inediti

La donna che ride (G. Amato)

Mettono password ai loro dispositivi, hanno paura a salvare su un cloud, pensano a lungo a cosa condividere su un social, poi vengono da me e non sospettano niente.
Ho una piccola copisteria all’angolo della strada. Ho due stampanti che a volte si mettono a borbottare da sole, un grosso computer alla mia scrivania, macchine per rilegare i loro documenti come preferiscono – a caldo, a spirale, nel caso la banale costolina o la graffetta non bastino – e posso fare fotocopie, all’occorrenza mandare dei fax. Prendo ordinazioni anche per tazze, cuscini, puzzle, qualsiasi cosa su cui vogliano stampare la loro fotografia. Quello che non sanno è che la loro fotografia io me la tengo. Io tengo tutto quello che passa dalle mie mani. Lo salvo, di nascosto, sul computer. Lo stampo, di nascosto, anche per me.
Sono la loro memoria esterna. Tutto quello che mi danno, resta mio. (altro…)

Samir Galal Mohamed, Per approssimazioni (inedito)

Tobia Ciabocchi, Portrait

 

per approssimazioni
abbracciare
l’orifizio
l’altalena
l’incesto
graduale
vincolo
scarto
tirannia
la possibilità
possibilitante
l’agente
sorvegliante
il limite
fuori del limite
l’eventualità del non evento
l’avvento inaccessibile
l’appuntamento mancato
il previsto inaspettato
l’inedito, sempre
l’inaudito, mai.

L’imprescrittibile inavvertibile.
L’improcrastinabile adesso.
L’assenza, nel dopo, del senso:

ancora una volta
reiterarsi

e già sottrarsi

all’ammirazione

all’abbattimento

all’esecuzione.

 

Samir Galal Mohamed (Pesaro e Urbino, 1989) è un poeta italiano di origini egiziane. La sua prima silloge, Fino a che sangue non separi, compare in «Poesia contemporanea. XII Quaderno Italiano» (Marcos y Marcos, Milano 2015). Suoi testi e interventi appaiono regolarmente in riviste cartacee e online. Attualmente vive a Milano, dove insegna filosofia e storia nelle scuole superiori.

Maria Grazia Cabras, Inediti

Mark Rothko, Untitled (Blue, Yellow, Green on Red), 1954

Maria Grazia Cabras, Inediti

 

Tornare alla esperienza che mi ha destato   >> strappato alla profondità
emergere sulla superficie di cose   toccare pelle di altro   buccia

trovare una breccia nel dolore di un tempo lasciato scorrere stando non nella vita
s-misurarsi nel ritmo del cardio

entrare nel taglio-trauma che trasforma se attraversi l’eclisse l’ellisse del campo

con il mio corpo- scoria – plastica – veleno con questo corpo albero nido alga
animale mescolata ai rifiuti agli oggetti accumulati del mondo sono cosa
segno inciso sangue e scarto sonoro ma non dormirò
non ci addomesticheranno

si cibano di noi dei nostri nodi   >> passano indisturbati con il loro mantello di sale
cercando scaglie in fondo ai pozzi
per trovarci graffiano pareti con forbici e parole lucidate di fresco
ottuso l’occhio non scorge la luna nuova che risplende sulle vie del cielo e del ginepro (altro…)

Flavia Tomassini, inediti da “off line”

Foto di ©Flavia Tomassini

 

VEDUTA

Ho visitato un luogo;
era l’indifferenza simile ai preludi
nei film di guerra,
l’austerità spoglia degli affreschi
sciupati, serpeggiante valle
terrena, dall’addome
si dispiega una regione natale,
che conviene, dati i tempi,
ai bottegai
il chiasso cieco dei loro affari.

 

PIACERE

Ci è venuto tutto addosso
tutto a mancare
nel medesimo luogo
in cui pienezza aveva colto
piacere.
Sul letto del nostro amore
dal quale non sapevamo uscire
quando le giornate terminavano
in ritardo sulla cena, cominciavano
a tarda notte
ci alzavamo a parlare insonni
dopo aver troppo agonizzato
il giorno, strette l’una all’altra.

 

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PoEstate Silva #51: Emilio Pagano, EX HALOS

– EX HALOS –
liriche sul tema dell’Odissea
(2018)

AVERNO

Oh Euriloco… da qui,
quanto più struggente
e lontana, mi pare ora Itaca!
Hai occhi? Luce più dentro

per volgerli al mio desiderio?
Poiché sempre, io resto
ciò che potrò essere. Che di limiti
una condanna mi ha privato.

