InEdito 2014

Luigi Bernardi – Un incipit (stasera alle 19,30 a InEdito – RaccontareObliquo)

luigi bernardi foto di roberto nistri

luigi bernardi foto di roberto nistri

Stasera all’interno di InEdito – Raccontare l’obliquo a M^C^O ricorderemo Luigi Bernardi e sarà una festa chiamata Un giorno vi racconterò saremo in tanti e vi aspettiamo a Macao alle 19,30, intanto voi potete leggervi una roba che è un po’ come i C’era una volta, una cosa da cui tutto cominciò. A stasera (gm)

***

Sono nato nel 1953, in pieno inverno, nel casale di famiglia, isolato in mezzo a una campagna che più piatta si farebbe fatica a immaginare. C’era l’abitazione principale e c’erano altri edifici, alcuni grandi come la stalla e il granaio, altri poco più di casupole: il pollaio, la lavanderia, la stalla dei maiali. Il riscaldamento era assicurato dal camino, ma solo nella grande cucina su cui troneggiava, l’illuminazione dalle lampade a petrolio, l’acqua bisognava tirarla su dal pozzo, sempre generoso.

I primi anni li ho passati ad aspettare che qualcuno si accorgesse che c’ero. Ansia inappagata: gli uomini e le donne uscivano la mattina presto per andare a lavorare i campi, rincasavano a mezza giornata, si ricaricavano ingozzandosi di enormi piatti di pastasciutta o di polenta e ripartivano per ritornare soltanto al tramonto. A casa rimanevano i nonni, lei si occupava di preparare i pasti e di accudire le galline, lui della cantina e delle altre bestie, io chissà che opinione dovevo farmi del mondo.

Mi ammalavo spesso, febbri altissime che mi seccavano la gola. Solo in quei casi avevo diritto a un po’ di compagnia, veloce perché il tempo era il bene più prezioso, non bastava mai ed era insensato sprecarlo dietro a bollori che si sarebbero quietati nel giro di qualche giorno.

Gli uomini certe sere andavano al bar dell’Olmatello a giocare a carte e vedere la televisione, le donne avevano sempre qualcosa da fare, a coccolarmi ci pensava lo zio Aldo, un uomo schivo, senza compagnie, ma calibrato, dolce e affascinante come sempre dovrebbe essere un adulto per un bambino. Poi c’era il cane Puppi che mi balzava addosso per leccarmi la faccia, aveva un anno più di me, pare che abbaiasse sempre con la stessa voce contenta del giorno in cui mi aveva sentito nascere.

La campagna, sono troppi ricordi distinti per poterne dipingere un quadro d’insieme. Per me era soprattutto disporre in ogni momento di uno schietto calendario vivente. L’imbiondire del grano, la crescita dei cocomeri, la maturazione dei fichi, l’uccisione del maiale, la processione del Corpus Domini, i piedi nudi che pigiavano i grappoli d’uva: tutto in campagna era il preciso segnale di un tempo che avanzava e rispetto al quale non si poteva restare indietro.

Una mattina, mi ero svegliato sentendo altre voci, svelto ero sceso per la fredda scala che portava in cucina. In casa era arrivata la prima vera novità della mia vita: la radio. Era un apparecchio molto grande, con due enormi manopole per la sintonia e il volume. Serigrafati sul frontalino di vetro c’erano delle sequenze incomprensibili di numeri e i nomi di tante città. Alcuni erano scritti con delle lettere, come la k, la y, la w, che non conoscevo perché mancavano nell’alfabetiere che mi avevano regalato perché prendessi confidenza con l’avventura scolastica che mi aspettava di lì a poco. La radio avevo cominciato ad ascoltarla sempre, per alcuni in modo eccessivo, tanto che mi rimproveravano di “consumare le valvole”. Grazie alla radio avevo prima letto le parole “New York” e “Tokyo”, poi saputo cosa fossero. La radio era stata la mia prima finestra sul mondo, il Resto del Carlino la seconda. Strappavo le pagine e ritagliavo le lettere dai titoli, in poco tempo le grandi forbici della famiglia mi avevano offerto due nuovi alfabetieri completi, uno di maiuscole, l’altro delle minuscole. Dopo era arrivata la scuola, la finestra era diventata un porta, che avevo prima socchiuso con timore, poi subito spalancato. Ancora pochi anni e i cardini avrebbero ceduto.

Il calendario aveva cominciato ad arricchirsi di stagioni diverse, i giorni non erano più soltanto una replica di loro stessi, potevano riservare delle novità, anche sotto forma di piacevoli sorprese, come la Paola.

