Intervista

“Anamorfiche”: Intervista a Danilo Mandolini di Gianluca Garrapa

Danilo Mandolini, Anamorfiche – con nove immagini dell’autore, Arcipelago Itaca (2018)

Gianluca Garrapa: con nove immagini dell’autore: secondo quale criterio le immagini sono alternate alle parole?

Danilo Mandolini: Va innanzitutto specificato che le immagini riprodotte nel volume sono dei ritagli di scatti fotografici tendenzialmente molto più grandi. Le immagini sono collegate alla presenza umana nel mondo (sono testimonianze marginali della presenza umana nel mondo) anche se, in queste, non vi è traccia diretta della presenza umana. Le riproduzioni fotografiche in questione sono collocate nel lavoro con l’obiettivo di introdurre le varie e principali parti di questo.

G.G.: La raccolta si apre altrove, quasi a preambolo a forma di fine, il poeta, pare, debba uscire di scena per dare peso e voce alle parole. Non è un caso, forse, che la prima parte sia di oggetti sonori immateriali, oggetti in-sterni, interni e allo stesso tempo esterni: appartengono all’oggetto e al soggetto e non appartengono all’oggetto o al soggetto che li produce: rumori, voci e suoni. Il loro statuto è proprio quello delle immagini: della cosa abbiamo un’immagine e l’immagine non è più della cosa ma è fissazione di sguardo. E lo sguardo, a sua volta, non appartiene propriamente all’occhio da cui genera la visione. Il vuoto / non si vede ma / spesso si sente. // Il vuoto / ha più voci ma / è trasparente.
Sono, in esergo, tre nomi, Pasolini, Sereni, Campana, preceduti da un’immagine. Il vuoto, dunque, quel che si sente invisibile o quel che si vede, confuso, ma indistinguibile.
L’invisibile, meglio, il trasparente, è quel che sposta e muove, il vento: dal vento provocati / (nel vento custoditi / a mo’ di sedimenti / d’un tempo residuale). Sembra questo il luogo in cui si collocano i simboli e le immagini di Mandolini: la nitidezza che segue all’evacuazione dell’io, il resto che rimane quando il desiderante prende l’abbrivio finalmente: come oggetti il cui scontro produca un suono o un noise, le parole si accostano in timbriche e cromi che non egolatrano lo scrivente. Chi scrive è avventato, sicuro, spostato dal vento interno, animus come soffio. Patisce dell’inevitabile. E non si autoriferisce, si allarga al mondo, anzi. L’operazione è proprio psichedelica, come recita il titolo della prima parte, che ritorna nella seconda parte, Psichedelie dei rumori, delle voci e dei suoni: un lavoro che si legge di scorcio, anamorfico è appunto il gesto per cui la lettura fa il dire dietro l’ombra. Lampi interiori che presentano il mondo: l’ombra è il prolungamento sonoro delle cose, la voce silenziosa del loro sparire: la morte: è il segnale di quel che è vivo. È questa un’epifania che si compie nel gesto quotidiano di spostare appendiabiti: Provocano il suono / disarmonico dell’utopia, gli appendiabiti, e sfiorarli a mo’ di campane tubolari mentre fuori piove. Il suono, il dolore, l’odore della pioggia: Intanto, fuori, / la pioggia rimbomba cadendo, i piatti impilati, l’alta tensione che blocca in riquadri di cielo la percezione di vedere dall’alto le auto sfrecciare, la voce della segreteria telefonica. Il senso quotidiano ritorna straniero: basta spostare l’attenzione per percepire in suoni nuovi l’intera fenomenologia del quotidiano.
Anche il silenzio è partecipe delle forme assenti in quanto presenti, tra due palazzi il varco si apre a catturare le voci altrui che ci appartengono: Con frasi altrui / valichiamo frontiere, attraversiamo i tempi delle giornata, gli interstizi tra rumori e silenzi, lungo i bordi delle cose cangianti, e le cose sono anche l’esistenza che ci attraversa e sfuma: Ordinaria metafisica / del supporsi altrove / è il solo desiderare / l’esistenza di quel soffio afono / che genera le nubi;
dicono tutto questi versi estratti dal dettato di Mandolini: siamo qui, nel quotidiano, per questo siamo altrove. Perché troppo fragile appare il sentiero che porta dall’altra parte, nella fine dei giorni, sottile e muto come una ragnatela. Di noi resteranno immagini, le minime percezioni svaniranno e le cose avranno quella loro psicometria, la memoria, gli oggetti solo a testimoniare, fossili, soltanto gli oggetti che in vita / con cura / abbiamo / a lungo conservato.
Immagine. Poi Psichedelie dei rumori, delle voci e dei suoni Due, ritorna: il ritorno è presente in questo paesaggio fono e foto grafico. Ritornano 7×12: dodici settenari. 7×12: quasi a prendere le misure di una forma che dovrà contenere il suono. I suoni a rifare il ricordo: (si sta come sui rami / degl’alberi d’inverno): che rapporto hai con la tradizione poetica e perché hai eletto proprio Pasolini, Sereni e Campana, tra altri, a compagni di viaggio?

 

D.M.: Ho letto e leggo moltissimo soprattutto poesia di autori del novecento italiano ed europeo e contemporanei. Le mie esperienze di studio e lavorative, a parte quella attuale di titolare di una casa editrice che si occupa esclusivamente di poesia, si sono sempre concretizzate lontano dal mondo della letteratura. Sarei quindi, a tutti gli effetti, il cosiddetto e classico autodidatta che approccia ciò che legge in primis come lettore, vorace e anche disordinato, piuttosto che come studioso. Pasolini, Sereni e Campana sono stati dei grandissimi autori del “secolo breve” italiano; tre grandi autori il cui percorso di ricerca in versi si è imposto alla mia attenzione anche per le vicende personali che hanno contraddistinto il loro essere stai al mondo. 

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proSabato: Natalia Ginzburg, Con quale sguardo. Intervista (1981)

immagine tratta dalla rivista

a cura di Maria Maffei

Una intervista confessione di Natalia Ginzburg: «…non ho né pubblicato, né scritto più, perché non sapevo con quale sguardo volevo vedere il mondo, se di uomo o di donna»

Signora Ginzburg, perché non scrive più sui giornali?
Ho scritto abbastanza regolarmente sui giornali per una decina d’anni; mi piaceva; ho smesso di colpo per ragioni diverse: anzitutto avevo ansia perché temevo sempre di non consegnare l’articolo in tempo e a un certo punto quest’ansia mi sembrava troppo logorante. Poi ancora: scrivere sui giornali è come uscire alla luce del giorno, lo stanca la luce, la polvere, il rumore: vorrebbe uscire solo di notte. Scrivere per sé è uscire di notte, scrivere per i giornali è uscire di giorno; dipende dal rapporto che abbiamo con il buio e con la luce. È evidente che anche quando uno scrive per sé, non scrive solo per sé ma anche per gli altri: cerca però con gli altri un rapporto notturno, segreto, silenzioso. M’è sembrato che, per un periodo, non volevo tutta quella luce; ma forse un giorno o l’altro, riprenderò quel modo di scrivere, perché mi piaceva.

Il suo ultimo libro, Famiglia, è uscito nel 1977. Come mai dopo non ha più pubblicato niente?
Famiglia è un piccolo libro formato da due lunghi racconti. Quello che porta il titolo Famiglia l’ho scritto per secondo. È l’ultima cosa intiera che ho scritto. In quel racconto il protagonista è un uomo. Non l’avevo mai fatto; in tutto ciò che ho scritto in precedenza, il protagonista vero è sempre una donna: di una donna è l’occhio che guarda il mondo. In verità non ho né pubblicato, né scritto più, perché non sapevo con quale sguardo volevo vedere il mondo, se di donna o di uomo. Io però ho sempre scritto poco: pochi racconti o romanzi, voglio dire: mi sono accorta che, in genere, fra un romanzo e l’altro, lascio passare circa sei anni. Questo non per una volontà o una determinazione: ma perché, per un lungo periodo, non ho niente da raccontare; i ponti che mi portano verso le narrazioni sono rotti.

