inediti

Tiziana Marini, Inediti

La penombra è viva

Sediamoci davanti ai pini.
c’è la brezza che riluce
e di resina ogni ago veste
il tramonto
com’era un tempo
come sarà fra vent’anni.
Eppure
pesa  una rondine il cielo
cambia in notte presto
e non c’è tempo d’imparare
che più degli uomini durano
le cose.
Solo la penombra è viva
quel lento diventare luce del buio
quando il sole torna
nel vuoto spazio tra due parole.

 

Il flauto-vento

Tornare indietro
cercare una nuvola
sul ciglio del cuore
e l’impronta del cielo.
Le carezze rimaste a metà
o solo pensate
la lieve allegria
troppo a lungo invisibile.
Cercare nell’erba
il brillare del sole
lo specchietto smarrito.

Prendersi cura di sé
quel tempo, tanto o poco
che basta
che non sia troppo
che non si resti
a lungo soli.
E infine tornare
flauto-vento sul mare
a resettarlo.
Finalmente. (altro…)

Stefania Di Lino, Inediti

I

ci sono immagini nell’immagine/ (lo sai?)/ e racconti nel racconto/ per questo la narrazione/ è complessa ingarbugliata// giacciono a terra cose/ che cercano ancora un nome/ corpi caduti come stelle/ parole trascurate che chiamano oscure/ con un suono sordo/ un tonfo/ è la vita che si dipana/ attraverso il garrire scomposto/ di voli in cielo/ (tanto in alto quanto in basso)/ è il canto di un coro/ polifonia di voci/ tutte da ascoltare/ tutte da accordare/ e la vita così si svolge/ nel mentre noi cantiamo/ e quando amiamo/ senza neanche saperlo,

II

[per essere poeta/ devi avere radici profonde/ in una terra per te sempre straniera/ e un vento contrario che soffia in faccia/ devi avere corde epiche da suonare/ una voce antica/ di dolore antico strappato ai morti/ che ti corrono accanto/ e un cielo/ un cielo tutto da maledire/ perché non  ascolta],

III

quel giorno era cominciato male/ rumore di ruspe e scavatrici/ bucavano l’aria ed era inciampo/ suoni di uccelli/ grida lanciate e perse/ sbilanciate nel volo/ urtavano contro gli spigoli acuti dei palazzi/ ali asimmetriche giravano in tondo/ cercando/ non sapevano cosa/ nel rito quotidiano/ nella barbarie del consueto/ nel rumoroso ingranaggio/ del cammino stabilito/ era saltato un passo/ c’era stata una dislocazione/ un salto nel buio della percezione/ che la ragione ancora non sapeva//

[intanto di fronte e me/ in metropolitana/ mi scorrevano addosso/ troppo mobili e scuri/ gli occhi disperati di un immigrato/ in cerca di posa], (altro…)

Anna Maria Curci, ABC del passeur

ABC del passeur

Trasportare senso, liberarlo da una cattività babilonese che appare permanente, trasbordarlo oltre le cortine del fumo soporifero e mendace, spacciato per “sentimento popolare”, è attività che pone chi la esercita in una condizione di passeur, di chi organizza trasporti di clandestini oltre confine. Chi corre consapevolmente questo rischio può trovare in precedenti ‘passatori’ conforto, esempio, esercizio di disincanto. Procedendo in ordine alfabetico, con un mio personale ABC, comincio con tre autori: Rose Ausländer, Gottfried Benn, Heinz Czechowski. Traghettando le loro poesie nella striscia di terra nel quale l’italiano è riconosciuto come lingua materna, sono nate alcune composizioni.

 

A

Traducendo Rose Ausländer 

Una chiusa che sbarra
e i cordiali saluti
lanciati come sfida
all’offerta di aiuto

Keine Delikatessen
si diceva in poesia

E se il ghiaccio ci morde
tu Rose io straniera
ricerco la tua strada
tendo l’orecchio al canto

 

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Helene Paraskeva, Inediti 2018

Helene Paraskeva, Inediti 2018

Costantinopoli

Istanbul, Istanbul!
Costantinopoli!
Con le scintille negli occhi
e le schegge nelle dita
per vederti, riconoscerti toccarti
by the seaside, by that shipwreck.
Con le ombre la nebbia
gioca a nascondino
e l’Arcipelago diviene adulto
a cavalcioni sui Dardanelli, qui.
Aristides astride on Bosphorus.
A Trebisonda, sul Mar Nero
e per Warhol Alessandro posa Magno.
Con le scintille negli occhi ardiamo
con le schegge nelle dita bussiamo
al portone grigioverde incatenato
e mendichiamo grazia e verità
sulle orme di Santa Sofia.