©Luigi Bernardi

***

Tratto da La foresta dei coccodrilli e altri racconti di smanie minorenni Alberto Perdisa editore – 2007

Paolo Agrati poesie (aspettando InEdito – raccontare obliquo)

aolo agrati foto di massimo tecchia

aolo agrati foto di massimo tecchia

Questa è la settimana che porta a Inedito 2014 – Macao il festival Raccontare Obliquo dura tre giorni (a partire da oggi)  23/24/25 maggio. Sabato 24 maggio alle 17,30 InEdito ospita (Quando la realtà supera la fantasia) di Paolo Agrati. Oggi entriamo in  InEdito con alcune sue poesie . Il fine settimana è arrivato,  vi aspettiamo. (gm)

inedito

Ma che m’importa che rimanga
una traccia di me.
Per quanto profondo un solco
non possiede la sua forma.
E pure un assassino, un tiranno
un bifolco lascia l’orma.
Non m’importa del tempo
nel cammino il mio affanno
la misura, è la distanza
tra un arrivo e una partenza.
Che m’importa se qualcuno
leggerà le mie parole
le parole rimangono parole
anche se nessuno le ascolta.

da: Nessuno ripara la rotta. La vita felice 2012

Accarezzo le tue inesattezze
mentre parli a tua madre.
Seguendo le curve della schiena
bendate in cima dal reggipetto
e poi dal collant troppo stretto.
Adoro sentire il tempo che abbonda
sui fianchi. Il tuo seno imperfetto.
Ma qui al ristorante il momento
è per desiderarti soltanto.
Pensare che dopo il pranzo
il vino, la carne, i parenti.
La qualità più croccante
del gusto è l’attesa.
Perciò che per ora sia pasto
sia il vino, la carne, i parenti.

Da: Quando l’estate crepa. Lieto colle 2009

Non resta che ingannarle, queste dita
distrarle in qualche astuta operazione
quotidiana. Si incontrano smarrite
dalla lieve passeggiata del mattino.
Era la mia lingua straniera, compresa
dalle labbra con le quali non pronunci
parola, era lo sguardo d’erba bagnata
la marcia dei soldati sulla pelle di neve.
L’impronta non concessa a questa bocca
illusa d’esser casa di un respiro.
Del suono, del tuo soffio sono cassa.
Ti porto come un organo
all’altare della chiesa.

***

©Paolo Agrati

 

David Foster Wallace (aspettando InEdito – Raccontare Obliquo)

Illustration by Kathryn Rathke

Illustration by Kathryn Rathke

Questa è la settimana che porta a Inedito 2014 – Macao il festival Raccontare Obliquo dura tre giorni 23/24/25 maggio. Domani sera alle 22:00 NONOSTANTE SI FINISCA OVVIAMENTE PER DIVENTARE SE STESSI | RACCONTI SU D.F.W. con Paolo Cognetti, Martina Testa e Alessandro Raveggi. Domani Inedito comincia.

«E allora stanotte, per farti star zitto, ti dirò che con Dio ho due o tre conti in sospeso, Boo. Mi sembra che Dio abbia un modo piuttosto disinvolto di gestire le cose, e questo non mi piace per nulla. Io sono decisamente antimorte. Dio sembra essere sotto ogni profilo promorte. Non vedo come potremmo andare d’accordo sulla questione, lui e io, Boo»

Tra coloro che hanno un nucleo incrinato e gli altri, è come tra poveri e ricchi, è come la lotta di classe, si sa che ci sono dei poveri che ce la fanno ma la maggior parte no, non ce la fa, e dire a un malinconico che la felicità è una decisione, è come dire a un affamato che può sempre mangiare brioche.
Aspettate che accada. E mentre giocate comincerete a pensare in modo del tutto diverso. È come se ce l’aveste dentro, il campo da tennis. La palla smette di essere una palla. La palla comincia a essere una cosa che voi sapete dove dovrebbe essere in aria, a ruotare.
Che le attività noiose diventano perversamente molto meno noiose se ci si concentra molto su di esse. Che se un numero sufficiente di persone beve caffè in una stanza silenziosa, è possibile sentire il rumore del vapore che si leva dalle tazze. Che a volte agli esseri umani basta restare seduti in un posto per provare dolore. Che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi. Che esiste una cosa come la cruda, incontaminata, immotivata gentilezza.
Che Dio – a meno che non siate Charlton Heston, o fuori di testa, o entrambe le cose – parla e agisce interamente tramite degli esseri umani, ammesso poi che ci sia un Dio. Che Dio potrebbe inserire la questione se crediate nell’esistenza di un dio o meno piuttosto in basso nella lista delle cose sul vostro conto che a lui/lei/esso interessano.

(da Infinite Jest, Einaudi; trad. Edoardo Nesi)

La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù e presto anche l’età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch’io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch’io, chi avrebbe mai immaginato che esistesse un modo più veritiero di dire “morire”, “andarsene”, il solo suono mi fa sentire come mi sento al crepuscolo di una domenica d’inverno…

(da Il re pallido, Einaudi; trad. di Giovanna Granato)

Wu Ming – (aspettando InEdito – Raccontare obliquo)

wuming

Questa è la settimana che porta a Inedito 2014 – Macao il festival Raccontare Obliquo dura tre giorni 23/24/25 maggio. Il 23 sera alle 19,15 ospite di Macao sarà il collettivo Wu Ming con L’armata dei sonnambuli. Qui sotto un estratto  dal primo capitolo di 54 (Einaudi 2002) per accompagnarvi. InEdito è dietro l’angolo ormai (gm)

