Interlinea

Maria Borio, Trasparenza (rec. di Giorgio Galli)

Maria Borio, Trasparenza, Interlinea 2019

Cos’è la trasparenza per Maria Borio? La quarta di copertina del libro recita: «È la sintesi tra ciò che è puro e ciò che è impuro nel mondo. È una sintesi creata dal mondo digitale in cui viviamo, liquido e trasparente: un grande vetro attraverso cui traspaiono, mescolati, il puro e l’impuro, l’uomo con la sua natura da una parte e la tecnologia senza ruoli dall’altra. E se nella dimensione digitale tutto è interscambiabile, resta la scrittura a trovare le differenze tra noi e il mondo». In questa breve definizione troviamo alcune delle parole-chiave che ricorrono nella raccolta: puro e impuro, ma soprattutto attraverso e tra. Ho ascoltato dalla voce di Maria Borio un vivido esempio: la trasparenza nasce da un lavoro simile a quello del vetraio, che ricava il vetro da due materiali violenti come la terra e il fuoco, e li armonizza. L’armonia a sua volta non è pace, ma equilibrio ottenuto da un potenziale conflitto: il verbo greco armòzo in Omero significa raccolgo, unisco, e solo in senso lato “armonizzo”.
Dunque la trasparenza si genera da contrasto e lotta: lotta, prima di tutto, per esistere. L’opposizione primaria tra essere e non essere è il crinale che attraversa come un’ombra perturbatrice la raccolta. Da una parte l’esaltazione di un’esperienza sovrapersonale, la bellezza limpida della ricerca del puro; dall’altra il rischio dell’indistinto, della notte in cui tutte le vacche sono nere (entrambe forse simboleggiate dalla figura di Alejandra Pizarnik, citata in una poesia della prima sezione). Sia la parola che l’uomo lottano per non sprofondare nell’indistinto. La parola è vivissima, e non è opposta al silenzio, ma al nulla. La parola e il silenzio definiscono, al limite feriscono.

«Silenzio: con quale altra parola vuoi raggiungermi?
[…]
Con quale altra parola vuoi toccarmi?
[…]
Con quale altra parola cerchiamo di vivere per sempre?»

Basta poco perché, anziché elevarsi nella trasparenza, si sprofondi nel nero e nella notte. L’acqua, sostanza trasparente per eccellenza, ma anche pericolosa e scivolosa, affiora come da un incubo nella poesia della Borio:

«Il mare è davanti a noi, noi siamo davanti al mare.
Nell’acqua trasparente immaginiamo pesci-ago,
tutto è una notte che galleggia nell’alba -nel fondo
cadono foglie e ferri, si incontrano l’alba e la notte.» (altro…)

«Autografo» 58. Natalia Ginzburg

AA.VV., «Autografo 58» Natalia Ginzburg, a cura di Maria Antonietta Grignani e Domenico Scarpa, Interlinea 2018

Il numero 58 della rivista «Autografo» (2018), fondata da Maria Corti e diretta da Maria Antonietta Grignani e Angelo Stella, è un volume monografico dedicato a Natalia Ginzburg che affronta “neo-geograficamente” la scrittura di un’autrice che, sempre di più in questi anni, è tornata all’attenzione della critica non solo specialistica. Una delle ragioni che muovono questa pubblicazione, come segnalato nella premessa dalla stessa Grignani e da Domenico Scarpa, è il convegno organizzato da Giada Mattarucco all’Università per Stranieri di Siena (14-15 marzo 2017), a breve distanza dal centenario della nascita della scrittrice.
Non soltanto affondi plurimi nel mondo culturale e letterario della Ginzburg, da angolazioni diverse, a segnare un territorio che possa proporre la sedimentazione di alcuni aspetti dell’opera forse non considerati sinora o del tutto trascurati − anche gli autori più indagati, spesso, nascondono nelle pieghe dei loro materiali, qualcosa di inedito, ancora da decifrare. Ciascun saggio restituisce quella «difficoltà a parlare di sé» proposta da Alessandra Ginzburg come qualità peculiare della madre Natalia (pp. 11-14), una “complessità” incarnata anche nel ruolo di intellettuale che lei ricoprì durante il secondo Novecento, che trova tuttavia origine nel periodo che precedette la seconda guerra mondiale, in un territorio − come scopriremo anche da questa pubblicazione − in cui si fondano alcune prospettive future della nostra. L’espressione di una creatività polimorfa l’ha portata, infatti, a perseguire “rotte” inattese che, nel volume, riescono a presentarsi in primo piano e concorrenti a rendere il dibattito critico sulla scrittrice più attuale e peculiare.
Fatta eccezione per Scarpa, la raccolta vede una presenza tutta al femminile di studiose che si sono misurate con un diverso approccio alla scrittura di Ginzburg, scoprendo “territori” fecondi, interni o inversamente esterni all’opera; questi critici sono stati in grado di tracciare percorsi di comparazione che amplificano l’eco ginzburghiana anche nel panorama della letteratura internazionale, e rivelano l’importanza di dettagli non marginali connessi al lavoro editoriale, portato avanti dal secondo dopoguerra in poi come sappiamo soprattutto con la casa editrice Einaudi. Se ciò potrà apparire atteso e anche un po’ vago, una più attenta lettura dei singoli scritti evidenzierà i legami che ciascun saggista ha saputo intessere con gli altri, in un libro ricco di ispirazione anche per studi futuri. (altro…)

