia – Blindur

INTERVISTA BLINDUR

Siamo realisti, esigiamo l’impossibile.

Le interviste non sono tutte uguali, lo dico subito per pagare dazio alla quota di banalità da scrivere in un pezzo. Detto ciò quella con Blindur è stata tutt’altro che un’intervista. Pronti, via abbiamo deciso di farla al Pub vicino al loro studio di registrazione che è anche il loro quartier generale, intorno alle sei del pomeriggio, in perfetto stile british. Con un paio di birre ed una Spezi (ebbene si, Michelangelo è quasi astemio) le parole sono venute più facili, nonostante una colonna sonora tambureggiante sparata a volumi disdicevoli. Il resoconto di quasi tre ore di chiacchiere, dopo lunghi e sanguinosi tagli alla sbobinatura è il seguente, tra anticipazioni sul futuro prossimo, gli sms di Damien Rice ed il centro sociale della musica indie italiana che è la loro etichetta.

Recentemente ho letto un articolo sulla sparizione della musica dai dischi. Si prendevano ad esempio il singolo ed il disco in cima alle classifiche e si notava come la musica trova sempre meno spazio. Musica intesa come elaborazione sonora priva di parole, come sperimentazione e suono senza bisogno di essere sovraccaricato di effetti e parole. La musica e i musicisti stanno perdendo la guerra contro i fenomeni da classifica?

Massimo: Dovremmo sempre dividere il mondo del pop (parte a bomba la musica con un live degli U2) da quello del rock che vive di una serie di stereotipi come l’assolo del chitarrista, che pur se non è sui dischi c’è comunque dal vivo. Per il resto c’è una paura generalizzata di perdere l’attenzione dell’ascoltatore. Si ha paura che indugiando qualche minuto in più nel suonare e non parlando, si possa perdere l’attenzione del pubblico; come se suonare non significasse comunicare.
È peggiorato il pubblico allora? Non lo so, ma di sicuro noi che stiamo sul palco ci siamo adeguati a questo abbassamento del livello di attenzione piuttosto che combatterlo. È sempre una scelta di campo, un discorso applicabile a tutti gli ambiti della società. Si tratta di voler costruire un’alternativa, come le piccole sacche di resistenza tipo la musica new-classic ad esempio. Sono stato giusto ieri ad ascoltare Jessica Moss, una violinista canadese molto sperimentale, le sue cinquanta persone le ha fatte, con biglietto all’entrata. Queste sono le cose che ti fanno capire come si possa reagire alla tendenza ad appiattirsi, un’alternativa c’è sempre e sempre si può trovare una strada per dire qualcosa in modo diverso provando ad alzare l’asticella.

Michelangelo: a mio parere in alcuni casi cercare da parte dell’ascoltatore i famosi dischi di qualità è una presa di posizione sterile, quasi una posa da dover assumere. Certo, ben vengano queste pose.
Forse alla fin fine è una questione di corsi e ricorsi, se ci pensiamo un attimo gli anni ’70 col prog e le sue sperimentazioni sono stati spazzati via dal punk, gli anni ’80 hanno segnato un ritorno alla musica che è stata a sua volta resettata dal grunge.
Forse il punto vero è che oggi molto del successo di un artista o di una canzone non viene dalla musica o dal testo in quanto tale ma da una preponderante componente “altra”.

Ottimo gancio per passare alla domanda successiva, immancabile, sui social: sono nostri amici o no? I social sono amici della musica?