***

Capitolo 1

Napoli, Ippodromo di Agnano, domenica 3 gennaio 1954
Magione uscí per primo al tondino, accompagnato dall’artiere che indossava i colori
azzurro e oro della scuderia. Cominciò a girare, scrollando il collo, quasi a sciogliere la
tensione. Quattro anni di purosangue fulvo, muso sottile e affilato, nel ’53 aveva avuto una
buona stagione, molti piazzamenti e due vittorie. Dietro di lui, gli artieri introdussero gli
altri animali, superbi, un metro e ottanta al garrese, il fiato che si perdeva nell’aria
pungente del pomeriggio. Giuseppe Marano accarezzò il collo della sua Ninfa, favorita
assoluta, anche se sapeva di essere lui il piú nervoso dei due. Lanciò un’occhiata
interrogativa agli spettatori, poi completò il giro controllando le finiture per l’ennesima
volta. La cavalla sbuffò a pochi passi da Lario: i maschi non le andavano a genio. Poi Verdi,
Augusta e Redipuglia, molto belli anche loro, ma nomi buoni tutt’al piú per un
piazzamento, se non fosse che Augusta, sul terreno pesante, poteva fare bene. Fino al
giorno precedente, prima del cielo terso di quella domenica invernale, su Napoli aveva
piovuto e la pista era ancora allentata. Monte Allegro, il piú nervoso del gruppo, arrivò
sbuffando e tirando le briglie, senza badare alla voce dell’allenatore, che parve sussurrargli
qualcosa per calmarlo. Niente di nuovo: Monte Allegro era di quelle bestie difficili da
controllare, che divorano i primi mille metri e crollano sul finale.
In tribuna, Salvatore Lucania accese una sigaretta e osservò il vento portarsi via la prima
boccata di fumo. Si era dovuto togliere i guanti e adesso quasi se ne pentiva: il freddo era
intenso. Si voltò verso il Cavalier De Dominicis e disse: – Ma questa non era la città d’o sole?
Minchia, fa un freddo che pare di stare a New York!
Il Cavaliere rise, subito seguito dal capannello di gente che li circondava. Lucania si strinse
nel cappotto di cammello e continuò a fumare.
I due cronisti lo avvicinarono taccuino in mano.
– Signor Lucania, dicono che Eduardo è interessato al film sulla vostra vita. Lo avete
incontrato?
– De Filippo? No. Ottima persona, grande artista, ma non glielo lasciano fare, quel film, ve
lo dico io.
– E, dite, chi scegliereste per interpretarvi sullo schermo?
Lucania si aggiustò gli occhiali. – Cary Grant, of course. Tra gli italiani mi piace Amedeo
Nazzari.
Fu un’occhiata truce ed esplicita a convincere la carta stampata a non insistere oltre.
Responsabile di quello sguardo era Stefano Zollo, collo da bove stretto nella cravatta
sottile, affiancato da Victor Trimane, a evitare che l’andirivieni di persone infastidisse il
capo.
– I cavalli entrano in pista, – annunciò lo speaker dagli altoparlanti.
I fantini, già in sella per il riscaldamento, fecero sgambare i cavalli per saggiare la pista.
Ninfa pareva una principessa bianca in mezzo ai mori. Marano si assicurò il frustino al
polso e calcò il berretto sulla fronte. Lario sentí odore di femmina e scrollò la testa. Poi
passarono Verdi e Magione, seguiti da Augusta e Redipuglia. Per ultimo Monte Allegro: il
morello teneva la testa alta, i denti in vista, e Cabras, il fantino sardo, faticava a tenerlo
buono, continuava a parlargli e carezzarlo, senza grande successo.
Saverio Spagnuolo attese che il ragazzino tornasse con le quote dei picchetti. Lo vide
sfrecciare nella sua direzione e avvicinarglisi con un bisbiglio: – Save’, Ninfa sta a mezzo.
Spagnuolo annuí e si rivolse al tizio che lo aveva avvicinato: – Compare, Ninfa è
favoritissima, te la posso dare a settanta per cento, non di piú. Ma ci sono pure gli altri
cavalli se li volete, e là le quote sono alte.
Quello gli strinse la mano passandogli le banconote arrotolate: – Tu mi vuoi fare fesso. Il
settanta per cento va bene. Ninfa vincente.
– A disposizione. Statti buono.
L’allibratore clandestino adocchiò ancora i cavalli che sgambavano sulla pista e ricordò gli
ordini: tenere basse le quote finché si poteva.
Graffiò il taccuino con pochi geroglifici convenzionali e se lo ficcò in tasca. Poi spedí di
nuovo il ragazzino ai picchetti.
– Fatemi ventimila su Ninfa a quattro quinti.
– Settanta per cento.
– Pure con la pista lenta? – obiettò lo scommettitore per convincerlo ad alzare la quota.
– Settanta per cento, un affare. Se non vi sta bene, il picchetto ve lo paga a mezzo.
Spagnuolo afferrò la mazzetta e contò veloce, scarabocchiò ancora qualcosa e ne strappò
una striscia.
– Cinquemila su Ninfa.
Il giudice di gara diede il segnale di avviare i cavalli alle gabbie. Magione dentro per
primo, seguito da Augusta. Marano trattenne Ninfa finché non entrò anche Lario. Monte
Allegro girava ancora al largo creando qualche problema al fantino. Il nervosismo
contagiò anche Verdi e Redipuglia, che iniziarono a sbuffare e strattonare le briglie.