Giovanna Cristina Vivinetto: due poesie da “Dolore minimo” (Interlinea, 2018)

vivinetto dolore minimo

 

A quel tempo ogni cosa
si spiegava con parole note.
Sillabe da contare sulle dita
scandivano il ritmo dell’invisibile.

Tutto era a portata di mano,
tutto comprensibile
e immediatamente dietro l’angolo
non si annidava ancora l’inganno.

La poesia era uno scrupolo
d’altri tempi, un muto richiamo
alla vera natura delle cose.
Così dissimulata da confondersi
con i palloni, con le bambole
dell’infanzia.

In quei tempi non c’erano disastri
da centellinare, difformità
da curare dentro abiti larghi,
padri da rifiutare e nomi
da pedinare in fondo agli stagni.

Finché non è arrivato il transito
a rivoltare le zolle su cui il passo
aveva indugiato, a rovesciare
il secchio dei giochi – richiamando
la poesia invisibile che mi circondava.

Non mi sono mai conosciuta
se non nel dolore bambino
di avvertirmi a un tratto
così divisa. Così tanto
parziale.

 

Quando nacqui mia madre
mi fece un dono antichissimo,
il dono dell’indovino Tiresia:
mutare sesso una volta nella vita.

Già dal primo vagito comprese
che il mio crescere sarebbe stato
un ribelle scollarsi dalla carne,
una lotta fratricida tra spirito
e pelle. Un annichilimento.

Così mi diede i suoi vestiti,
le sue scarpe, i suoi rossetti;
mi disse: «prendi, figlio mio,
diventa ciò che sei
se ciò che sei non sei potuto essere».

Divenni indovina, un’altra Tiresia.
Praticai l’arte della veggenza,
mi feci maga, strega, donna
e mi arresi al bisbiglio del corpo
– cedetti alla sua femminea seduzione.

Fu allora che mia madre
si perpetuò in me, mi rese
figlia cadetta del mio tempo,
in cui si può vivere bene a patto
che si vaghi in tondo, ciechi
– che si celi, proprio come Tiresia,
un mistero che non si può dire.

 

Giovanna Cristina Vivinetto, Dolore minimo, Interlinea, 2018

[è possibile leggere altre poesie di Vivinetto qui]

Rossella Frollà, Eleanor (Nota di Enzo Rega)

Rossella Frollà
Eleanor. Non fummo mai innocenti: dalla Bosnia alla Siria

Nota di Enzo Rega

 

