inediti

Maria Gabriella Canfarelli, inediti

 

Silenzi e piena luna

A grammi, a chili, a fili di pochi o molti
centimetri cadono e cadono
silenzio e vento, seguono numeri
al centro dell’insonnia
lettere nude in punta di piedi dai libri,
pagine orfane di costole reggenti.
Il sonno tarda.
La piena luna guarda dal mare
detto di tranquillità,
che da qui non si vede.

 

L’ora esatta

Talora incaglia e affatica la trama
il tic-tac a vista in cucina
l’orologio puntato all’ora esatta
che non conosci, si guarda il muro
cotto al vapore
su cui teniamo pure il tempo
di carta. Ci sorveglia e ammonisce
il dubbio della colpa
quando facciamo un po’ le nuvole cattive
quando il tremore imbottigliato forte
agita il cuore, lo spacca. Immaginare
sia bello il luogo dove stendere
la tenera lunghezza della quiete
che ci metta a dormire,
che ci slacci la pelle di dosso.

 

Ciò che resta

Tienilo a posto e a mente
ciò che resta del cuore,
tienile qui, le piccole o grandi,
le poche o molte stranite parole
– quelle che cercano il giorno
o spaurite striscianti sul muro
– o acquattate in un angolo retto
da dormiveglia e sonnolenza
da cui destarsi vestite a festa
o catturate di frode dal fondo
(amore, sogno).

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I poeti della domenica #354: Eugenio Tomiolo, [E vivi se ti vol restar vivente]

 

E vivi se ti vol restar vivente,
E va sui prà dei fiori e erbe basa,
E verità precluse a ti ti aceta.
Va, camina, ora, varda farse el mondo
Al disegnar coreto o divin modo.
State a la bona indove ride el tuto,
Godite el fresco e godite l’arsore.
No credar d’essar solo, tuto vive,
Canta e rissona sona e ti ricanta.
Quel che distribuisse el sa e parte.
Da su’ sta mura buta tuta l’uva
Susà furà sugà scura de ave.

[E vivi se vuoi restar vivente] E vivi se vuoi restar vivente | E va sui prati dei fiori ed erbe bacia. | La verità precluse a te tu accetta. | Va, cammina, prega, guarda farsi il mondo | Al disegnare corretto o divin modo. | Statti alla buona dove ride il tutto, | Goditi il fresco e goditi l’arsore. | Non credere d’esser solo, tutto vive, | Canta e risuona suona e ti ricanta. | Quel che distribuisce sa le parti. | Da su questa mura butta tutta l’uva | Succhiata rubata asciugata scura di api.

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© Eugenio Tomiolo da Inediti in Poeti dialettali del Novecento, a c. di Franco Brevini, Torino, Einaudi, 1987

proSabato: Luigi Cecchi, Squeak

©Luigi Cecchi

SQUEAK

Lo squeak-segnale brillava alto sulla cima della Brum-brum Tower: il malvagio Dottor Dimensio-Nando minacciava per l’ennesima volta la serenità, la banalità e lo stile di vita ordinario e privo di senso dei cittadini di Opportunity City! Squeak, il roditore con le orecchie più lunghe dell’universo, indossò immediatamente la tutina attillata color cachi e si fiondò sulla S01, la moto-slitta-razzo parcheggiata nell’autorimessa segreta nascosta sotto la pagoda di plastica che aveva piazzato in giardino vicino alla piscina gonfiabile. «Ti fermerò anche stavolta! Soccomberai al potere di… SQUEAK!» Gracchiò il generatore casuale di frasi fatte che aveva installato nel cruscotto, mentre avviava il reattore. Come un missile, schizzò in cielo e poi ripiombò in picchiata verso l’obiettivo. Capì subito cosa aveva in mente il diabolico Dottor Dimensio-Nando: con un congegno che converte il cemento in carne, rubato due notti prima in una fabbrica di würstel, intendeva trasformare tutti i gargoyle della Cattedrale di Rosicchio in mostri che urlano e digrignano i denti senza però potersi muovere (perché dai, stanno sempre attaccati a una cattedrale)! Squeak non poteva permetterlo! Si scagliò dall’alto sul Dottor Dimensio-Nando, lasciando che la S01 si schiantasse contro un muro in modo da attivare l’effetto “ralenti” dell’esplosione. «Ti pentirai di aver abbandonato la professione di ginecologo per fare il cattivo!» Gracchiò un’ultima volta il generatore di frasi fatte della moto, prima di esplodere. Nel frattempo, Squeak stava già prendendo a pugni il criminale. Dopo averlo messo fuori combattimento, balzò in direzione del dispositivo che trasforma il cemento in carne e con un colpo di orecchie-frusta lo distrusse. MISSIONE COMPIUTA. Tra applausi e dichiarazioni d’amore, Squeak poteva allontanarsi soddisfatto: le banche potevano riaprire, e lui aveva il 17 barrato da prendere, per tornare a casa.

