inediti

Federica Giordano – Inediti

Gli uomini straordinari

 

Hanno petto mancino
e per casa il mondo.
Sanno riconoscersi e si nascondono
nel pelo della terra,
dove minuscoli coltivano
enormi cose.
Credono nel suono e nel ventre.
Attorno a loro c’è profumo
e si crede alla magia dell’occhio.
Sono di oggi e di ieri.
Il passato gli è presente.
Rinascono con altri nomi

 *

Se si sta in silenzio
si può sentire il suono perenne
della carne degli uomini,
come una sirena nascosta nel contesto,
flusso continuo perché per uno che muore
un altro nasce e nulla cambia.
Lui ha sorgente che non ci guarda
e resta identico come un muto nelle orecchie.
Forse solo questo conosceremo dopo la morte:
quell’unico indecente suono.

 

 *

Il corpo squassato per farti nascere
mi ha reso ancor più mortale.
La paura ha esteso il suo dominio:
è il bosco di Friburgo, la sua cinta buia.
Oppure la montagna dove mio padre ha liberato
dall’urna le ceneri calde di suo padre.
Sono più mortale mentre ho il seno gonfio,
ma temo la grinza che non c’era e che già mi allontana da te.

 

 

 *

La parola perfetta è
il canto del gallo
a dire che il giorno
è il torso della mela che non mangiammo.
La voce lancinante che proviene dagli ovili
solo i morti la intendono.

 

 

Notizia biografica

Federica Giordano è nata a Napoli nel 1989. Si laurea con 110 e lode in Lingue e culture moderne con una tesi in traduzione letteraria dal tedesco dal titolo “Traduzione e traducibilità della poesia. Porcellana di Durs Grünbein”.
Nel 2008 pubblica la raccolta poetica Nomadismi. Nel 2009 è autrice del testo in musica Favola di Mezzanotte, musicato dal compositore G. Mancusi. Nel 2011 pubblica La parte che ti ho affidato, Boopen Led Edizioni. Sue poesie vengono pubblicate su riviste specialistiche. Partecipa a reading poetici e rassegne letterarie come Il festival della Letteratura di Narni e Una piazza per la poesia di Napoli. Si occupa di critica letteraria per varie riviste tra cui “ Nuovi Argomenti” e “Poesia” di Crocetti. Da segnalare il suo servizio sulla raccolta “Porcellana – Poema sulla distruzione della mia città” di Durs Grünbein, pubblicato nel numero di Febbraio 2013 della rivista “Poesia”. Nel 2014 partecipa come autrice e come traduttrice al progetto antologico “Ifigenia siamo noi”, edito da Scuderi Edizioni.
Cura la sottotitolazione italiana di due lungometraggi di Cynthia Baett “Cycling the frame” e “The invisible frame” presentati nell´ambito delle rassegne culturali del Goethe Institut di Napoli. Un’ampia selezione di testi inediti viene pubblicata sulla rivista Poesia, numero di novembre 2016.
Nel 2016 pubblica “Utopia Fuggiasca” con l’editore milanese Marco Saya. Il libro è stato presentato nell’ambito della Fiera del Libro di Roma “Più libri più liberi” ed è stato premiato a Mosca, vincitore della sezione “Tonino Guerra” nell’ambito del Premio italo-russo Bella Achamadulina 2017.

Paola Turroni, Nel volto delle bestie (poesie inedite)

opera in mostra all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Foto GianniMontieri

Paola Turroni, Nel volto delle bestie (poesie inedite)

O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno
DANTE, V canto dell’inferno (Francesca da Rimini)

*

 

Hai mandato a gambe all’aria il fatto
si è aperto la strada e lo sterno
si è spaccato
in due perfette metà
in due barche di gloria
e l’urlo della bestia è salito fin sopra il monte
ha stroncato l’attesa ha rifatto la strada
ha fatto gli odori sul fuoco
ha pianto
ha insinuato
ha fatto l’eco alle stelle spente
il mio urlo tutto.

*

Stanno qui le belve, qui intorno – leccarsi la ferita
levare il sangue, leccare
nella giusta direzione
governare la formazione della crosta.
Bisogna che si sappia il male
lo si lecchi come lupi
lo si tenga a margine – come quella volta
che una benda era bastata a rimediare
cucciolo di lupo senza tana. Glielo dicevi, come sulla soglia,
mentre il pianto risaliva la corrente
che penetri in profondo – e non si veda
quell’urlo bieco che t’impala
quella bava
quel ventre aperto sulla riva.
Perché hai già saputo farlo, dopo il viaggio
dopo tutte le parole, dopo i pesci e le zanzare
morire, leccare.