Un libro complesso questo di Rossella Frollà, Eleanor. Non fummo mai innocenti: dalla Bosnia alla Siria, Interlinea Edizioni, 2017: una poesia civile che ha però una sua particolarissima declinazione. Il libro affronta alcuni dei fatti storici o delle emergenze umanitarie più gravi dei nostri tempi – dalla guerra in Bosnia del 1992-95, all’attentato dell’11 settembre a New York e agli attacchi terroristici recenti di Parigi e Bruxelles, alla guerra in Siria, con sullo sfondo perennemente la drammatica questione degli sbarchi a Lampedusa o in Grecia. Ma benché Eleanor, che dà il suo nome al libro e voce agli eventi, sia una reporter, questi fatti non sono vissuti sul piano della cronaca, anche se i riferimenti agli accadimenti sono ovviamente presenti. Quello che la poesia registra è invece l’impatto dei fatti su chi ne viene a conoscenza: quello che qui conta è il loro riverberarsi nella coscienza che li rielabora e ne espone l’essenza in una scrittura alta, universalizzante. I testi, i singoli poemetti, si articolano in un macro-testo – il poema che ne scaturisce – nel quale Eleanor interloquisce, ma non nei toni di un dialogo corrente e corrivo bensì elevato, con Anima e Verità, mentre interviene come nella tragedia greca il Coro; e qui e là compaiono altre figure, come l’Ombra (nel poemetto La principessa).
Nella Premessa, vengono specificati i diversi “ruoli”: Anima e Verità «trasportano la fragilità che è in noi con tutti i suoi detriti. […] Il Coro puntualizza i fatti e l’Io della reporter imbocca le stanze delle domande e vive autenticamente le contraddizioni del mondo in una realtà immaginifica, visionaria mai destituita di senso, nella coincidenza delle cose tra Verità e Bellezza, in quell’andare oltre anche del male» (p. 5). E l’autrice cita di seguito i suoi stessi versi: «Le bombe e le granate a Sarajevo/ e le botteghe a Djerba e Marshalam/ illuminavano le nuche scure/ nelle parabole di primavera». E la primavera appare come un simbolo di rinascita contro il cielo foscamente illuminato dalle bombe. I nomi fatti in questi versi già disegnano un’ampia zona che costeggia tutto il Mediterraneo, centro di almeno una parte delle storie che attraversano questo libro. Da Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina, ai piedi dei Monti Dinari; a Djerba – isola tunisina dove si sono incontrati berberi, arabi, ebrei e popolazioni africane; a Marsa Alam, in Egitto, sulle coste orientali del Mar Rosso: antica località di pescatori il cui nome (possiamo notare) richiama quello della nostra Marsala, ovvero il Porto di Allah. (altro…)

I poeti della domenica #242: Maria Luisa Spaziani, “Epilogo” (“Giovanna d’Arco”)

 

Epilogo

Tutta la notte la sognai gridando,
piangendo dentro il più angoscioso sogno.
Era lei, Caterina, l’infelice
“regina delle Streghe”? La rividi,
macilenta bambina che danzava
con gli occhi fissi a un cupo sortilegio,
presso il bosco di casa, sotto i rami
pagani della “quercia delle fate”.

Lei, quella buia figlia di regina,
si era arrogata un titolo fatale.
Dov’era andata? Quali conciliaboli
l’avevano irretita e poi perduta?
«Io mi assumo la croce» avevo detto
la notte degli addii. Non sapevo
che la sorte tramasse di assegnarle
il tormento a me sola destinato.

Passai tre mesi inerti, pullulanti
di fantasmi e di miasmi del passato.
Non speravo l’ausilio dell’Arcangelo:
luce alimenta luce, la suprema
Vita disdegna le anime già morte.
Eppure Dio non lascia chi lo spera
con contrizione per la sua salvezza.
E dal profondo io la invoco, Dio.

Guardavo sempre il fuoco nelle sere
di primavera e della prima estate.
Lo fissavo per ore. A lui chiedevo
direzione, consiglio, ispirazione.
Giunsero giorni di caldo scirocco.
Giallo era il cielo, come un appestato.
Si era fatto, il vallone di Jaulny,
un forno arroventato senza pane.

Il vento scardinava i tetti, i sassi,
bruciava i bocci e dissecava i frutti.
Laggiù al fondo dei pozzi rilucevano
poche lacrime di polvere e mota.
Venti giorni senz’aria respirabile.
Morivano gli armenti. Un malefizio
premeva sulle case addormentate
come quanto un cristiano è insepolto.

Forse insepolto era il mio passato
mozzo, irredento un Cristo non risorto.
Mi aggiravo sperduta fra i saloni,
disperata chiedendo una risposta.
Nel gran silenzio soltanto una fiamma
gridava dal camino di cucina
che risucchiava tutte le scintille
in alto fuggitive sfrigolando.

Il guardiaboschi si fece annunciare
e concitato disse che ad oriente
del castello una striscia molto estesa,
un miglio forse, aveva preso fuoco.
Tutte le grandi querce millenarie
erano pura cenere. Ordinassi
che allarme dare, che cosa decidere.
Sotto quel rozzo panno era la Voce?

Sì, era il Segno, Dio mi rispondeva.
Come a un amato a lungo a lungo atteso
mi avviai nel buio incontro al fuoco. spire
color di sangue e aurora mi ammantarono,
timide prima, e poi ruggenti e forti,
ben diverse dal fuoco stupratore
che su quel rogo mi avrebbe avvinghiata.
Profondo abbraccio, appassionato e unico.