© Luigi Cecchi

 

Gli Arcani Maggiori #21: IL MONDO (parte prima)

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con la prima parte de Il Mondo, carta del tutto.

L’albergo si sviluppava su tre piani, ed era un unico, triste rettangolo in cui i lunghissimi corridoi erano stati montati l’uno sopra l’altro, come tre cassetti di compensato scadente. Dieci camere per piano contenevano i bambini, a camerate di sette letti per volta. Due studenti avevano rinunciato all’ultimo momento e avevamo dovuto restituire la quota, ma quando noi insegnanti eravamo state scaricate davanti all’albergo, per lo squallore avevamo sussurrato che sarebbe stato meglio spendere quei soldi in topicida.
In tre giorni avevamo visto tutti i monumenti che era possibile vedere, avevamo dato da mangiare ai piccioni e imparato i nomi degli arbusti nella villa comunale. Per il resto, in albergo avevo il compito di bussare alle undici e staccare tutte le prese di corrente; poi potevo mettermi nella mia branda a leggere uno dei libri che avevo portato con me.
Nella mia stanza eravamo in tre. Io, P, che insegnava matematica e tendeva a ricordarmelo ogni volta che finivo un paragrafo lamentando il calo di rendimento dopo la spiegazione delle divisioni improprie, e M, che approfittava delle aperture di cuore serali per lamentarsi della spina che le si era infilata in un dito, del tallone che le si era graffiato contro i calzini, del piccione che l’aveva guardata male quando gli aveva lanciato le granaglie, del portico della chiesa che sembrava molto più bello in fotografia, del bambino che forse le aveva toccato le natiche sull’autobus, del ristoratore che si era volutamente dimenticato della sua comanda, del figlio che dopo due giorni ancora non l’aveva chiamata, del maglione che aveva visto in vetrina che aveva le righe delle maniche che non combaciavano con quelle del torso, del traffico per tornare in albergo e del pigiama che le pungeva il petto. Stavo cercando di leggere, ma P aveva deciso di mettersi in pigiama e commentò il ciuffo di peli che le usciva dalle ascelle, così uscii per la ronda serale.
Il corridoio era stranamente silenzioso. In molte stanze i bambini avevano già spento le luci; i pochi ancora svegli, seduti a gambe incrociate al centro dei loro letti, mi guardavano, quando aprivo all’improvviso le loro porte, come dei lemuri, con le pupille che si dilatavano per la sorpresa e i quaderni stretti al petto. Finii il giro e arrivai alla camera delle altre sorveglianti. Bussai e mi fu aperto. F, docente di sostegno, stava facendo yoga sul tappeto. S, che era stata attaccata da un grosso topo, quel pomeriggio, uscendo dal bagno di un bar, scoppiò immotivatamente a piangere prima che io potessi rivolgerle la parola. Pare che il marito l’avesse chiamata una mezz’ora prima, mi informò R, anche lei docente di sostegno; le aveva rinfacciato di nuovo di essersene andata a zonzo con i figli degli altri e aveva garantito che avrebbe chiesto all’avvocato la custodia del suo. Chiesi allora a R come stesse lei, e mi rispose che era il solito schifo, e che prima la morte la coglieva meglio era. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Teeming

©Luigi Cecchi

 