Gennaro Iovene richiuse la valigetta con gli strumenti veterinari e si avviò all’uscita delle
scuderie. La luce intensa lo abbagliò appena fu all’esterno. Ebbe un attimo di esitazione
poi prese per il vialetto lungo la destra, verso le piste, vedendo in lontananza i cavalli
entrare nelle gabbie. L’uomo col cappotto nero, mani nelle tasche, dava le spalle al circuito.
Iovene si limitò a un cenno del capo, e quando quello si accese una sigaretta seppe che il
segnale era giunto a destinazione.
Proseguí senza voltarsi, sentendo crescere il fragore del pubblico.
– I cavalli sono in partenza. Un minuto alla chiusura delle scommesse al totalizzatore, –
rimbombarono gli altoparlanti.
Marano tenne Ninfa ben stretta. La femmina puntò il muso oltre il cancelletto. Gli altri
erano già tutti dentro, eccetto Monte Allegro, che continuava a opporre resistenza. Con
poderosi colpi sui fianchi, e l’aiuto di un paio di inservienti, Cabras riuscí a farlo entrare.
Cassazione scalpitava quasi quanto il morello che era entrato per ultimo. Continuava a
soffiarsi il naso nervoso. Accanto a lui, anche Kociss non si sentiva tranquillo, con tutti
quei soldi nelle tasche. Erano piú di quanti ne avesse mai contati in vent’anni di vita.
Fecero un cenno a quelli che li aspettavano davanti ai picchetti, passandogli i soldi con un
movimento istantaneo. Partirono tutti e quattro all’unisono, infilandosi tra la gente che
assediava i banchi degli allibratori. Kociss allungò il mazzo di banconote: – Centomila su
Monte Allegro!
L’allibratore allungò il collo: – Cosa?
Piú forte. – Centomila su Monte Allegro!
La stessa scena si ripeté agli altri tre banchi. Gli allibratori si voltarono in un unico
movimento per riscrivere la quota sulle lavagnette. Da sette a due e mezzo. Era andata.
Kociss sfrecciò come un fulmine al totalizzatore, dentro l’edificio coperto, spintonando
alcuni scommettitori, raggiunse la ricevitoria all’ultimo secondo disponibile: – Centomila
sul numero sei, Monte Allegro.
La cassiera non batté ciglio ed emise la ricevuta. Al totalizzatore la quota di Monte Allegro
scese da centottanta lire a poco piú di novanta.
Kociss sorrise a Cassazione – Iamm’.
I cancelletti si aprirono con un unico clangore metallico riversando gli animali sulla pista.
– Partiti!! – tuonò lo speaker.
Saverio Spagnuolo se li vide sfrecciare davanti. Serrò le banconote stropicciate nelle tasche
e pregò sua madre in cielo che tutto filasse liscio.
Magione prese subito un paio di lunghezze, all’ingresso della curva. Marano lo lasciò
andare tenendo Ninfa un po’ discosta, sulla sua scia. Subito dietro Verdi, con ai fianchi
Redipuglia a precedere Lario e Augusta, Monte Allegro lungo lo steccato.
Iovene si fermò pochi metri prima del cancello. Si disse che era la curiosità di vedere la
corsa, ma sapeva benissimo che era paura. Paura che qualcosa andasse storto. In ogni
momento aveva la sensazione che la valigetta scivolasse dalla mano sudata o che qualcuno
gliela potesse strappare. La siringa lí dentro valeva duecentocinquantamila lire. Deglutí.
Ai mille metri Ninfa cominciò la sua progressione, incalzando Magione, che procedeva in
testa lungo lo steccato, fino ad affiancarlo. Augusta e Lario cominciarono a perdere metri,
non trovando terreno galoppabile. Cabras mantenne Monte Allegro lungo la corda,
accorciando la distanza dai primi e superando Verdi all’interno. Marano si voltò per
controllare la situazione, e vide il morello guadagnare terreno fino a piazzarsi in coda a
Magione. L’unica cosa che riuscí a pensare, giunti a quattrocento metri dal palo, fu: NON
ANCORA.
Kociss e Cassazione erano piazzati sul traguardo, trattenendo il respiro.
A duecento metri dall’arrivo, Ninfa, lanciandosi in avanti, scartò leggermente a sinistra,
già piú di una lunghezza di vantaggio su Magione. Cabras fulmineo infilò il muso di
Monte Allegro nel varco che si era aperto. Marano capí che quello era il momento, agitò i
gomiti come per chiedere il massimo alla cavalla, ma di fatto ne trattenne lo slancio. Vide
Monte Allegro spuntargli ai fianchi e mettergli il muso davanti fino a stamparlo sul palo
per un’incollatura.
Salvatore Lucania accolse la volata finale con un sorriso contenuto, mentre tutti, intorno, e
anche giú in basso, nel parterre, impazzivano di rabbia e incredulità. Monte Allegro primo,
seguito da Ninfa, Magione e Redipuglia.
Il Cavalier De Dominicis applaudí: – Complimenti, Don Salvatore, avete vinto un’altra
volta.
Lucania annuí serafico: – Che volete, io sono sempre piaciuto. Anche alla fortuna!
Il capannello assiepato intorno a loro applaudí e rise all’unisono.
Stefano Zollo rimase impassibile, muovendosi solo quando Lucania decise che era venuto
il momento di scendere.