E mentre già le vesti fiammeggiavano,
di colpo Lui mi apparve: era l’Arcangelo
del nostro primo incontro, e il mio stupore
rinacque intatto dai lillà di casa.
«Tu chiamavi piumaggio queste luci
che alle spalle mi spuntano, Giovanna.
Devi sapere: sono pura fiamma
e in cima al tuo destino ti aspettavano».

 

© Maria Luisa Spaziani, Giovanna d’Arco, Interlinea, 2011

Lettera a Corrado. Per “Tempo riflesso”, di C. Benigni

 

Corrado Benigni, Tempo riflesso, Interlinea, 2018 – € 12

Carissimo Corrado,

vedo un tuo maggiore abbandono (parola bellissima, e difficile) in questo nuovo libro. Un abbandono, dico, che in primis mostri te a a te stesso, e di riflesso a chi legge.
Ecco, tempo riflesso. Mi convince, mi piace questa traccia di ambiguità nel titolo, intorno al riflettere. Corre in tutta l’opera. Dunque, abbiamo a che fare con un tempo specchiato e pensato, un tempo che sei tu stesso (o io, o un altro, un singolo, un individuo) e di cui – mi sembra – occorre farsi filtro. Questo vuoi dirci. È un tempo, questo che viviamo (e poi tu alludi certamente al Tempo, in generale) del quale vuoi dare indizio. Sì, direi che in questo libro metti alla prova essenzialmente l’indizio, detto con un voluto gioco di parole.
Come lo fai? Come lo fornisci l’indizio? Presentando il piccolo, il piccolissimo anche, riflesso nel grande (o viceversa, non cambia). Così che tutto possa vivere nel più vasto possibile. Lo fai sentire mediante la costante “esaltazione” dell’infinitesimo nell’infinito. È una grande aspirazione questa, del vedere e del sentire. E perché no, io credo, del pensare.
Dicevo, l’abbandono. Ma appunto, oltre al pensiero (che ti è proprio), è un abbandono il tuo al sentimento. Perlomeno parzialmente. Colpiscono in questo senso le dediche, in particolare Solstizio, dedicata a Chiara; colpisce il riferimento a tuo padre, così toccante in Superfici e così significativo in Pixel; colpisce per intero una poesia come Vita mia, non mia, dove non a caso sono i bambini (i piccoli) a sorprenderti perché sanno offrire indizi di verità.
Ma vado per ordine dentro le tre sezioni.
In Pietre vive sono tanto presenti la pietra, la corteccia e le radici quanto lo sono gli interrogativi. Il che non è nuovo in te, ma qui mi pare si fletta in nuove formulazioni, nello spirito diverso, direi più aperto, del libro, come ho avuto modo di sottolineare prima. Per propria natura direi, più aperto rispetto a Tribunale della mente, eppure con esso in continuità, di pronuncia, di voce. Quattro endecasillabi rapiscono il fuoco dell’attenzione, per la loro bellezza: «Ma la strada è una lingua che ci vede»; «istanti nell’enigma dello spazio»; «alla legge non scritta del ritorno»; «Il movimento fisso delle stelle». Dobbiamo imparare, è vero, «il linguaggio delle pietre, / non abbiamo che parole e una conta di sassi, qui». O imparare la resistenza muta degli alberi.
Dobbiamo imparare a imparare, mi vien da dire. Anche, anzi soprattutto, Dall’invisibile, o meglio: si tratta di quello che spesso non sappiamo più vedere, comprendere. Siano alberi, insetti, impronte, segni, rumori, tutto ciò che è minuscolo e apparentemente insignificante (e invece significa) indica una strada a noi «pellegrini della materia», noi stessi «verbi che si coniugano all’infinito», noi orbitanti nel tutto orbitante (“orbita” è tra le parole-chiave del libro). Si sente netta una vocazione alta e antica tra le prose di questa seconda sezione: la poesia come domanda, come appello. Prose di invidiabile misura, compatte, “precise”, per quanto possa essere questo un termine valido (e lo è, chissà, io penso di sì) in poesia. Indizi su indizi, ed esperienze, che nutrono la scrittura: avverto come i viaggi a Gerusalemme e in Islanda siano stati per te importantissimi.
Sono dunque indizi di/per una verità, per giungere alla prova (cioè all’evidenza) di ciò che siamo. Non manca certo, in questo divenire, il “gioco” delle Apparenze (ancora, giustamente, una parola che dà luogo ad ambiguità. Apparire: svelamento; apparire: falsificazione). Il saluto di Benjamin all’inizio della terza e ultima sezione è illuminante. Di nuovo, qui nella figura dell’osservatore, c’è «il bisogno di cercare il luogo invisibile». Eccoci così subito proiettati verso un primo titolo che già tutto contiene: Immagini di immagini. Meccanismo affascinante, e a pensarci anche terribile. La strada maestra è quella della fotografia, una strada tracciatasi con forza nella tua esperienza. Il suo insegnamento porta a evidenziare, con percepibile stupore, il piccolo nel grande, come nella prima sezione: «C’è una trascendenza tangibile / nell’infinita interiorità di un filo d’erba».
Tempo rappreso quindi, «il tempo ci riflette come uno specchio concavo»; tempo che ci chiede la parola, che pretende da noi l’indicazione di un nome (indizio e indicazione); che ci vuole, vuole noi in quanto noi stessi nome. Siamo qui, in vita, col nostro segreto, fissi nel corpo e fissati in una fotografia. Istanti universali ed enormi, mentre tutto il visibile e l’invisibile (tra realtà e rappresentazione, tra aldiquà e aldilà, tra l’uno e il doppio) passa per i dettagli. Fai necessariamente il nome degli artisti, li indichi: anche questa è una forma di abbandono, una dichiarazione.
E chiudi con un interrogativo accanto alla parola “destino”. Ribadisco: c’è una vocazione alta e antica in te, domandare alla poesia che sia la verità a rispondere. È un luminoso destino quello che ti fa compagnia, e corre nel libro.