Lei una volta ha detto: si scrive quando si ha qualcosa da dire. C’è qualcosa che avrebbe voluto dire e non ha detto e del cui silenzio si è poi rammaricata?
Io soprattutto avrei voluto essere una persona diversa, che non mi è riuscito di essere. Avrei voluto capire e sapere più cose. È questo che rimpiango. Ormai mi rendo conto che quello che sono, sono: non mi riuscirà mai di avere un bel modo di ragionare sottile, lucido e solido. Per molto tempo, speravo di arrivarci una volta o l’altra; ma a un certo punto ho capito che non ci arrivavo. Quando cerco di ragionare su qualcosa, sento la debolezza, la confusione, la miseria del mio pensiero.

È d’accordo con lo slogan «donna è bello»?
Non credo che essere una donna sia bello; credo che non sia né bello né brutto, assolutamente come essere un uomo. Oppure, se si vuole, è bruttissimo e bellissimo insieme. Il vivere è così. Ma in queste parole «donna è bello» c’è dell’orgoglio razziale. L’orgoglio razziale io lo trovo sempre orribile. Il razzismo è orribile in qualunque forma appaia. Dire «donna è bello» include una discriminazione, una separazione. Bisogna cercare l’uguaglianza e non la separazione. Giusto e sacrosanto è battersi perché le donne siano libere, e socialmente uguali agli uomini. Trovo però orribile il femminismo quando si configura come razzismo. Non è forse orribile tutto quello che è razziale? (altro…)

Giovanna Amato, La signora dei pavoni. Intervista di Anna Maria Curci

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Giovanna Amato, La signora dei pavoni, Edizioni Empiria 2016

Nota e intervista all’autrice di Anna Maria Curci

Grazia. Intuito. Intreccio. Sono le tre parole che hanno accompagnato la mia lettura de La signora dei pavoni di Giovanna Amato.
La grazia è talento che Giovanna Amato non spreca, non seppellisce, non butta via. Lo so, è difficile seminare e raccogliere grazia, scorgerla e schiuderla a chi sa accoglierla, nel tempo e in questo tempo, nella provincia e nella Grande Città (con la maiuscola, come nel racconto La cometa) che calpestano, stracciano, omettono e immiseriscono. Tener fede alla grazia, vestirla e curarla, affrontare i suoi colpi – la bellezza è tremenda – è impegno irto di fatiche e rischi. C’è questa consapevolezza nei sette racconti e nelle tre fiabe che compongono la raccolta, senza che, tuttavia, siano fatiche e rischi ad appesantire il passo della narrazione. Al contrario, è la misura, non una parola soverchia, non una lacuna nelle scelte lessicali e stilistiche, a guidare la grazia, spesso, esplicitamente, come avviene in Pavane, il racconto di apertura che non manca di farmi pensare all’omonima composizione di Gabriel Fauré, e in Odette, che si richiama al balletto Il lago dei cigni di Čajkovskij, intessuta e colma di musica e danza.
Intuito: Giovanna Amato in profondità, con lo sguardo che scrive, e anticipa, pre-vede. Era chiaro agli altri? Era palese? Essi pensano ad altro, scriveva Silvio d’Arzo. Giovanna Amato è consapevole che altri possono fare spallucce e voltare le spalle. Lei, invece, non teme la sosta, entra nell’iride, pura o screziata. Chi si ferma ad ascoltare il racconto del viaggio lì dentro è premiato. Tra le immagini che l’intuizione riesce a cogliere c’è, sommo fascino e sommo pericolo, quella speculare, tema dominante in Cantico dell’odio bianco e pur presente anche in altri testi.
Intreccio: qui intendo non solo la capacità solida di costruzione, ma anche quella di collegare mondi e prospettive lontani tra loro, Oriente e Occidente, fiaba e mito, cronaca e illuminazione.  Mettere in comunicazione generi, (arche)tipi, micro- e macro-galassie è congeniale a Giovanna Amato. Su questo punto, come ben individuato da Biancamaria Frabotta nella prefazione, l’affinità dell’intento con l’aspirazione all’assoluto dei romantici, si arricchisce della sempre romantica (mi riferisco al primo romanticismo di Jena, al romanticismo dei fratelli Schlegel, di Tieck e, soprattutto, di Novalis), fruttuosa e mai pasticciata fusione di ambiti: arti figurative, letteratura, musica, filosofia. La perizia sa condurre l’eterna “cerca”, la quête, fino sull’orlo di un abisso, senza mai precipitare. La corda, visibile, reiterata con argute variazioni, come avviene in La Porta dello Shen,  o impalpabile, resta ben tesa, e le conclusioni,  di ogni racconto, ogni fiaba, non sono chiusure, bensì varchi per possibili altre dimensioni.
Vorrei partire da quella ragazzina che osservava curiosa con il ginocchio incastrato nella ringhiera del balcone e andare a ritroso con alcune domande.

Quale passaggio c’è tra l’osservare, l’ascoltare e auscultare e la stesura narrativa?

Tu hai citato la bambina con il ginocchio incastrato nella ringhiera che osserva il protagonista del racconto, e io lo trovo incredibilmente interessante perché hai trovato un punto che per me è una vera e propria monade. Contestualizzo un attimo. Questo piccolo brano viene da La cometa; il protagonista è un astronomo che viene invitato a parlare a una festa per l’arrivo della cometa Hale-Bopp ma a questa stessa festa subisce un brutto torto. La cometa è un racconto sulla provincia, non sulla sua bellezza ma sulla sua cattiveria, sul lato asfissiante della sua natura. Soprattutto, La cometa è un racconto autobiografico. Io, che nel racconto sono la bambina che osserva il protagonista, in realtà sono stata l’oggetto del torto osservato. Ma quel giorno, tornando a casa con la voglia di scrivere un racconto sull’assurdità di quello che mi era successo, ho saputo con precisione che non mi andava di scrivere nulla in prima persona: per me la letteratura non è sfogo, semplicemente mi è successo qualcosa e quel qualcosa è diventato uno stimolo interessante. Ed è significativo che io abbia deciso di inserirmi come testimone, dall’alto del mio ginocchio incastrato nella ringhiera. Sembra uno schermo, invece è un forte segnale di partecipazione. Quindi ti rispondo così: ascolto, osservo quello che mi succede ma mi rifiuto di stenderlo così come accade, ho bisogno di elaborare, ho bisogno che quello che mi è successo sia di tutti. La letteratura per me non è una confessione né un modo per consolarsi, è offerta continua di tutto quello che mi accende. Mi piace pensare di essere tramite per tutto quello che i miei occhi riescono a vedere e le mie orecchie a sentire, perché sono cose che purtroppo accadono a me, soltanto a me, ma potrebbero diventare di chiunque. Basta che la mente riesca a rielaborarle abbastanza da togliere tutto quello che è personale. Quindi il passaggio direi che è questo, è la mente che si sforza di escludere tutto quello che è intimo e proprio per andare a raggiungere gli altri. Spesso è vano, perché anche la mente è tutta impregnata di se stessi. Ma se anche uno solo mi dice “è successo anche a me”, oppure “ho capito quello che hai detto, lo sento mio”, so di avere fatto il mio mestiere.