Ma io ho dentro qualcosa
che non so dire: tutto il mondo
mi pare chiuso nel legno
di un cavallo sacro. In attesa,

che il nostro agire inventi il nume.
E Itaca, resti un segreto declinato
di tregua. Onesto finché lontana,
e forse vela, più che àncora.

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PoEstate Silva #31: Cristina Polli, La sorte e oltre (inediti)

Foto di ©Cristina Polli

La sorte e oltre

L’angelo mi riconobbe

L’angelo mi riconobbe dal segno
che mi aveva lasciato:
graffi di una lotta arcana
impressi sulla pelle.
Tornò a chiamarmi e nel bagliore dell’attimo mi apparve
Il margine e il dirupo
lo stacco del volo e la vertigine.

 

Sottopelle

Come un volo di storni
si dirada e s’accosta
la manciata di tratti
-carne e vene.
Sottopelle la corrente
rimesta passaggi
squarcia il tempo.

 

La sorte e oltre

Veste lacerata
taglio sfregio orlo
lembo da ricucire
rete che afferra la sorte
che nega l’oblio
crepa della voce
varco di preghiera. (altro…)

PoEstate Silva #26: François Nédel Atèrre, tre inediti

Morandi, natura morta

 

A sera – il tempo nostro sfatto, andato –
sarò l’odore delle sedie, il sole
caduto sul terrazzo, il legno chiaro
del tavolo da pranzo.
Tutte cose
lasciate senza colpa a qualcun altro,
tagliole senza denti, dove il grano
maturo si fa paglia, fondo al nido.

 

Che strana fissità, sopra il terreno
hanno i palazzi e gli alberi. La luce
mancando all’improvviso, nella strada
salda il suo vecchio debito ai colori:
così l’azzurro di piastrelle, il verde
di nuove foglie trasparenti, il giallo
di lampade sui muri, tra i dipinti
chiedono verità. Qui si prepara
qualche altra cosa, non detta, e finestre
schermate dalle tende già lo sanno. (altro…)

PoEstate Silva #15: Lorenzo Maestripieri. Inediti

.

Padre.

Vorrei tra tante cose
che hai saputo trovar tempo di insegnarmi
m’avessi dato il dono dello scherzo,
quel crogiolare scelto
nel ridicolo delle proprie anche:
così quando crescendo
ti vedevo
prendere in giro la tua vita tutta
baccagliare al vento ed agli amici
non avrei risposto con un moto
malcelato
d’orgoglio mal riposto,
e compreso pure avrei
che non c’è nulla
da combattere
niente da difendere;
soggiunto avrei le mie risa a quelle d’altri
ed oggi non starei mescendo
vino amaro
ogniqualvolta di giocare è tempo
e una mia mano s’amputa le dita.

.

La gelosia.

Sofisticata insonnia
rossa si rapprende alle sue calze
e nel fumigare d’aperta campagna
s’ apre una bocca come i fiori dell’ibisco.

Di lontano
coi baci bloccati di traverso
suona alle mie orecchie e scricchia
la vigna che raccoglie i grilli
e le sue anche;

Ritorno tra i bronchi e tra gli spini
falcidiando la camicia buona
come pota il giardiniere la gramigna:

ché non giova il fonte puro semenzale
per molcerla nell’urna delle braccia
se son fiume e lei guarda alla mia foce.

.

Sera Peschiciana.

Assiso su uno scampolo di scala
assisto al turbinar serale estivo
di chi qui vive o per un poco cala
a mollo nel refrigerar tardivo.

S’incalcano nei viottoli a ricerca
di svaghi profumati, vivi orpelli
e zaffiri molluschi; la noverca
per oggi d’affinare i suoi coltelli

s’accontenta. Io solo fuor dal metro
immobile m’accoccolo allo stucco
e ai loro bendicenti sguardi impetro:

ché ad essi della vita giova il succo,
ed io so sol guardarli savio e tetro
come invidiando i pesci dal trabucco.

 

La formica.

In doccia ho trovato una formica;
Innocua
Stava nel cornicione
Di mattonella e muro
E aperta la corrente
Sfruttò l’acquifero disegno
Disordine
Che io lasciavo.
Bolla dopo bolla
Tesa sulla superficie
Mi è giunta all’altezza del naso.

L’ho uccisa
Perché vedendo tanto genio
Ho temuto capisse chi ero io
Lontano dal divino
E per sancire ancora il mio disdegno
La mia paura
Che l’animale eletto sia poi un altro.

.