.

(altro…)

Bende: inediti di Francesca Genti

BENDE

sondare la sintassi per cercare
un suono che faccia innamorare

se della persona io potessi
conoscere soltanto il corpo astrale
vedere l’animale che traspare
sotto bende di pelle e di parole
allora: si scioglierebbe il sole
la pietra sopra il cuore
si asciugherebbe
diventerebbe sabbia
poi granello

e la incastonerei sopra un anello
.

*** (altro…)

Alberto Marchetti, Inediti

 

L’ONDA E IL VENTO

È il vento che rincorre l’onda
o insieme s’inseguono invano?
Si tengono stretti per mano
o bramano prima la sponda?

Lo scoglio frantuma ogni assalto
ma leviga il mare il suo aspetto,
consuma il granito ogni getto
e sabbia produce ogni salto,
lavora incessante e quel moto
che varia ma non ha mai fine
trasforma le coste e il confine
tra quello che è certo e l’ignoto.

E l’onda ora spuma di vento,
fa gorghi e mulini, e veloce
nel cielo in un ballo feroce,
contorta in volute d’argento,
s’innalza, coll’urlo dei cento
titani che assaltano Giove,
impazza l’inferno lì dove
si fanno, acqua e aria, tormento.

Poi corre una brezza leggera,
il vento abbandona, riposa,
e immemore l’acqua, sua sposa,
ritorna tranquilla, com’era.

 

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Antonietta Gnerre, da Le cifre delle correnti (Inediti)

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Se ho pianto è perché sono stata al buio
con un peso
capovolto di assenze.
La nave inclinata nella sua rotta,

i sogni non infilati
più tra le stelle.

Se ho pianto è perché le preghiere
rientravano e uscivano
da una linea
sottile di menzogne.

Il giorno soffocato nelle sponde dei pini,
dopo una mareggiata,
acceso solo dalla luna.

Se ho pianto è perché da ragazzina
ho giurato
che avrei guardato in silenzio

la bellezza dei germogli svanire
davanti ai miei occhi.

 

*
Le mani unite in una promessa:
custodire le voci
che hanno pronunciato il mio nome.
Cercare tra gli indumenti quale indossare
i vostri, i miei, i tuoi indumenti.

Di colpo il cielo abbassato sopra la pelle.
Ogni immensità sulle mani.

La memoria di appartenere al mondo
passa anche in ciò che abbiamo indossato.
Sugli indumenti restano i confini dei sogni,
il replicarsi del giorno che sono nata.

 

*

Provvisori segni, versi di cicatrici consumate.
Già cresce un’altra nuvola sulla montagna
dove riposano le ombre dei lupi.

Vedi, l’Irpinia somiglia all’universo.
La misuro con le imposte delle case distanti,
che abbiamo abitato,
per esercitare un sopralluogo di pensieri.

Ecco, l’istante comprende ciò che siamo stati,
la resa degli anni che si riorganizza.

Se mi dici, se ti dico, che questa gioia di guardarci è poca cosa
un’eco da lontano ricompone, dentro e fuori dall’atmosfera,
la vera voce di questo amore.

 

*

Cercare nel tempo della semina
le tracce confuse delle volpi.
La distanza della neve che spinge i semi.

Anch’io avrei voluto badare la terra.
Risvegliarmi nel vento che riporta indietro
le nuvole,
forse la prossima stagione
anche loro impareranno a stare nei confini.

Impareranno a chiamare per nome
le spighe che dormono.
A proteggerle dalla morte che le osserva.