Quale incanto ha esercitato e continua (o no) ad esercitare il primo sguardo incatenato, a bocca aperta, sensibile alla minima variazione nel tono di voce, alla rivelazione in un moto incontrollato, sulla creazione di intrecci?

Più che un incanto è una guerra. A volte mi chiedono se mi piace scrivere. Anzi, lo affermano. Mi vedono scrivere per ore e ne deducono che mi piace. Io vado nel pallone: mi piace passare ore e ore e slogarmi i polsi perché uno stimolo che mi è arrivato ha portato a questa catena di eventi e situazioni che devo assolutamente stendere altrimenti la perderò? Una volta mia madre mi disse che ero ispirata, io ho risposto che ero in piena fase ossessivo-compulsiva. Il punto è questo: non ci si mette a tavolino nel tempo libero a godersi una sessione di scrittura, ma quando va benissimo ci si trova sfasciati da tutta una serie di intrecci che si costruiscono da soli, perché la mente è allenata; nel caso peggiore si impazzisce dietro un’idea che comunque non ti lascerà in pace finché non sarà stesa. Credo che scrivere sia un modo di funzionare del cervello. È una forma d’arte come è una forma d’arte fare il proprio lavoro al meglio, qualsiasi lavoro sia. Tutto questo è stremante quanto magnifico. E il più delle volte i momenti in cui il cervello è più disposto a scrivere sono quelli in cui si hanno più impegni esterni, meno tempo. Quindi dovrei rispondere che scrivere non mi piace; invece stare lì a guerreggiare con gli intrecci e le parole è una sensazione simile a pochissime altre, solo alcune forme di innamoramento possono starle accanto per potenza e bellezza.

Quanta parte occupa la concezione dell’agire umano come in un teatro permanente (penso a un racconto dell’autrice austriaca Ilse Aichinger, intitolato appunto Das Fenstertheater, il teatro alla finestra)?

Torno alla bambina con il ginocchio incastrato perché c’è una cosa che non ho detto. Lei sta osservando il protagonista del racconto dall’alto di un balcone, e ho già detto che è un racconto autobiografico. Quello che non ho detto è che anche la questione del ginocchio è autobiografica. È uno dei miei primi ricordi. Ho incastrato volontariamente il ginocchio in una ringhiera perché come la bambina nel racconto voglio fingere di essere intrappolata in una miniera per salvare i miei compagni di scuola che fino a quel momento mi avevano trattata male. Da bambina mi difendevo dai torti che mi facevano fingendomi un’eroina; ero una snob di prima categoria. Erano i miei primi intrecci, forse. Sfruttavo quello che mi succedeva per fare epiche narrazioni. A costo di lasciare un ginocchio nella ringhiera. Adesso sono più cresciuta e spero meno snob, e se guardo a tutti i racconti di questa raccolta sono poche le persone realmente esterne che descrivo. Tutti sono modulazioni di quello che potrebbe accadermi, a volte dialoghi con me stessa. È che ho imparato a osservare quello che fanno gli esseri umani, non li giudico mai, mi piace guardare le manifestazioni più estreme della loro umanità. Le registro. Mi impegno a fare quello che disse un grandissimo: niente di quello che è umano giudico alieno.

Da lettrice onnivora e insieme rigorosamente selettiva, quali tributi senti di dover ‘denunciare’ alle voci della narrativa di tutti i tempi?

Ho degli amori, delle persone che mi hanno cambiato la vita. I più grandi sono tutti citati nelle opere che scrivo, perché mi hanno impregnato talmente tanto che sarebbe facilissimo scovarne i debiti; preferisco denunciarli esplicitamente e li denuncio con gioia. Ma gli amori più folli non sono di narrativa. In questa raccolta nomino due francesi con le loro splendide opere di saggistica, Frammenti di un discorso amoroso di Barthes e Lo spazio letterario di Blanchot. Ma forse l’uomo che ha inciso di più nella mia crescita è stato Girard con tutta la sua opera, da La violenza e il sacro in poi. Sul suo pensiero ho costruito due libri che aspettano quieti quieti nel cassetto. Poi ci sono due poeti che mi sembra quasi strano siano umani, Emily Dickinson e Rilke. Se dovessi dire un solo nome per la narrativa, anche se non amo tutti i suoi libri, direi la Woolf per il suo rapporto sapientissimo e lieve con la scrittura. Se invece dovessimo fare il gioco di “salviamo un solo libro”, non avrei dubbi: Moby Dick. La grandezza di quel libro è di essere di una bellezza costante e totale, con dei giri di frase capaci di dare le vertigini. Ha un tema, quello della hybris, che è forse il mio preferito al mondo; credo si veda anche dai racconti che popolano questa raccolta, tutti variazioni dell’impossibilità di raggiungere l’oggetto del proprio desiderio. Eppure è percorso da sacche intere di inutilità narrativa, e questo paradossalmente fa risplendere la sua bellezza. Non amo la bellezza fine a se stessa, ma Melville è capace di mandarmi nella delizia anche quando si prendi lunghe ferie dal tema incredibile che sta trattando. È inarrivabile. Qual è invece secondo me il più grande artista che abbiamo ora e qui, in Italia, grande per quello che fa e per come lo fa? Cecilia Bartoli.

Quale ruolo rivestono i tuoi talenti e le tue passioni musicali nella narrativa ‘in proprio’?

Non riesco a misurare quello che devo alla musica perché probabilmente le devo gran parte delle mie attitudini e delle mie capacità, se ne ho qualcuna. Ho cominciato prestissimo, verso i cinque anni, e quindi non ho mai dovuto letteralmente imparare: conoscevo assieme all’alfabeto le regole matematiche della musica, e questo vuol dire cervello ben strutturato per tutte le abilità analitiche; ho ascoltato ogni tipo di musica da subito, sono stata in grado di riprodurla, sono stata messa in condizione di distinguere un barocco da un romantico e questo vuol dire sviluppare l’orecchio per i tipi di espressione, per le voci più che umane, per i contenuti strettamente legati alle forme. Ho conosciuto un linguaggio che unisce la matematica all’espressione. Tutti dovrebbero avere questa possibilità. Come ho consapevolmente usato questo bagaglio nella mia narrativa? In tanti modi. Mi vengono in mente due esempi in questa raccolta: ne La porta dello Shen, il protagonista assiste cinque volte alla medesima giornata, come nel Giorno della marmotta; ho ascoltato variazioni, passacaglie, sarabande, tutta quella musica che doveva cambiare la propria struttura per proporre lo stesso tema in maniera diversa. In Odette, invece, che è comparso per la prima volta su Poetarum Silva, ho fatto un esperimento: ho preso un passo a due per violino dal Lago dei cigni, il mio adorato Tchaikovskij, e ho studiato tutte le battute e la linea melodica, e ho cercato di convertire tutti gli elementi – le pause, le altezze delle note, il ritmo – in un monologo per voce umana. Dove ovviamente a parlare era Odette, il cigno bianco, nel momento in cui sapeva di star perdendo il suo principe. Un romanzo che sto finendo invece è basato su un brano musicale leggendario. E mi piacerebbe molto lavorare su un altro autore amato, Vivaldi. Ma questi sono tutti tributi d’amore. Cosa devo davvero alla musica, non lo posso sapere.

