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in-side stories #17 – Pluviofobia

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in-side stories #17 – Pluviofobia

Guardò fuori dalla finestra, dopo quindici giorni di pioggia ininterrotta aveva smesso. Era ancora nuvoloso ma il fatto che non venisse più giù acqua gli bastava. La fobia della pioggia era stata la sua rovina. Lavori perduti, amori finiti, tempo sprecato. Del resto era perfettamente consapevole che i rimpianti non l’avrebbero portato da nessuna parte, così come i ricordi. Verso est le nuvole erano più chiare, quasi bianche, da lì a poco sarebbe arrivato il sole. Erano le nove del mattino. Pensò a tutte le cose che avrebbe potuto fare in quella giornata.

Per prima cosa avrebbe comprato i giornali, aveva già avvertito la signora che glieli prendeva che ci avrebbe pensato lui. Poi, certo, sarebbe andato al bar a leggerli, ma non nel solito bar dove gli avrebbero fatto le stesse domande su che fine avesse fatto e che era un po’ che non si vedeva. Stronzate, nel quartiere tutti sapevano tutto di tutti e non aveva mai piovuto così tanto come quel marzo. Due passi nel parco non glieli avrebbe tolto nessuno, non che amasse particolarmente i giardini pubblici, ma qui si trattava di arraffare, di accumulare cose fatte per quando la pioggia sarebbe tornata. Pensò di fare un salto a quella mostra su Pollock, anche se a lui non la davano a bere. Era chiaro che era la solita mostra, dentro ci sarebbe stato un quadro di Pollock, due al massimo e poi un contorno di minori. Che figli di puttana. Ma fosse  anche per un solo dipinto sarebbe andato. Avrebbe invitato Mariella  a pranzo, erano venti giorni che lo raggiungeva a casa sua e, per esperienza, aveva capito che stava arrivando al livello di saturazione che nel tempo aveva stancato tutte le altre. Le avrebbe preso anche un regalo. Pensò di chiamare Giuseppe per bere un caffè nel primo pomeriggio, quest’anno non erano riusciti a vedere nemmeno una partita insieme, sarebbe stato ricordato come il campionato più piovoso della storia, niente stadio per lui.

Alle diciotto si sarebbe concesso un film al cinema. Marzo era un buon periodo, sul giornale avrebbe trovato qualche titolo interessante fuori dal circuito delle mostre. O forse avrebbe visto quello di cui aveva letto la recensione la settimana prima, non ricordava il titolo ma il regista sì, era quel giapponese che aveva adorato in passato. Prima del cinema però doveva passare dal ferramenta a fare un’altra copia delle chiavi, che quella del portone non apriva più bene. Sorrise al pensiero delle cose pratiche. Finì di vestirsi. Per cena avrebbe provato a vedere Luisa e Matilde le prime da cui era andato in terapia, non avevano risolto la questione pioggia ma erano diventati amici. In vent’anni aveva cambiato decine di analisti, nessuno che gli avesse guarito la fobia. Qualcuno c’era andato vicino ma mai abbastanza. Restava sempre l’unico e solo problema: lui della pioggia aveva una paura fottuta. Si sarebbe goduto la cena con le amiche, magari avrebbero aggiunto un dopocena, una bevuta da qualche parte. Il tempo avrebbe tenuto, almeno per oggi. Il suo lavoro da consulente finanziario, lavoro che svolgeva da casa, per quel giorno poteva essere accantonato.
Era pronto, chiuse la porta di casa e scese le scale.

Il piede destro si piegò sotto il suo slancio alla penultima rampa. Non si può dire che inciampò, fu quasi un salto, qualcosa di simile a un piccolo volo quello che ne scaturì. Se non fosse per le conseguenze disastrose, qualcuno, assistendo alla scena, avrebbe potuto pensare alla famosa definizione: “salto di gioia”. L’ambulanza che venne a soccorrerlo percorse i tre chilometri che separavano l’ospedale alla casa sotto  un sole splendente.