TEEMING

Non si presentarono subito. Quando l’invito fu rivolto all’intero pianeta, in ogni lingua comprensibile da ogni essere vivente, la risposta fu immediata per quasi ogni creatura sopportabile allo sguardo dell’uomo. Poi ci fu un lungo periodo di attesa. Per ore, sembrò quasi di essere già nell’occhio dell’immenso e catastrofico ciclone che stava per abbattersi su quelle terre. Furono accesi dei fuochi, per segnalare la via, nel dubbio che i ritardatari non riuscissero a trovare la strada. Nelle ore successive, tuttavia, si sollevò d’ogni dove un tumulto distante, schiocchi e brusii che si confondevano con il tuonare remoto del cielo plumbeo, mentre una foschia grigia lentamente cancellava i profili delle montagne all’orizzonte. Ancora qualche ora, e una nuvola nera e densa che si spostava controvento fu scorsa sopra le distese di tronchi tagliati a ovest. Successivamente ci si avvide anche del fiume strisciante, che avanzava brulicando sotto di essa. Il brusio divenne un ronzio sempre più forte, mentre tra i sassi e gli sterpi centinaia di migliaia di piccole zampe si muovevano freneticamente. Da quella distanza, sembrava di osservare una macchia di olio nero e bollente che scivolava compatta sul terreno e si faceva sempre più vicina. (altro…)

Paolo Ottaviani, Gli infiniti (inedito)

di Nicolas Roerich

 

GLI INFINITI

“A che tante facelle?”
(Nel primo anniversario della morte di Stephen
Hawking e nel duecentesimo della nascita
de L’Infinito di Giacomo Leopardi)

Sempre care mi furono le valli
Che scendono e risalgono ondulate
Le inquiete schiene dei monti, cristalli
Svettanti all’orizzonte tra velate,

Pulviscolari raggiere, coralli
Nei tramonti di fuoco, irradiate
Nuvole assorte nei vari intervalli
Del cielo dove sono appena nate

Remotissime stelle. Qui, tra case
E ulivi, quelle ignote eppur emerse
Lampe non brilleranno, persuase,

Come le ambigue valli ora immerse
In una nebbia di luci inevase,
D’andar per gli infiniti vaghe e terse.

 

© Paolo Ottaviani

Gli Arcani Maggiori #20: IL GIUDIZIO

 

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Giudizio, carta della nuova vita.

 

Romerolago Diazi si sentiva spietatamente solo. Ma era comunque ed estremamente soddisfatto di sé.
Non aveva fatto nulla, nella sua vita di maestro elementare, che gli potesse pesare sulla coscienza; ora, in pensione, si limitava a trottare da casa sua al baretto, e dal baretto a casa sua, scegliendo sempre, per colazione, un cappuccino tiepido e una brioche salata.
Si sedeva sotto i tigli, senza scambiare chiacchiere con nessuno, a vote schiacciando una pennichella riparato dallo scampolo di visiera che gli offriva il suo basco.
Romerolago Diazi era allergico ai tigli, ma questa allergia l’aveva colto quando era già quasi vecchio; così, pur di non cambiare le sue abitudini, usciva ogni giorno di casa imbottito di antistaminici (era anche per questo che aveva la pennichella facile). Si stringeva sempre al suo bastone da passeggio, un lungo ramo di ciliegio che aveva, come pomello, la testa rotonda di un coniglio d’argento.
Romerolago Diazi aveva pianto una sola volta, nella sua vita. Fu quando i suoi colleghi gli prepararono la festa d’addio prima della pensione. Era entrato in presidenza col suo passo macilento, e ci aveva messo qualche secondo a capire per quale motivo fossero tutti riuniti, dietro la scrivania, stretti a coorte, con una grossa torta di un insano colorito arancione che si scioglieva tra loro e la porta. Aveva sorriso battendo le mani, e gli avevano consegnato il suo regalo; dall’incarto non sembrava certo un maglione, ma a mano a mano che svolgeva la carta dall’asse di legno per arrivare al pomello l’ansia aumentava. Aveva uno strano presentimento, come il formicolio del catarro nei bronchi.
Quando aveva svolto la testolina, il respiro si era fatto più veloce, e la mano più lenta. Tutti si erano messi ad aspettare accerchiandolo con le loro teste curiose. Dalla carta regalo erano spuntati due occhietti neri, e un dentino intagliato sotto un musetto rotondo. Romerolago Diazi aveva trattenuto il respiro.
Fu solo quando liberò le orecchie, afflosciate in un unico blocco di metallo attorno alla testa, che scoppiò a piangere. Tutti applaudirono e risero. Romerolago Diazi piangeva di umiliazione e vergogna, a bocca aperta e a guaiti strazianti: erano anni che Romerolago Diazi, per la sua calma e la sua stolidità, veniva chiamato il coniglio. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #19: IL SOLE

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Sole, carta della vitalità.

