inedito

Andrea Leone, Ricongiungimento (inedito)

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Recente vincitore del Premio Internazionale di Letteratura Città di Como per la poesia edita, Andrea Leone ci regala questo inedito. La ragione del Premio è contenuta nella seguente dichiarazione ufficiale: «In una lingua fatta di ripetizioni e liturgie, l’autore alza il suo canto folle, la sua invocazione perché un altro mondo abbia luogo, perché risplenda un’altra verità, la terribile verità della condizione umana, l’orgoglio coraggioso della nostra solitudine e del nostro essere creature».
Con questo inedito, Ricongiungimento, Leone procede da Hohenstaufen (L’arcolaio, 2016), proseguendone la traiettoria disegnata, che in lui continua a disegnarsi. Una congiunzione e una conferma di orizzonte e di visione, «dove è iniziato/ l’intero entusiasmo». (CP)

Ricongiugimento

Dico il Dio giovanissimo.
Dico il nuovissimo
spettacolo, calcolo,
il beato massacro,
il miracolo spietato,
il mio esercito esatto.

Canto in alto il calendario,
la prima data di tutto,
fondo l’anno,
chiamo i nuovi
convivi invisibili,
contemplo il compleanno
del giovane contagio,
ritorno al fuoco
dove conosco,
oso il corpo luminoso.

Inizio la scienza,
invito la prima
vita definitiva
alla frana divina.

Invento l’incendio,
esalto il racconto e il metronomo,
formo il nuovo crollo.
Evento perfetto
stermino.
Figlio dell’anno d’acciaio
avanzo in un altro
attacco matematico.

Salvo il diario,
le sue infinite
lingue antiche,
ferite dove sto per fiorire.

Metallo ed attimo appaio
compleanno del secolo,
anniversario del genio,
splendore crudele,
creature e distruzione.

Eseguo il mio infinito spavento.
Creo il mio sterminio simultaneo.
Divento il palco dove è iniziato
l’intero entusiasmo.

Sto spaventando
le carneficine eccelse,
le cronache elettriche dell’essere.
Sto diventando
un altro teatro.

Raccontato dal compito esatto
sto ricordando
ciò che accadrà in questo attimo.

Vita
finalmente spietata,
stai per diventare la data massacrata
da un’ algebra esatta,
l’allarme dell’arte,
l’allarme dell’istante,
le beate età della strage,
le pagine della mia immagine,
le algebre salve,
gli spaventati
istanti ritrovati,
il nuovo
corpo del capolavoro.

Adesso, nel martello, io sono
gli animali degli annali,
i diari drammatici,
gli infiniti felici,
i palcoscenici dei secoli,
una febbre di feste concrete,
una febbre di regole perfette,
una febbre nel celebre
cielo di idee dell’essere,
le mie scene segrete,
le mie prime
enciclopedie degli incendi,
l’estasi di esempi,
tutti gli spaventi adolescenti,
e gli Dèi
che hanno amato ancora una volta.

.

Martingala #5: la casa dei fantasmi

fantasmi

E dunque abbiamo tra gli otto e i dieci anni, lo stabilisco dal fatto che abbiamo un barlume di autocoscienza e che siamo il gruppo che assieme forma la mia classe alle elementari. Francesca qualche giorno fa ci ha raccontato una storia di paura sulla casa a due piani, quella lunga che affaccia a strapiombo sulla fermata dell’autobus, quella che si vede da tutto il paese solo a tirare il naso all’insù. Non so in che momento storico sia diventata una casa vacanze, so che adesso che abbiamo tra gli otto e i dieci anni è disabitata da prima della nostra nascita, che a quei tempi è l’equivalente di dire dalla notte dell’eternità.
Francesca ci ha raccontato che nessuno la vuole abitare perché la vecchia padrona di casa, che era pazza come tutte le padrone di case destinate a diventare disabitate, era stata trovata impiccata alla trave del salone. Ha aggiunto cambiando il piede su cui era in equilibrio che da quel giorno, tutte le sere, la luce del salone della casa disabitata si accende per un’ora o due.
Ora, nessuno di noi aveva la minima intenzione di riflettere sul fatto di non aver mai visto luci accese, nonostante il salone della casa incombesse a strapiombo sull’intero paese da tutti i punti cardinali. Tutto quello che ci interessava era seguire il copione casa disabitata / effrazione che a quell’età ci sembrava un’idea vergine e originale. (altro…)

