In tagli ripidi

I poeti della domenica #210: Alessandro Brusa, da “Nel nome del figlio”

 

Di questa nascita
.  riempio il tempo
.  che io solo conosco
e incammino sulle
tue incertezze

quell’andare disperso
.  per il mondo
in un pensiero
che resta sulla carne
.  di punizione precoce

.           siamo istanti
cui non compete verità

: per la morte che temi,
se di questo mondo rifiuti
.  la libertà che lascia.

 

*

La vita è linea
di deciso passaggio

segna di rosso il sole –
.  e stanco
appena sotto l’umore
che mi porto appresso

appunto a nuvola i pensieri
.  che tengo dentro

: che non si lavi la distanza
cui appendo capillare battito.

 

*

Di questo corpo ho fatto testo
se del tuo corpo tengo il segno
che di quella nascita mi ha fatto.

 

da In tagli ripidi (nel corpo che abito in punta), Giulio Perrone Editore

Ilaria Grasso, “In tagli ripidi” di A. Brusa

Nella sua ultima raccolta di poesie, dal titolo In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta), Alessando Brusa mostra il suo panorama esistenziale forse partendo dalla lezione di Whitman secondo il quale «ogni atomo che mi appartiene è come se rappresentasse anche te.» Se così non fosse, credo comunque che Brusa sia ben consapevole del fatto che dietro ogni libro ci sia un uomo con tutto il suo personalissimo vissuto e raccontarlo vuol dire comunicare (leggi qui come cercare le cose in comune). La varia varietà che troviamo nei versi di Brusa sembra rispondere appieno a una delle funzioni cardine, secondo me, della poesia cioè conoscere. Sono presenti infatti nella raccolta molti riferimenti culturali che Brusa attinge dalla musica, dall’arte e dalla metafisica. Ma è anche la storia a insegnarci e a farci accumulare conoscenza come rileviamo nella rima «: perché ho memoria […] perché scandaglio la storia.»
Se dovessi descrivere il moto produttivo del poeta immagino che Brusa si sia messo a versificare dal punto più alto di un canyon-ferita nato dall’erosione di tormente (esistenziali) così forti da creare pareti molto ripide.
Lì dov’è, Brusa trattiene il fiato non per l’aria troppo rarefatta, o per vertigine, ma per contenere la rabbia generata da quegli eventi che tanto l’hanno fatto soffrire; rabbia che avrebbe tutto il diritto di tirar fuori, ma non ci riesce e disperato implora addirittura un atto forte pur di liberarsene, come troviamo in questi versi:

mentre ti imploro di piantare
un pugno
nello spazio esatto
dove trattengo
il filo di rabbia che
non mi concedo

I versi della raccolta, tante volte asciugati, a una prima lettura mi sembrano criptici, misteriosi quasi ermetici anche per l’assenza di certezze. Le parole mi sembrano rese volontariamente ruvide e secche, dal poeta, proprio per descrivere meglio la desolazione e il senso di solitudine provato.
Leggendo, anch’io sono sul ciglio del canyon, in prossimità delle pareti ripide, in uno stato di equilibrio messo costantemente alla prova. Ho talvolta la sensazione di essere spaesata, posta su quell’estremità, in una posizione testata, nel suo assetto, continuamente. Verso dopo verso mi vengono tolti e aggiunti riferimenti spaziali e temporali; oserei dire anche narrativi, perché Brusa spezza infinite volte il senso che pure si avverte in maniera sotterranea. (altro…)

La parabola amorosa fra due culture di “In Tagli Ripidi” (di L. Cenacchi)

Prima di iniziare ad occuparci della poetica di Brusa alla luce del suo ultimo libro credo sia necessaria, da parte mia, una premessa di metodo volta a inquadrare meglio gli argomenti di questo intervento. Ritengo che, nelle poetiche degli autori, riesca a risuonare più di quello che le loro letture immediate farebbero supporre. Perché? perché ogni autore legge e leggendo assorbe anche elementi non direttamente inediti della poetica di chi sta leggendo; ovvero tutte quelle scorze rimaste dal confronto che a sua volta l’autore letto ha fatto con altri. Può anche accadere che, cercando di sviluppare temi personali, ritenuti una propria inventiva, questi, intrecciandosi con altre istanze, portino al medesimo risultato di quelli già trattati in modo similare nel corso della storia.[1]
Così la poetica di un autore sarebbe simile a una pianta radicata in un particolare terreno di letture scelte. Ogni terreno, tuttavia, ha anche altre componenti oltre se stesso, che finiscono per alimentare e costituire la struttura della pianta.