Come si diceva prima, al netto del fatto che i social sono una cosa nuova ed in quanto nuova ha dinamiche che non abbiamo ancora imparato tutti a maneggiare bene. Forse oggi abbiamo il problema di essere troppo dentro a questa situazione. Magari guardandoci da fuori, con calma tra qualche anno potremo serenamente dire che non sta succedendo nulla di speciale, in riferimento a molta della musica che viene fuori dai social. Attenzione, per noi i social sono fondamentali, molto di quello che abbiamo fatto come band è avvenuto grazie ai social, dalle date al contatto con chi ci segue.
Tutto ciò che è immateriale va trattato con cautela, anche la musica digitale è così. Io (Massimo, ma anche Michelangelo la pensa così, ndr) non amo la musica digitale, amo i dischi, amo sentirla tra le mani. Ti faccio un esempio, una delle mie band preferite in assoluto  sono i Fairport Convention. Quando ho comprato il loro primo disco ho pensato per un sacco di tempo di aver buttato quindici euro, anzi dollari perché lo comprai a Boston. A un anno di distanza quello stesso disco è stato una completa illuminazione, era cambiato tutto, ho apprezzato ogni cosa. Forse con un file mp3 non ci sarei più tornato su quell’album che poi è stato tra quelli che mi ha cambiato la vita.

Cosa significa per voi sentire?

Michelangelo: Bella domanda, non è facile rispondere su due piedi, probabilmente per me sentire vuol dire essere trapassati da qualcosa. Ne parlavo con Sebastiano Esposito a proposito di cos’è per me la musica. Come una ragazza di cui sei innamorato alla follia, una di quelle che ti fa star bene ma anche soffrire tantissimo, ma poi quando sei con lei e magari ci fai l’amore ti fa dimenticare tutto. Sentire è questo per me, è incontrare una di quelle cose che ti cambia in qualche modo.

Massimo: per me sentire ha a che fare con l’interiorizzazione. Quando interiorizzi un’esperienza, a quel punto senti. Ad esempio se tu ascolti una canzone che ti emoziona e ti riporta a qualche altra esperienza, quando si sprigiona quel potere evocativo, in quel momento stai sentendo davvero.
La stessa differenza tra Listen e Feel.
Ormai lo standard qualitativo della musica, tecnicamente parlando, è molto aumentato, a differenza di molti dischi del passato tra cui varie pietre miliari, è l’attitudine che ti fa davvero la differenza tra un buon ascolto e sentire. È l’attitudine che ha salvato il pessimo missaggio dei dischi dei Ramones o la chitarra scordata di Dylan in Blowin’ in the wind.

A questo punto, se si parla di produzione musicale la domanda nasce spontanea, che male ci ha fatto, o meglio, che abbiamo fatto di male per meritarci l’autotune?

Massimo: Gabry Ponte, è partito tutto da lì. Ad esempio c’è Michelangelo che ce l’ha a morte con il Chorus, lo odia. Io invece non la penso per nulla così, prendi The Edge, è un maestro ad usarlo (ci soffermiamo a commentare Elevation che intanto va a tutto volume all’interno del locale).
Anche Jessica Moss con le sue pedaliere aumentava l’esperienza percepita del suo violino. È una questione di come si gestisce una tendenza o una moda, e di come la interpreti.
Planetarium di Sufjian Stevens è registrato interamente con un autotune esagerato, lo stesso che si usa nei dischi rap e non ho mai sentito nessuno lamentarsi dell’uso che ne ha fatto. Come per la domanda precedente il vero grande solco lo traccia l’attitudine dell’artista, è quella che fa la differenza a prescindere dagli effetti o dagli strumenti usati per la realizzazione di un album.

(altro…)

La verità che scrolla: Intervista a Olja Savičević

È disponibile dall’inizio dell’estate, per i lettori italiani, il romanzo di esordio di Olja Savičević, Addio, cowboy (L’asino d’oro edizioni 2017, € 16,00; traduzione dal croato di Elisa Copetti). Un romanzo preciso eppure corale, felicemente dispersivo ma ben aderente al suo tema. Il romanzo tiene ed è tenuto dallo sguardo di Dada, tornata a casa da Zagabria per accudire una madre in depressione; e in un affondo nella memoria che è sia personale che collettiva, generazionale quanto storica, Dada si muove nella sua ricerca di un senso al suicidio del fratello, gettatosi anni prima da un cavalcavia.

