inediti

Irene Sabetta, Tre testi inediti

Hanoi. Foto di Sandro Gigliozzi

 

Gente di Hanoi

La città nel fiume
emerge a sprazzi dall’acqua verde.
Non chiede pietà e non dorme la gente di Hanoi.
Si muove agile
su ruote di fuoco
lungo la cresta del dragone
e agli incroci delle strade
ognuno segue il suo destino:
una tomba nel campo di riso.
La dama della foresta
è lontana ormai,
si è persa tra le botteghe di souvenir
o è scivolata nel lago
al richiamo della tartaruga.
Buddha è arrivato via terra
tanto tempo fa
ed è ingrassato qui
dove ogni angolo di strada
si riversa nel piatto.
Le donne indossano tuniche
per non scoprirsi
alla luce violenta del sole
e roteano come libellule
sotto sedici giri di bambù.
Le donne di Hanoi
sono libellule e formiche
e come fenici
rinascono dalla pioggia
e la loro pelle è bianca.
I numeri non si contano
ad Hanoi
e l’indistinto tutto
danza in vortice
fino al mare.

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Flavia Tomassini, La vita sul pianeta (inediti)

Finestre, di ©Luciana Riommi

Flavia Tomassini
La vita sul pianeta

 

POLITICA

La vita in appartamento
mi preoccupa.
Mi preoccupano
le piogge
e le stanze,
la mancanza di cielo.
Mi preoccupa la città,
le pozze di foglie
che otturano le fogne.
D’improvviso mi preoccupa
il governo delle Nazioni.

Le difficoltà congenite.
Le malattie.
La fame,
i crampi e la sete.
Il pianeta che brucia si vede dallo spazio.
Mi preoccupa l’angoscia.

Questa nostra coscienza sociale.

L’angoscia chimica, sovversiva, territoriale.

Domina i corpi e le vite.

 

ROAD TO HAPPINESS

Percorro la stradina buia,
Johnny canta del perché
indossa il nero per gli emarginati
e l’ingiustizia
di non essere rappresentati.
Questa strada corre via
per un cavalcavia bucato dai binari.
Quando arriva il treno,
arrivano i fanali
prima di venire risucchiati
dalla voce bassa delle rotaie,
dall’uomo in nero
che predica alla radio
la strada per la felicità.
Passato il pensiero di morte,
è la morte delle avversità.
L’avvenire è luminoso.

(altro…)

PoEstate Silva: Giorgia Meriggi, Esecuzioni (inediti)

 

Giorgia Meriggi, Esecuzioni

 

Ho una casa sulle saline
marziane di Es Pujols
in scala nella vasca da bagno.

Vivo in una cava di marmo
in via Guido Reni
il plastico di un’esecuzione.

 

 

Dico la pietra che sporge
l’inciampo
smarrirsi e rotolare sulla luna.

La prima pietra, la croce di legno
il burattino che ha perso la strada.

Di chi è la colpa
se cadi e rinasci
in segmenti che ti assomigliano
nel dolore.

 

 

Ricordati di santificare
i fraintedimenti
la grandine creduta
viva
perché cade e grida
il catrame
creduto mare
per stregoneria del sole.
Se qualcosa nel baratro
emana bagliore
ti guarda
con i tuoi occhi.

Talvolta è il regno
dei cieli: un vetro,
tu la rondine. (altro…)

PoEstate Silva: Gianluca Del Prete, Tre poesie per l’estate

 

Tre poesie per l’estate

 

Fossero i miei bronchi
larghe sponde di fiume
un pomeriggio qualsiasi
andrei – senza un attimo

di fermo, a specchiarmi
nel Sole e nell’ombra,
con sete di foce

diventare io, vastità.

 

 

Un bisogno di trasparenza
e di blu,
una carezza leggera
che dal fondale salga

sulle braccia dei ragazzi,
rami di vento acerbo
di giovinezza abbacinata nel nitore

come rovi di more
e poche spine –
senza pungere

lontani gli affanni
i nostri rami bianchi
li stendiamo nel sole di giugno.

 

 

Ieri ho fatto il primo bagno,
sono nato su un’isola
appena sento tutto lo spazio d’acqua
il mare attorno al mio corpo

qualcosa di incontenibile mi vivifica
e fa tornare
sullo scoglio dove erano gare di tuffi
giornate intere

ad abitare rive, spiagge, scogliere
avere bocche di sale, teste increspate
senza fermarsi, solo saltare, gridare, nuotare
andare sott’acqua!