***

© Wu Ming – 54 – Einaudi 2002 (il brano è scaricato dal sito di Wu Ming)

Guido Catalano: poesie

guidocatalano

Questa è la settimana che porta a Inedito 2014 – Macao. Il festival Raccontare Obliquo dura tre giorni: 23/24/25 maggio. Sabato 24 maggio alle 18,30 InEdito ospiterà La donna che si baciava coi lupi di Guido Catalano. Oggi andiamo verso InEdito con alcune sue poesie inedite. Il fine settimana si avvicina vi aspettiamo. (La redazione)

 

A conti fatti e mal che vada

A conti fatti
e mal che vada
t’avrò scritto
una mezza tonnellata
di poesie d’amore
di discreta meraviglia.
Mal che vada
e a conti fatti
te ne sarai fatta poco
o niente.
Io no
le rileggerò sorridendo
mi faranno compagnia
mi darò dello stupido
e dello splendido
sbatterò testate al muro
bacerò sulla bocca le nuvole.
Mi innamorerò come piovesse
e pioverò su prati lontani
rendendoli fottutamentissimamente belli.

 

A Torino non si scherza un cazzo

A Torino non si scherza un cazzo
a Milano gira il grano
a Roma è tutto un magna magna
a Napoli poi muori
a Verona ti innamori
ma a Torino
non si scherza
un cazzo.
Questa poesia d’amore non è una poesia d’amore
perché a Torino non si scherza un cazzo
perché è l’amore ai tempi di Torino
perché Torino ha i tempi dell’amore
ma è roba dura
è roba che te la devi faticare
è un amore che ci sta poco da scherzare.
Questa poesia d’amore
non è una poesia d’amore
è una spada laser
questa poesia è una spada laser
e noi siamo belli
e tu hai gli occhi buoni
– buoni non vuol dire stupidi
buoni vuol dire
che non si scherza un cazzo –
e noi siamo due Jedi io e te
e abbiamo capito
che il lato ganzo della forza
alla fine
è meglio.
A Torino fai più fatica qui a Torino
perché a Torino
non so se è chiaro
a Torino
non si scherza un cazzo.
Però se ce la fai a Torino
– e pochi ce la fanno –
a Torino se ce la fai
poi spacchi i culi
a mani nude
a mani nude legate dietro la schiena
su un piede solo
con un gatto su una spalla
sorridendogli negli occhi.
Perché se voglio io
hai presente la Luna?
anche la Luna a Torino
è una Luna
che ti giuro
è una Luna che non scherza un cazzo.
Io la Luna
io salgo sulla cazzo di Mole
e te la stacco dal cazzo di cielo
a morsi
la Luna
hai capito?
te la strappo dal cielo a morsi
e sai che faccio?
la sputo
e poi già che ci sono
la tiro giù la Mole
a testate la tiro giù
che mi ha rotto i coglioni pure la Mole
come la bagna cauda del cazzo
e i torelli sputazzoni.
Comunque
volevo solo dire
– perché magari mica si è capito bene –
che io a Torino ci vivo
ci muoio
e poi ci resuscito
perché qui a Torino
non si scherza
un cazzo.

 

Al netto di sta minchia

Al netto di sta minchia
se tornerai troverai il portone chiuso
se abbatterai il portone troverai cani da guardia
affamati come le bestie
se darai loro polpette al gusto di sonnifero
troverai la porta sbarrata da sette serrature
se scardinerai le sette serrature
troverai un campo minato di mine anti-donna
se saltellerai tra le mine anti-donna senza saltare in aria
troverai un corridoio pieno di ragni e topi e serpenti
tutti velenosissimi
anche i i topi velenosi, sì
e anche i piccioni velenosi troverai
se sarai così coraggiosa d’addentrarti nel corridoio
e così fortunata da non farti mordere, pungere, beccare, rosicchiare
troverai alla fine del corridoio
un piccolo uscio.
Al netto di sta minchia
il piccolo uscio si apre solo
con la parola magica.
Una parola fatta di mani, occhi, silenzi e strofinio di nasi.
E posto tu l’abbia mai saputa
al netto di sta minchia

 