Cristiano Poletti

Sul silenzio

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La parola è un signore dominante, secondo Gorgia.[1] Ma padrone ne è il silenzio, che è prima di ogni cosa, ed è il risvolto della parola. Infatti, «La parola rompe il silenzio. Ma lo fa anche apparire».[2] Si tratta di una rottura inevitabile, e inquietante.
«Quando parli, è come se tutto il resto scomparisse: resta solo la parola (che peraltro fa tutto apparire, mostrando ogni cosa dentro di sé). Non puoi scavalcare ciò che dici e il fatto che dici, perché è in certo modo dentro il dire che stanno appunto le cose… È come se tutte le cose, quando parli, fossero risucchiate nel buco nero della parola, che però insieme le modella con il suo dire. Fuori, invece, nulla e silenzio.»[3] Dunque, nell’istante in cui il linguaggio compare, necessariamente tutto scompare, risucchiato nel linguaggio stesso; lo stesso “nulla”, lo stesso “silenzio”, nel momento in cui sono detti e vengono ravvisati nel dirli, cadono nel buco nero della parola.
Ciò che occorre allora è vedere, o meglio sentire la differenza tra la parola e quello che la parola fa. Sentire e capire soprattutto il dentro e il fuori di essa, la sua superficie e ciò a cui essa conduce.
(altro…)

Nota su una poesia di Corrado Benigni

di Vladimir D’Amora

Tribunale

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Siamo davvero la misura di una colpa
o la memoria di un silenzio ci contiene?
Quale crimine consumiamo senza commetterlo?
Da quale morsa verrà l’assoluzione? Guarda
le parole diventare cenere, qualcosa, forse,
si ricompone tra chi resta e chi muore,
tra l’innocente e il supplizio – una voce rappresa.
Giudica tu ora chi parla.


(da Corrado Benigni, Tribunale della mente, Interlinea 2013, p. 7.)