 

Antonietta Gnerre, nata in Irpinia, è poeta, scrittrice e giornalista. Laureata in Scienze delle Religioni si occupa, come studiosa, di ecumenismo, dialogo interreligioso e poesia spirituale del ′900. Collabora con la Cattedra di Diritto e Letteratura dell’Università del Sannio (BN) e con l’Università Irpina del Tempo Libero di Avellino. Ha pubblicato numerose raccolte di poesie; tra le più recenti: Preghiere di una Poetessa (Lo Spirito della Poesia, Fara, 2008); PigmenTi (Edizioni L’Arca Felice, 2010), I ricordi dovuti (Le Gemme, Edizione Progetto Cultura, 2015). Suoi i saggi Meditazione poetica e Teologica in Mario Luzi e Cristina Campo. Il viaggio silenzioso e spirituale, Forme di Pensieri, entrambi pubblicati con la collana di Diritto e Letteratura, a cura di Felice Casucci, ESI, Napoli. È Direttore artistico della Festa dei Libri e dei Fumetti di Avella. È promotrice della Kermesse itinerante Il Festival della Valle. Cura la rubrica La poesia della settimana per la Scuola Yanez di Bellinzona e per il sito letterario Gli Amanti dei Libri. Collabora come opinionista con quotidiani e riviste religiose. Come critico letterario e intervistatrice, invece, con riviste cartacee e on line di cultura poetica.

 

 

Sulla poesia di Giacomo Viti (Nota di Francesco Iannone)

 

Chi è Charlie?
Un interlocutore che sosta fra una piega e l’altra dei versi di questo giovane poeta.
Charlie ci guarda e sembra volerci forare la pelle con un chiodo.
È cattivo, Charlie, o forse è la mano che regge l’argine del lago attorno a cui il nostro autore sembra compiere un giro.
Charlie è un compagno ma è anche l’altra faccia della speranza e della disperazione.
Un muro, le sue fondamenta, e noi sopra, con le bocche agganciate all’intonaco, con le dita fra le crepe della casa. Tutto questo è Charlie ed altro ancora.
Queste di Giacomo Viti sono poesie di un viaggio quieto e col tormento di un orizzonte offuscato davanti. Viti non è un esploratore eccitato dalla scoperta, nessuna euforia nel deporre la parola sulla pagina. Penso più che altro allo scultore, al suo sguardo acuto, alla sua visione tridimensionale e al vigore con cui posiziona lo scalpello sulla pietra: c’è la precisione del gesto, la forza calibrata esattamente, la giustezza nel sottrarre materia all’intero.
Ma dov’è Charlie? Charlie è in “ogni odore/ dei fiori” che lo “narra in silenzio”, lui che non sa “restare lontano da questa rupe” presta la sua ombra al nostro autore e lo costringe a guardare giù, ad abbracciare la sua vertigine.
Si esiste “in cianfrusaglie”, si rimane un passo indietro all’essenziale, perduti nella folla. E cosa resta di Charlie alla fine? Un segno, una traccia, sovrabbondanze di mondi sconosciuti, il “sapore di legno bagnato”, fragore di schegge, “frantumi”.
Il mondo ha un peso e il nostro autore è “stanco”, e Charlie sembra volergli porgere il fianco, tendere la mano. Charlie sente il rumore del sangue che scorre sotto i nostri piedi, le pulsazioni delle arterie che traghettano con mite saggezza le parole da una riva all’altra. Ma forse Viti ne ha terrore, e perciò si scherma lo sguardo con le mani.
Eppure dai versi si alza potente un grido che non è mai urlato, ma è tutto raddensato nelle vene; Charlie ha un desiderio e una speranza: non vuole “tramontare qui”, ma sarà necessario ancorarsi ad un suono, un movimento, farne incessantemente memoria: “Lo senti?/ È il ritmo che non potrai scordare/ filo cui si lega ogni tuo punto”.

© Francesco Iannone

Charlie, sono stanco. Scrivo dal vetro
di una casa che ho incontrato
dopo essermene andato. Lisa
è stata rinchiusa in quel posto
fuori città, fuori mano. Ho fame,
troppa, per andare a salutarla.
Vedeva demoni. Fossimo stati
meno attaccati alle serate,
lo sai, li avremmo presi per noi.
Fossimo stati… (altro…)

Cinque inediti di Anna Maria Carpi

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foto di Dino Ignani

 

RILKE CHE SCRIVE lettere
a migliaia, a poeti
e a nobildonne primo ‘900,
e le sue oscure e splendide elegie
e i suoi inni ad Orfeo
il padre d’ogni canto, canto umano.
Ma ogni momento supplica
in prosa e in versi:
vi prego non mi amate,
è un inganno l’amore,
chi m’ama mi sfigura,
sta a me di amare,
a me questa violenza che mi salva.
“Lascia suonare, dice, ciò che in te fa strazio”
e cerca le parole e poi le trova
questo genio-fanciulla d’altri tempi
e nel suo strazio invoca un altro mondo
fra le braccia degli angeli,
e non solo per sé. Per tutti noi.
Invocare, e se fosse
questo la poesia?
Ci proviamo: con minimi
travasi di dolore e di speranza.