© Gianni Montieri

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REM – I’ll take the rain (album Reveal, 2001)

the rain came down
the rain came down
the rain came down on me.

the wind blew strong
the summer song
fades to memory

I knew you when
I loved you then
the summer’s young and helpless.

you laid me bare
you marked me there
the promises we made.

I used to think
as birds take wing
they sing through life so why can’t we?
if you cling to this
and claim your best
if this is what you’re offering
I’ll take the rain
I’ll take the rain

the nighttime creases
summer schemes
and stretches out to stay.
the sun shines down
you came around
you love easy days.

but now the sun,
the winter’s come.
I wanted just to say
that if I hold
I’d hope you’d fold
open up inside, inside of me.

I used to think
as birds take wing
they sing through life so why can’t we?
if you cling to this
and claim your best
If this is what you’re offering
I’ll take the rain
I’ll take the rain

this winter song
I’ll sing along
I’ve searched its still refrain
I’ll walk alone
I’ve given this, take wing
celebrate the rain.

I used to think
as birds take wing
they sing through life so why can’t we?
if you cling to this
and claim your best
If this is what you’re offering
I’ll take the rain
I’ll take the rain
I’ll take the rain.

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in-side stories #16: Il barbiere di Encefalonia (seconda parte: la messa)

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in-side stories 16 – Il barbiere di Encefalonia (seconda parte: la messa)

 

Tonino Guarrattella era uomo energico e deciso sia come persona che come barbiere. Era intelligentissimo e completamente pazzo. Era l’uomo più temuto di Encefalonia.  Da qualche tempo aveva un pensiero che gli dava fastidio, una specie di retrogusto amaro rispetto a una cosa che aveva fatto. Nei momenti più impensabili, durante il lavoro o durante la pennica pomeridiana (abitudine che aveva adottato e subito adorato da quando era diventata illegale), gli tornava in mente la faccia di Luciano De Rosa, l’uomo che aveva sgozzato con un colpo secco di rasoio un paio di mesi prima. Aveva la sensazione di aver fatto fuori una persona intelligente e di particolare sensibilità. De Rosa gli appariva adesso come qualcuno che con un po’ di educazione, con la giusta pazienza, avrebbe capito, compreso. E, dopo, avrebbe visto i riccioli biondi che gli coprivano la testa e la fronte. I suoi morbidissimi e splendenti riccioli da angelo. Questo pensiero che tornava lo sorprendeva e lo spaventava:, restava un paio di minuti con la testa fra le mani, poi lo ricacciava indietro, sapendo che lui, Tonino Guarrattella, non poteva sbagliarsi. Si guardò allo specchio, i riccioli erano perfetti, l’aiutante quel pomeriggio aveva fatto un ottimo lavoro, prese la giacca e si avviò verso la porta di casa. Era l’una di notte, tra poco sarebbe cominciata la messa. Mise in moto la macchina e si diresse verso la discoteca “El cubo magico”.

Pasquale Gervasetta (questo era il nome dell’aiutante in pantaloni rosa) girava per casa in comodi e aderentissimi pantaloncini arancioni, la sera della messa era sempre particolarmente nervoso. Tonino lo voleva costantemente al suo fianco durante la funzione e, quindi, sotto gli occhi di tutta la Encefalonia che contava. Merda, pensò, i pantaloni rosa erano sporchi, quelli dorati (i suoi preferiti) li aveva indossati la settimana precedente, non restavano che quelli neri: lucidi e bellissimi, ma stretti, porca puttana. Comunque doveva sbrigarsi altrimenti chi l’avrebbe sentito a quello. Gesù, pensò, un’intera città in balia di un calvo che pensava di essere Shirley Temple, la riccioli d’oro dei miei coglioni. Sorrise al ricordo di quando capì la fissa di Tonino e gli accarezzò il cranio lucido sussurandogli: «Madonna mia Tonino, io capelli così morbidi non li ho mai toccati.» Quella volta il viso di Tonino si era illuminato, seppur ciccione, si era inginocchiato con agilità impressionante e gli aveva fatto un pompino. Che schifo, ma la vita e i soldi valevano tutto, un pompino illegale fatto da un ciccione poteva sopportarlo.