E poi le zie con i panini,
la pasta fredda, i cocomeri,
le pesche giganti, sbucciate,
lo zucchero che s’impastava
nella bocca, con tutto quel sale.

 

 

Gianluca Del Prete è nato a Napoli nel ’94, vive in Toscana. La terra sotto i piedi è la sua prima raccolta di poesie. Alcune poesie si possono leggere in rete; varie le sedi, tra le quali: Versante ripido, Carte sensibili, LaRecherche.it, la pagina Facebook Poesia Portale Sud, e altri. Partecipa a eventi e rassegne di poesia.

PoEstate Silva: Luca Gilioli, poesie inedite

 

umani ormai ciechi

umani ormai ciechi alle luci incantate
partoriscono buio – che c’è nella culla?
furono re, poi bestie, poi quasi il nulla:
destino di chi non s’avvede delle fate.

 

a ogni sua propria parola

a ogni sua propria parola
il narciso è assuefatto.
se ne rimbomba l’eco e
del suo verbo gemma.

 

dark rooms

barattiamo l’estremo
nelle stanze più buie.

scendiamo gradini
per creare discontinuità. (altro…)

PoEstate Silva: Luca Picco, Tre poesie inedite

 

Ascoltiamoci. I cani questa notte
abbaiano alle foglie di platano
in volo; e come formule matematiche
promettiamoci. Sicuramente io e te
domani all’amore ancora staremo
ordinati come eleganti proporzioni.

 

 

Nelle nostre intimità
i rudi inverni mai più
saranno esamini stagioni
fin quando un tuo bacio
simile a formica ubriaca
saprà diradare la macaia
di nubi e ghiaia grigia
depositata su noi due.

 

 

Prima di vederci, ricordo
vestivamo di pelle d’oca
e sorrisi; ma già allora
inesauribile era la poesia
mangiata, non saziava
bevuta, non dissetava
lottava contro la parte di noi
che odiava la parte che amava
odiare ancora amarci.

 

Luca Picco, nato a Udine nel 1981. Laureato in Lettere e in Storia della Scienza, lavora quotidianamente le parole per professione e passione. Ha pubblicato Verso Walden, sua prima raccolta poetica, nel 2018 in cinquanta volumi unici, rilegati a mano e numerati per una scelta di autoproduzione totale. È curatore di Incroci, un progetto di artigianalità editoriale.

Sandro Abruzzese, Un paese ci vuole? Su come citare Pavese a sproposito

Cerreto Alpi, foto di Sandro Abruzzese

Un paese ci vuole? Su come citare Pavese a sproposito

Una delle pagine più citate di Pavese, nella Luna e i falò, è la parte finale del suggestivo, lungo incipit, dove l’io narrante dice: “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
Quante volte abbiamo letto con troppa fretta queste parole e magari travisato le intenzioni del suo autore?
Di solito vengono intese quale sorta di inno alla necessità di una comunità di appartenenza. Infatti, raramente chi le cita prosegue fino ad arrivare al resto e cogliere la parte più inquieta: “Ma non è facile starci tranquillo. Da un anno che lo tengo d’occhio […]”, confessa Anguilla, “[…] e quando posso ci scappo da Genova, mi sfugge di mano. Queste cose si capiscono col tempo e l’esperienza. Possibile che a quarant’anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora cos’è il mio paese?”.
Ebbene, è davvero questo che Pavese vuole dire?
È indubbio che Anguilla, quest’orfano cresciuto nelle Langhe, passato di famiglia in famiglia, e poi emigrato in America per far fortuna e poter ritornare da vincente, conservi un legame profondo col passato e con la sua terra. Sarà sempre Anguilla a giustificarsi con se stesso: “ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione”, o ancora, qualche pagina dopo: “Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi molto”.
Ma per capire fino in fondo se un paese ci vuole, e cioè per non banalizzare la riflessione di Pavese, occorre forse incrociare Anguilla con il suo doppio, ovvero Nuto, l’amico rimasto a casa. Infatti lo stesso Anguilla, al cospetto di Nuto, è costretto ad ammettere che il suo amico “voleva ancora capire il mondo, cambiare le cose, rompere le stagioni […]. Ma io, che non credevo alla luna, sapevo che tutto sommato soltanto le stagioni contano, e le stagioni sono quelle che ti hanno fatto le ossa, che hai mangiato quand’eri ragazzo. Canelli è tutto il mondo – Canelli e la valle del Belbo – e sulle colline il tempo non passa.”
Il fatto è che al Nuto politicizzato non basta che il tempo non passi. Quello di cui si compiace l’emigrante nostalgico Anguilla, a Nuto non può bastare perché egli comprende che quando il tempo non passa la storia si ripete, e che quando la storia è ingiusta un luogo può divenire qualcosa da cambiare a ogni costo oppure da abbandonare per sempre. E allora Nuto ribadisce che “superstizione è soltanto quella che fa del male, e se uno adoperasse la luna e i falò per derubare i contadini e tenerli all’oscuro, allora sarebbe lui l’ignorante e bisognerebbe fucilare in piazza”.
Se Anguilla, per sua stessa ammissione, tutto sommato ritorna al paese per un fatto personale, per vedere melanconicamente qualcosa che aveva già visto, che era dentro di lui, egli è pur sempre in grado di riconoscere che il suo amico Nuto “non è andato per il mondo, non ha fatto fortuna. Poteva succedergli come succede in questa valle a tanti – di venir su come una pianta […] ma anche a lui è toccato un destino – quella sua idea che le cose bisogna capirle, aggiustarle, che il mondo è mal fatto e che a tutti interessa cambiarlo”.
Ed è proprio la conferma che ritroviamo nel breve dialogo tra i due amici che segue:

    – “In America c’è di bello che sono tutti bastardi”, dice Anguilla.

    – “Anche questa è una cosa da aggiustare. Perché ci deve essere chi non ha nome né casa? Non siamo tutti uomini?”, risponde Nuto. (altro…)

Simone Consorti, Tre poesie inedite

Simone Consorti ritratto da Valeria Fraticelli

 

Schiele

Se fossi uno scrittore
lascerei ogni pagina bianca
per poterla dipingere
cancellerei qualsiasi sillaba
anche la più scolorita
e me ne resterei a guardare
questa ragazza invisibile
avvicinarsi e prendere forma
orma dopo orma

Se fossi uno scrittore
non le chiederei il nome
e non le farei fare cose
tipo l’odio o l’amore
La lascerei sedere accanto a me
ferma ma non in posa
immobile ma non come una cosa
muta ma non silenziosa

La metterei al posto mio
fino a coincidere
di anima e profilo
affinché possa vedersi
sul foglio come in un occhio
e guardando avanti
si scoprisse nel mio specchio

Se fossi uno scrittore
le storcerei le spalle
le flagellerei la pelle
le incendierei le pupille
I capelli glieli farei elettrici
e infine la esporrei
la esporrei a tutti i venti

(altro…)

Lorenzo Pataro, Inediti

Lorenzo Pataro, foto di Giorgia Certelli

Sto nella vita come un emigrante
dal corpo, lo osservo da fuori
come fossi morto,
parto per mesi e lontano,
qui forse ti saluta una mano,
la voce forse ti dice ti amo,
ma è tutto falso e sbagliato,
sono sempre stato straniero
di questo mio stato in luogo,
sono altrove, Altrove sono.

 

Dicono che ci passerà
questa pigrizia viscerale,
le lenzuola hanno la forma del corpo,
bianco il male ovattato nella stanza,
non sentiamo aria respirare
nemmeno da una mosca, dicono
che il seme disperso ha causato
nascite improvvise lì fuori,
la finestra ha favorito il passaggio
dei cromosomi, abbiamo bevuto
tutto il nettare dai seni sospesi
di Madre-Noia, dicono che non resta altro
se non piangere, far uscire dalle cosce
le lacrime, spingere fuori
dalle zampe una gioia di carne
come un animale il nascituro
e dargli un nome: Futuro.

(altro…)

Giorgio Galli, L’amico che non ho mai incontrato

L’amico che non ho mai incontrato

(a Giusi, a Giuliano, agli attivisti di Amnesty International in Italia e nel mondo.
A Cristina Polli che consiglia. A Eliza Macadan che ascoltando migliora)