*

Gli animali aspettano la sera
in compagnia del branco, stanno
coi segreti come sassi tra di loro
e alberi, i segreti che fanno
il loro fiuto. Sapersi immortali nei fatti
notti che nemmeno fumare bastava
nemmeno la voglia
quel margine in cui si metteva la schiena
si cuciva a mano la leggenda
con la spada ben puntata sulla testa
e nessuno che provasse a farla franca
insieme dritti verso il nulla.

*

La caverna delle labbra
quella volta che il sapore era di fumo
quella volta che di vino si spegneva –
erano linci alla messa della sera
zampe tese sul letto, in agguato
un pasto consumato in tutta fretta –
briciole che ancora segnano le strade
denti rosi dalla carne, crudi
eravamo ogni sera
crude braccia e poca luce
Non sappiamo più come facevamo il vento
quando c’era caldo e sete
e le linci ci battevano la vena –
il nome scarlatto inciso sulla nuca
e il destino di tutti piantato nella schiena.

*

Ci si assume il peso delle bestie
una volta fuori nella nebbia
scendere le scale della metro come un infero
saputo – quando leccavamo il pelo al riparo dei lampioni
le iene si accucciavano sfinite nei portoni.
Di quando i patti eran siglati
con il fiato, ad oggi restano bocconi
secchi e luci, sotto l’ala grande del dolore.
Ci si salva ritornando, un treno dopo l’altro
un morso al cuore e ci si fa coraggio
che tutto resta accanto e sotto –
come una traccia dello sguardo
che quando torni e accendi gli occhi
il buio è pesto, ma riconosci il salto.

(altro…)

Luciano Nota, Cinque poesie inedite

Che grande albero, il mio albero nudo,
estroso come un miraggio,
fiotto a tutto tondo.
Quando m’accosto
ha fruscio di mare,
un gorgo che scoppia d’ossigeno.
Vortice talora alloglotto
sul tralcio dei pesci.
Arido tronco
da te sorseggio acqua.

*

Crolla l’alfabeto ansante
dei vertici e degli spassi.
Globo rimane quel cespuglio
sospeso a distanza
tra stufe e nembi
fremente come una fiamma.
La clave si è spezzata,
stende le braccia sopra l’argilla.
Qualcuno addita. Si entra accorti
nella stanza del bruco
che lento cammina e non torce la schiena.
Farfalla di sera
troppo lussuosa per farne rosario.

*

Si ricorda di me la rana
e l’orma del lichene.
Di solito bevo seme
in quel posto nascosto chiamato ambra.
Faccio all’amore di sera
in diagonale sotto i rami.
Invecchio al tramonto
e puntualmente alle tre m’addormento.
Cerco nel sonno la scossa…
Ritorna il fungo sul marciapiede
l’alga nel bicchiere.
E d’improvviso la rana,
la punta del ramo che mi corteggia il piede.

*

Più lo sfiori
e più il mio cuore s’ingrossa.
Per favore, ciò che ho negli occhi
è un avanzo immortale
un laccio troppo umano.
No, il tuo pacco non bestemmia,
è stelo rigonfio, quasi stella.
È la mia pelle che coraggiosamente
lancia il giglio nella fornace.
Cosa vuoi che faccia?
Tremo. Poi percorro te
morbido senza tremare.

*

VOLO

(al mio amico Giuseppe Dimilta)

Magra consolazione
aver parlato ai ramarri
ai passeri sotto la pioggia.
Il dissidio era scintillio
per i tuoi arti spalancati alla vita.
Bastava un accenno di caccia
e Diana era sul nibbio, con gli stivali
sformati dal vento.
Senza pudore è l’apostolo
che non riesce a capire
il tuo slancio solitario
l’opera piena della tua esistenza.
Il rumore che non hai voluto
nell’attimo tuo di rondine.