Opera al verde

opera al verde

foto Giovanna Amato

La madre è seduta al margine della sedia. Penna e taccuino mangiano spazio alla tazzina del caffè, mentre il libro da cui prende appunti è disteso, aperto, sulle sue ginocchia. Ha provato a tenerlo dritto contro il tavolo sostenendolo con le mani, ma il libro è così pesante da averle indolenzito il polso. Ed è strano, pensa, se è vero che da un mese quel tendine è allenato a reggere un essere umano.
Così la madre sta, tranquilla, china. Lo sguardo a volte corre alla bambina; se potesse spiegare il movimento con cui suggerisce all’occhio di spostarsi, la madre direbbe che somiglia alla gittata con cui i serpenti sibilano la lingua. Ma la verità è che non è lei a dettare legge all’occhio. L’occhio sibila verso quel viso piccolo quanto una mano, quel naso minimo ma già definito e le ciglia lunghe, perfettamente umane, e non c’è niente che lei possa fare per impedirgli questa discreta, sibilante sorveglianza. Le avevano detto che una volta che avesse avuto un figlio il suo corpo, ogni molecola dentro il suo corpo, non avrebbe avuto altra occupazione che custodire il suo bene: e allora lei aveva immaginato quel bene come un panetto da stringere contro il vestito, e se stessa brancolante contro minacce temibili e improvvise. Nessuno l’aveva avvisata che invece ogni minuto si sarebbe riversato nell’altro, ciascuno completamente dotato di senso se lei avesse fatto il gesto giusto, se avesse ascoltato un impulso di sopravvivenza dieci volte più potente a quello cui era stata abituata dovendo preservare la sua sola vita. Nessuno le aveva detto che la sua mente si sarebbe gonfiata fino a inglobare la tenera, scapestrata autoconservazione e l’istinto superbo di tenere inchiodato al mondo quello che fino a un mese prima era stato parte del suo corpo. Il senso di colpa la assorda dalle due direzioni del tempo (avrà fatto? potrà fare?) come una ventata sbalestra il tragitto di un’ape operaia, e lei scende a patti con quella convivenza ogni centimetro che sua figlia conquista, ogni sutura del cranio che si prepara a saldarsi. Ora legge, mentre niente può distrarla, nemmeno la semplice verità del fatto che i suoi occhi a volte guardano altrove. Il suo corpo è un radar, un soldato lungimirante e addestrato. Sa che quello su cui poggia i piedi è un terreno, come sa che il lastricato sveglierà la bimba quando vi passerà con la carrozzina; quei giganti castani attorno a lei sono dei platani, e già si chiede se lei, cresciuta, apparterrà a quel popolo buffo che starnutisce a primavera; l’eco lontana di un pallone definisce il tracciato da evitare al rientro; la sua guancia misura l’intensità del vento per calcolare l’opportunità del ritorno. (altro…)

“Mare Nostrum” di Paolo Steffan. Inedito

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Mare nostrum

giorni dei morti, 3 ottobre 2013 ↔ 18 aprile 2015

Poemetto sdrucito in VII brani

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Il ruolo del poeta deve essere […]
protestare, dando fondo a tutte le
nostre parole, contro il saccheggio
della realtà, che è poi lo sgomento
della nostra epoca. Descrivere l’orrore.

Y. Bonnefoy

*

≈ Epigrafe ≈

 

Vi sono momenti nella storia dell’umanità nei quali il dolore individuale

o di un singolo popolo o di una parte di questo

è inevitabilmente il dolore di ciascun essere umano:

la tragedia dei centinaia di migranti, dei diseredati morti

come tanti altri nell’autunno del 2013, nella primavera del 2015,

si fa tragedia di un mondo globale allo sbando,

complice una politica italiana da troppo tempo miope

sostenuta dalla miopia delle nazioni che guidano

la squallida idea di Europa che stiamo sperimentando.

 

E se il più delle volte, anche tra la popolazione delle grandi potenze economiche,

sono le fasce più deboli a soccombere nelle tragedie di oggi, come in quelle di ieri,

l’elettorato italico e delle altre nazioni dominanti

non ha certo da sentirsi a sua volta immune

da un pervasivo senso di colpa difficilmente smacchiabile.

 

“Ma il popolo non è santo”, scrive un caro poeta… (altro…)

“In questa Valle di Lacrime” di Francesco Zanolla. Inedito

Oggi ospitiamo un secondo racconto inedito di Francesco Zanolla; il primo, Divinazione, potete leggerlo qui.