Nota a “I miei portacenere” con un’intervista a Florence Delay

Florence Delay, fotografia di Laura Guerrero

Florence Delay, fotografia di Laura Guerrero

Non si tratta del catalogo di una collezione, mette immediatamente in chiaro la scrittrice e membro dell’Académie française Florence Delay; né, mi viene da aggiungere dopo qualche lettura, di un’autobiografia per portaceneri. Sembrerebbe più un trattatello senza scopi didattici e con la sola intenzione di dare al portacenere quello che è del portacenere, che è molto più di quanto gli sia stato dato finora.
Certo, il titolo è Mes cendriers e i portaceneri, con il loro carico di cicche e di ricordi, appartengono alla vita e alla libera associazione aneddotica di Florence Delay:

Chiamo miei quelli che onoro con assiduità, quelli le cui vecchie ceneri hanno alimentato la mia fornace, bucato i miei vestiti e la mia memoria. Quelli che popolano le solitudini della mia scrivania, delle mie scrivanie, della mia camera, delle mie camere, quelli intimi, originari francesi, o naturalizzati dopo un soggiorno di qualche settimana a portata di mano. Le formalità da parte mia sono più rapide che nei ministeri. Amo ricompensare la fedeltà di servizio, ma attenzione, magnanimità non vuol dire costanza. Resto libera di bandire quelli che mi vengono improvvisamente a noia. Che magari mi evocano un tempo migliore, o che sono invecchiati male. In particolare, sospetto quelli sbreccati di portare iella.

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Origini. Intervista a Giancarlo Pontiggia

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(Oggi intervistiamo il poeta, critico e traduttore Giancarlo Pontiggia in occasione della pubblicazione del libro Origini, Interlinea edizioni, 2015, che raccoglie in un solo volume la sua produzione poetica edita, sia le raccolte “Con parole remote” e “Nel bosco del tempo” che altre poesia edite in varie plaquette. Lo ringraziamo per la sua disponibilità).

Vieni ombra / ombra vieni / ombra ombra / vieni oh vieni. Il canto che apre Con parole remote è una vera e propria evocazione dell’ombra, come dimensione che accompagna l’intera esistenza dell’uomo. Cosa dice l’ombra? Con che parole ti parla?

«Ombra» è una di quelle parole che mi affascinano per la loro densità immaginosa e concettuale, per quella stratificazione di significati – storico-culturali, antropologici, individuali – che le conferiscono un valore prelogico, archetipico: sono insomma parole poetiche per eccellenza, perché non si esauriscono in una definizione, ma irradiano una costellazione di senso. Anna Vittoria Vassallo, che ha studiato le occorrenze lessicali di Con parole remote, ha scoperto che «ombra» è la parola che ricorre più volte nel libro (75 occorrenze), segnalandone il valore dinamico: «Solo nella prima poesia essa è ripetuta 11 volte e ad accompagnarla nella sua discesa tra i versi del poeta è il verbo di movimento per eccellenza: venire (23 occorrenze), ma anche salire, scendere, restare». Questo potrebbe significare, immagino, che la mia idea di ombra non è affatto un’astrazione, un’immagine statica, ma qualcosa che si muove, si sposta, muta significato, proprio come è in natura, d’altronde: chi si ponga a fissare il confine tra luce e ombra – su un semplice intonaco, su un affresco di cappella, sul tronco di un albero – sentirà subito questa energia che si dispiega dinanzi a noi, smuovendo in profondità la nostra anima. È un gioco che mi ipnotizzava, da bambino, senza che ne capissi il perché: questo confine mobile, nel suo lampeggiare di fuoco e di buio, nel suo oscillare tra fuoco e buio, mi diceva qualcosa della vita, delle stagioni, di ciò che io ero. Mi parlava ora di una felicità, ora di un rovello, di qualcosa che sprofondava in un tempo ancestrale, «prima dell’estate e del tuono», per citare una delle prime poesie di Bosco del tempo. Né, egualmente, saprei meglio spiegare la fascinazione che in me producevano, d’estate, le stanze ombrose, riparate dalla luce, nel primo pomeriggio che appena s’inoltrava, e nelle quali mi accadeva (ne ho parlato in un’altra poesia di Bosco del tempo: Tornando, a volte, entravo) di sentire la potenza enigmatica e severa di un pensiero che giunge a pensare solo se stesso: esperienza spaesante, che subito – tornato alla luce accecante di fuori – si dissolveva, mentre di nuovo percepivo, immaginosa, lucente, la materia molteplice del mondo che irrompeva con tutta la sua energia irradiante. (altro…)

Geografia dei Santo Barbaro

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Di recente, uno dei dischi che mi ha entusiasmato di più è stato senz’altro Geografia di un corpo dei Santo Barbaro. Per questo nuovo album Pieralberto Valli e Franco Naddei hanno chiamato a raccolta altri sette musicisti della scena indipendente italiana e, in soli tre giorni, sono riusciti a registrare tutto in presa diretta. Christoph Brehme ha filmato una sorta di video-documentario visibile sul canale youtube della band. Abbiamo contattato Pieralberto per fargli qualche domanda.

 

 

Dovendo presentare i Santo Barbaro ai lettori di Poetarum Silva, come li definiresti?
Un gruppo postumo di musica italiana?

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Intervista a Maurizio Cucchi

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Foto da Ilnuovonline.it

Maurizio Cucchi, uno dei poeti contemporanei più significativi, parla della sua poesia con Francesco Filia

  1. La sua poesia appare come una ricognizione inesausta del reale, come se fosse guidata da un principio euristico, ma, tale ricerca, più che trovare conferme alimenta i dubbi che l’hanno mossa. È così? In che misura nella sua opera poesia e conoscenza si legano tra loro?

Credo di sì. Il dubbio si amplia, si apre totalmente, ma questo produce nuove risorse, nuova vitalità, nuova possibilità di conoscenza mai esausta, anche se le domande chiave, le domande fondamentali che tutti ci poniamo, rimarranno senza risposta. Ed è una vera beffa che subiamo. La poesia si muove all’interno di questa spinta, che cerca di portare ai limiti estremi. (altro…)

Vincenzo Costantino Cinaski: Chi ride ultimo ride solo (intervista)

Foto di Giorgio Alto

Foto di Giorgio Alto

Il nome di Vincenzo Costantino Cinaski è legato a doppio filo a quello di Vinicio Capossela; diversi spettacoli musicali e poetici realizzati insieme, tributi a John Fante e la pubblicazione del libro “In clandestinità”, scritto a quattro mani. Dopo l’uscita di “Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare” (per Marcos y Marcos), Cinaski a novembre del 2012 ha pubblicato (un po’ a sorpresa) il disco “Smoke (parole senza filtro)”. Nel disco c’è molto amore, per la musica e per la parola, per la città di Milano e per la vita. C’è malinconia ma c’è anche speranza. Francesco Arcuri ha curato la produzione artistica coadiuvato nella produzione tecnica da Taketo Gohara. Nel disco firme importanti come quella di Folco Orselli (È bellissimo), Stefano Edda Rampoldi (Epitaffio), Simone Cristicchi (Sera di pioggia), Michele Di Toro (“Polvere di stelle”), Alessandro Asso Stefana (“Terra”) e, naturalmente, Vinicio Capossela (“Le cento città”). Ne abbiamo parlato in questa intervista.

La prima volta che ho sentito parlare di te è stato quando un’amica mi ha regalato “Poesie e storie brevi: chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare”. Da quel momento ho iniziato a seguirti e avrei immaginato di tutto tranne che tu potessi incidere un disco. Cosa ti ha spinto a realizzare “Smoke (parole senza filtro)?
Provocazione, inizialmente; poi mi sono divertito e ho pensato alla tradizione orale della poesia. Comunque avevo anche voglia di cantare.

L’album è pieno di collaborazioni di un certo livello, da Edda a Simone Cristicchi, da Vinicio Capossela a Alessandro “Asso” Stefana. Come sono nate?
Sono tutti o quasi vecchi amici, e con gli amici si gioca spesso, avevo voglia di contaminare con altri mondi le mie parole e sentire altri punti di vista. È scambio.