Ma veniamo a noi. Con la pubblicazione di In Tagli Ripidi Alessandro Brusa chiude una “trilogia” iniziata con il Cobra e la Farfalla (romanzo) e La raccolta del Sale (poesia).
Se la struttura della nuova raccolta[2] è stata ben trattata negli interventi all’interno del libro, per cui sarebbe superfluo, a mio avviso, tornare ulteriormente su di essa, sarà comunque indicativamente utile sin d’ora tenere presente la dimensione fondamentale, ma non totalizzante, del corpo in questa raccolta, come ha ben espresso Fabio Michieli: «[…] corpo inteso in senso fisico (membra), sia in senso metafisico come limite della comune percezione da valicare.»
È necessario parlare preventivamente anche della multiculturalità rilevata come uno dei possibili caratteri fondanti di questo libro. Io credo che la commistione, del tutto istintiva, di due tradizioni[3] lontane (taoismo e la lirica delle origini mediata da infiltrazioni boccaccesche)[4] sia il risultato naturale di una necessità come alternativa alla cristianità tradizionale: la ricerca di una sacralità terrestre (immanente)e genuina fondata sulla esperienza, che non può che essere quella personale dell’autore. Necessità naturale in qualsiasi persona che sia dotata di sensibilità e viva nella modernità liquida. Questo bisogno trova soddisfazione proprio nel momento letterario, da sempre territorio fertile per l’incontro di culture diverse con l’obbiettivo di superare determinate “patologie” che affliggono l’animo umano in determinati momenti storici: fra le tante la perdita del senso del sacro. (altro…)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Esce oggi In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta) di Alessandro Brusa, la nuova raccolta di poesie del poeta bolognese. Propongo le prime tre poesie della raccolta (tratte dalla prima sessione, Il vento che insegue veloce) e alcuni passaggi dalla prefazione, che ho avuto il piacere di scrivere.
Ma prima di lasciarvi alla lettura mi preme fare due ulteriori considerazioni che non hanno trovato luogo nella prefazione. La prima considerazione è semplice: questa nuova raccolta chiude un ciclo, come dice Brusa stesso, e lascia già intravedere una nuova fase, diversa, della sua scrittura. Lo scarto con Il cobra e la farfalla prima, e con La raccolta del sale poi, è evidente poiché è chiaro che si è chiusa la fase di formazione della scrittura, mentre si è trovato il proprio segno. La seconda considerazione invece è di Marco Simonelli, che firma la postfazione, e per questo non poteva figurare nella mia prefazione. Simonelli fa subito notare che chi decide di abitare un corpo «accetta di viverlo anche in punta, vale a dire nei suoi aspetti più aguzzi e pungenti», e molto probabilmente questa poesia «nasce da un graffio, una puntura della realtà che scalfisce l’epidermide e provoca una ferita». E a dircelo, fa notare sempre Simonelli, è la poesia stessa («più Nemesi che Musa») che si pronuncia nel primo componimento. Come un poeta classico, Brusa cerca un «contatto diretto con il lettore» attraverso la poesia e il suo codice, che è codice del corpo. (fm)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta). Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Marco Simonelli, Giulio Perrone Editore, 2017

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D’uso io annuso l’aria che tira

: perché ho memoria

perché ricordo ogni emozione
.    che porti

perché scandaglio la storia
.    ed ogni tua percezione
e scatto come grilletto
.    cercando lo scontro
o cercando la fuga

.

non sono nata
.    per le cose del mondo
ma per giudicare l’ingiusto
ed il peso con cui ti stira le membra

perché sono l’emozione grezza
.    che non capirai mai
ed è per me che avrai
.    salva la vita.

.

*

Del corpo non
.    ho ragione
e del fiato corto o
.    del pelo
che cresce a dispetto

ho cercato il mio viso
per nominare la curva
.    delle spalle
e una scusa per
.    l’inclinazione del naso
o l’arco che tiene
.    l’occhio sinistro come
.    quello di mio padre

ho consumato il tempo
nella distanza di un corpo
.    che chiedeva compassione

perché appartengo alle ossa
che conoscono parola. (altro…)