Alessandra Trevisan

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IN QUESTA VALLE DI LACRIME

These are the tracks we lay to take us from fire
These are the scars made by our chains
(The Black Heart Procession)

……………..Robin Tunney è un’attrice americana. Classe 1972.
……………..Interpreta l’agente del California Bureau of Investigation Teresa Lisbon nella serie “The Mentalist”. Magari qualcuno la ricorda anche in “Supernova”, mediocre pellicola fantascientifica del 2000, dove si esibiva nuda in un fugace amplesso a gravità 0 prima di venir tolta dalle spese dal cattivo di turno.
……………..Ora è proprio la Robin Tunney di “Supernova”, gli stessi profondi occhi verdi, gli stessi capelli corti e corvini, quella che mi sta tamponando un taglio sopra il sopracciglio destro.
……………..Non siamo nello spazio profondo, però. Siamo nel vano posteriore di un’ambulanza ferma a bordo strada, appena fuori dal parcheggio del Parentesi. E lei non è nuda, ma indossa una tuta della Croce Rossa.
……………..L’altro paramedico sta assistendo il dottore, intento a controllare le pupille di un tizio seduto sul predellino. Si sente stonato, dice. Gli gira tutto. Non ha preso nulla. Un paio di Havana Cola. Non di più.
……………..“Dicono tutti così” mi spiega Robin, mentre con una garza di cotone imbevuta di tintura di iodio inizia a disinfettarmi la ferita. Lo dice in italiano. E l’accento non è proprio californiano. Piuttosto, direi del Centro. Marche o Umbria.
……………..“E lei invece, che ha combinato?”, mi chiede.
……………..“Qualcuno ha aperto una porta del bagno. Con un po’ troppa energia” mento.
……………..“Cose che capitano” dice, ma non credo l’abbia bevuta.
……………..Il buttafuori all’entrata del Parentesi il primo colpo lo aveva tirato allo sterno. Qualcosa di poco definito. Più di una manata. Meno di un pugno. Ma faceva male comunque. Ero andato indietro barcollando.
……………..“Tutto qui?” avevo urlato dopo essermi stabilizzato sulle gambe. Allora era arrivato il gancio al sopracciglio. Quello sì, tirato con sentimento.
……………..A quel punto qualcuno si era messo in mezzo. In due o tre avevano bloccato il bestione.
……………..Qualcun altro mi aveva messo un braccio attorno alle spalle, allontanandomi dalle transenne. “Lascia perdere. Non è serata” mi aveva grugnito nell’orecchio prima di lasciarmi andare con una leggera spinta verso il parcheggio.
……………..Mi ero passato una mano sulla faccia e sulla fronte. Scosse di elettricità sopra l’occhio destro. E sangue sui polpastrelli. Avevo controllato gli occhi. Le palpebre. Asciutte come fiumare in agosto. Eppure faceva male. Sì che faceva male.
……………..Avevo raggiunto l’ambulanza, ferma come ogni sabato notte appena fuori del parcheggio di uno dei locali più frequentati della zona, per fornire assistenza ai reduci della movida.
……………..“È un taglio sottile ma profondo. Però niente punti ” dice Robin, gettando la garza. “Adesso copriamo.”
……………..Si avvicina per mettermi un cerotto. Fiuto tracce di deodorante evaporato.
……………..“Ecco fatto” dice. Mi aiuta a venir giù dalla lettiga.
……………..Un odore familiare. Fino a sei mesi fa mi capitava di annusarlo spesso. Dalla stessa distanza, a volte anche più da vicino.
……………..“Grazie”
……………..C’è qualcos’altro che vorrei dirle? Non mi pare. E poi non mi viene in mente niente.
……………..Quando torno alla macchina, sono le tre e venti del mattino.
……………..Cerco di respirare piano. Lo sterno mi fa ancora male.
……………..Per fortuna mi fa ancora male.

(altro…)

da “I sentimenti dell’insalata” di Ginevra Lamberti

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da I sentimenti dell’insalata
di © Ginevra Lamberti