E quanti questa notte

E quanti questa notte
sono stati svegliati dal temporale dentro il loro letto
e si son tirati su il lenzuolo fino al mento a fare scudo al freddo ai fulmini e alla finestra aperta che la sbatte il vento.
E quanti questa notte
hanno avuto un corpo da abbracciare ascoltando la pioggia che schiaffeggia i tetti
e quanti invece soli come i cani hanno contato i secondi dalla luce al tuono.
E quanti questa notte
hanno potuto dare un bacio sulla spalla della bella che t’addormisce accanto e quanti l’hanno sentita chiedere in sussurro “non dormi?”.
No, e neanche tu.
E quanti questa notte
si sono alzati a chiuder la finestra e quanti hanno aperto il frigo ci hanno guardato dentro illuminati dalla luce bianca e quanti sono andati a fare una pisciata a unire scroscio a scroscio e quanti sono stati a pancia in su nel quasi buio a pensare ma quanto è bello e che pauroso ma quanto è bello e spaventoso il temporale quando d’estate è notte.
E questa notte quanti han maledetto il cielo che non li fa dormire.
I cani soprattutto nascosti sotto i tavoli a tremare.
Io questa notte ero tra quelli
ho visto la tua ombra proiettata dal fulmine sulla parete della stanza.
E non maledicevo il cielo né l’ira di Dio che ne veniva giù.
Maledicevo il destino cane che questa notte avrei dovuto essere protetto da tutti quei capelli dai tuoi respiri stare svegli ad ascoltare il tuono magari ridere del cielo che si squarcia nascondermiti dentro e poi sì, forse,
dormire.

 

Ed io che credevo che l’amore fosse un gatto che viene dal Paradiso

Perché da bambino
al posto di farmi innamorare
di quella deficiente di Candy Candy
non mi hanno detto la verità?
Pensavano davvero che avrei imparato da solo?
Sbagliavano.
Avevano ragione.
Ho imparato che l’amore non è
né gatto né cane
l’amore non è una rana
e non è un cavallo
men che meno un rinoceronte
o una farfalla
sarebbe bello fosse una tartaruga gigante
ma non è.
L’amore non è un cazzo di gabbiano
che plana sul mare al tramonto.
Non è una balena.
L’amore non è quella cosa che mi avete detto.
Mi spiace per tutti i poeti
che fin dall’inizio
ci hanno provato.
L’amore è
una palla da bowling
scagliata da diecimila metri d’altezza
che sfonda il tetto del tuo condominio
e ti prende in pieno cranio
mentre stai facendo delle facce buffe
davanti allo specchio
lavandoti i denti
alle sette e un quarto del mattino
nel tuo cesso dalle piastrelle rosse.
Non so quanto ti deluda la notizia, bambina
sicuramente so che il mio cranio
è rivestito di adamantio
posso fare a testate con Wolverine
se capisci cosa intendo.
Il fatto poi di non mancarti a tal punto
da far rivoltare Guglielmone Shakespeare nella tomba
– se capisci cosa intendo –
rimane uno dei misteri irrisolti
di questa fase storica
di questo ridicolo
Paese
dei miei coglioni.

 

La chiamata

Chiederò agli amici poeti di cantarti
e agli amici gatti di miagolarti e farti le fusa di notte
agli elettrauto di ricaricarti la batteria in caso di bisogno
e ai grilli di farti serenate per addormentarti.
Chiederò al sole di scaldarti
e al vento di carezzarti
chiederò alla terra di sostenerti.
Chiederò agli alberi di ombreggiarti
chiederò ai pittori di dipingèrti.
Chiederò ai tassisti di portarti
e ai vigili del fuoco di salvarti
chiederò alle mamme di cullarti
chiederò a Bob Dylan di raccontarti.
Chiederò alle preoccupazioni di lasciarti
e chiederò ai bimbi di girotondarti
chiederò alla mattina di svegliarti delicatamente
e al Babau di non spaventarti
chiederò ai proiettili di mancarti.
Non so se tutti risponderanno alla mia chiamata
ma sono piuttosto ottimista.
Chiederò alle mie braccia di abbracciarti
e a te di farti abbracciare
chiederò a me stesso di lasciarti andare.

 

ogni volta che mi dai un bacio muore un nazista

– ogni volta che mi dai un bacio, muore un nazista
– avremmo dovuto conoscerci durante la Seconda Guerra Mondiale, non trovi?
– ogni volta che mi dici che ti manco, un camionista sorride
– cosa c’entra?
– non lo so, mi piaceva l’immagine di un camionista stanco che percorre la sua lunga interminabile strada dall’est all’ovest sul suo gigantesco autoarticolato e a un certo punto sorride, senza sapere neanche lui il perché
– sei strano tu
– ogni volta che facciamo l’amore, ringiovanisco di tre anni
– allora dobbiamo stare attenti, che non vorrei una mattina o l’altra, svegliarmi accanto a un bimbo
– ogni volta che vedo la luna che galleggia piena e gialla sulla mia città penso che anche tu, dalla tua città, se alzi il naso, vedi la mia stessa luna piena e gialla e tutto ciò mi sembra meraviglioso e romantico e bellissimo
– poi capisci che stai rincoglionendo?
– sì
– eh
– ogni volta che penso alla possibilità di perderti, il mio cuore si ferma per cinque secondi
– ho un amico cardiologo, ti do il numero
– ogni volta che mi dici che m’ami divento cintura nera di felicità settimo dan
– io non t’ho mai detto che t’amo
– c’è sempre una prima volta
– sembri molto sicuro di te
– non credi che io abbia un sacco di buoni motivi per esserlo?
– vuoi la verità?
– non so se sono pronto alla verità, baciami
– e sia, un nazista in meno.