 

*
IL MARE,
qui sotto la casa: ascolta,
ha come mani e dita,
sembra scartino e incartino – che cosa?
un messaggio, un regalo?
Di tanto in tanto un tonfo ed un singulto
e sullo scoglio l’onda
schiuma e si spande, poi ritorna indietro.
Che ci voleva dire?
Che è per lei la sponda?
Il senso è al largo, e intanto cala il buio,
e verso terra in fretta con un ultimo
volo prima di notte
anche i gabbiani cercano un rifugio.

 

*
I GERMANI
prima di convertirsi al dio cristiano
non volevano
esser vittime inermi della morte.
Anno mille sull’Artico
nella remota Islanda
di vulcani e ghiacciai:
credono fermamente credono
nell’agire del singolo.
Perché ha dalla sua ben quattro forze:
heill era il fato; friđr era la forza
che dalla terra sgorga nel suo corpo
e lui per questo e non perché ha ragione
vince in duello o insieme a dei compagni
e in mezzo alle tempeste arriva al Labrador;
hamingja il genio della sua famiglia
che si trasmetterà di padre in figlio;
fylgja il nume del singolo, il mistero
dell’esser uno non sapendo chi
e doversi difendere:
un mistero che resta, il più terribile
finché c’è questa terra.

 

*
UNO PERCHÉ ha studiato i russi,
uno perché le donne lo abbandonano,
poi la mamma di un figlio scombinato,
poi una donna che ha paura di tutto,
poi vengo io. Per così dire:
cercatori di Dio.
E mai che se ne parli. Non osiamo.
Che cos’abbiamo in mano?
Non una prova,
solo un sentimento
sempre più fragile sempre più senile –
e lo sappiamo bene: è dei pargoli essere felici
pieni di sé, di gloria, vanagloria.
Ma senza questa non vedremo Dio.

 

*
QUEL CHIARO del mattino là sui tetti
quel buio nelle stanze quand’è sera:
anche dopo di me.
E altri saliranno chiavi in mano –
terzo piano, alla porta
con la maniglia a esse, lavorata.
Sguardi intorno: tre vani
bagno cucina ingresso,
non vedranno che questo
e ovviamente tutto da rifare.
Sarà un andirivieni di scarpacce di secchi di calcina,
di mani ignote
voci martelli le finestre aperte
il gelo dall’esterno
e dentro il vuoto.
Ma tu rimani, casa mia di sempre:
è come dire
Orgoglio e pregiudizio e Tristram Shandy
Anna Karenina e Frédéric Moreau
il capro livornese* e il berlinese Benn.                                                          * Giorgio Caproni
Caro profondo tragico sensato
grembo d’Europa,
io non credo
in nessun altro continente.

 

© Anna Mara Carpi

 

***
I cinque testi inediti di Anna Maria Carpi, qui proposti, offrono altrettante occasioni di meditare sulla sua scrittura, su cadenze e forme e temi di una poesia che cammina, animata da due principi che sembrano andare in direzioni opposte, eppure sono intimamente collegati: la sete di senso e la grazia dello stupore. Quotidianità, cronaca, sprazzi di vita e di viaggi, gli amori di sempre – racchiusi nei libri eppure infinitamente liberi – e gli incontri inattesi e rivelatori: tutti questi elementi sono anch’essi intimamente collegati l’uno all’altro, quasi a formare una cordata per temerarie scorribande e per pazienti discese e risalite. Sono testi che lasciano scorrere lo sguardo, lo tendono, lo rendono più acuto, lo invitano a soffermarsi su luoghi, poeti, civiltà, idiomi dispari e plurali, mentre il mistero dell’Uno vigila e pungola e non arretra. (Anna Maria Curci)

proSabato: Giovanna Amato, Fiaba del cane e del suo mezzo cuore

a R.B., con il cuore intero.

Ora vedo che sei un uomo e non soltanto un cucciolo.
La giungla ti è preclusa d’ora in poi. Lasciale scorrere, Mowgli,
sono soltanto lacrime.