©Luciano Nota

Lucio Toma, inediti

AGIOS LEON

Poche case forse non bastano
a farne una località su Google maps,
perché Agios Leon non è in fondo
che il ricordo di un volto sbucato
dal vento dentro i miei occhi
di passaggio che nessun satellite
ha mai scovato.
——————-Agios Leon resta
l’ago di un dito che punta
a cucire la distanza dal passato
alla strada di quel turista
in cerca della rotta giusta
prima di finire in mare
a Porto Limnionas. (altro…)

Antonio Spagnuolo, Tre inediti da “Canzoniere dell’assenza”

Antonio Spagnuolo, Tre inediti da Canzoniere dell’assenza

PAROLE

Le mie parole hanno il giogo dell’edera,
strette ai rami, irrequiete al vento per ricordi,
cingono la solitudine in quel nodo
che il nostro amore mostrava insaziabile.
Lungo il tempo hanno un palpito delicato
inseguono il rumore della gente
che non conosce la soglia del cielo
e cede all’ombra dei frammenti
tra le ciglia e gli sguardi.
L’orizzonte incide la tua assenza,
che aleggia timorosa indecisa
nell’eterna vendetta dell’infinito.
Hai negli occhi il fulmine d’autunno,
impertinente e violento, quasi un gioco
che risplende innocente fra le ciglia
e ricama motivi dell’inganno.
Vorresti intrappolare le moine
come un esile fiore che improvviso
spezza il lungo silenzio, e fra le dita
disperdi il labbro sensuale e dolce.
Soffice nuvola dai capelli neri
racchiudi nel sorriso l’invito clandestino.
Per te l’autunno, spettacolo a colori
che ti scopre le spalle , il seno , il collo,
vorticando gli azzurri nella grazia interdetta,
anche se taci il fulgore, ritorna fuori campo.
E sei sparita , intrecciando la memoria
che mi corrode nel baratto che scioglie la follia.

*

SONNI

Metto a giacere i riflessi perché non sono io
l’ospite trasudato del tuo sogno,
l’incredibile amante silenzioso
sigillato alle spalle alabastro, riverbero
degli anni troppo presto fuggiti
ed assediati nell’eterno abisso senza fondo.
Non puoi vedere le mani che alla luna
chiedono ancora illusioni di poesia
mentre il respiro trattenuto è quel sussurro
che le mie labbra fibrillano.
La realtà è un’immagine dalle sbavature imperfette
e muove chiarori inaspettati.
*
La maligna brezza delle notti confonde i miei sonni
nel dubbio del silenzio che mi ottunde,
mettendo insieme i pezzi di parole
diverse nel segno , sempre più difficile
nell’alchimia dell’eterno.
Brucia ogni menzogna il rimorso
nel moltiplicare gli sguardi della malinconia
quasi immobile immagine del niente.
Briciole nel luccichio degli ammiccamenti
le pupille non hanno più riflessi.
*
Ancora qualche fiore in autunno
per un tramonto che non ha colori
e la tua ombra ritorna come un velo
a intimidire magie.
Ho dipinto un brivido e la memoria
porta via gli inganni della gioventù
quasi a dispetto di quei fogli ingialliti
che cercano nascondere inquietudini.
Anche il violino rompe sinfonie
per giocare ancora solitudine. (altro…)

Laura Corraducci, Tre inediti della luce

Laura Corraducci: tre inediti della luce
Nota introduttiva di Luca Benassi

Ne Il Canto di Cecilia e altre poesie (2015), Laura Corraducci aveva scritto: «la fretta scomposta delle otto/ indossata sul volto come il trucco/ il pianto tatuato sotto gli occhi/ è la fuga dal cronometro del mondo/ del mio cuore ancora resto l’ospite». Si trattava di una visione dell’amore nella quale il continuo gioco dell’Io e del Tu mostrava l’esigenza di non voler schivare l’impatto anche dei momenti più drammatici, dove il sentimento aveva il segno negativo dell’abbandono e del dolore. In quel testo, tuttavia, fuga e ospitalità del cuore erano i termini per indagare la relazione; del resto, in altre parti del libro, Corraducci aveva preso a prestito il punto di vista altrui, mostrando di voler spostare il punto di osservazione del sentimento: i reclusi di un carcere e i guardiani dei fari, per i quali l’amore e la luce passano attraverso la distanza, il buio, la fatica. Nelle ultime prove, delle quali i testi qui offerti costituiscono un esempio, Laura Corraducci ritorna sul tema amoroso, ma lo fa con un passo diverso, maggiormente centrato sull’intensità di un vissuto che si cala nella parola con potenza. Sono versi che rivelano un’attesa compiuta in una fisicità lieve ma precisa: «la paura alla fine si è assopita/ dentro il lento scivolare delle mani/ nel respiro che cerca nuovamente/ la linea del tuo mento per morire». Non manca il senso di un nascondimento («stamattina entro ancora di nascosto/ per togliere via la sabbia dai vetri») che concede all’amore solo la pienezza di poche ore e il timore dell’abbandono, ma i riferimenti a una realtà quotidiana precisa (caffè, tazze, vetri, tetti, libri, occhiali) regalano un dimensione quasi quotidiana alla relazione. Ci sono i luoghi cari alla Corraducci: le mani, i capelli, gli alberi, il vento, ma questa volta hanno connotati precisi: il vento è il Grecale e gli alberi sono lecci. Il sentimento sembra quasi avere la forma di un volto del quale ancora si teme di pronunciare il nome. (Luca Benassi)