Il 24 maggio 2014 a Sloviansk, in Ucraina, morivano in uno scontro a fuoco il giornalista italiano Andrea Rocchelli e il suo interprete russo, Andrej Mironov. Sei mesi prima, Mironov doveva venire a casa mia. Ecco come andò.
Andreij non era solo l’interprete di un collega sfortunato. In Russia era conosciuto per essere un giornalista per i diritti umani, il cui nome veniva associato a quello di due colleghe famose in Occidente: Anna Politkovskaja e Natalia Estemirova – entrambe diventate famose dopo una morte brutale. Anche la vita di Andreij è stata stroncata in maniera brutale, ma il riconoscimento per lui non è ancora arrivato. Forse perché ci sono aspetti della sua storia difficili da accettare in Occidente. Ad esempio, l’essere finito in un campo di lavoro – l’erede del Gulag- negli anni Ottanta sotto Gorbačëv. Il Gulag come organizzazione ha cessato di esistere nel 1961, ma alcuni campi di lavoro sono rimasti aperti fino al 1987, e sono stati chiusi in seguito ai primi contatti tra USA e URSS. Andreij entrò in un campo di lavoro nel 1985 ed uscì alla chiusura dei campi nel 1987. Aveva condotto alcune inchieste e le aveva diffuse samizdat e Gorbačëv lo aveva spedito nel Gulag per questo. Non tutti riescono a credere che Gorbačëv il buono, quello della perestroijka, quello che con Reagan fece cadere il muro di Berlino e andò a parlare di pace al Festival di Sanremo del 2000, aveva mandato qualcuno in un campo di lavoro. Eppure è successo. Gorbačëv, prima di essere “il buono”, era stato funzionario di un Partito che aveva ucciso la libertà in tutta l’Unione sovietica; la sua concezione del potere era maturata dentro quel Partito e, finché governò, governò con metodi simili a quelli dei suoi predecessori. Le esigenze della Storia poi lo costrinsero a cambiare e una delle sue prime riforme, nel 1987, fu proprio l’uscita dei prigionieri dagli ultimi campi di lavoro. Tra quei prigionieri c’era Andreij.
Nel Gulag, Andreij aveva imparato l’italiano. Era molto dotato per le lingue, ne parlava tante. Leggeva i giornali italiani, ma non gli piacevano: li trovava troppo “complicati”. Andreij amava le cose semplici e preferiva dare giudizi semplici. Era un uomo che riusciva a illuminare con la sua semplicità problemi complessi. Gli piaceva immergersi nel complesso per poterne ricavare poi la semplicità. Leggeva anche letteratura italiana, e amava parlare al telefono con i suoi amici italiani del tale o talaltro scrittore.
In mezzo ad altre persone, la figura di Andreij scompariva. Era così discreto da rendersi quasi invisibile. Prendeva di rado la parola. Preferiva ascoltare. Il suo viso e il suo corpo non avevano niente di speciale, non esprimevano un particolare carisma. Il suo fascino cominciava quando apriva bocca. Era allora che l’affabilità e la serenità dei suoi modi incantavano. Era un uomo sereno, sì, ma anche appassionato. Viveva il dramma della Russia come il dramma della sua vita. Come molti russi, poteva rischiare la vita nel suo Paese, ma non sarebbe mai espatriato. Era radicato nella sua terra come un albero. La sua voce pacata vibrava. Più che serenità, il suo era un disincanto senza cinismo. Aveva conosciuto il mondo fin nelle sue radici più malvagie.
Uno dei suoi amici italiani era Giuliano Prandini, di Trieste: un professore di inglese in pensione che, come esperto di Amnesty International sulla Russia, ha acquisito una conoscenza del Paese da fare invidia a un accademico. La sezione italiana di Amnesty ha queste strutture di esperti volontari – i coordinamenti – che sono preziosissime per il livello di competenza che riescono a raggiungere e per il contributo che riescono a dare nei momenti di massima allerta. Quando c’è un’emergenza, mentre il mondo entra in confusione, Amnesty resta calma e agisce anche grazie al lavoro dei coordinatori. Giuliano era il coordinatore sulla Russia. Giusi invece si occupava della regione balcanica. Fu proprio a una conferenza sui Balcani a Trieste che anch’io incontrai Giuliano. Era il dicembre del 2010: accompagnavo Giusi, relatrice dell’incontro, e fummo ospiti nella grande casa di Giuliano. Fu lì che sentii nominare per la prima volta Andreij. Il suo nome per me è legato alle serate triestine, allo slivovitz, al caminetto, alla voce cavernosa e calda del nostro ospite, alla sua rara e franca risata, all’illuminarsi repentino dei suoi occhi chiari e malinconici. E poi al ventaccio di Trieste, al freddo cane che io amo e che Giusi, invece, mal sopporta. A questo penso se mi si dice il nome di Andrej Mironov.
Siamo stati poche volte a casa di Giuliano, sempre d’inverno. Abbiamo visitato i caffè di Trieste, comprato libri nella libreria di Saba, visto il tavolo a cui Claudio Magris dice di aver composto le sue opere. Alle conferenze ho girato le slide a Giusi mentre parlava dei Balcani. Ho parlato anch’io di diritti umani a Trieste, una volta. In quegli anni anch’io ero un coordinatore e mi occupavo del Medio Oriente. Ogni volta che sono stato in quella città sono tornato a casa con la franca malinconia dei triestini. Mi sono portato dietro un pezzo di Mitteleuropa, di Joyce, di Svevo, di Michelstaedter. E ogni volta Giuliano ha evocato il nome di Andreij.
A dicembre del 2013, Andreij era ospite della sezione italiana di Amnesty. Doveva fare un ciclo di incontri con studenti e attivisti ed era previsto che facesse tappa a Roma. Giuliano aveva telefonato per chiederci di ospitarlo, e avevamo detto di sì con entusiasmo. Ma alla fine i programmi erano cambiati: Andreij non doveva più fermarsi a Roma, Giusi si era ammalata, e rimandammo ad un’altra occasione il momento di incontrarci. (altro…)