Una mattina di un’epoca lontana il tanuki che viveva dentro il legno dell’albero Irrenbosshu venne svegliato da un forte tramestio. Si fece largo fino all’occhio del tronco e vide una lunga fila di viaggiatori procedere lungo la riva del ruscello.
«Se gioco bene le mie carte» pensò «potrò tirare qualche scherzo a questi vagabondi, e magari ricavarne del cibo o qualcosa da scambiare.»
Per prima cosa, per non destare sospetti, si trasformò in un sasso e rotolò fino al punto dove la fila sarebbe arrivata da lì a qualche istante, e una volta là si mise in ascolto. Ma gli uomini erano insolitamente silenziosi, e il tanuki non riuscì a carpire nessuna informazione. Allora si trasformò in un uccello e provò a seguirli per qualche ora, ma ancora i viandanti restavano in silenzio. Arrivato vicino a un villaggio, si posò sull’asse di uno steccato e pensò a una nuova idea.
«Mi tramuterò in un bambino e parlerò con loro. Così saprò chi sono, cosa fanno e dove sono diretti questi uomini misteriosi. Poi tirerò loro qualche scherzo.»
Così aspettò che i viandanti si avvicinassero al villaggio e andò loro incontro con le sembianze di un bambino povero e malvestito.
«Signori! Signori! Dove state andando? Avete un pugno di riso per me?» disse.
Gli uomini si fermarono e gli diedero attenzione. Qualcuno gli diede anche un sacchetto di riso, altri della carne salata che avevano legato alle bisacce dell’haori.
«Siamo i kataribe del paese, i cantastorie», spiegarono loro. «Veniamo da ogni parte del Giappone e siamo convocati a palazzo reale per la salita del nuovo Imperatore. Abbiamo il compito di raccontare le leggende e le storie del nostre terre, per trasferire in lui l’anima del nostro Paese, come ogni volta che un nuovo Imperatore prende il trono.»
«E dove si trova adesso l’Imperatore?»
«Nella capitale, Asuka-kyō, a mezza giornata di cammino da qui.»
Il tanuki ringraziò per il cibo, ma appena i kataribe si furono allontanati si fregò le mani dalla gioia: se avesse ragionato bene avrebbe potuto tirare uno scherzo all’Imperatore in persona. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #18: LA LUNA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Luna, carta della chiaroveggenza.

 

Sono un animale da lavoro. Datemi responsabilità, scadenze, e ognuna di quelle piccole fibrillazioni che il mio incarico prevede (sono un insegnante, dovrei fornire al mondo un alto livello di competenza e il massimo grado di improvvisazione) e io le porterò avanti in anticipo e con voce ferma. Mi costa molto: mi costa un’ansia montante dal risveglio al caffè alla colazione in strada al viale fino al cancello percorso un piede davanti all’altro, tanto che sembra io mi stia avviando verso la fossa dei leoni, tanto che ogni volta mi sussurro: vorrei fosse domenica. Quotidianamente dimentico che tutto passa, e che le mie scartoffie sono sotto controllo, e che una volta in aula divento un mattatore. Ma ogni volta, percorrendo il viale con il mio cornetto al miele chiuso nella borsa, mi sussurro: vorrei fosse domenica.
Poi la domenica arriva, e non posso fare altro che staccare la sveglia nella speranza di dormire fino a lunedì. Qualche volta mia madre mi chiama, verso le tre del pomeriggio, e fa ironia: potevi anche fare una sola tirata fino al funerale.
Per i miei amici, per qualche strana disposizione delle stelle, sono qualcuno da cercare durante la settimana, quando sono tanto oberato da doverli incastrare alla fine di una giornata di impegni. Le loro domeniche sono deputate ad altro, non come le mie. Certo, è il giorno della lavatrice, e quello in cui passo l’aspirapolvere con più perizia, e così va via ben un’ora delle otto di veglia che mi separano dal lunedì. Sbrigo piccole cose, come sentirmi occupato se vado un’oretta a leggere in un bar, o camminare fino al supermercato per la spesa settimanale. Ma ancora, il carico di ore della domenica, nella mia casa che si restringe come un paio di pupille non abituate a guardarmi, mi grava sulla schiena. (altro…)