Nel disco canti “Where have all the flowers gone?” di Pete Seeger (ricordo una bella versione di Joan Baez), “Bird on the wire” di Leonard Cohen e “Il poeta” di Bruno Lauzi. Come mai queste tre scelte?
Sono molto legato ad alcune canzoni che hanno rappresentato momenti nella mia vita. Queste tre sono anche esse legate a momenti particolari e nel caso de “Il poeta” di Lauzi l’ho sentito come un atto dovuto alla poesia di cui quel piccolo grande uomo era pregno.

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Foto di Roberto Finizio

Tu e Fabio Mercuri avete riadattato “La caccia ai lupi” di Vladimir Visotskij. Il brano, ascoltabile su soundcloud, sarà aggiunto nella ristampa del disco. So che un museo polacco a lui dedicato ti ha chiesto due copie dell’album. Ce ne vuoi parlare?
Altro brano legato a un momento di vita e alla voglia di indipendenza. Il brano non è ancora su disco, ma ci sarà presto e oltre al museo, che non so come ci sia arrivato, abbiamo avuto l’apprezzamento personale di Marina Vlady (la compagna di Visotskij) che mi gratifica quanto un premio musicale. Mi piace e quando mi piace qualcosa di solito non è un bel segnale per il paese… Ahahah.

Per la prima volta hai composto anche la musica di un pezzo, “Il Re del Bar”. Com’è andata?
Bene. Avevo la musica in testa e ho scritto sopra le parole. È dedicato a Fred Buscaglione, che mi ha tenuto compagnia molto spesso.

Il titolo è un omaggio al film di Wang e Auster con Harvey Keitel, così come il tuo appellativo Cinaski deriva da “Storie di ordinaria follia”. Deduco che per te il cinema è molto importante.
Certo cinema sì. È stato una grande spalla. Billy Wilder, per esempio. Mi piacciono le storie, degli effetti speciali non me ne frega un cazzo e tantomeno di scoprire un colpevole. Mi incuriosisce il racconto, l’attimo insignificante.

Per fare una battuta, quando hai registrato il disco eri consapevole che, comunque fosse andata, avresti ottenuto un risultato migliore della maggior parte dei ragazzi usciti dai talent?
Era la mia paura. Per fortuna ho il talent di non prendermi sul serio.

Qual è la musica che ascolti?
Non ne faccio una questione di genere, non sono un fan. So accettare, da chi amo, anche il fatto di ascoltare che ogni tanto fanno qualcosa di brutto, per me, e ammetterlo. Mi piace molto la musica in acustico, senza percussioni e batteria, strumento e voce. Billy Bragg è uno dei miei preferiti.

Facendo un salto nel passato, torniamo un attimo al tuo Caffè Chinaski: dopo otto anni, ha chiuso i battenti. Cosa ti ha insegnato “L’affondamento del Cinastic”?
A stare lontano dai clienti di un bar come il mio.

Nel 2000 a Milano si formò il Caravanserraglio. Cinque anni in compagnia di Folco Orselli, Flavio Pirini, Gianni Resta, Stefano Tessadri e Concetto Serranò. Cos’è cambiato da allora e, soprattutto, com’è cambiata Milano?
Noi siamo invecchiati e cresciuti, Milano è solo cresciuta senza saper invecchiare con la sua storia e cercare di mantenersi giovane si diventa patetici. Oggi, in questa Milano, non lo rifarei.

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Vinicio Capossela non ti vuole proprio portare con lui in tour per promuovere Smoke?
Tra amici queste faccende non si fanno. Lui mi ha incoraggiato a fare il disco e ha messo a disposizione il suo studio (La Cupa), ma camminiamo ognuno sulle proprie gambe e ogni tanto, quando ci viene voglia, camminiamo insieme.

Pensi che in futuro ci sarà un seguito o “Smoke” resterà un episodio isolato?
Vista la situazione in un mondo che non conoscevo personalmente, quello discografico, la voglia mi è passata. Ma sono caparbio, le sfide mi piacciono e mi sono divertito a cantare; se ne faccio un altro ci saranno molte più canzoni, anche composte da me. Al momento sto scrivendo canzoni con Cesare Malfatti (La Crus) e anche questo mi diverte.

Cosa ne pensi della Poesia oggi in Italia e chi leggi con piacere?
Non ci penso, è come pensare a cosa c’è in frigo quando hai fame, quello che trovo mangio. Il frigo scarseggia. Leggo con piacere chi scrive con piacere e cognizione di causa.

Ultima domanda: ho letto che “chi ride ultimo ride solo”. Vuoi dirci qualcosa dei tuoi progetti futuri?
Sono tanti. In questo momento sono concentrato sulla prossima raccolta di poesie e racconti che vedrà luce in inverno, spero. Poi c’è teatro, un romanzo in cantiere ormai da troppo tempo, e camminare di più, anche senza meta, anzi soprattutto. Perché chi ride ultimo ride solo.

© a cura di Marco Annicchiarico

I Gatti Mézzi: Vestiti leggeri (intervista)

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I Gatti Mèzzi (che in dialetto pisano vuol dire gatti fradici) sono uno di quei gruppi che tanto sarebbero piaciuti a Mario Monicelli. Usciti da pochi mesi sul mercato discografico con il nuovo album intitolato “Vestiti leggeri” (pubblicato per la Picicca Dischi), ho approfittato del loro girovagare lungo la penisola per parlare con Francesco Bottai di questa avventura, partita da Pisa quasi dieci anni fa.

In breve, per chi non vi conosce, vuoi spiegare chi sono I Gatti Mèzzi, come sono nati e cosa vogliono fare da grandi?
Il nucleo centrale de I Gatti Mèzzi è composto da Tommaso Novi (pianoforte, organo, rhodes, voce e fischio) e da Francesco Bottai (chitarra e voce). La band è nata nel 2005 e vuole continuare a scrivere canzoni che siano in grado di farli vivere di musica. Da grandi vogliamo fare tante cose, collaborare con artisti di calibro e riuscire a implementare questa vita artistica che ci piace e che riteniamo davvero interessante. 

Com’è avvenuto l’incontro fra te e Tommaso?
Più che altro è stato l’incontro di un dialetto che, alla fine, è un vernacolo. Il pisano, infatti, non ha le caratteristiche di un dialetto. La lingua italiana nasce dal toscano, quindi diciamo che il nostro vernacolo è molto vicino a un italiano arcaico. L’idea iniziale era di mettere in musica dei pensieri vernacolari. Con il tempo si è raffinata la musica, italianizzandola soprattutto con l’ultimo disco, nel quale il progetto si è provincializzato.

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Facciamo un gioco. Da quando siete nati avete già realizzato cinque dischi; dovendoli descrivere con un aggettivo, uno per uno, cosa direste?
“Anco alle puce ni viene la tosse” (del 2006) è un disco ruspante; “Amori e fortori” (del 2007) è roccioso, tipico toscanismo che si usa per definire un qualcosa di solido. “Struscioni” (del 2009) è raffinato, “Berve fra le berve” è crudo e l’ultimo… diciamo maturo. Sì, potrebbe essere maturo, dai.

L’ultimo disco “Vestiti leggeri” è anche il più intimo che abbiate mai realizzato. È stato un caso o un’esigenza vera e propria?
Diciamo che è stata un’esigenza nella misura in cui il caso entra nell’esigenza. Io e Tommaso scriviamo separatamente e poi ci troviamo per un confronto. È difficile dire come nasce un pezzo ma poi, quando ci si guarda negli occhi, ci si accorge di molte cose. In questo caso ci siamo accorti di aver scritto entrambi cose molto intime. Non avevamo ancora deciso nulla, probabilmente è successo perché c’era questo tipo di urgenza.