Il parcheggio della discoteca era affollatissimo. I vigili e i poliziotti all’ingresso controllavano che tutte le donne avessero il tacco dodici, un numero sufficiente di pailettes e i gioielli per l’occasione. Controllavano poi che gli uomini portassero scarpe lucide nere, punta stretta, cravatte (come legge imponeva) non abbinate al colore degli abiti. Lentamente e ordinatamente tutti entrarono in discoteca. La musica dance anni ’70 pompava dalle casse, le stroboscopiche e le luci colorate facevano il resto. Più o meno tutti ballavano o bevevano caffè e orzata, le bevande legali, ma lo facevano quasi svogliatamente. Tutti quanti erano in attesa di un segnale. Pasquale avvisò Tonino che le porte erano state sigillate. Tonino sorrise, si avvicinò al microfono del deejay  e disse: «Miei cari, è l’ora. Che si disponga tutto per la cerimonia.» Le casse tacquero, le luci si spensero, le luci stroboscopiche furono risucchiate dal soffitto. Da ogni angolo fecero il loro ingresso candele accese, statue di madonne colorate, altare principale e altarini laterali. Dall’alto venne calato un Gesù sulla croce, la croce era verde pistacchio. Sulla testa del Cristo, in luogo della vecchia e legale scritta INRI campeggiava la frase: Solo al Calvario il vero pistacchio di Bronte. La parte centrale del pavimento si aprì come una porta a scrigno e salirono alla ribalta banchi da chiesa, poltrone da cinema e sgabelli da picnic. Tutti con ordine e rapidità si accomodarono. Tonino Guarrattella salì sull’altare insieme a Pasquale e disse: «Nel nome del capello, della tetropeloctomia, del rasoio manuale e dello shampoo santo, amen» «Sia lodato il ricciolo.» Rispose l’assemblea. Tonino proseguì: «Fratelli, prima di inaugurare ufficialmente il settimo anno della messa illegale, raccogliamoci in silenzio e pensiamo a quelle piccole attività legali che abbiamo dovuto svolgere questa settimana.  Vedo in prima fila le sorelle Russaglia costrette anche in questi giorni a fare volontariato. Prego per voi. Lamberto Cinnella, lo so, hai dovuto soccorrere un ferito in pieno giorno, so il tuo dolore, la vergogna quando si è salvato. Prego per te. Prego per tutti voi, fratelli miei, che i vostri capelli siano sempre così come li vedo stanotte: puliti, folti, lucenti, neri, castani, biondi, rossi. Tanti. Vi amo tutti, ogni volta mi commuovete. Amen.» «Che il barbiere sia lodato.» Esclamò Pasquale. «Sempre sia lodato.» Risposero i fedeli in coro, toccandosi i capelli. Tonino fece un cenno a Pasquale, che senza indugiare scese tra la folla, prese una donna dalla terza fila, una donna dai bellissimi capelli rossi e la condusse davanti all’altare. Tonino scese dall’altare e si mise di fronte alla donna. Pasquale la fece inginocchiare. Tonino la guardò negli occhi, le accarezzò i capelli e parlò: «Adelaide, mia adorata, come dobbiamo fare con te? Soltanto questa settimana hai totalizzato venti comportamenti legali, capisci anche tu che non posso passarci sopra.» Adelaide acconsentì con un movimento del capo, lacrimoni le scendevano sulle guance. «Io ti perdonerei, anzi ti ho perdonata, ma non posso dimostrarmi debole di fronte a quest’assemblea, gente che si comporta illegalmente, con devozione, per tutta la settimana. Tu rappresenti il mio più grande dolore, il mio fallimento. Guardami. Come sono i miei capelli?» Adelaide sollevò la testa e disse con commozione: «Sono bellissimi, i riccioli biondi, morbidi come sempre.» Non aveva notato i nuovi riflessi cenere. Pasquale, nel frattempo aveva passato un pugnale a Tonino, che la guardò, la abbracciò e, con un movimento solo, la scalpò. Pasquale e altri due vestiti come le gemelle Kessler, ai tempi del varietà, la portarono via. Tonino fece un largo sorriso rivolto all’assemblea e disse: «Fratelli, con la gioia nel cuore vi invito a pregare con me, recitiamo insieme il primo canto dei radicali liberi.» Si alzarono tutti insieme e cominciarono a pregare.