 

***

hanno tirato a sorte la mia gioia
non è un caso sia caduta su di te
sotto un leccio verde di febbraio
la mia ombra ti segue nella luce
la paura alla fine si è assopita
dentro il lento scivolare delle mani
nel respiro che cerca nuovamente
la linea del tuo mento per morire

*

stamattina entro ancora di nascosto
per togliere via la sabbia dai vetri
e girare nella stanza soltanto con la voce
tocco i libri gli occhiali e il caldo del grecale
il nero del caffè dentro la tazza
sento il sole che qui pare più orgoglioso
di accenderti lo sguardo sopra il tetto
queste assurde maglie di una rete
che stringe nel suo vuoto il nostro tempo
amore nella bocca del vento lasciami due fiori
perché i petali in estate sanno profumare anche le spine

*

avrei voluto cucirti il nome sul petto
con i capelli e il filo bianco dello zucchero
indovinarti il passo prima che si compia
nel respiro di mare da sotto le nuvole
in un tempo dove l’amore non cede
e l’eternità può durare soltanto tre ore

***

Laura Corraducci è nata nel 1974 a Pesaro, dove vive e lavora. Ha pubblicato le raccolte poetiche Lux Renova (Edizioni Del Leone, 2007) e Il Canto di Cecilia e altre poesie (Raffaelli, 2015). Suoi inediti sono apparsi su “Punto Almanacco della poesia italiana 2014”, “Gradiva” con nota critica di Giancarlo Pontiggia, “Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea n.2”. Sue poesie sono state tradotte in spagnolo, inglese, olandese, rumeno e portoghese. Dal 2012 organizza, con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura della sua città, la rassegna poetica “vaghe stelle dell’orsa” dedicata alla poesia contemporanea italiana e straniera. Traduce dall’inglese (Caroline Clark, Muesser Yehniay, Bill Wolak)

Gianni Montieri, Fuori dai cantieri (serie completa)

East Side Gallery, foto Gianni Montieri

*

Fuori dai cantieri (serie completa), poesie pubblicate in parte qui in due momenti, oggi nella loro veste (quasi) definitiva; poesie che andranno a formare una delle sezioni sul libro in costruzione, che sarà un libro sulle cose che restano, le rimanenze nel bene e nel male.

*

 

Alle 9,30 a Porta Venezia
era l’appuntamento, il segnale,
piovesse o meno non mancavamo,
non esistevano gite fuori porta,
fidanzate, amici che tenessero,
quel giorno si manifestava
riconoscersi sotto gli striscioni
chi con i confederali, chi con gli autonomi
più distanti ma presenti i Lotta Comunista:
avevamo cose da sognare, sogni da lottare,
diritti, avevamo da vivere e lo dicevamo
(Il Manifesto stretto tra le mani).

 

*
Qualche volta di pomeriggio
ci spostavamo a Porta Ticinese
al MayDay per sentirci giovani
a rimescolarci il sangue coi precari

conservo una foto sul carro di SDB
vaghi ricordi di birre annacquate
bevute con amici venuti da lontano.

 

*

Le grigliate all’Idroscalo le fanno oggi
le hanno fatte allora, forse hanno ragione:
il Lavoro si festeggia mangiando, bevendo,
e ha torto la vecchia che dice:
“Adesso le fanno solo i cinesi, gli africani”
ha torto chi il lavoro ce l’ha tolto, chiuso
ogni due di maggio fuori da una fabbrica,
tra le lamiere all’ingresso di un cantiere.