Si parla di successi, di fallimenti, di amore e di donne. All’inizio pensavo che “Marina” parlasse di una donna e non di Marina di Pisa.
(ride) Mi fa piacere. Per Marina di Pisa provo un tipo di affetto che può essere paragonato a quello per una compagna; è il paese che mi ospita e che mi ha adottato quando da Pisa sono venuto qui a vivere. È il posto nel quale ho trovato una complicità e una struggenza che mi ha fatto piacere descrivere. Le donne sono presenti senza sconti come in “Lacrima meccanica” che parla di un rapporto spesso difficile con una donna che quando piange chiude ogni tipo di discorso e di confronto; oppure come in “L’amore ‘un lo faccio più”, dove si racconta della stanchezza che può sopraggiungere in un rapporto. Si parla di amore ma anche di paure, di tutte le cose che gli uomini onestamente si trovano a vivere. 

Immagino che le canzoni alle quali siete più affezionati siano quelle che parlano dei figli (“Pepe” e “Furio su ‘na ròta”) e del padre (Soltanto i tuoi baffi).
Sì, assolutamente; sono tre dei pezzi in cui crediamo molto. Aggiungerei anche “Noi”, l’ultimo pezzo dell’album, a cui sono molto legato. Ma quelli che hai citato, a livello sentimentale, sono di sicuro i brani cardini dell’album.

Nel disco c’è un duetto con Dario Brunori; com’è avvenuto l’incontro?
In passato abbiamo avuto a che fare con lui di sfuggita; entrambi abbiamo vinto il Premio Ciampi, in anni diversi, e tre anni fa siamo stati sempre su quel palco per il trentesimo anniversario della morte di Piero Ciampi. In quell’occasione ci lasciò un suo disco; ci piacque molto e ci stupì. Poi, il caso volle che il suo manager vivesse vicino a Pisa, pur avendo come base Firenze. Così ci siamo resi conto che c’era il desiderio comune di collaborare e abbiamo deciso di realizzare qualcosa insieme.

Di recente c’è stata la ristampa in edizione limitata in vinile di “Amori e fortòri”, arricchita dai disegni di Gipi. Ce ne vuoi parlare?
Gipi è toscano come noi e, oltre a stimarlo molto, crediamo anche sia un visionario. Il disco ha molto a che fare con la copertina che ha disegnato. I fortori sono i bruciori di stomaco, quindi gioie e dolori; e quella copertina penso ritragga una zona di Ospedaletto, nella periferia di Pisa. Anche se lavora con Internazionale e ha vissuto a Barcellona e a Parigi, ci ha confessato che per disegnare deve tornare a Pisa. C’è questa cosa che ci univa e la troviamo veramente azzeccata. Per noi è un valore aggiunto poter avere sulla copertina un’opera d’arte, soprattutto se consideri che è stata stampata sul vinile, che ha una grandezza che permette di ammirarla al meglio.

Avete partecipato anche a “L’elefante con le ali di farfalla”, insieme a Bobo Rondelli. Di che si tratta?
Tutto è nato da un’idea di Eva Malacarne; aveva scritto e illustrato alcune storie e cercava qualcuno che le musicasse. Così ci abbiamo pensato e noi e poi le abbiamo interpretate insieme a Roberto, autore molto interessante.

Quali sono i progetti in cantiere?
Per quanto riguarda “Vestiti leggeri” vorremmo avere tante altre occasioni per suonarlo in giro con un’orchestra di undici elementi; per noi sarebbe bellissimo, ma riuscire a portare in giro un’orchestra del genere, soprattutto oggi, non è facile. Vorremmo poi uscire in maniera massiccia dalla Toscana, rafforzare la collaborazione con la nostra etichetta e realizzare anche progetti diversi, magari con gente che noi riteniamo interessante. Ad esempio, abbiamo partecipato a un tributo a Lucio Battisti e abbiamo avuto a che fare con Colapesce. Questo ci può dare le chiavi di accesso a un panorama nazionale. E poi vorremmo realizzare altri bei dischi in futuro.

Iotatola: Pop Corner (intervista)

Le Iotatola sono una band femminile composta da due ragazze palermitane: Serena Ganci e Simona Norato. Le ho incontrate prima della loro esibizione al Santeria Summerclub, dove hanno proposto uno spettacolo su Giuni Russo; abbiamo parlato del loro incontro, del nuovo album e di questo tributo particolare.

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Iniziamo dal 2009. Da una parte c’è Serena con il progetto Serenella e il disco “Scirocco”, dall’altra c’è Simona che passa dalla chiusura del progetto Famelika all’inizio del progetto Di Martino. Giusto?
Simona – Sì, quello è stato l’anno della transizione da un progetto all’altro; con Antonio Di Martino stavamo lavorando alle canzoni del nuovo disco. Nello stesso tempo lui stava cercando un nome per il progetto, senza sapere che quello giusto l’aveva dalla nascita.
Serena – Io vivevo a Parigi ed ero rientrata da poco per colpa del vuoto a forma di Sicilia che si riesce a colmare solo con la Sicilia. Venivo dal jazz e non avevo mai veramente scritto canzoni in italiano, a parte Scirocco che era comunque in dialetto. E rientrando a Palermo trovai un bel fermento musicale.

Come vi siete conosciute?
Serena – Diciamo che a Palermo i musicisti si conoscono quasi tutti di vista. Girando i vari locali ho visto Simona suonare e un giorno le ho chiesto se voleva ascoltare le cose che avevo scritto. Ricordo che ascoltammo i provini in un parcheggio, nella sua auto, e alla fine mi disse: “Sono belle ma vanno sporcate”. Io venivo da un percorso più accademico e quella frase mi rimase impressa. Ricordo anche il primo giorno di prove in cui spuntai con gli spartiti e lei disse “E quelli, cosa sono?” (ridono). Abbiamo iniziato a lavorare con l’idea di montare una band; poi mi ha suggerito di iniziare a suonare la batteria e non cantare soltanto. Tutto è successo in modo naturale.

Nel 2010 è arrivata la vittoria a Musicultura con la canzone Addio; eravate già sul palco insieme, anche se il progetto era sempre a nome di Serena Ganci.
Serena – Avevo inviato un brano a Musicultura e, superata la prima selezione, ho chiesto a Simona se voleva venire con me; le Iotatola sono nate lì. Fin dalle prime selezioni ci siamo rese conto della forza che aveva il nostro incontro, anche grazie alla risposta positiva del pubblico e dei giurati. Abbiamo suonato prima esibendoci solo con chitarra e voce e poi aggiungendo un pezzo alla volta, la grancassa, il timpano. Vincere è stata una grande soddisfazione e l’anno successivo abbiamo fatto uscire il primo disco, “Divento Viola”.

(foto di Peppe Mangiaracina)

(foto di Peppe Mangiaracina)

Disco che è stato accolto molto bene dalla critica e al quale il pubblico si è subito avvicinato con interesse.
Simona – Sì, anche se ovviamente il pubblico è più legato ad alcuni brani, quelli che sono stati spinti di più come “Il Principe azzurro”, in cui molti della nostra generazione si rispecchiano, o “Divento viola” con l’ingoiare i parenti e tutto quello che sta non si sopporta. Però hanno anche ascoltato il resto del disco, che non è esattamente come i primi estratti, è più complesso, più sperimentale. Comunque i dischi non si vendono (ridono).