#1

Sarà stato il duemilaecinque.
Una sera ero con degli amici fuori da un locale che in realtà era una pizzeria riassettata a locale per giovani fattoni che andavano ad ascoltare altri fattoni che suonavano ska-core sfigurandosi di alcol. Si chiamava Quadro Elettrogeno.
Non è durato molto in quanto se c’era una cosa che il proprietario non poteva tollerare era di lavorare tanto. Dietro al bancone e dietro ai suoi baffi, Endrigo lo capivi subito che più gente entrava e gli chiedeva cose da consumare e più la sua faccia si incarogniva. Ho supposto all’epoca che si trattasse di un austero intellettuale di altri tempi, poco avvezzo alle leggi del mercato e ancor meno incline a tollerare il degrado delle nuove generazioni. Mia madre ha poi spiegato che Endrigo se lo ricordava quando erano ragazzi, e il fatto è che semplicemente era dall’alba dei tempi che non aveva voglia di fare niente.
Comunque dicevo che una sera in cui il Quadro Elettrogeno esisteva ancora fiorente, stavo parlando con un amico, quando a un certo punto arriva un tizio ubriaco con cappellino visierato e pantaloni strappati. Ci da una spilletta con su scritto Movimento Veneto per la Denascita. Ci guarda entrambi, poi guarda il mio interlocutore e indicandomi dice ma tu ti rendi conto che questa qua fra qualche anno c’è caso che fa un figlio? Dobbiamo estinguerci, dice.

A quarantacinque anni di distanza da quella sera nutrirci tutti si è rivelato impossibile. Non si può dire che non ce l’aspettassimo.
Quello che nessuno si sarebbe mai aspettato è che saremmo riusciti a trovare delle soluzioni alternative alle guerre civili, mondiali, batteriologiche, nucleari. Non è chiaro come dal basso verso l’alto abbia iniziato a prendere forma quello che i libri di storia contemporanea chiamano Il Vento del Buon Senso, ma i più sostengono che tutto cominciò a cambiare in meglio da quando Gianni Morandi fu proclamato Papa.
Il Vento del Buon Senso è il movimento che ha gettato le basi per l’elaborazione del Metodo.
I teorici del Metodo inizialmente ritennero opportuno di prendere in considerazione i deliri dei ragazzini coi pantaloni strappati e dei loro mentori, e di proporre l’interruzione volontaria e controllata della proliferazione della specie umana. Arrivare ad una conclusione positiva delle trattative fu impossibile, nessuno sui grandi numeri avrebbe potuto accettare un simile cambiamento se non a prezzo di quei soprusi e quelle violenze che Il Metodo si era ripromesso di lasciare indietro per sempre.
Si decise allora di lavorare su massicce campagne educative volte ad un cambiamento radicale dell’alimentazione e all’incoraggiamento della formazione di famiglie omogenitoriali. Allo stato attuale delle cose l’adozione è una pratica obbligatoria per tutti i tipi di coppie ed anche per i singoli che desiderino crescere una creatura, almeno per quanto concerne il primogenito.
Dopo una parentesi dapprima vegetariana e in seguito vegana che riscosse un insperato successo, qualcuno iniziò ad interrogarsi riguardo i sentimenti dell’insalata, e il cibo smise di esistere nella sua versione organica. Si provò da principio ad eliminarlo del tutto sintetizzando in provette e compresse tutto ciò di cui il corpo umano abbisogna. Tecnicamente la pratica funzionò, ma si decise di fare un passo indietro notando come le persone ed in particolare i popoli provenienti da Bacino del Mediterraneo, Medio Oriente e Sud Est Asiatico, privati di questo rito, si immalinconissero irrimediabilmente.
Il Metodo è in continua evoluzione, lo stanno ancora studiando. L’assunto da cui partono gli studi è che siamo consapevoli del fatto che niente è perfetto.
La nuova religione è la Fisica (che ha dunque smesso di essere definita scienza per questioni di marketing) con una netta predominanza di fedeli per quanto riguarda quella quantistica. In modo analogo alla questione delle messe in latino, la maggior parte delle persone a dire il vero non ci capisce molto, ma rispetto alle fedi precedenti ha il vantaggio di essere l’unica vera religione dell’amore. Questo vale soprattutto per i fedeli più anziani, che basano il loro culto sulla visione di Stargate e semplificano la teoria dei multi versi concludendo che questa in potenza legittima tutte le altre fedi e anche quelle non esistenti. A quarantacinque anni di distanza, senza più lotta per il cibo, con una dieta povera di carni rosse (che comunque sono farlocche, cioè inorganiche) e nessuna scusa teorica né pratica per bisticciare, la gente è in effetti più calma. Anche un po’ più annoiata e meno creativa, ma sulla questione del divertimento e del brivido dati dal paradosso e dalla negazione del negativo i teorici del Metodo stanno ancora lavorando.
Mi soffermerei anche sulla brillante risoluzione delle questioni energetiche, idriche e di smaltimento dei rifiuti, ma ho settantacinque anni ed ho studiato lingue morte, nel senso che ora tutti parlano l’Indondese, un idioma nato dallo sciagurato incontro tra Indonesiano e Thailandese. Dicevo che ho settantacinque anni e ho studiato lingue morte, delle cose scientifiche non è che ne abbia mai capito molto.