La memoria è un tema molto importante nel tuo libro. Credi sia uno sguardo personale, una tua scelta, o che sia legata al luogo cui appartieni?

Probabilmente entrambe, perché vivo in un luogo dove il destino di ognuno è fortemente disegnato dalla società, determinato da circostanze sociali più che nella maggior parte dei Paesi europei. Non è vietato, ma non è comunque desiderabile ricordare certe cose, come quelle collegate al comunismo, alla Iugoslavia o alla guerra degli anni ’90 – così la memoria personale e la menzogna collettiva riguardo ai ricordi non collimano. Questo è il motivo per cui i miei romanzi rappresentano una ricerca, una ricerca di verità attraverso la memoria.

Il tuo testo ha una struttura molto ricca e complessa. Pieno di voci, riempito dalla grande presenza del grande assente, il fratello della protagonista. Sei uno di quegli scrittori che sanno tutto del loro libro prima di scriverlo, o lasci che sia il processo di scrittura a guidare?

Non sono di quegli autori che hanno un modello di costruzione o una struttura ben definita da riempire. Ho una chiara e forte idea che modella il romanzo o la storia. In Addio, Cowboy l’idea è il delitto senza il castigo. Un crimine che non può essere punito, che è commesso dalla società contro ogni individuo. Nel mio ultimo romanzo Singer in the Night è la domanda su come percepiamo l’amore oggi e il significato dell’arte contemporanea, se ce n’è una – ero interessata alle cose senza prezzo nell’economia moderna. Quindi sistemo il narrato in un genere che corrisponde al suo contenuto, nel primo caso in un western, nel secondo in una storia d’amore, e così la mia ricerca di risposte può cominciare assieme alla mia ricerca di personaggi nel romanzo. Ovvio, i personaggi e i loro rapporti sono molto realistici, i generi servono solo a dare uno scheletro e una matrice alla storia.

La vera trama, il vero potere di questo romanzo sembra essere la digressione, che fotografa momenti a partire da luoghi, murales, paesaggi. Come procedi durante la scrittura?

Spesso catturo davvero immagini, luoghi, graffiti dalle strade dalmate. Questi topoi creano atmosfera. Anche se a volte basta una parola inusuale, un bel verso di poesia… Quello che conta è l’incontro con qualcosa di così intenso e vero da svegliarti. C’è molta menzogna oggi, le persone hanno più libertà di dire ogni sorta di cose ma la maggior parte delle volte la usano non per dire la verità ma per manipolare. È per questo che la verità mi scrolla quando la incontro, e cerco di metterla in parola.

La tua sintassi è scorrevole, le immagini si susseguono come in una collanina ma tu sei abile a mantenere il controllo. Puoi dirci qualcosa sulla ricerca del tuo stile?

Ciò che è stato importante per me in questo romanzo era creare una storia non lineare, perché basato sulla memoria che lineare non è mai. Quello che mi interessa è che forma e linguaggio inseguano la storia. Credo sia il percorso che la letteratura contemporanea deve esplorare. Non la letteratura sperimentale, che ha fatto cose simili in passato, ma ogni letteratura che si consideri seria. Oggi non ha senso usare il linguaggio e lo stile di tuo nonno quando scrivi. Il mondo sta cambiando e così il linguaggio e il nostro modo di usarlo.

Ci siamo conosciute a Mantova, durante la prima tappa del tuo tour italiano. Lella Costa, che ti intervistava, ha detto una cosa molto importante: che abbiamo la pessima abitudine di aspettarci delle cose. Nel caso di un autore balcanico, ci aspettiamo la guerra. Tu hai scritto uno spaghetti western.