Un’altra risposta molto bella da parte del pubblico l’avete ottenuta raccogliendo € 4.000 tramite MusicRaiser, per realizzare il secondo disco che esce ufficialmente il 10 settembre e si intitola Pop Corner.
Simona – Devo dire che il nostro pubblico è sempre particolarmente affettuoso. Abbiamo fatto lo sforzo di abbattere quella barriera che spesso c’è fra chi canta e chi ascolta, creando una sorta di comunicazione. Quest’anno l’affetto del pubblico si è manifestato proprio con il raising. Hanno acquistato in anticipo un disco che non sanno com’è, sulla fiducia. Trovo che sia una cosa straordinaria, soprattutto in un momento di crisi come questo.

Che disco ci dobbiamo aspettare?
Serena – Il titolo dice tutto: è l’angolo pop delle Iotatola, Ci siamo volute cimentare nel vero pop e ci siamo divertite. Nonostante il primo disco, molto più sperimentale, noi abbiamo davvero un potenziale pop, nel senso proprio di popolare. Riteniamo che il popolo non sia ignorante ma sono le radio e le televisioni a renderlo tale. Abbiamo voluto fare un disco pop e credo sia riuscito abbastanza bene; ci sono cinque potenziali singoli, adatti alle radio, e dei b-side che si avvicinano di più alle sonorità del primo disco.

(foto di Peppe Mangiaracina)

(foto di Peppe Mangiaracina)

Ci sono anche collaborazioni?
Simona – In un brano compare Samuel dei Subsonica. Gli abbiamo mandato un nostro brano, l’ha sentito e, con molta umiltà, si è preso del tempo per scrivere un nuovo ritornello, cosa non facile e scontata.
Serena – Il nostro era un bel ritornello ma lui ne ha realizzato uno decisamente più bello; e lì capisci cosa vuol dire aver imparato il mestiere e quanto sia bello potersi confrontare. Per problemi logistici, però, abbiamo lavorato a distanza.
Simona – Ci siamo incontrati solo pochi giorni fa. È venuto a sentire in un locale il nostro tributo a Giuni Russo e alla fine del concerto è stato bello fermarsi a parlare. Ci ha incoraggiato per questo nostro passo verso il pop, verso qualcosa per noi di nuovo. Sai, quando sei un indipendente devi rispondere solo a te stesso ma quando firmi un contratto discografico ci sono tante aspettative e se da una parte c’è maggior possibilità che qualcosa accada e dall’altra hai anche dei vincoli.

Questa sera vi esibite proprio con l’omaggio a Giuni Russo; com’è nata l’idea?
Serena – Già da tempo volevamo fare un tributo a una donna siciliana; in un primo momento abbiamo pensato a Carmen Consoli ma poi abbiamo deciso per Giuni Russo, nonostante, il suo, sia un repertorio davvero complesso e articolato. Lei ha una tessitura vocale che è molto lontana dalla nostra. Non è stato semplice lavorarci, ma alla fine siamo riuscite a trovare la nostra chiave di lettura. È stato anche molto gratificante perché le canzoni sono molto belle e lei è talmente contemporanea che in questo momento è molto più vicina a noi rispetto alla Consoli. Per noi è anche stato uno stimolo; non a caso il nuovo disco ha anche questo tipo di sonorità.
Simona – C’è anche da dire che siamo innamorate delle avanguardie siciliane, che esistono da sempre in Sicilia. Pensa che negli anni cinquanta il Maestro Eliodoro Sollima ha scritto delle partiture e, per tre anni, ha fatto credere a tutti che erano di Franz Liszt, che le aveva ritrovate. La stessa Giuni era sicuramente un’avanguardista che è stata prima soffocata e poi dimenticata, assassinata dai discografici. E la cosa più naturale era realizzare uno studio sulle sue canzoni, cercando di accendere, almeno in questo modo, la memoria sull’opera nella quale ha investito tutta la sua vita.

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Quali canzoni ci saranno nel live?
Serena – Ci siamo concentrate sulle cose più vicine al nostro gusto e alla nostra poetica. Il repertorio comunque è quello degli anni ottanta, compresa la collaborazione con Franco Battiato. Quindi canzoni come: “Champs Elysées”, “Mediterranea”, “Una vipera sarò”, “Un’estate al mare” e “Strade parallele”.

Entrambe siete state parte attiva de L’Arsenale; ci volete parlare un po’ di questa esperienza, a che punto si trova adesso?
Simona – In questo momento è in una fase di stanca. L’Arsenale è nata dalla voglia di fare rete, dal desiderio di mettere in contatto artisti più piccoli, di tutti i settori e di tutti i tipi di arte, per creare cultura, per creare eventi. In una certa misura è anche successo. All’inizio è stato bello e molto motivante, con tanta partecipazione, poi qualcosa si è spento. Forse è una cosa genetica dei siciliani; partiamo sempre con un’incredibile energia iniziale e poi tutto va scemando. Abbiamo difficoltà a comunicare con il resto della nazione. Se capita una cosa in Italia lo sappiamo subito, ma al contrario no. Sono nate belle cose, ma ora è tutto un po’ fermo.
Serena – Purtroppo quando queste cose assumono un valore un po’ troppo politico, perché fare cultura è già politica, tutto si sgretola. Comunque sono nati degli incontri, delle collaborazioni che restano. Tutti noi abbiamo avuto delle esperienze molto forti. Sentiamo il bisogno del confronto, sentiamo cosa fa in studio l’altro, e tutto questo ci aiuta a crescere. L’Arsenale, dal punto di vista umano e artistico, ha creato uno zoccolo duro che è rimasto e che si consolida ogni giorno di più, anche grazie al continuo confronto.

C’è un libro che vi ha cambiato, se non la vita, almeno una giornata?
Simona – Non è un libro di narrativa: è Psicomagia di Jodorowski. Nella psicomagia e nelle sue teorie ho trovato delle cose che stavano prendendo forma nella mia testa, talmente fuori dal reale che non volevo darle credito ma ritrovarle su quelle pagine mi ha fatto sentire una pazza molto sana. Credo in quella filosofia del desiderio che fa succedere le cose e che cambia gli eventi, che fa arrivare le persone che desideri, gli atti psicomagici.
Serena – Io ultimamente ho letto un libro che, anche se non mi ha cambiato la vita, mi ha abbastanza sconvolto; è L’arte della gioia di Goliarda Sapienza. È bellissimo. Essendo donna mi sono rivista in questa donna catanese, a cavallo della seconda guerra mondiale, un’anarchica rivoluzionaria e una bisessuale. In queste pagine leggo della contemporaneità che probabilmente non c’era allora in Italia. È stato un bel romanzo e l’ennesima dimostrazione di quanto questo paese sia avanti.
Simona – Leggo anche Pavese e quest’anno ho scoperto Patrizia Cavalli. L’ho scoperta attraverso la musica, perché ha collaborato con Diana Tejera; a marzo le ho viste in concerto a Roma, al Valle. Ha una voce propria, è fantastica.

So che in passato avete fatto anche le selezioni di Sanremo.
Serena – È il mio sogno da bambina, magari è un po’ tamarro ma ho questo sogno. Siamo arrivate fino all’ultima selezione per Sanremo Giovani ma poi ci hanno fatto fuori. Continuo a pensare che sia una bella vetrina, ma non bisogna basare tutto su quello. Il problema di questo mondo sono gli addetti ai lavori che non sono veramente addetti (sorride).