Tommaso Meozzi, Inediti

 

la fenice risorge
dove i batteri prolificano nell’acqua delle pozze,
e le mosche si appiccicano nel caldo
alla pelle,

rivive nel grido smorzato
sotto un cielo di stelle silenziose,

risorge, la fenice
un’altra volta, testarda spiega
le ali alla vita
scuotendosi di dosso le scintille
di due torri che cadono,

vanno gli uomini
in preda a una strana emicrania
i più li guida il vento
e il presentimento di una fine innominabile,

fottono, giocano, ridono
mentre i miliardi decidono
quanti anni reggerà la terra
all’inquieta ambizione di pochi,

che gioco strano in cui siamo immersi
secoli di pensieri
e il potere di ucciderci in massa,

cosa resterà nella galassia
una polvere d’ossa e diamanti
due amanti con i denti nella carne
attraversando nebule,

ma la fenice risorge
in un volo maestoso e sgraziato
le sue ali incendiano i petali
di un papavero sul bordo della strada.

 

 

il sole a mezzanotte isola il mio sguardo
così non vedo altro che luce,
poi una mano mi sfiora la spalla
e io mi volto: il viso di un estraneo,
qualcosa di inaudito
eppure un uomo,

vestito della sua presenza, nuda,
sussurra qualcosa al mio orecchio
e io apro le mani
vorrei raccontargli cosa farò domani
quali progetti
accompagneranno lo sfiorire dei denti
ma poi sento il calore dei palmi

e ricordo: sono qui per vedere
fiorire il sole a mezzanotte,
passano strani uccelli, un fruscio di ali,
granelli di sale sfavillano nell’aria
e poi si sfanno

guardo, e ancora guardo
immenso nell’arco del ricordo
mi tendo verso l’orizzonte
e già sono trafitto di luce. (altro…)

Maria Gabriella Canfarelli, inediti

 

Silenzi e piena luna

A grammi, a chili, a fili di pochi o molti
centimetri cadono e cadono
silenzio e vento, seguono numeri
al centro dell’insonnia
lettere nude in punta di piedi dai libri,
pagine orfane di costole reggenti.
Il sonno tarda.
La piena luna guarda dal mare
detto di tranquillità,
che da qui non si vede.

 

L’ora esatta

Talora incaglia e affatica la trama
il tic-tac a vista in cucina
l’orologio puntato all’ora esatta
che non conosci, si guarda il muro
cotto al vapore
su cui teniamo pure il tempo
di carta. Ci sorveglia e ammonisce
il dubbio della colpa
quando facciamo un po’ le nuvole cattive
quando il tremore imbottigliato forte
agita il cuore, lo spacca. Immaginare
sia bello il luogo dove stendere
la tenera lunghezza della quiete
che ci metta a dormire,
che ci slacci la pelle di dosso.

 

Ciò che resta

Tienilo a posto e a mente
ciò che resta del cuore,
tienile qui, le piccole o grandi,
le poche o molte stranite parole
– quelle che cercano il giorno
o spaurite striscianti sul muro
– o acquattate in un angolo retto
da dormiveglia e sonnolenza
da cui destarsi vestite a festa
o catturate di frode dal fondo
(amore, sogno).

(altro…)