 

Se questa fosse una poesia

Forse l’ho già detto che ci conoscemmo a primavera
e forse ho detto già
che la primavera è un bel posto per incontrarsi.
La verità
è che mancavano cinque giorni alla primavera
forse sei.
E non ricordo se già l’ho detto
ma quando la vidi la prima volta tremavo
forse sì l’ho detto
lei non se ne accorse
tremava.
Non era il freddo, cazzo
era primavera
era quasi primavera, l’ho detto?
certo.
È che quando l’ho vista la prima volta ho capito.
Ho capito in quel momento preciso
quando l’ho vista entrare
che avrei voluto
potuto
passare la vita con lei
passare la mia vita con lei
ad inventarci nuovi tipi di baci.
Non male come prospettiva, no?
La prima volta che abbiamo dormito assieme
mi sono svegliato prestissimo
ero troppo agitato e contento
la guardavo dormire in quella strana posizione
con le braccia tutte ingarbugliate e la faccia all’insù.
La guardavo sperando si svegliasse
sperando di non svegliarla
sperando mi sorridesse, al risveglio.
Non so se l’ho già detto
ma amavo il suo corpo
come ho amato poche cose al mondo
le mie mani a un certo punto
lo seppero a memoria quel corpo lì.
Avevo sviluppato una sorta di dipendenza tattile
per il suo corpo.
Non sono sicuro di averlo già detto
a lei lo dissi
fu una delle prime cose che le dissi
le spiegai che la mia ossessione per i baci
è data dal fatto di aver sofferto una gran fame
di baci, intendo
per molto
troppo tempo.
Lei capì subito il problema
e si prodigò in una cura ricostituente
a base di labbra, di lingue, di schiocchi.
Dovrei aggiungere qualcosa sul suo sorriso
ma temo di non esserne capace.
Sapeva sorridere
il che, non è così scontato.
Forse non l’ho detto
forse sì
se questa fosse una poesia
sarebbe una dichiarazione d’amore
ho usato il passato
per confondervi le idee.

 

© Guido Catalano

Luigi Bernardi – Il tempo delle croci (aspettando InEdito – Raccontare Obliquo)

biennale architettura 2010 foto gm

biennale architettura 2010 foto gm

Questa è la settimana che porta a Inedito 2014 – Macao il festival Raccontare Obliquo dura tre giorni 23/24/25 maggio. Il 24 sera alle 19,30 Un giorno vi racconterò ricordo di Luigi Bernardi. Nell’attesa riproponiamo il bellissimo racconto di Luigi “Il tempo delle croci”. A sabato (gm)

***

Luigi Bernardi: Il tempo delle croci

Il secondo giorno di croci in piazza ce n’erano cinque. Cinque croci con un largo piedistallo che le teneva su, belle dritte a puntare il cielo. Chi le aveva messe aveva imparato la lezione della prima volta, quando di croce ce n’era una sola, ma con un piedistallo stretto e lungo che erano bastati gli spasimi della donna inchiodata sopra a farla rovinare per terra. Cinque croci e cinque crocifissi, tre uomini, una donna e un bambino. E neanche un segno che spiegasse perché.

Tonino il falegname dice che quelle croci sono fatte in serie, per cui c’è da aspettarsi che se ne trovino parecchie altre in giro. Poi dice che di chiodi del genere non se ne vedono più, che hanno smesso di fabbricarli da quando le case le costruiscono con il cemento armato. Alla fine si gratta la testa, spalanca gli occhi e dice che è proprio una cosa strana.

Il terzo giorno di croci in piazza ce n’erano soltanto due, un’altra era per terra, mezza rotta, pareva che un intoppo ne avesse impedito l’elevazione. I crocifissi erano un frate e una suora, lui calzava ancora i sandali, lei l’avevano lasciata con i piedi nudi. C’era chi sosteneva che la terza doveva essere per il cardinale. Uno biascicava che invece era meglio se fosse stata per il sindaco, però non spiegava perché.

Yuri lo zingaro dice che loro non c’entrano, che loro non hanno mai provato gusto a mettere in croce nessuno. Poi dice che i suoi figli avevano solo voluto fare uno scherzo, e che li tengano pure in galera se vogliono, basta che non sia per molto. Alla fine sputa per terra, si spazza la bocca con una manata e chiede se gli possono restituire almeno i due rami, che lui li aveva raccolti per fare la legna.

Il quarto giorno di croci in piazza ce n’erano ancora cinque, questa volta erano disposte in cerchio e al centro sembrava mancasse qualcosa. Erano tutti e cinque giovani, avranno avuto sui vent’anni ed erano vestiti diversi. Sotto quella dov’era inchiodata la ragazza con i capelli gialli c’era un cane, immobile, che però ogni tanto alzava la testa e guaiva. Si era lasciato portar via solo dopo che avevano smontato le croci. Ma c’erano già diciotto famiglie che lo volevano adottare.