© Lorenzo Maestripieri

Tiziana Marini, Inediti

La penombra è viva

Sediamoci davanti ai pini.
c’è la brezza che riluce
e di resina ogni ago veste
il tramonto
com’era un tempo
come sarà fra vent’anni.
Eppure
pesa  una rondine il cielo
cambia in notte presto
e non c’è tempo d’imparare
che più degli uomini durano
le cose.
Solo la penombra è viva
quel lento diventare luce del buio
quando il sole torna
nel vuoto spazio tra due parole.

 

Il flauto-vento

Tornare indietro
cercare una nuvola
sul ciglio del cuore
e l’impronta del cielo.
Le carezze rimaste a metà
o solo pensate
la lieve allegria
troppo a lungo invisibile.
Cercare nell’erba
il brillare del sole
lo specchietto smarrito.

Prendersi cura di sé
quel tempo, tanto o poco
che basta
che non sia troppo
che non si resti
a lungo soli.
E infine tornare
flauto-vento sul mare
a resettarlo.
Finalmente. (altro…)

Stefania Di Lino, Inediti

I

ci sono immagini nell’immagine/ (lo sai?)/ e racconti nel racconto/ per questo la narrazione/ è complessa ingarbugliata// giacciono a terra cose/ che cercano ancora un nome/ corpi caduti come stelle/ parole trascurate che chiamano oscure/ con un suono sordo/ un tonfo/ è la vita che si dipana/ attraverso il garrire scomposto/ di voli in cielo/ (tanto in alto quanto in basso)/ è il canto di un coro/ polifonia di voci/ tutte da ascoltare/ tutte da accordare/ e la vita così si svolge/ nel mentre noi cantiamo/ e quando amiamo/ senza neanche saperlo,

II

[per essere poeta/ devi avere radici profonde/ in una terra per te sempre straniera/ e un vento contrario che soffia in faccia/ devi avere corde epiche da suonare/ una voce antica/ di dolore antico strappato ai morti/ che ti corrono accanto/ e un cielo/ un cielo tutto da maledire/ perché non  ascolta],

III

quel giorno era cominciato male/ rumore di ruspe e scavatrici/ bucavano l’aria ed era inciampo/ suoni di uccelli/ grida lanciate e perse/ sbilanciate nel volo/ urtavano contro gli spigoli acuti dei palazzi/ ali asimmetriche giravano in tondo/ cercando/ non sapevano cosa/ nel rito quotidiano/ nella barbarie del consueto/ nel rumoroso ingranaggio/ del cammino stabilito/ era saltato un passo/ c’era stata una dislocazione/ un salto nel buio della percezione/ che la ragione ancora non sapeva//

[intanto di fronte e me/ in metropolitana/ mi scorrevano addosso/ troppo mobili e scuri/ gli occhi disperati di un immigrato/ in cerca di posa], (altro…)

Anna Maria Curci, ABC del passeur

ABC del passeur

Trasportare senso, liberarlo da una cattività babilonese che appare permanente, trasbordarlo oltre le cortine del fumo soporifero e mendace, spacciato per “sentimento popolare”, è attività che pone chi la esercita in una condizione di passeur, di chi organizza trasporti di clandestini oltre confine. Chi corre consapevolmente questo rischio può trovare in precedenti ‘passatori’ conforto, esempio, esercizio di disincanto. Procedendo in ordine alfabetico, con un mio personale ABC, comincio con tre autori: Rose Ausländer, Gottfried Benn, Heinz Czechowski. Traghettando le loro poesie nella striscia di terra nel quale l’italiano è riconosciuto come lingua materna, sono nate alcune composizioni.

 

A

Traducendo Rose Ausländer 

Una chiusa che sbarra
e i cordiali saluti
lanciati come sfida
all’offerta di aiuto

Keine Delikatessen
si diceva in poesia

E se il ghiaccio ci morde
tu Rose io straniera
ricerco la tua strada
tendo l’orecchio al canto

 

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Helene Paraskeva, Inediti 2018

Helene Paraskeva, Inediti 2018

Costantinopoli

Istanbul, Istanbul!
Costantinopoli!
Con le scintille negli occhi
e le schegge nelle dita
per vederti, riconoscerti toccarti
by the seaside, by that shipwreck.
Con le ombre la nebbia
gioca a nascondino
e l’Arcipelago diviene adulto
a cavalcioni sui Dardanelli, qui.
Aristides astride on Bosphorus.
A Trebisonda, sul Mar Nero
e per Warhol Alessandro posa Magno.
Con le scintille negli occhi ardiamo
con le schegge nelle dita bussiamo
al portone grigioverde incatenato
e mendichiamo grazia e verità
sulle orme di Santa Sofia.

.

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