*

La versione integrale di questo racconto è uscita sul nr. 01 di Scottecs Megazine, trimestrale di fumetti e roba buffa di Sio, edito da Shockdom da febbraio 2015:
http://www.scottecsmegazine.com/#scottecs-megazine

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Ginevra Lamberti nasce nel 1985 e viene da Vittorio Veneto e da Roma. Al momento vive a Venezia, dove lavora come copywriter; collabora anche con l’Associazione Culturale Flat di Mestre. Dal 2009 cura il blog http://inbassoadestra.wordpress.com, diario della sua esperienza di studio in Russia. Ha pubblicato racconti, tra gli altri, per la rivista letteraria “Nuovi Argomenti” (Mondadori), per “Linus” e per “Scottecs Megazine” (Shockdom). A seguito del corso di scrittura creativa Pordenonescrive 2012, tenuto da Alberto Garlini e Gian Mario Villalta, presenta, tra sei selezionati in tutta Italia, un racconto inedito nell’ambito dell’incontro “Roland”, svoltosi nel corso del festival letterario Pordenonelegge 2012. Il racconto in questione diventerà il primo capitolo del suo primo romanzo, in via di pubblicazione nel 2015 per la casa editrice Nottetempo.

 

Claudio Morandini: La musica dalle finestre. Inedito

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I primi di giugno di quest’anno, Guido Barbieri, voce storica di Radio Tre e Coordinatore artistico della Società Aquilana dei Concerti “B. Barattelli”, mi ha proposto di scrivere un testo per i “Cantieri dell’Immaginario”, la rassegna di eventi culturali nata per valorizzare il centro storico dell’Aquila, in via di ricostruzione ma ancora ferito dal terremoto del 2009, e insieme per restituire quella vivacità artistica e intellettuale che caratterizzava la città prima del sisma.
Sarei stato coinvolto in particolare in uno spettacolo, fissato per l’8 agosto e intitolato “L’orologio della città nuova”: un misto di letteratura-teatro, musica, danza e immagini attorno al tema del tempo, in cui ognuno degli autori coinvolti si sarebbe dedicato a un’ora, e in quell’ora avrebbe descritto la vita della città (dunque i segni del disastro, ancora visibili, imprescindibili, ma anche la determinazione a rinnovare il tessuto di relazioni danneggiato, il desiderio di tornare comunità coesa e solidale, l’impazienza di riprendere a godere della bellezza dopo aver tanto penato dietro all’emergenza).
Nella mente di Barbieri, il progetto, ambizioso, quasi visionario, prevedeva il coinvolgimento di tanti scrittori quante sono le ore del giorno; il numero dei partecipanti è stato poi ridotto drasticamente a tre (Francesco Niccolini, Maurizio Cerini e il sottoscritto), immagino per questioni di budget, ma non è escluso che in futuro l’idea originale venga ripresa.
Lo spettacolo itinerante, sotto la regia di Maria Cristina Giambruno, si è tenuto dapprima nei cortili di tre importanti palazzi storici di recente restaurati (Palazzo Cappa, Palazzo Cappa Camponeschi, Palazzo Paone: al mio testo credo sia toccato il secondo): un luogo per ognuna delle ore prescelte tra le ventiquattro del giorno. Barbara Esposito e Fabrizio Croci hanno letto i testi; la parte musicale, che non si limitava a un semplice accompagnamento delle parole, era affidata ai componenti dell’Ad Hoc Ensemble.
Alla fine della serata, i tre momenti sono stati ripresi all’Auditorium del Parco, in una sintesi spettacolare in cui alla musica e ai testi si sono uniti anche il racconto per immagini realizzato da Roberto Grillo e le coreografie curate da Alessandro Certini e Charlotte Zerbey.
Insomma, quello che segue è il mio contributo. Non nego di aver lavorato di fantasia, nel situare all’Aquila le mie pagine, dal momento che mi era impossibile raggiungere l’Abruzzo in tempi brevi da Aosta. Non nego nemmeno di aver curiosato nel materiale che il web mette a disposizione, soprattutto in mezzo a centinaia di fotografie, e di avere fatto tesoro dei consigli dell’amica Fabiana Piersanti, che all’Aquila lavora, oltre che dello stesso Guido Barbieri. Per trarmi d’impaccio, ho lasciato che un paio dei miei soliti personaggi un po’ sfuggenti un po’ petulanti percorresse quegli spazi al posto mio andando per così dire alla deriva – e mi sono concesso qualche sterzata verso il fantastico, che non guasta mai.
Pare che gli aquilani che hanno assistito allo spettacolo si siano ritrovati negli aspetti, nei dettagli, nei colori, nello spirito insomma del mio piccolo contributo. Qualcuno, mi si dice, si è pure commosso.