Celso il poliziotto dice che non c’è verso, che la città è grande e le piazze troppo numerose, che non ce la fanno a controllarle tutte. Poi dice che le vittime non si sa chi siano, che non avevano documenti e che nessuno le ha ancora riconosciute. Alla fine si soffia il naso e aggiunge che questa è la cosa più strana, perché le fotografie di quelle facce le hanno viste dappertutto.

Il quinto giorno di croci in piazza non ce n’era nessuna. Erano tutti soddisfatti, soprattutto gli allibratori che avevano incassato le giocate e non dovevano pagare nessuna vincita, perché la gente aveva scommesso solo su una crescita di morti. Qualcuno che di nascosto teneva la lista dei cadaveri aveva messo via il quadernetto, poi aveva fatto finta di essere contento anche lui. Sotto sotto però si capiva che gli giravano le balle.

La signora Armida dice che è stato come i suoi reumatismi, che le vengono di quegli attacchi che durano proprio cinque giorni e dopo vanno via e la lasciano in pace per un po’. Poi dice che bisogna farci l’abitudine. Alla fine prende il rosario e comincia a sgranare delle preghiere, aggiunge solo che volenti o nolenti siamo pur sempre nelle mani del signore.

Il sesto giorno di croci in piazza ce n’erano novantadue, così tante che si faceva fatica a contarle.

***

© Luigi Bernardi

MACAO inEdito 2014 – Raccontare Obliquo

macao

Il 23, 24 e 25 maggio M^C^O ospita la seconda edizione di InEdito, festival di editoria indipendente.

Dopo l’edizione dello scorso anno, caratterizzata da una riflessione politica e culturale relativa al mondo dell’editoria, InEdito propone quest’anno una dimensione che richiama, più che al dibattere, al raccontare; un “Raccontare obliquo” – ripreso dai versi di Emily Dickinson “Di’ tutta la verità, ma dilla obliqua”.

Obliquo non è una formula, ma tante forme. Obliquo è il rumore che fanno in noi le cose di cui ci appropriamo (almeno in parte), leggendole. Obliquo è lo sguardo trasversale che si spinge dal minuscolo al gigantesco; obliquo è per dire e lasciar insieme spazio per capire.

Raccontare obliquo è uno spazio che si concede a diverse forme di narrazione, in cui ognuno può trovare qualcosa per sé.

InEdito è:

Raccontare – Raccontarsi: un narrare di sé, della propria storia, della propria soggettività

Raccontare – Disegnare: raccontare per immagini

Raccontare – Scrivere: che non ha bisogno di essere spiegato

Raccontare – Giocare: con le parole

Raccontare – Ricordare: il racconto soggettivo di qualcuno o qualcosa.

Programma in PDF

Guida alle singole giornate

Venerdì 23 Maggio (Livio Sossi, Wu Ming, Frankie Magellano, Martina Testa, Paolo Cognetti, Alessandro Raveggi, Tito Faraci, Paolo Castaldi)

Aspettate che accada. E mentre giocate comincerete a pensare in modo del tutto diverso. È come se ce l’aveste dentro, il campo da tennis. La palla smette di essere una palla. La palla comincia a essere una cosa che voi sapete dove dovrebbe essere in aria, a ruotare. (David Foster Wallace – Infinite Jest)

Sabato 24 Maggio (Lea Meladri, Lisa Biggi, Letizia Iannaccone, Massimo Vitali, Libri Finti Clandestini, Paolo Pasi, Mendo, Paolo Agrati, Guido Catalano, Paola Ronco, Antonio Paolacci, Alessandro Zannoni, Nicoletta Vallorani, Barbara Garlaschelli, Alessandra Terni, Nicoletta Bernardini, Giuseppe Merico, Anna Toscano, Rosario Palazzolo, Silvia Tebaldi, Gianni Montieri, Otto Gabos, Francesca Rimondi, Livia Satriano, gianCarlo Onorato, MisS xoX, Carlo Casale, Steve dal Col, Johnny Grieco, Massimo Giacon, Ivan Carozzi, Oderso Rubini, Ariele Frizzante, Federico Fiumani, Davide Toffolo)

La città non si emoziona, le città non si emozionano mai, come fossero fatte della stessa pietra fredda che chiude le sue case. La città non si emoziona, neppure oggi che i presupposti ci sarebbero tutti. […] La città non si emoziona, la città sono i cittadini, e i cittadini hanno ormai l’abitudine di farsi gli affari propri, ognuno dentro un confine personale, sempre più stretto, ogni giorno più inviolabile. (Luigi Bernardi – Crepe)

Domenica 25 Maggio (Filippo Parodi, Anna Giurickovic, Andrea Staid, Massimiliano Tappari, Lidia Cirillo, Thomas Pololi, Alessandro Gallo, Patrizia Valduga)

 

Il programma dei Workshop

 

(Poetarum Silva sostiene M^C^O ed è partner di InEdito. Vi aspettiamo)

 

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