Roberto R. Corsi, Quattro sociopatie (inediti)

 

ATTUALIZZANDO SU-CHÊ

Molte coppie battezzano i figlioli
Soprattutto Leonardo
Ma anche Michelangelo,
Come auspicio di genio e intelligenza.

Io, se avessi due bei pargoletti,
Ne chiamerei uno Priapo
E il secondo Paul Getty.

 

CAMBIO D’INIZIALE (7)

Mi volevano giudice
(Reputazione, reddito cospicuo)

Ora faccio il poeta
(Reiezione, conto in esaurimento).

E che è? Per il Wörterbuch
Varia solo una lettera!

 

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Gli Arcani Maggiori #17: LA STELLA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Stella, carta della vocazione.

 

 

Uscì di casa e prese la porta del bar, che confinava con il suo portone. Il barista alzò la mano per il suo buongiorno, il ragazzo dietro il bancone preparò già il filtro per il suo caffè. Non conoscevano il suo nome ma conoscevano i suoi orari, e sapevano che di sabato, quando non lavorava, bisognava tenere per lui che arrivava più tardi un cornetto ai frutti di bosco.
«Il solito?», chiesero solo per scrupolo.
«Sì, per favore.»
«Lo prendi al banco o qui fuori?»
Lui diede un’occhiata rapida ai tavolini sulla strada. Faceva freddo, ma era una bella giornata, e le sedie erano esposte al sole.
«Provo a prenderlo fuori, semmai entro.»
«Accomodati, porto tutto io tra un minuto.»
Lui uscì e prese la sedia che aveva la schiena al sole, perché non sopportava la luce negli occhi e perché avrebbe potuto approfittare per stendere qualche appunto. Doveva scrivere un racconto, quel giorno, ma non aveva davvero idea di cosa. (altro…)

Tommaso Grandi, Inediti

 

Ora / tremo

Ora / è una mattina infranta, rotta
nell’atto autocosciente, come sparsa
d’ocra e bronzo tra le foglie d’autunno;
s’è persa nel rimbalzo sull’opaco
vetro della finestra ad ovest, già,
dico, s’è persa l’ingenita spinta
ad alzarsi contro questo vento blu,
di un blu cobalto che tutto ingoia
e trangugia: e corri, corri Giacomo!
la pluralità è qui l’unico scampo,
corri, ma attento all’inciampo: ho corso
anch’io una volta, ma sono incappato
in una mattina di vetro, infranta,
rotta, nell’atto autocosciente e / tremo:

 

Ieri / continuo

Ieri / è una mattina aperta, arida
nel disporsi dei frammenti al ricordo,
dispotico ictus d’intenti rifratti,
franti nel rimbalzo sulla lucida
parvenza d’una mano ora sfiorata
appena sul 32: e poi filtrava
una luce fioca, come di vita
violata dal ritardo reiterante,
ruvido d’un attimo autocosciente:
Giacomo m’afferrava fermo al beige
scadente d’un io scaduto nel ritmo
fratto di un impiccio: diffrazioni ieri
egoiche riverberano affilate,
sono tutto il mio presente e / continuo:

 

Sempre / lässt

Sempre / è una mattina roboante,
ritorto resiliente assourdissant rio
riversantesi nello scalpiccio ocra
e bronzo di scarpe dr. martens clarks
converse, nel rimbalzo dico, principio
di realtà prêt-à-porter per io informi,
fratti, ego putredinis per inconsci
timidi, timorosi atti timici
interrotti, da un urlo erto sul vuoto:
Giacomo diceva, gli occhi alle fronde,
«che la mia furia sia la tua furia», là
dove il C s’incastrava tra il grigio, il
rosa, il verde e io morivo, diceva
Lichtung fällt und dort das Seiende sein / lässt:

(altro…)