Antonio Di Martino e Simona Norato

Antonio Di Martino e Simona Norato

Dimartino, nell’ultimo ep, ha inciso “Come fanno le stelle”, brano scritto da Simona. Nei giorni scorsi l’ho intervistato e l’ultima domanda è proprio una sua curiosità: vuole sapere se la versione che ha fatto del tuo pezzo, ti piace, perché non l’ha ancora capito.
Simona – (ridono) Mi piace molto e credevo di averglielo fatto intuire. Essendo nata voce e chitarra sarò sempre legata alla versione in acustico, ma da tantissimo tempo speravo che Antonio si potesse innamorare di un mio brano. Il fatto che l’abbia incisa, mi ha dato una gioia immensa, quasi fosse una maternità.

© a cura di Marco Annicchiarico

Marco Iacampo: il certo e l’incerto (intervista)

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I meno distratti di voi sanno già chi è Marco Iacampo (Mestre, 1976). Vuoi perché l’hanno ascoltato grazie al progetto Goodmorningboy, vuoi perché l’hanno conosciuto con il brano Che bella carovana nella compilation Il Paese è reale, realizzata nel 2009 dagli Aftherhours.

Ai premi vinti negli anni novanta con il gruppo Elle (Ritmi Globali, Arezzo Wave) ha fatto seguito negli anni zero il progetto solista Goodmorningboy, che l’ha portato a suonare anche all’estero. Molte le collaborazioni tra cui Alessandro “Asso” Stefana (Capossela, Marco Parente), Andrea Franchi (Paolo Benvegnù) e Lorenzo Corti (Cristina Donà, Cesare Basile). Nel 2010 il primo disco firmato Marco Iacampo e il ritorno all’italiano. Nel novembre 2012 il nuovo disco, coprodotto con Michele Bitossi e la sua The Prisoner Records e la Urtovox. Un disco che è un piccolo gioiello.

Dopo gli Elle e Goodmorningboy tre anni fa ti sei presentato per la prima volta come Marco Iacampo. Cosa ti ha spinto a chiudere un progetto che aveva avuto buoni riscontri e a ripartire usando il tuo nome? Solo la voglia di cantare in italiano?
Goodmorningboy era una maschera, ben congegnata, ma una maschera. Ed a un certo punto ho deciso che non volevo più indossarla, con tutte le conseguenze del caso. A farmi iniziare a scrivere in italiano, forse, è stato il destino.

In che senso?
In realtà sono stato spinto, in qualche modo. Ero in una sorta di stallo creativo ed esistenziale. Mi ero trasferito a Milano per cercare l’oro… Una sera, uscito di casa, incontro Manuel Agnelli che mi chiede cosa sto facendo di nuovo. Lui, visto il mio stato di evidente confusione, mi ha consigliato di prendere uno dei miei talenti e direzionarlo verso la gente. Sono andato a letto con questo pensiero e al risveglio ho pensato che avrei provato a scrivere qualcosa in Italiano. Ho preso una canzone di JJ. Cale, “Magnolia”, e l’ho tradotta e adattata. Da quel momento scrivo solo in italiano.

Pochi mesi fa è uscito Valetudo, un disco acustico dotato di un’elettricità interiore, con canzoni scritte come se fossero delle favole e a volte come se fossero delle filastrocche (penso a Trecento). Com’è nato?
È nato dalla voglia di semplicità e di provare a fare qualcosa con le mie capacità di musicista. Qualcosa che fosse, nel contempo, piccolo e grande, forse da guardare con la lente, come le cartine geografiche.

Perché hai voluto inserire due brani strumentali?
Ho sempre scritto brani strumentali, era giunto il momento di cominciare a inciderli. La mia compagna mi ha dato l’ultima spinta.
Valetudo è il nome del disco ed è uno strumentale. È una magia riuscire a dire delle cose senza le parole.
É quello che cerco di fare anche quando ci metto la voce.
La musica è una cosa superiore.

foto di Federico Favaron

foto di Federico Favaron

Trovo che Valetudo sia stato uno dei dischi migliori usciti nel 2012. Com’è stato accolto dal pubblico?
Grazie. Finora molto bene, i concerti sono sempre più seguiti. Auguro a Valetudo una lunga vita.

Hai sempre avuto delle collaborazioni per i tuoi lavori. Penso a Asso Stefana e Andrea Franchi per il progetto Goodmorningboy e a Enrico Gabrielli e Airin per il precedente lavoro. Ammetto che non mi aspettavo né di trovarti in versione acustica né di trovare il tuo vecchio compagno di viaggio Nicola Mestriner (ex Elle).
É un disco intimo non intimista. Perchè è nato nell’intimità di un’amicizia, quella con Nicola. Non poteva essere altrimenti.

I disegni all’interno del libretto fanno parte di un progetto più ampio o è una mia impressione?
Disegno spesso ultimamente, invece che dipingere. Vorrei parlarti di un progetto più ampio ma per ora sono solo una serie di disegni.

Come nascono le tue canzoni?
Le migliori nascono da parole che hanno in se stesse la musica e il ritmo. Mondonuovo per esempio è nata così, parole e accordi. Mentre facevo altro con la chitarra in mano, “aaaah è questo il mondo ma che voce haaaa” etc.

Hai iniziato a suonare quasi vent’anni fa, prima con i Lex Nigra e poi con gli Elle. Cos’è cambiato da allora?
Molto. Tutto. Il gioco si è fatto duro…eheh…
Ma non ho mai cambiato il mio obiettivo, quello di scrivere una buona melodia da cantare.

Ho conosciuto cantanti che ascoltano solo musica e altri che invece non ascoltano molti dischi ma leggono tantissimo. Tu, da che parte stai? Qual è il tuo rapporto con i libri?
La musica è sempre un territorio di scoperta ed esplorazione ma posso dire che seguo delle personalissime rotte, che non son quelle delle ultime uscite discografiche. Per quanto riguarda i libri, ultimamente ho un rapporto difficile. Da quando è nata mia figlia lettura e pittura son diventate qualcosa che devo ricreare. La musica riesce a trovare il suo spazio, il resto va cercato un po’ di più. Ho comunque prediletto sempre certe cose antiche. Dai testi sacri a vecchie storie di popolazioni sconosciute. Mi affascina il mistero, anche quando si tratta di esplorare la storia della cultura musicale, che molte volte diamo per scontata.
Ci sono periodicamente delle opere dell’uomo che lasciano il segno, che danno inizio a qualcosa o che rappresentano il culmine di un processo. Mi interessa questo. E di solito in queste opere c’è parola e c’è vita e c’è musica.
Come nei proverbi.

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C’è un libro che reputi fondamentale?
Diciamo che non c’è niente di fondamentale, a prescindere; e dipende anche da cosa te ne fai di quello che leggi. Uno dei miei libri fondamentali è stato “Il manuale del giovane esploratore” di Sara Guiotto.
Mi ha fatto capire sin da piccolo quanto era importante l’idea che in ogni luogo e in ogni storia c’è tutto da scoprire e niente di scontato.
Ma non so con chi potrei condividerlo.

Nel brano “mondonuovo” hai scritto “cerco un canto che ha un suono bellissimo”; pensi di averlo trovato?
Spero di no. Finirebbe la mia ricerca. Ma diciamo che ci son cose che canto che mi soddisfano parecchio.

Hai qualche progetto in mente da realizzare da qui a breve?
Si, suonare molto ancora queste canzoni. Poi per settembre è pronto un video live in uno studio di Genova con una bella e diversa versione di Trecento. Sto inoltre registrando delle canzoni, vecchie cose di Elle, di Goodmorningboy e un paio di cover; dovrebbero uscire scaricabili a settembre.

Questo è quello che di certo posso dire.
Sull’incerto sto impiegando tutte le mie capacità realizzative.

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Questo sotto è il video del concerto di presentazione del disco Valetudo tenuto insieme al violoncellista Enrico Milani in data 8/3/2013 a Manduria.