IL VERSO DEL GIUSTO

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Corrado Benigni è poeta di una specie assai insolita, poeta di rara trascendentalità. Uno di quei poeti che quasi pongono condizioni, e senza trascendenza. Comunque, i suoi sono versi atopici, dove l’interstizialità non è soltanto intravista vagheggiata, ma proprio tenuta come tale, coniugata allo stremo, compiutamente declinata. Questa poesia, epperò, non può etichettarsi come meramente presa tra opposti, coppie dicotomiche quali, in primis, laicità e misticismo, disincanto e visionarietà. Perché, allora, accanto alla tensione dicotomica (ma, forse, dovrebbe dirsi antinomica: perché l’antinomia è di dicotomia risvolto meno secondo ipseità, che medesimezza), convivrebbe il tenace radicale, se non inverificabile quanto condivisibile, convincimento circa la crisi nichilistica, sul nichilismo come alcunché di congiunturale (e recente?). La poesia di Benigni sarebbe così segnata dall’irresolutezza: la pessimistica rilevazione, di sé tristemente paga, insieme preludio, ormai indifferibile, ad una indelibabile speranza. Se è arduo a contestarsi, questo poetare per sì fatta anti-nomicità, pure la critica troppo cursoriamente si è soffermata sulla capacità, da parte di Benigni, di abitarle come tali, le soglie. Mentre assunzione di nichilismo, sua lucida spietata condivisione, è prima di tutto stazionarvi allibiti, anche meravigliati (non solo storditi), dei non che imperversano, impiantati. Non solo, quindi, svuotamento di certa realtà che fondi tensioni monche, cieche visioni. Piuttosto appaiamento di un’insistenza negativa e di una possibilità che, se incompiuta, si rapprende (non: rapprenda) tale e quale, inescusabile, irriducibile. E la soglia, in cui ci si blocca a come tastarli sinceramente i fronti, non è de-lusa dimensione, ancora obbiettivabile, ma patria scomoda e, da sempre a sempre, ospitale: in-salvata.Se i versi di Benigni possono, con certa correttezza, affacciarsi alle loro costellazioni di pensiero, e rubricarsi accanto al risaputo d’una storia che pur deve ridursi a cronaca, il punto meglio sta nel medio della parola ch’è qui poetica – dopo averla anche, semmai, salutata come inizio di una versificazione né elegiaca né innica, e neppure di consimile compromesso. Tra il deserto e le voci aderentivi, o lamentose, insorge ancora una vocazione, e né solo ateleologica né solo infondata… Bensì sono domande gravi, sonanti sentite chiamate, inviti inaggirabili – come è, appunto, nella caduta di questo inedito. Due domande, tre, esordiali, e cioè quattro versi – e, già qui, è chiara l’adesione di Benigni al proprium poetico, o meglio, della dettatura: per quanto serie semiotica e serie semantica, anche senso e suono, convivono in, per uno scarto – eppure senza enjambement. Ed è proprio questo, il segreto cui apre questa poesia giusta, del giusto, ossia la coappartenenza arcaica, pure disposta (solo) a ripercuotersi interrogativamente, di dìke e aidòs – non solo: giustizia e vergogna… L’alternativa, tra primo e secondo verso, è solo posta, si tratta di una dialetticità bloccata, dove il primo corno parrebbe rimettersi, adeguarsi all’altro, invaderlo quasi, se non fosse che questo è risucchiato intero dal senso, disgiuntivamente limitato. I primi due versi, due domande che si risolvono in un’unica diretta, fanno chiasmo, così corrispondendosi secondo logica: secondo una logica, un raccogliersi trasparente di un’ingiunzione esplicita, universale, onniabbracciante: sicura per quanto principiando incontenibile, anche infida come sibilando, s’afferma in una chiusura graduata in un’allitterazione tosta, e indisposta al residuo. Il gioco interno al polo verbale del chiasmo, gioco ascensivo (dalla premessa chiara e disponibile: Siamo, alla conclusione inaggirabile e dosata: ci contiene), è il gioco della storicità come in-dividua, bi-unitariamente esaustiva, e che tiene-insieme (appunto: contiene) la sostanza nominale, o meglio, data la staticità ossimoricamente negata, certa nominale soggettività: l’umana potenza, meglio, possibilità di misurare, di memorare. Ed è possibilità, ossia potenza-di-non di qua d’ogni attualità reale, perché colpa e silenzio sono gli oggetti generati (…di colpa, …di silenzio: patenti genitivi solo oggettivi), adeguati all’umano che (si) sappia – che (si) provi.Tale disporsi del termine alla sua intima tensione, la forza che trascenda gl’irrinunciabili argini suoi – questa intima crisi ch’è il segreto che antecede pur pro-dotto, è trascendentale condizione della cineticità storica, lo scorrere ad includere l’altro: un altro solamente, tuttavia, intravisto per quanto ciò, di cui appunto si fa domanda, è dell’identità