Sì. mi sono abituata al fatto che la prima cosa che viene in mente quando si pensa alla Croazia o ai Balcani è la guerra. Sfortunatamente, è la stessa cosa qui. Tutte le sfere della vita sono state politicizzate e la guerra, non solo l’ultima ma anche la Seconda Guerra Mondiale, sono manipolate. Si può tranquillamente dire che la guerra è finita, ma è ancora in corso, anche in tempo di pace. Ed è questo tempo di pace, dopo quanto prima della guerra, di cui io scrivo nei miei romanzi. Come questo intero folklore nazionale, questa storia e questo passato influenzino la vita quotidiana dei giovani nel ventunesimo secolo. Riguardo al western come genere, ha un ruolo significativo nel romanzo perché è collegato alle persone che sono cresciute nella Iugoslavia appena prima della guerra. I film spaghetti western erano popolari durante la mia infanzia e la loro poetica, con cui la mia generazione aveva confidenza e con cui è cresciuta, ha oggi influenzato molti autori uomini e donne, inclusa me. In più, mi piace decostruire i tipici generi patriarcali come il western o la storia d’amore, questo gioco mi dà l’opportunità di ridere di loro nel modo in cui possiamo e dobbiamo ridere delle cose che ci hanno resi quello che siamo.

Durante la tua esperienza a Mantova hai anche partecipato al progetto “Vocabolario europeo” con la parola “pietra”: vuoi parlarci di questo progetto?

Avevo il compito di scegliere una parola che descrivesse al meglio le cose di cui scrivevo e ciò che mi circondava. Ho scelto “pietra” perché descrive il dualismo in cui vivo: tra antiche città di pietra e porti da un lato, e paesaggi carsici e rocciosi dall’altro, dai quali le popolazioni hanno preso terreno per sopravvivere e costruito muri di pietra. In più, questa roccia ti dice del temperamento delle persone, che può facilmente riscaldarsi o essere difficile, o flessibile, o scivoloso, rude, freddo. Ho trovato circa cinquanta parole croate per “pietra” e credo ce ne siano molte altre che non riesco a ricordare. Vorrei aver scelto qualcosa di più astratto o contemporaneo, non qualcosa di più antico della vita come la pietra, ma se lo avessi fatto temo sarebbe stata una presa in giro.

Tu scrivi anche per il teatro. Qual è la differenza più profonda tra questi due modi di scrittura?

Nella prosa e nella poesia il testo è tutto, mentre nei lavori per il teatro è solo l’inizio, e può esserci un numero infinito di sue espressioni e vite sul palco.

© Giovanna Amato

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savicevicOlja Savičević
Addio, cowboy
L’asino d’oro edizioni
2017, € 16,00
(traduzione dal croato di Elisa Copetti)

Massimo Palma, Happy Diaz (un’intervista)

Massimo Palma, Happy Diaz, Arcana editore 2017; € 14,00, ebook € 6,99

intervista a cura di Raffaele Calvanese

 

Il sottotitolo del libro recita testualmente “la formazione musicale di una generazione che a Genova è stata ammazzata di botte”. Parte tutto da lì, dalla Manchester che in molti, musicalmente, adorano. I Joy Division, gli Smiths, i New Order, passando per gli Stone Roses fino ad arrivare agli Happy Mondays. Un po’ 24 Hour party e un po’ Control di Corbijn, nel libro Happy Diaz Massimo Palma prova a leggere su vari livelli eventi della nostra storia recente sia politica che musicale. Abbiamo fatto due chiacchiere per provare a capirne di più.

RC – Nel 2001 Giorgio Gaber pubblica un disco in studio dopo 14 anni, il titolo è tutto un programma, La mia generazione ha perso. La generazione di cui parla Gaber è quella del ’68, quella dei nostri genitori, il caso vuole che quel disco venisse pubblicato proprio nell’anno del G8 di Genova, quando la nostra generazione affrontava la sua personale sconfitta. In quel disco c’è una canzone che si intitola L’appartenenza, nel testo Gaber descrive secondo me alla perfezione l’essenza delle persone accorse a Genova: “L’appartenenza non è un insieme casuale di persone, non è il consenso a un’apparente aggregazione, l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé….”