Claudio Morandini

(Le foto che corredano la presentazione sono di © Massimo Denaro)

*

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Roberto Saporito – Mi ricordo gli anni Ottanta #1

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Da oggi, per quattro domeniche pubblicheremo un romanzo inedito di Roberto Saporito: Mi ricordo gli anni Ottanta. Oggi la prima puntata introdotta dall’autore. Buona lettura, buon viaggio, buon divertimento e buona nostalgia. (gianni montieri)

*

 

 

Questo “piccolo” libro è liberamente ispirato al libro di Matteo B. Bianchi “Mi ricordo” (Fernandel, 2004), che a sua volta si è ispirato a un libro di Georges Perec “Je me souviens” del 1978, e che a sua volta si ispira al libro di Joe Brainard “I remember” del 1970.

L’idea era semplice: una lista di memorie di poche righe, che iniziavano tutte con le parole “I remember…” (Mi ricordo…).

 Io mi ricordo gli anni Ottanta…

 Io mi ricordo i “miei” anni Ottanta…

***

Mi ricordo gli anni Ottanta #1

 

*

“Le sole cose che appartengono davvero al

passato sono quelle dimenticate.”

(Susan Minot)

 

 

“Il passato remoto rappresenta l’unica innocenza

e pertanto è necessario conservarlo.” (Don DeLillo)

 

 

“La grande fregatura del non avere un futuro,

è credere che il passato sia sempre meglio del

presente. Peccato dover ammettere che certe

volte è vero.”

(Pino Cacucci)

 

 

 

 

 

Mi ricordo che nel 1980 veniva pubblicato il libro “Altri libertini” di Pier Vittorio Tondelli…mi ricordo un libro bellissimo…mi ricordo quel libro come l’inizio di un’epoca…

Mi ricordo che era il 1982 e vedevo per la prima volta Palazzo Nuovo (la sede delle facoltà umanistiche di Torino) e che mi sembrava spaventosamente vecchio

Mi ricordo il video della canzone “Fade To Grey” dei Visage

Mi ricordo la New Wave (che ho sempre associato al bellissimo termine francese Nouvelle Vague)…mi ricordo di aver pensato che avevo trovato la mia musica…

Mi ricordo i New Romantic…

Mi ricordo il Dark…

Mi ricordo il Post-Punk…

Mi ricordo il Techno-Pop…

Mi ricordo che tutto aveva un’ etichetta…tutto…

Mi ricordo che il 18 maggio 1980 il cantante dei Joy Division Ian Curtis moriva suicida: aveva ventitre anni…e io diciotto…

Mi ricordo il libro “Le mille luci di New York” di Jay McInerney…

Mi ricordo  “Meno di zero” di Brett Easton Ellis…mi ricordo di aver trovato in quel libro un “metodo di scrittura” che potevo fare in qualche modo mio…

Mi ricordo “Ballo di famiglia” di David Leavitt…

Mi ricordo Fernanda Pivano simpatica “scopritrice” di talenti letterari americani…

Mi ricordo Raymond Carver…mi ricordo di aver pensato la stessa cosa che ho pensato dopo aver letto “Meno di zero”…

Mi ricordo la discoteca Big Club di Torino e le serate New Wave del giovedì “Night for Hero” con Mixo come DJ…

Mi ricordo la discoteca  Tuxedo (sempre a Torino) e le serate New Wave del martedì con Alberto Campo e Renato Striglia…mi ricordo che ballare la musica che mi piaceva era veramente una bella esperienza…

Mi ricordo il concerto memorabile dei Neon (gruppo New Wave di Firenze) a Torino, al Tuxedo…mi ricordo in particolare la canzone “My blues is you”…

Mi ricordo i Japan, i Cure, gli Smiths, Adam & the Ants, i Bauhaus, i Cabaret Voltaire, i Devo, John Foxx, gli Human League, i Joy Division, i Magazine, Siouxsie and the Banshees, i Soft Cell, gli Stranglers, gli Ultravox, gli Associates, i Cars, i Cocteau Twins, i D.A.F., i Gaznevada, i New Order, i The The, gli Orchestral Manoeuvres in the Dark, Gary Numan, i Kraftwerk, i Wire, i Depeche Mode, i Pankow, gli Yello, i Monuments, i Deaf Ear, gli Heaven 17, gli Yazoo, i Pet Shop Boys, i Pink Industry, Echo & the Bunnymen, i Killing Joke, i Wall of Voodoo, i Polyrock, i Dead Can Dance, i Sisters of Mercy, i Names, i Danse Society, gli Scritti Politti, i Souther Death Cult, i Glove, i Wolfgang Press, i B-52’s, i Feelies, i Blancmange, …mi ricordo che la musica era veramente importante…