*

Giù: il volo da una gru, lo schianto, il coma
colpito da un palo scivolato a terra,
al cuore da un rifiuto, da un male
senza cura. Arso vivo a un passo dal Natale,
da un contratto vero, sottoterra in miniera,
sottopelle nessun respiro, nessun ritorno.
 

*

Oggi che mancano due giorni al primo maggio
e piove con quella pioggia come a novembre
al cantiere non si lavora, fermi i macchinari,
i manovali  in nero oggi non guadagnano
vanno a casa, ogni tanto gli occhi al cielo.

(altro…)

Lorenzo Vercesi, Dire senso è un guaio

Milano, vista dalla Stazione Centrale, foto di Gianni Montieri

*

Lorenzo Vercesi, Dire senso è un guaio, raccolta inedita

(le poesie qui selezionate fanno parte della prima parte della raccolta intitolata: È pioggia nel sottopasso, uscita in ebook per Poesia 2.0)

*
Abbiamo invaso il macinato dell’asfalto,
spighe su spighe in grigia direzione di viaggio,
come una nausea Milano ci resta alle spalle
mentre la strada è un incavo dove le macchine
si depositano con l’alito e il moto della cenere.
Nella celiachia dell’aria andiamo avanti dritto
nel solo verso consentito, in quinta costante,
il cielo attorno e ai lati,
con la Fiesta a comporgli contro la sua rete.
La tentazione è affidare alla meta l’ultimo strato,
lo sforzo prima che si stralci l’imballaggio
e venga giù la plastica che ricopre la vita,
centimetro per centimetro fino al fiato che manca.
Allora non è rimasto nulla da odiare,
il Carrefour a sgomberare l’incrocio dal colore,
le vene di via Mac Mahon che gli olmi abbattuti
hanno tenuto aperte -tracheotomia di non emergenzalì
dove si muoveva il pescato di ogni nostro gesto
nel solo ghiaccio in grado ancora di tenerlo vivo
tutto l’odio che cresce è un colpo alle costole.
E noi forse partiamo per non sentire il dolore,
l’autostrada il solo abbraccio che
sappiamo ancora accettare

*

Il pile che mia sorella portava in quella foto
sulle spalle ben stretto perchè l’inverno non mietesse
il grano di noi che ci cresceva addosso;
non c’era paura allora di essere vita,
la carica elettrica che stringi nel pugno.
Ed ora una Magistrale a Padova,
le spalle più larghe, il verde dei denti
per l’alleanza con la lingua che fascia parole,
le immissioni sicure in autostrada
e mio fratello che se ne va a Bologna,
l’arcata del passo che cresce e si snoda.
Se mia sorella si stringesse ancora quel pile
sulla schiena potremmo rifare quella foto,
il rotto dei vestiti vecchi lo svincolo d’aria
per lasciarci partire

*
Noi avevamo un rialzo orribile dietro via Calvino
una scala sprecata, scalini grezzi per accedere al tepore.
Da lì la vista non era granchè le prime volte
poi tre minuti d’occhio infrangevano l’obbligo
che dovesse esserci per forza cielo in prevalenza.
Con un guizzo appena di ferrovia davanti
nel di fronte che ritaglia la pupilla in aghi
scoprire che Milano sa anche aprirsi,
un raddoppio di spazio là dove l’aria stringe.
Non ci sono ancora tornato da solo,
ho pensato non valesse la pena premurarsi a cercare
il terreno esatto per la crescita dei semi d’arancia,
le legioni dei miei sputi di giovane adorante e deluso
nella finzione che il nutrimento dell’occhio sia poi
l’aratro sufficiente per le campagne del dentro.
Insieme a discutere sulle piraterie ancora possibili,
in un tempo in cui essere voce è nostalgia,
la bottega degli scherzi che il mondo mezzo aperto
avrebbe avuto ancora la pazienza di accettarci.
Si capiva appena allora che essere eroi
è l’intrallazzo da prevedere nello scarto che si apre
fra essere giovani in potenza e avere il coraggio
di diventarlo davvero

 

(altro…)