MP – La frase di Gaber calza perfettamente se si vuole rappresentare un’idea di partecipazione che oggi è molto più difficile reperire. Perlomeno a livelli di massa è difficile trovarla, è arduo scovare quell’adesione sincera che un tempo era di casa nei posti più diversi dell’impegno politico a sinistra. Forse a Genova, nel 2001, si respirò l’aria di uno scambio di testimoni tra generazioni, dove una sinistra che negli anni Settanta era stata protagonista, in vari modi, si preparò – dopo una lunga, esagerata pausa, tra gli Ottanta e i Novanta – a cedere il passo (avendo, anche qui in vari modi, “perso”) a una nuova generazione, pronta a coltivare una nuova idea di appartenenza. Solo che accadde qualcosa a impedire il passaggio di testimone, come sappiamo.

RC- Il tuo primo libro Berlino Zoo Station affrontava in modo simile l’accostamento tra una città e la sua mappatura musicale, anche lì, una città attraversata da dinamiche politiche e musicali per raccontarne e definirne lo spazio. È stato il punto di partenza e la premessa necessaria alla scrittura di Happy Diaz?

MP – In un certo senso sì – c’è sempre l’idea che uno spazio fisico come quello cittadino sia uno spazio di per sé politico, che mettere tanti individui insieme significhi metterli a una prova politica. E che ci sia una musicalità di quest’esperienza, che si presta a esser ascoltata e poi ricostruita. Poi, certo, in Berlino Zoo Station la politica era più sullo sfondo della narrazione, anche se in realtà ben presente nella trama di quei ‘sotterranei’ di Berlino che ho voluto raccontare.

RC  In questo libro c’è un disco dei Joy Division in copertina, il loro nome e la loro influenza aleggia in tutte le pagine ma in nessuna delle playlist dei giorni della settimana figura una loro canzone, è stata una scelta voluta?

MP – Certamente è una scelta non casuale. Diciamo che tutto il libro tratta dell’economia di un lutto – di come si gestisce una perdita, di come la si affronta. Se avessi messo un pezzo dei Joy Division li avrei resi ‘presenti’ in qualche modo. Mentre tutto sta nel modo in cui un gruppo, una città e una generazione ha reagito, ha amministrato la scomparsa di Ian Curtis, e quindi del suo gruppo.

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Anna Maria Carpi, E intanto parlo con voi

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Anna Maria Carpi, foto di Anna Toscano

“E io intanto parlo con voi”, è il risultato di una chiacchierata che Anna Maria Curci ed io abbiamo fatto con Anna Maria Carpi; molti sono i temi trattati e gli spunti interessanti, è stato bello e divertente, speriamo che lo sia anche per voi. Grazie. (Gianni Montieri)

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D: Cara Anna Maria, tu sei nata a Milano, e a Milano vivi. La città è molto cambiata negli ultimi anni: qual è il cambiamento più sensibile, a tuo avviso? E cosa, secondo te, Milano ha perso o cosa non ritrovi più della “tua Milano”?

R: Sono nata a Milano da un’emiliana e da un toscano (figlio di un’elbana e di un irlandese  adottato un secolo e mezzo fa da dei Carpi di Lucca). Ho sempre abitato dove abito tuttora, in questa casa del quartiere Magenta che conserva il suo volto borghese di primo ‘900. Qui sono ogni volta rientrata dai miei giovanili soggiorni di studio all’estero e poi dai decenni durante i quali, sia pure pendolando, ho insegnato alle università di Macerata, di Bonn e di Venezia. La “mia Milano”? Sono di fatto solo alcune vie che potrei indicare una per una, tutte entro piazzale Baracca e piazza Cadorna, e la mia via che, parallela ai treni della Stazione Nord, sbocca sui primi alberi del mio amato Parco. La città è cambiata? Lo constato quando vado a piedi da Cairoli a S. Babila, e molto oltre non ho voglia di andare. Salvo delle visite al nuovo centro di Porta Nuova che è mirabile, vedi il grattacielo dell’Unicredit, ma che mi sembra appartenere a un continente del futuro. Già la parola “grattacielo” non suona più attuale.

