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La lettura nell’era di Internet

Renoir - La lettrice

P. A. Renoir – La lettrice (1876)

La lettura nell’era di internet

A pensarci bene, la lettura è un atto necessariamente individuale, molto più dello scrivere.

Italo Calvino

Ho riletto poco tempo fa il prezioso articolo-saggio di Marcel Proust, Sulla lettura. Concepito all’inizio come introduzione alla versione francese del libro di John Ruskin, Sesame and Lilies, fu poi ripubblicato come articolo autonomo fino a essere incluso, sotto il titolo Journées de Lecture, nel suo Pastiches et Mélanges (1919). Il breve saggio (versione italiana curata da Anna Luisa Zazo, I ed. Mondadori, 1995), realizza una densa analisi sul senso della lettura – e della letteratura – e sul ruolo che essa svolge nella vita del lettore. Lettore di libri, s’intende. Le sensazioni trasmesse sono suggestive e mettono in risalto un fatto significativo del leggere. Sin dai primi righi Proust evoca – con un senso di memoria lontana ma che al tempo stesso sta dietro l’angolo – «i giorni trascorsi in compagnia di un libro molto caro» e, nel descriverne gli attimi, egli effettua un’impressionante dilatazione del tempo, un’estensione del momento nell’immergersi nelle pagine di un’opera.

Proust ha dimostrato come, durante la lettura, tempo, dedizione e attenzione sono fattori necessari poiché correlati ad una risonanza interna, ovverosia a come questa agisca in noi e permetta alle parole di scendere e maturare nella nostra mente, avviando un processo di conoscenza profonda e di creatività di pensiero. Insomma, in maniera romantica, ma ugualmente coerente con le attuali teorie sulla percezione e i processi cognitivi, Proust ci dice che la lettura è una passione, ma non è una corsa, è un percorso, ragion per cui realizza un momento soggettivo e distensivo, producendo una sedimentazione nella nostra coscienza. L’argomento mi riporta a un’intervista, disponibile in rete (per intenderci, su Youtube a questo collegamento) dove fu chiesto a Jorge Luis Borges se la società dovesse essere informata e lo scrittore rispose che sarebbe stato più corretto affermare «qu’il y a trop d’information», portando l’esempio del Medioevo, in cui c’erano pochi libri ma quei libri venivano letti. Borges butta la pietra sul versante opposto, facendo intendere come l’eccessiva informazione di superficie – di cui inoltre bisognerebbe sempre verificare l’esattezza – connessa a tempi troppo brevi di fruizione sacrifichi l’elaborazione analitica e critica di concetti raffinati, la cui conseguenza produce scarsa e inadeguata qualità dell’informazione e bassa ricettività da parte del lettore. A ben guardare, la ripercussione a lungo termine di questo fenomeno è negativa sia sul piano dello sviluppo intellettuale dell’individuo sia sulla cosiddetta alfabetizzazione. Da Proust all’alfabetizzazione il volo sembrerebbe forzato. Non proprio.

Un articolo scritto da Edward Tenner pubblicato sul New York Times il 26 Marzo 2006, disponibile qui sul sito ufficiale, intitolato Searching for dummies, (In cerca di fantocci) fornisce dati impressionanti, le statistiche rese note a Dicembre 2005 dal National Center for Education Statistics riguardo l’uso di informazioni stampate e scritte in funzione dello sviluppo delle conoscenze e delle potenzialità soggettive (sito http://nces.ed.gov). Mark Schneider, commissario del centro, ha dichiarato: «the number of college graduates able to interpret complex texts proficiently had dropped since 1992 from 40 percent to 31 percent» (è consultabile sul sito la sintesi del documento da parte dello stesso Schneider). Da una ulteriore indagine effettuata in territorio inglese è inoltre scaturito che gli studenti universitari non solo sono scarsamente preparati, ma persino «less teachable», meno ricettivi. Secondo Tenner il cuore del problema è l’inattendibilità o la scarsa efficienza dei motori di ricerca, e fra questi chiama in causa l’odiosamato Google. È giusto precisarlo da subito, qui non si intende demonizzare il mondo della rete né i relativi strumenti, un motore di ricerca ritorna utile, se però viene impiegato nell’applicazione di un corretto e coerente criterio di lettura e di analisi accompagnata al rigore della selezione. Vale tuttavia la pena ricordare una cosa: i motori di ricerca si basano su un sistema di elaborazione affine al concetto della citation analysis, l’analisi della citazione, per cui la ricerca viene elaborata dal motore pescando non tanto l’informazione esatta quanto l’informazione rilevata dalla frequenza con la quale questa viene linkata dai vari siti internet e blog sostenuti dall’indice di gradimento (il cosiddetto rating) ma di solito si rivelano irrilevanti o addirittura mediocri. Quella determinata informazione, passata di sito in sito, verrà per così dire snaturata. Per Tenner la lettura e il reperimento di informazioni tramite i motori di ricerca può avere effetti dispersivi poiché i primi risultati restituiti dallo schermo saranno dei siti web che con quell’informazione avranno poco o nulla in comune. L’effetto sarà duplice, in particolare per chi mancherà o non applicherà i procedimenti necessari per strutturare le proprie indagini di lettura: da una parte l’utente verrà bombardato da una miriade di informazioni non connesse alla ricerca o comunque saranno informazioni inattendibili, dall’altra non avrà raggiunto la sua finalità preposta.