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Giulietta (sul perché il gestore del maneggio guarda mia sorella e immediatamente sella il sauro)

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Sul perché il gestore del maneggio guardi mia sorella e immediatamente selli il sauro – una belva magnifica di cui al momento ho dimenticato il nome, simile a quello di una regina longobarda, e che ribattezzerò, per comodità, Squartapopoli – e sul perché il suo assistente, nel vedere la sottoscritta, lasci uscire dalle stalle una cotoletta cotonata alta quanto le mie spalle, è necessario fare qualche considerazione. Ma prima sarà il caso, forse, di delineare meglio la vicenda.
«Sono tutte e due cavalle molto beneducate», dice il gestore mentre lascia che mia sorella balzi in sella e si avvicina, preoccupato, tendendomi una mano, «ma stai tranquilla», fa a me, «che la tua è particolarmente buona.»
Annuisco più che convinta del suo assioma. Piantata a quattro zampe nel terriccio, senza dare segni di vita propria, la mia cavalla mi abbandona alla subdola sensazione che la sua pancia sia fatta per ospitare un manipolo di puffi vestiti da guerra. Declinato gentilmente l’aiuto per salire in sella, gesto equivalente a scavalcare una ringhiera, mi rendo conto nel giro di pochi minuti che se io pure mi sgozzassi per protesta la mia cavalcatura procederebbe nel suo dovere di seguire mia sorella ovunque il suo passo la conduca.
L’istruttore propone a Giulietta piccoli esercizi. Squartapopoli ubbidisce sotto le sue mani, liquida come mercurio; restia soltanto ai passi più noiosi, la sua lunga testa a tratti ne strattona le briglie, si impunta, chiede il trotto. La mia dimostra un carattere solo nell’inquietante misura in cui ad un certo punto inchioda, scoprendo una fascinazione per la mia scarpa destra. Ora: io ho amato due volte, delle quali solo una a perdita di testa, e senza la minima intenzione di riagganciarla al collo; ma nulla di paragonabile alla devozione con cui l’equina ha teso la sua bocca anelante verso il mio stivaletto.
«E come si chiama questa cavallina?», chiedo per fare conversazione e per distrarre gli astanti dall’immagine del mio piede succhiato con impegno da un ronzino.
«Gocciadimiele.»
Ecco. Su come tutto questo sia potuto accadere, è necessario fare qualche considerazione.