la capacità di potersi differente, non esclusiva. Ecco, così, ch’è proprio l’intima crisi del soggetto, ancora per due versi interrogata: sciolta però da una certezza, in cui pure riposa – l’ineludibilità, l’accertabilità di una presenza segnata inaggirabilmente, marcata dalle gutturali allitterate che tengono in uno un’evidenza d’antitesi: non più colpa, ma crimine, colpa misurata, riconosciuta, eppure inconsegnata, solo interrogativamente attribuibile, sempre in-certa. Domanda non più differibile, sebbene vana, che dura precede, come realtà, la possibilità di un futuro prima anteriore, e cioè tosto come morsa, quindi semplicemente liberato alla sua ulteriorità: sciolto nella fluidità liquida e sibilante (assoluzione). Ebbene, sarebbe metafisica imbarazzata soltanto, questa, se non fosse sigillata a sua volta da quanto l’interrogazione (esordiale, diretta, insistita) si lasciava larvale, accennato come in tentazione, e cioè l’enjambement cui compete lo scarto, la distensione trattenuta, prospezione solo tentata. Come sarebbe un umano raggirato, quello incaricato di un compito solo all’impossibile declinato nel fallimento. E invece l’apertura è al senso (il semantico), chiuso il semiotico, la forma destinata alla sua fine, dettata come versura esige. In vero non altro che un’esigenza, per la consegna di una reale espropriazione, d’una inappropriabilità, è il compito dell’umano: lo sguardo che vola nella (non: alla) lingua contenta di sua pochezza: di un risultato che sì solo storicamente si rapprenda, ma quasi integrale, e come nelle sue figure trascorrente, consumazione. L’umano che abita la sua reale dimora di parola inceneritasi – l’umano, il soggetto rimesso ad una realtà nominabile non per altro, che per sigilli di simbolo. E quindi tessere raccolte da, anzi, in una lingua senza riscatto minore, dove e quando la forma è il teatro, esso solo immobile sebbene traghettato lungo ogni binario di divenire: in cui l’altro, l’evento ch’è tale perché di ciascuno, è semplicemente posto. E quanto eventicamente è posizione di raccolta, comunione nella differenza inaggirabile, la forma se lo tiene eventuale: la forma ch’è lingua, parole di una visione azzardata, in tornante, che gioca alla verità dell’apparenza. Per Hegel giovane, gli scritti di teologia, il perdono porta ‘na risultanza non dimentica, come amore che appiani, ma non superi, le cicatrici, la segnatura del negativo. Ma questo è un Hegel postumo, ravvivabile solo ermeneuticamente, e cioè entro una lettura che renda compartecipi enciclopedicità e sistematizzazione. Perché dove, quando compimento c’è, ad essersi prodotto è un inizio carico, ossia fragile, di un’inizialità finalmente accaduta, flagrante. E’ elementarità, semplice destinazione del comune (la voce) alla sua fine debole, come un rapprendersi. La cui posizione non può che essere parentetica, segnalandosi a lato. Tanto evidente, e gnomica da ricapitolare in una sommarietà che deve preludere – al compimento. Sempre la giustizia, è questa la sphraghìs da Benigni apposta, voca a una presenza tanto circostanziata, ininassumibile, da sfondare questi suoi limiti storicamente articolati, riconoscibili. La performatività imperativa (Guarda…, Giudica…), che Benigni da manuale coniuga prima come teoria, sguardo a, o meglio, in uno stato che a sua volta si declina dai verba alle res, deve chiudersi nel concorso di shifters: (tu), ora, chi, ineludibili, per nulla pretestuosi, anche disturbanti. E disturbato, anzitutto, risulta il tu (più che) interlocutorio, il meta-soggetto coinvolto, risucchiato e, insieme, assegnato al compito più terminale, altrimenti iniziale, più ek-statico – il giudizio. Se giustizia, prima ancora che processo e pena, è una specie (forse la fondativa) dell’uso, ossia ciò di cui si può far mostra (dìke < dèiknymi), allora essa è tenuta proprio da quanto l’assicura nella sua possibilità: dal sentire, il contegno non che si assume, ma che ciascuno prende su di sé ed esercita al contempo rispetto all’altro e a sé. Coappartenenza, non meno che combinarsi, di rispetto (aidòs) e di uso (dìke), che comporta per il giudizio una sorta di segnatura elementarmente politica – una politica non dante occasione ad alcun soggetto moralmente autonomo, ma piuttosto concrescente in una gestualità mediata dall’altro, dallo sguardo dell’altro. Il giudizio, operazione giuridica politicamente segnata, sembra quindi, per Benigni, l’estrema performance di un’umanità (non più, qui, dell’umano), che si consegni, proprio in virtù della sua dote consistente in un essere come storica tensorialità, al suo compito logologico: ad una parola che produca ed esibisca non altro, che la sua istanza – finalmente.