Dall’articolo di Tenner passiamo ad un’accurata indagine ISTAT dell’anno 2010-2011 il cui report intitolato La produzione e la lettura di libri in Italia è stato pubblicato on line il 21 maggio 2012 (il testo integrale è scaricabile dal sito ufficiale ISTAT, su questo collegamento). La statistica è sfaccettata, ma, pur registrando rari andamenti positivi riguardo il mercato e il mondo della lettura, il bilancio resta negativo. Sarebbe interessante ragionare su tutte le cifre fornite in quanto riflettono la sofferenza del settore editoriale ricollegato al prospetto della vendita e della fruizione, ma la finalità è evidenziare come leggere e trovare informazioni in rete non sia così proficuo come si pensa e vada a discapito sia della lettura sia del libro. Se nel 2011 «la quota più alta dei lettori si riscontra tra i ragazzi e le ragazze con età compresa tra 11 e 17 anni (60,5%)» e quindi avere genitori lettori rappresenta un fattore di influenza nei comportamenti di lettura dei figli, cioè il 72% dei ragazzi tra 6 e 14 anni con entrambi i genitori lettori, contro il 39% di quelli i cui genitori non leggono, si nota un altro dato da non trascurare: l’ISTAT afferma che «una famiglia su dieci non possiede libri in casa», ciò si traduce con il 9,9% (più di due milioni di famiglie), ed è comunque troppo se paragonato a chi possiede poco più di 200 libri, cioè il 7,2%! I lettori deboli di 16-24 anni costituiscono il 92,3% dell’utenza di internet, e la percentuale aumenta con il crescere del numero dei libri letti. Tuttavia i ragazzi non-lettori, sempre di fascia 16-24 anni, ma utilizzatori di internet rappresentano il 79,9%.

Internet rappresenta un ingresso alternativo per avvicinarsi alla lettura. Alternativo, ma non corretto per quanto concerne l’approfondimento culturale e in definitiva il piacere di leggere. Non si tratta, si diceva pocanzi, di biasimare il mondo della rete in sé, ma l’uso smodato e incontrollato e le conseguenze di tale uso. Per l’utente l’informazione letta dalla rete nel modo più facile e nel tempo più breve sarà quella prodotta con meno dispendio di energie e sarà più alla portata. Avrà, per così dire, preso la scorciatoia! Vale a dire, non avrà attivato una percezione selettiva e sensibile. In altre parole – può sembrare un’offesa ma è in realtà un dato scientifico – non avrà attivato i processi di elaborazione tipica dei neuroni ‘specializzati’ alla lettura. All’utente sembrerà di aver risparmiato tempo, energie e di aver trovato l’esito più sicuro, in realtà si sarà fermato solo aldiquà di una lettura concepita male alla quale avrà sacrificato non solo lo scopo della sua indagine, ma persino il piacere.

La sostituzione del libro con la rete sta diventando una tendenza comune, si ricorre ad uno strumento improprio che influirà sul percorso di conoscenza. Non credo sia necessario, tanto è chiaro, evidenziare come questo meccanismo determini pure il suo impatto negativo sul piano di una corretta acquisizione linguistica, soprattutto se alle grammatiche e ai dizionari vengono preferite risorse insufficienti prese dalla rete senza una selezione.

In definitiva l’autore della Recherche vuole ricordarci che leggere un libro genera salute sia mentale che interiore. Egli ne descrive l’importanza non perché la lettura si sostituisca alla vita, ma al contrario le sia di sostegno: «Fino a quando la lettura rimane l’iniziatrice le cui chiavi magiche aprono per noi nelle profondità di noi stessi la porta delle dimore in cui non avremmo saputo penetrare, il suo ruolo nella nostra vita è salutare». La lettura è quella fase in cui viene avviato un impulso, creativo e conoscitivo insieme, e pertanto necessita di quelle condizioni per far scaturire la riflessione. Certo all’epoca dello scrittore francese non esistevano pc, internet, ebook et similia. Ma se per Proust nemmeno la «conversazione più alta» fatta con un conoscente è paragonabile alla lettura di un libro perché la conversazione non produce «l’attività originale», ossia l’inventiva dei nostri neuroni, mentre la lettura sì; e se per Borges il giornale può risultare un mezzo abusato (come internet) nel fornire troppe informazioni – non sappiamo se attendibili o meno – mentre il libro permette di accedere ad una estensione più profonda e matura del nostro pensiero, significa che i nostri due scrittori hanno realizzato una classica difesa del libro? No. Lo scopo, per loro, era di riportare l’interesse verso il recupero della dimensione della lettura. Questa dimensione richiede di fermare l’orologio e dialogare con le pagine affinché la saggezza di quel determinato libro possa incitare alla determinazione di una propria: «Sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dell’autore, e vorremmo che ci desse risposte, mentre può darci soltanto desideri. E quei desideri, non può ridestarli in noi se non facendoci contemplare la bellezza suprema che l’estremo sforzo della sua arte gli ha permesso di raggiungere». Il termine saggezza non è qui connesso alla ricchezza del sapere e alla disquisizione forbita, bensì al fatto che leggere permetta la conoscenza di sé e lo sviluppo di un’inclinazione. Proust sembra anticipare Hesse nel cui saggio Una biblioteca della letteratura universale troviamo: «La lettura […] deve concorrere a dare alla nostra vita un significato sempre più alto e più pieno.»

La lettura di un libro è in definitiva una lettura di se stessi, del nostro essere e del nostro voler-essere. È questo un dono che nessuna tecnologia può sostituire.

© Davide Zizza