D: Cosa nasconde e cosa mostra il cuore dei milanesi?

R: Il cuore dei milanesi? Nella città degli affari? Come ben si sa, pochi a Milano sono nativi milanesi, e ora meno che mai. A parte i limitati commerci degli africani, a colpirci oggi è la presenza di quelli che chiamiamo per comodità i “cinesi”. Ma questo è  oggi il mondo, e da noi di nativi ora ci sono solo i digitali, uguali ovunque. E altra novità: anche fra sconosciuti non digitali ci si chiama tutti  per nome. Il tu, il tu della paura di restare soli?

D: Per il tuo lavoro a Ca’ Foscari hai fatto per molti anni la spola tra Venezia e Milano, luoghi molto diversi tra loro, quanto di queste due città ha influenzato la tua scrittura? E quanto ha contato, invece, il tuo viaggiare?

R: Ho ambientato il mio primo romanzo, Racconto di gioia e di nebbia, a Venezia. Ho molto amato Venezia negli anni ’80 e vi ho comprato casa. Ma se sogno, sogno il nord, l’inverno, il maltempo. Altri miei scenari successivi, dovuti ai miei viaggi, sono: l’Olanda, dove ho avuto una lunga amicizia, Mosca, dove nella mia passione per il russo sono stata più volte, una cittadina inglese dove studiavo la lingua, e Bonn, Berlino, la Germania. Milano ritorna nell’autobiografico Principe scarlatto. Ma la mia scrittura è più fatta di personaggi che di luoghi. E la natura? Qui cito una mia recente poesia: «Non ti fermi a guardare?/ Sì ma per qualche istante,/ è così bello/ che diventa un tormento./La natura!/ Lo so che io non c’entro./ Io non sono natura». Forse per questo le mie modeste donazioni vanno alla difesa del pianeta, dall’Artide agli  uccelli al leopardo delle nevi.

D: Veniamo alle poesie, alle tue «piccole arroganti», che cosa ti consentono di raccontare? Quanto conta la capacità di accelerare che consente il verso?

R: La poesia. Pretendere di dire in breve è certo un’arroganza. Ma se riesce, l’effetto supera ogni lungo dire in prosa. Solo che il materiale emotivo dev’essere imbrigliato dalla logica, ossia la logica deve controllare i nessi fra le fuoriuscite. I  nessi vengono dal profondo, sono  più seri dei momentanei arbitrii, e sono ciò che può poi far dire ai lettori: è quello che sento anch’io.

D: I tuoi testi sono da sempre molto musicali, non ti piace rinunciare alla metrica e non rinunci mai al ritmo, è questa l’unica strada possibile?

R: No, non rinuncio a una certa metrica: le rime hanno un effetto semplificatorio, se vuoi comico, e si può farne a meno. Ma non del ritmo. Da me si fonda su settenario, doppio settenario ed endecasillabo. Molto tradizionale. Certo che non è l’unica strada possibile, io uso anche il verso libero, però il ritmo svolge forse una delle più antiche funzioni della poesia, quella di farci sentire che siamo tutt’uno.

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Intervista a Francesco Di Bella