Corrado Benigni – Tribunale della mente

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Corrado Benigni – Tribunale della mente – Interlinea 2012

«Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale.» Corrado Benigni pone in esergo a una delle poesie di Tribunale della mente, (a pag. 61), questa citazione, tratta dal capolavoro di Salvatore Satta Il giorno del giudizio (Adelphi 1979 e successive edizioni); a questa aggiungiamo un’altra citazione tratta dallo stesso libro «aveva trovato nella legge quella certezza che gli sfuggiva nella vita, e si sentiva naturalmente portato a scambiare la vita con la legge.» e proviamo a fare un ragionamento. Questo libro bello e tenace è composto da quattro elementi fondativi: Cervello, cuore, giustizia e testimonianza, tenuti insieme da un filo che è il metro ovvero la metrica. Benigni è poeta e avvocato, in apparenza sono queste le peculiarità che assemblate hanno portato alla scrittura di questi testi, ma c’è qualcosa prima. Prima c’è un senso di giustizia altissimo, c’è la prudenza del ragionamento, c’è, con ogni probabilità, un cuore che accelera e che sa scuotersi. Vengono, poi, il poeta e l’avvocato, entrambi sanno stare un gradino sotto la sommarietà, entrambi conoscono la sottile linea, il varco stretto che separa una condanna da un’assoluzione, un innocente da un colpevole. Il passo corto tra la virtù e la colpa, che mutano a seconda dei periodi storici. Le quattro sezioni sono estremamente dense, i versi rappresentano la battaglia tra la sapienza antica del cuore e la sapienza altra, quella delle regole e delle norme che appartiene al cervello. Le poesie di Benigni sono belle e sostenute da un rigore metrico mai fine a se stesso, ma naturale, usato da chi ha appreso la lezione del Novecento senza averne timore, da chi guarda a un Fortini, a  un Giudici, con un rispetto dal quale non fuggire. Il poeta usa un linguaggio tecnico e ne fa poesia. È il nostro tempo che viene raccontato con la precisione del dire e l’accortezza del levare. Il non detto, il giudizio sospeso, sono alcune delle chiavi di lettura di questo percorso. Gli imputati, i colpevoli, gli innocenti, i condannati per sbaglio, gli scampati alla Legge, i giudici, i testimoni, le prove e la loro mancanza, stanno lì sul palcoscenico e il teatro è la vita stessa. La posta in gioco che Benigni stabilisce è quella dell’onestà e, un gradino più sopra, il premio della pietà, della carveriana compassione. Tribunale della mente è una passeggiata bellissima ma in salita, si procede lentamente, si fanno delle soste, si arriva in cima e come panorama troviamo una domanda: Qual è il reato?

© Gianni Montieri

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Alcuni testi estratti dal libro

Siamo davvero la misura di una colpa
o la memoria di un silenzio che ci contiene?
Quale crimine consumiamo senza commetterlo?
Da quale morsa verrà l’assoluzione? Guarda
le parole diventare cenere, qualcosa, forse,
si ricompone tra chi resta  e chi muore,
tra l’innocente e il supplizio – una voce rappresa.
Giudica tu ora chi parla.

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Non c’è parola al di sopra
di ogni sospetto, non c’è impronta,
prigionieri di una legalità senza respiro.
Accelerate i passi,
c’è un termine ultimo da tenere in vita
cui rimettere questo caso.
Tutto è persuasione o preludio,
ma quel che si vede è difficile
da provare.

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LA DIFESA

Separa l’acqua dalla sabbia
distingui la colpa dal dolo,
non perdere di vista nulla
di queste parole irredente,
sussumi l’errore della verità.
Cosa spinge l’uomo al crimine?
Un desiderio di giustizia? Forse
c’è una difesa già scritta dentro un precedente,
come l’anello di un’unica catena
o la luce di ritorno delle stelle. Seguila,
da solo, nell’imminenza, fino all’ultima parola,
dove i fatti non hanno contorni esatti
e false piste disegnano la verità.
C’è una giustizia da tradurre
tra gli indizi e la ragione,
un destino non scritto.

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Siamo comunque l’attesa di un giudizio
che torni a riscrivere tutto
con poche parole esatte.
Intanto qui madri hanno mani insanguinate
e i ragazzi affondano coltelli.
La pioggia non è più pioggia ma domanda e sete,
sentenze grondano grida e non ricuciono niente
del silenzio che scava
senza indulto questo tempo.

***

Trova tu la formula assolutoria
ma non ci sarà salvezza,
la giustizia non ha nome,
questo nome è la tua colpa.

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La morte ci sorveglia
nel suo cerchio di misura e legge.
Quale mano dà l’ordine?
È giusta la voce che sentenzia il nulla?
Tutti stiamo tra il sangue e la parola.

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Ognuno custodisce un male
sceglie un nome alle cose
e patteggia inconsapevole la sua pena,
perché
perché come una voce inquirente
la memoria ci insegue.