Francesco Ottonello, inediti

C’è un elevato tasso ironico nella poesia di Francesco Ottonello, un’ironia profonda, unitamente a un grado alto e doloroso di percettività, e a una per nulla celata oralità, altrettanto profonda e direi costitutiva del suo verso.
In particolare nelle prime due poesie qui presentate. La prima reca un titolo strano e difficile, soprattutto giocoso: Le domandi più facile. Uno direbbe che l’autore si è sbagliato, che intendeva forse scrivere: “le domande più facili”. Invece no, è un effetto volutamente “distraente”. Poi, nella medesima direzione, si noti l’assenza o quasi di punteggiatura: nella prima poesia solo quattro punti interrogativi, corrispondenti a quattro domande-cardine del testo, mentre nella seconda, intitolata Servizio di pulizia, vediamo comparire soltanto il punto in chiusura di stanza, per ciascuna delle tre stanze.
È un voler lasciar fare al respiro, essenzialmente. La lettura del testo avviene infatti seguendo il respiro non privo di affanno con cui l’autore l’ha costruito. Ed è singolare che anche in questo secondo testo Ottonello giochi con le parole, che sappia legare così bene il vorticare confuso della sua “poesia-movimento”, così la definirei, a un’idea di poesia come gioco.
Ad esempio, il termine “rivertente” è un neologismo (seppure anche qui sembra si tratti di un errore di scrittura): il prefisso “ri” iterativo si unisce al significato etimologico del latino “vertere”, cioè “volgere”, e quindi “rivoluzionario”. Di qui, entrando inoltre in collisione linguistica con formulazioni di carattere commerciale, nella mente dell’autore si produce l’idea di una pulizia universale, tanto desiderata quanto necessaria, che possa e debba riguardare l’esistenza tutta, che possa togliere di mezzo l’agonia e la noia.
La terza poesia, invece, è un’estrapolazione da un quadro poematico, più ampio, di cui qui si dà solamente un brano, strappato appunto da un testo più lungo e complesso. Siamo su un treno diretto a Poznań, dove «…il cielo / come me non ha memoria del nome», e ognuno  di fronte a sé ha il compito di sempre: la costruzione di una propria grammatica (Cristiano Poletti)

F.O. 4.4.2017


Le domandi più facile

Le risposte più difficili sottostanno
«chi sei» «che hai» quante volte
ho dovuto tacere quante volte spremere
senza imbrogliare mai questo groviglio
nel cranio e nulla nulla ma «come stai»
«che fai» «forse che – dai – a cosa stai
pensando» ora? Non so pensare…
non posso cedere a non pensare
e in tutto ciò i secondi sbiancano
e esangue si fa anche il nome
e il cuore «è rosso» è fornace
di primo sangue intravisto?

Le finestre – aperte chiuse – a cosa serviranno?
Eppure mi han detto «non si parla degli assenti»
e avrei dovuto ascoltare dare «risposte» «non
attendere» ma ormai è tardi a dir cos’era…
«ancora-presto-ancora-presto» riverbera?

:

Servizio di pulizia

Volevo essere pulito garantito
quindi ho comprato uno “sgrassatore
universale” al limone verde
due volte concentrato mi sono
sulla testa ma ho inciampato sulla pianta
del piede prima del risciacquo
e ho sbattuto la testa
che era secca e il mio unico piatto
che volevo estinguere mangiando.

Così è passata l’agonia – perché
ho dimenticato… poi è tornata… noia
scontata “formula originale”.

Non sapevo più dove comprare
qualsivoglia prodotto rivertente
e così tra le mani resta solo un pc.

:

Riconoscenze

Il treno per Poznań,[1]  e non ha senso
parlare, non ha senso guardare
sangue di giovane polak[2] riempire,
far rosse le guance. Il vagone è fermo,
o si muove . C’è un uomo che guarda
o finge un film, separato in uno schermo,
donne senza aggettivo che rubano il ciuccio
a bimbi senza lamento e il cielo
come me non ha memoria del nome.

Ma l’offerta del 25% scadeva domani!
«Prenota prima che finisca»; «è partita
l’offerta» e quando nevica la vita
o piove e ci vendono gli ombrelli
all’angolo alcuni africani e la luce perde
amore e tu non vedi «scrivi» non puoi più
comprendere le offerte e le persone
non sai se le persone ci sono, sono
o solo tu grato d’essere
o no… le offerte… così
cedono, scadono, le offerte cadono,
ma tak tak[3] un biondo ragazzino
dice  – a me? mi riconosce? – e alla vita
strappa forse un sorriso, se è un sorriso,
il mio, e s’io sorrido il suo
e la città.