Il Libro della Giungla

 

C’era una volta un regno. Era una vasta, bianca città circondata da mura di pietra così bianche da sembrare di perla, e al di là delle mura c’era un paese anche lui dalle mura di perla. Anche quello era il regno. E al di là del paese, una vasta campagna dalle case di mura di perla, e anche quello era il regno.
Reggeva quel regno un re che era solo un ragazzo, per questo tutti ancora lo chiamavano principe. Ma nessuno l’aveva mai visto, perché il principe era molto malato.
Se solo di rado si alzava dal letto, e arrivava appena alla finestra per guardare in giardino, era perché il principe aveva nel petto solo metà del suo cuore. L’altra metà l’aveva un cane, un grosso cane che lui chiamava lupo, che viveva ai piedi del suo letto e faceva per lui tutto quello che si può immaginare. Era il cane, al mattino, a uscire per chiedere la sua colazione, ed era lui a dettare parola per parola il volere del principe ai suoi consiglieri. Chiamava la domestica quando il principe voleva vestirsi e lo teneva stretto con i denti alla vestaglia quando lui era in piedi per guardare alla finestra.
Una notte, il cane si svegliò con un senso di allarme, come quelle notti in cui la neve cadeva tanto da far scricchiolare la grondaia. Sollevò il muso e vide che il principe era seduto sul letto, la fronte aggrottata e la mano aperta sul torace. Allora il cane si mise a sedere, pronto a scoprire quale fosse il malessere del suo amato padrone.
«Il mezzo cuore che ho è inquieto» disse il principe.
«Che succede, padrone?»
«Lupo, lupo, tu non senti questo ronzio?» (altro…)

Alba Gnazi, Inediti

          Pablo Picasso, Il sogno

Alba Gnazi, poesie dalla raccolta inedita Uterica

 

dalla sezione Gestativa, o del Primo Sognarti

Private rivelazioni

Inquadra a luce la parete.
Sghembe rapsodie t’affabulano il viso
sull’aggrottato stipite che t’incardina al risveglio
e flottando ti snoda al primo schiudiciglia.

Immobile, partecipe, elenchi ogni virtù
di custodi, sontuose vertigini: cristalli
su cui intessere
imprevisti presagi di gioia

 

siamo

sono composta di te,
frammento e sillaba.
e così le aeriali forme, così il vento
smatassato sulla fronte, così il cielo-pane,
il tuo nome sul mio,
e altro che nutre. complice mi sei, custode:
e taci: d’ogni te taci, costruendomi
un nuovo sangue, un nuovo volto,
la mia zazzera mai sfoltita, piedi larghi
per camminarti intorno
improvvisandoti cantilene, e nel sogno sognata
ti sogno, schiusa al tuo piccolo respiro.

(altro…)

Coriandoli a Natale #12: Fabrizio Sinisi, Paesaggio di Milano un’ora prima dell’alba #2

4.

Le madri e le nonne del quartiere di Loreto si lamentano spesso e volentieri: “Va bene tutto”, dicono quando ogni tanto una troupe televisiva o un blogger, con l’aria avventurosa di reporter in territorio di guerra, vanno a interpellarle, “ormai va bene tutto, ma i travestiti di via Padova sono i peggio”. Come un mondo sotterraneo che ogni tanto affiori in quello diurno, con brevi interferenze e rapidi balenii, i travestiti di via Padova capita spesso di vederli anche di giorno, in quello che a Milano può chiamarsi giorno, grigio e sporco in un perenne tardo pomeriggio, al Parco Trotter o al Pinetti o anche ai giardini di piazza Gobetti, Durante, Aspromonte, fino a Cimiano: si prostituiscono tra i cespugli o su una panchina, con una coperta sulle gambe, non lontano dai bambini che giocano. A differenza dei colleghi che lavorano nei bordelli e nelle case del centro, questi non hanno abbastanza soldi per essere belli: le mani adunche, la pelle malrasata, le tette malfatte e abnormi come protesi tumescenti, gli occhi stanchi cupi di cipria emergono da volti sgrossati e incattiviti. Ma ora, nel punto più basso della notte, qui, nel buio degli scantinati dove vivono e lavorano, dove Samir e gli altri sono scesi forse troppo rapidamente e rumorosamente, spaventandoli e scatenando il panico, sono solo ombre gibbose, mostri o vampiri pieni di furore, parrucche scalmanate, un coro di proteste. E un odore, un odore insopportabile di merda, di piscio, di muffa, di sperma. Questi tuguri dove non c’è neanche il cesso li affittano a quattrocento euro al mese e dentro ci campano e ci lavorano, pisciano e cagano dentro i portaombrelli di plastica, per poi svuotarli la mattina nei giardini. (altro…)