Calvanese e Dibella foto di Mauro Coruzzolo

Calvanese e Di Bella
foto di Mauro Coruzzolo

Raffaele Calvanese intervista Francesco Di Bella

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Vi capita mai di entrare in un negozio per comprare una cosa e poi uscire con un acquisto  completamente diverso tra le mani?  A me capita molto spesso, ed è un po’ quello che mi è successo dopo aver passato qualche ora a parlare con Francesco Di BellaFofò, alias Alfonso Bruno, vero e proprio alter ego di Francesco, la loro collaborazione risale a prima di Ballads e continua ancora adesso anche con il primo disco solista di Di Bella.  Capita così che anche se il motivo dell’incontro era presentare il nuovo album Nuova Gianturco si finisca a parlare di Angelo Mai, e di tutta la gente che da lì si è fatta un nome nella musica italiana e non solo. Capita di ritrovarsi a parlare di libri e cyberpostpunk, di Carver e di Social Network. Succede di ritirare fuori Metaversus, e di uscire da quella chiacchierata con qualcosa di diverso da quello che si credeva di andare a prendersi, ma che a conti fatti è molto più prezioso ed interessante. Il primo album di inediti di Francesco dopo Ballads, è un concept album, una sorta di Antologia di Spoon River della periferia industriale napoletana.

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RC: C’è quel famoso passaggio del libro di Cesare Pavere La luna e i falò che dice «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese  vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». La tua Gianturco mi ricorda quel paese di cui parla Cesare Pavese. Ecco perché anche il titolo Nuova Gianturco, un luogo che è un ritorno alle origini.

FDB: La nuova Gianturco di cui parlo è un augurio di rinascita di quel quartiere, anche se io non vengo da lì, è grazie a Gianturco che ho mosso i primi passi nella musica, tramite il centro sociale Officina 99, dove ho incontrato tante persone e visto quanta energia c’era in quello scambio di esperienze. Tanto è vero che ancora oggi raccogliamo i frutti, musicalmente e non solo, di quegli anni, ecco perché auspico una “Nuova Gianturco”. 

RC: In Aziz tratti il tema dei migranti, insieme a Luca dei 99 Posse. Un autore napoletano  in un suo libro sull’accoglienza a Napoli, Terzo Settore in Fondo, la racconta come una città che nonostante i mille problemi strutturali, la cronica mancanza di fondi e le tante persone che credono di aiutare ma sono soltanto “accoglienti di facciata” riesce ad essere una città ancora umana sotto questo punto di vista. Che ne pensi? Come è nata la collaborazione con O’ Zulù?

FDB: Ignazio Silone, nel suo libro Fontanamara, dice che i poveri, i pezzenti, riescono a parlare lo stesso linguaggio, fatto di cose semplici ed essenziali. Probabilmente è per questo che a Napoli l’accoglienza è un gesto più naturale che altrove. Inoltre la storia della città porta con sé un’esperienza da sempre abituata alla promiscuità. La collaborazione con Luca è l’ennesimo richiamo alla Gianturco dei centri sociali e mi è anche piaciuto il doppio volto che siamo riusciti a dare alla canzone, fatto di morbidezza e durezza con le nostre due parti. 

RC: Il primo singolo dell’album, per certi versi mi ha ricordato una canzone di Brunori Sas, Il giovane Mario, in cui si parla di una persona che tramite la ricerca di una vincita vuole svoltare la sua vita con una scorciatoia. Che tipo di messaggio volevi rivolgere con questo brano?

FDB: A differenza della canzone di Brunori io voglio dire che la sorte gioca una buona parte ma non fondamentale nella vita di una persona che vuole svoltare. Il lavoro, anche se sempre più svuotato del suo significato, resta ancora una parte importante da non mettere in secondo piano nella vita. 

RCNa bella vita è una storia di droga. Stavolta vista da una prospettiva diversa, c’è l’idea di poter perdere una vita “normale”, io ci vedo un cambio di visione che probabilmente deriva anche da una persona diversa che si trova a scrivere dei testi. Magari dieci anni fa non avresti scritto una canzone del genere o sbaglio? Quanto ha influito la tua crescita personale in questo modo diverso di scrittura?

FDB: Con gli anni ho sempre cercato di scrivere qualcosa che si smarcasse dal solito binario storia d’amore semplice o di temi già usati. Certamente crescendo e vivendo anche esperienze familiari la prospettiva cambia, mi è piaciuto anche creare un contrasto tra l’amarezza della storia e l’arrangiamento che appare tutt’altro che triste. 

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