:

[1] Poznań: “città conosciuta” o “città riconosciuta”, dal verbo polacco poznać, significante “conoscere” o “riconoscere”.
[2] Polak: “del campo”, connesso con lo slavo pole (“campo”, “pianura”). Termine in lingua polacca per indicare “polacco” come persona (nominativo singolare maschile).
[3]Tak tak”: “sì sì”, in lingua polacca.

:

Francesco Ottonello (Cagliari, 1993) è laureato in Lettere classiche con lode all’Università di Cagliari. Ha studiato recitazione presso la Scuola d’Arte Drammatica di Cagliari. Sue poesie sono state pubblicate nelle antologie di poesia curate da Elio Pecora Viaggi di Versi, Poeti Contemporanei (93), Frammenti. Vive, studia e lavora a Milano.

Giovanni Fierro, Gorizia On/Off (parte seconda)

fonte google (fotografo non citato)

*

Un paio di mesi fa pubblicammo le prime dieci poesie di “Gorizia on/off” di Giovanni Fierro, introdotte da una mia breve nota. Giovanni ha proseguito la serie, continuando il suo viaggio tra i tetti, le strade, le memorie, i dolori, gli abbracci; il suo viaggio tra e con la gente di Gorizia. Con grande piacere pubblichiamo oggi la seconda serie di on/off che va dalla 11 alla 20. Grazie a Giovanni e a chi leggerà. (Gianni Montieri)

*

(#11)

Con la gonna alle ginocchia, il pensiero che
a Nova Gorica curano meglio le unghie, e che
credere alla felicità è scorciatoia dei deboli,
Daniela Ferri la prima sciocchezza la mette
in borsetta, per non farla vedere a sua figlia.
La seconda, appena arrivata nel bagno del bar,
la nasconde fra le rime dei suoi capelli.
La terza sciocchezza, invece, deve rincorrerla, per
poi afferrarla al volo e farla stare nella mano.
Lo sa, il suo stare da sola è il silenzio che funziona.
E oggi funziona. Per oggi sa solo questo, tre è il numero
perfetto. Soprattutto per le sciocchezze.
E anche per quello che Sandro Abrami, di nascosto da tutti
ieri in macchina nel parcheggio della stazione, le ha detto:
“Quanta fatica per capirci, tu mi prometti Il tuo profumo,
io ti chiedo il tuo odore”.

*

(#12)

Di questa promessa di neve è rimasta
solo una manciata di sale grosso sui marciapiedi,
un turbinio di vento che non si stanca
e tu che mi dici “Giovanni, credi a questa luce
che adesso si apre ad ogni sguardo buono,
e non finisce in piazza Vittoria”, lo so.
Gorizia è il silenzio che non si vuole più,
quello in cui ci si inciampa, anche questo lo so.
Il tunnel della Galleria Bombi è dove il vento
si mostra più fragile. Ma a chi lo dico? A Lucia? A te?
Con un bicchiere di vino bianco, il bavero alzato
gli occhi azzurri che fanno il girotondo, Marco Stacul
mi racconta “Stai attento, le persone sono come
le nuvole, non ne ho mai vista una avere la forma
di una tartaruga felice”.

*

(#13)

Il fiume Isonzo sfiora e accarezza Gorizia,
il suo andare di acqua cerca il morbido
della pelle di questa città, che conta le sue grondaie.
È una vicinanza che ancora non si misura,
due corpi si riconoscono nell’abbraccio
vero? e rimangono le voci, penso.
Andrea Santino si toglie le scarpe, si siede
sul divano in silenzio, e pensa a Cecilia Skarabot,
alla sua collana, alla sua borsa marrone,
alle sue labbra che si ammorbidiscono
quando dicono “ma certo, sono qui”.
Le campane di San Rocco rintoccano le sei,
e lui si ricorda di suo figlio, “papà, lo so
con lo spago si possono legare assieme le cose,
ma io sono solo capace di fare dei nodi”.