Sono un’amante dei ritmi dell’allodola, ma quando scendo da Roma per passare qualche giorno con i miei, in dorato esilio, le mie ore di sonno mattutino tendono a moltiplicarsi. Sarà per l’assenza di responsabilità, sarà per la camera non esposta ad est, sarà per la sistemazione comoda, per il senso di sicurezza e protezione, sarà per qualsiasi scusa voi vogliate essere così gentili da contribuire a fornirmi, ma tendo a non dare segni di vita prima delle nove.
Mia sorella, già in piedi da ore, in genere mi porta il caffè. Prova un paio di volte a svegliarmi, mi tasta il polso, poi mi abbandona al mio destino. Quando ho le forze per alzarmi, ingollo il caffè raffreddato e metto piede in cucina con la verve di una blatta in avanscoperta.
Giulietta ha i capelli raccolti, a quel punto, in cucina. Sta ascoltando Santana. Ha le mani rapidissime: sta arrotolando una sigaretta, oppure sistema le ultime cose nella borsa, per scendere a studiare. Risponde a una mail. Non posso aiutarla a fare niente, perché tutto è già fatto, ho soltanto la mia tazzina da lavare. Giulietta è sulla porta mentre io ancora devo capire come ci si sfila un pigiama.
Tono su tono, mia sorella conosce sette modi per mettere un foulard. Io conosco un modo solo per non strangolarmi con una sciarpetta. Se io ho la fortuna di avere ciglia così grandi da non poter mettere il mascara, lei ha la fortuna di saperlo mettere senza accecarsi. Giulietta è l’unico essere umano a essere passato per decine di passioni una più dissimile dall’altra mantenendo, in tutte, lo stesso aplomb: il karate, la chitarra elettrica, la collezione di civette, ogni cosa è stata portata a termine come se danzasse. Adesso fotografa, ma non per passione. Fotografa perché un rettangolo di quello che vedono i suoi occhi decide di staccarsi in maniera precisa dal resto ed esige da lei un esatto bilanciamento del bianco e un’inequivocabile inquadratura. Così frequenta l’accademia, dove ha scoperto che ubbidire a quello per cui si è nati pretende precisioni concentriche sempre più sottili e sempre più sottili forme di tortura. E che sua sorella un fondo di ragione ce l’aveva quando strillava come un’ossessa a chi le chiedeva se la gratificasse l’hobby della scrittura.
Così scendiamo al bar, a metà mattina, e ognuna si mette a lavorare alle sue cose. Io ho i compiti dei cuccioli d’uomo da correggere, o un libro da recensire, o qualcosa da scrivere al computer. Lei sta rivedendo fotografie, misurando prospettive, leggendo un libro di storia dell’arte. Ci interrompiamo, a volte. Lei, per esempio, dice:
«Durante una giostra a cavallo, il Duca di Montefeltro perse un occhio. Da quel momento si fece ritrarre sempre di profilo. Se guardi bene qualsiasi suo ritratto, vedrai che l’osso del naso è limato. Chiese di farlo per guadagnare una visuale più centrata.»
Dice:
«Pare che Botticelli si chiami così per colpa di suo fratello, così grasso che tutti lo paragonavano a una botte. In famiglia erano tutti un po’ robusti, ma lui esagerava. Il nomignolo si estese.»
Le giro uno sguardo di straforo. Lei nicchia. Dice:
«Nella maggior parte delle madonne, Perugino avrebbe fatto il ritratto di sua moglie.» Dice: «Bernini avrebbe soffiato l’incarico della fontana di Piazza Navona a Borromini regalando un modellino d’argento del lavoro alla cognata del papa.» Dice: «Durante la festa per i suoi ottant’anni, Frank Sinatra fece circondare Kate Moss dalle sue guardie del corpo e la baciò.»
Nulla di questo ha mai il tono saputo con cui qualcuno di voi può aver letto le frasi, quindi vi prego di tornare daccapo e arrotondare le labbra, con un filo di stupore, e rendersi più lucidi gli occhi, perché è così che Giulietta lo dice.
È per queste ragioni che il gestore del maneggio vede mia sorella e immediatamente sella il sauro.

 © Giovanna Amato

N.B.: Questo brano è stato steso dopo la prima lezione di equitazione. Per amore di correttezza va detto che, al momento in cui scrivo, ne è avvenuta una seconda, dove l’istruttore ha voluto fare un tentativo affidandomi un cavallo più alto. Ho chinato il capo in segno di assenso con studiata vezzosità. Giulietta è stata la regina del birillo. Io ho trascorso l’intero trotto urlando.

Ventuno settembre

(Bunker della Seconda Guerra Mondiale, 1942)

(Bunker della Seconda Guerra Mondiale, 1942)

 

Ventuno settembre

Fosse sempre domenica mattina
per scambiarci un segno nella fretta
e ricordare col sorriso di un bambino
che il corpo di Cristo è altra cosa.

Fosse sempre luglio per lasciare la città
e tornare alle origini oppure agosto
per stare fermi a guardare una stella
e un desiderio passare.

Fosse sempre il tempo che non è
quello delle bandiere appese sui balconi
come a un filo di speranza, in Italia
come in Siria, anche quando fuori piove

Fosse stato tutto questo, oggi sarei
andato al mare, avrei preso una birra
e sarei rimasto steso al sole, senza chiedermi
perché di pace si scrive solamente e non si vive.

2013 © Marco Annicchiarico, inedito

Giovanni Catalano – Falcone-Borsellino

Con il tramonto negli occhi,
gli occhiali scuri

quando torniamo in auto
dall’aeroporto di Punta Raisi
e all’altezza di Capaci
smettiamo all’improvviso
di chiamare le cose
coi loro nomi

osserviamo i lunghi monumenti,
le gallerie, i guardrail.

L’odore che non dura
della macchina nuova,
questo paesaggio
che fa di me un bugiardo.

Allora penso ai morti.

Che la mia morte
sarà comunque diversa
o che siamo felici
e anche per questo
non possiamo essere felici.

Perchè lo so, vediamo
che è un giorno buono.

Siamo qui
ma sono io, sei tu
e oggi, domani dico
non avremo giorni migliori.

Giovanni Catalano, inedito (2010)