*

(#14)

Agata Polverieri i suoi trentanove anni li tiene
stretti alla melodia di “Agnese dolce Agnese”
di Ivan Graziani, le piace chiedere per favore,
ha un segno di sangue nell’occhio destro
ed è convinta che l’unica cosa che funziona
in questa città è lo spazio verde di via Lantieri,
dove i cani corrono, saltano e fanno i loro bisogni.
Sotto l’ombrello è nel giorno di una pozzanghera,
sopra lo specchiarsi di una fortuna che rimanda
da tempo. Vuole rimanere lontana dalla paura,
sul retro di uno scontrino del bancomat ha scritto
al suo amico Dante Dri, alcune parole piccole
a biro nera: “la conta degli abbracci inizia presto,
con il primo abbraccio che desideri, vuoi e sogni,
e che poi rimane da qualche altra parte,
in una attesa che non conosci, impigliato”.

*

(#15)

Questo giovedì mattina tutto è rinviato,
i voli dei colombi in piazza Vittoria, il primo
buongiorno che si sente in via Montesanto
il primo caffè ordinato al banco del bar Ali.
Tutto è più lento, ci si muove appena.
Gorizia è questa laguna di promesse, infedeltà,
sigarette comprate in Slovenia e grattaevinci.
Qui non ci si sposta mai di onda, solo di marea.
Ricordo l’immagine scritta da Paolo Catta,
‘ombre urbane di tacchini in fuga’, è un libera tutti.
Cosa posso aggiungere. A volte mi sento proprio
come questa città, se sono stato amore
è perché ho sprecato amore.

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I poeti della domenica #147: Anna Maria Carpi, I meglio sono loro (inedito)

 

Kandisky, esposizione Mudec Milano, 2017

I MEGLIO SONO loro, e c’è Kandinsky.

Sono fioriti in bianco per le strade
qui intorno a casa, non tutti, ché i restii
come me preferiscono l’inverno,
i rami nudi e nulla che si muove.

Gente che va, che va a far due passi
e quanti i cani
questa domenica di primavera.
Ultimamente l’uomo si sente solo,
più che mai solo, io non so perché.
Erdogan raccomanda fate figli,
almeno cinque a coppia,
mangiate, consumate, e che le femmine
portino il velo, meglio se integrale.

E di piccini se ti guardi intorno
in braccio in carrozzina
per mano ai grandi
non c’è penuria, mini-italiani
dai visetti tondi, una bellezza,
nati dopo il 2010 o l’altro giorno.
Ma in mezzo quanti vecchi
no non vecchi, decrepiti,
ancora vivi e avidi di vita –
con che diritto?

Io non so a chi appartengo,
cerco di non saperlo.
Quando sono vissuta?
Io guardo i bimbi e i cani.
Piangono abbaiano, sono loro la vita.
E perché la vita?
Per me è solo fatica, solo dubbio.

Ma al MUDEC c’è Kandinsky,
cinquanta quadri e accanto una delizia:
dei miniesempi del folklore russo –
anni terribili del ‘900, che lui
non ha sofferti: dentro a trent’anni
gli è esplosa l’arte. Mai più l’oggetto, dice,
solo il suo riflesso
nello spirito umano,
il suono è giallo, ogni colore suona.
E ciò che fa del mondo è uno splendore.

*

© Anna Maria Carpi, 20/03/2017

Lucianna Argentino, Inediti #2

Lucianna Argentino, Inediti #2

Abbiamo attraversato la notte in ginocchio
perché la misericordia divina
ci trovasse preparati per un nuovo impasto
e un respiro più prudente e giusto
ci fosse alitato nelle narici.
Officianti il sacramento
di quelli cancellati dalle mappe
ma ai quali è affidato il compito
di testimoniare la grazia
– quelli a cui molto sarà perdonato
perché molto hanno amato.

***

C’è voluto tutto il tempo e una gelosa cura
perché il giorno trovasse la sua voce
e una grazia acerba lo battezzasse col suo vero nome
vero sì, ma distante ancora.
Ancora nell’avvenire, ancora dove lo vorrei
pelle del mio abisso e senza distanza dirgli:
toccami, ripassami l’anima con le tue mani,
il corpo con i tuoi occhi; fammi il tuo genitivo
di pertinenza, riscrivimi la desinenza.

***

Scontata la pena da pagare,
offro in sacrificio la decima del mio coraggio
per il riemergere di lui dalle carni
– dannazione e salvezza
a testimonianza dell’indivisibilità di spazio e tempo
per me che l’ho aspettato
confidando di conoscere la mia verità
attraversando la sua. Guardando negli occhi
gli occhi opachi del suo passato,
mentre mi cresceva lontano, ma già veniva,
già si avvicinava. Ma non finiva – mai finita –
l’attesa di lui che mi possiede.

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