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© Gianni Montieri

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Housemartins – Caravan of love , 1986

Are you ready, are you ready,
Are you ready,are you ready,
Are you ready for the time of life
It’s time to stand up and fight,
It’s alright, it’s alrightHand in hand we’ll take a caravan
To the mother land
One by one we’re gonna stand up with pride,
One that can’t be deniedStand up stand upFrom the highest mountain valley low,
We’ll join together with hearts of gold
Now the children of the world can see
There’s a better place for us to be

The place in which we where born,
So neglected and torn
A part

Ev’ry woman ev’ry man
Join the caravan of love,
Stand up, stand up, stand up,

Ev’ry body take a stand,
Join the caravan of love,
Stand up, stand up, stand up,

I’m your brother,
I’m your brother don’t you know

She’s my sister,
She’s my sister don’t you know

We’ll be living in a world of peace
In the day when ev’ryone is free

We’ll ? the young and the old,
Won’t you let your love
Flow from your heart

Ev’ry woman ev’ry man
Join the caravan of love,
Stand up, stand up, stand up,

Ev’ry body take a stand,
Join the caravan of love,
Stand up, stand up, stand up,

I’m your brother,
I’m your brother don’t you know

She’s my sister,
She’s my sister don’t you know

Are you ready

You better get ready

in-side stories #15 – Il barbiere di Encefalonia

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in-side stories #15 – Il barbiere di Encefalonia

(grazie a Isabella e Edu)

Controllò ancora una volta l’indirizzo sul foglietto di carta che gli avevano dato. Era corretto. Lo lasciava perplesso, però, l’insegna posta sulla porta d’ingresso. C’era scritto “Spaccio”. Lui aveva chiesto, al titolare del bar dove aveva fatto colazione, dove potesse trovare un buon barbiere, non tagliava i capelli da due mesi. Ora si trovava lì davanti, attraverso finestre senza tende riusciva a guardare dentro. C’erano cinque o sei persone in grande attività, ma tutto sembrava tranne che un salone da barbiere. Per togliersi ogni dubbio: entrò. Un uomo gli venne incontro con fare gentile. «Buongiorno, in cosa posso esserle utile?» «Buongiorno, stavo cercando il Barbiere.» «Venga dentro, si sbrighi. Ma è matto a urlare così in mezzo alla strada? Non sa che i barbieri sono illegali qui?» La faccia perplessa di Luciano De Rosa, commesso viaggiatore, incitò l’uomo a continuare. «Il barbiere è in un bunker qui sotto, l’attività che svolgiamo qui sopra è di copertura.» Luciano sempre più sconcertato, più perché non sapeva cosa dire che per curiosità, domandò: «E quale attività svolgete qui sopra come copertura?» «Smistiamo e spacciamo cocaina, naturalmente. È una gran rottura di scatole e rende pochissimo, ma cosa vuole è una delle poche attività rimaste che si possano svolgere legalmente.» Mentre pronunciava questa frase prese Luciano sotto il braccio e lo condusse verso un armadio a muro. «Venga che l’accompagno dal barbiere.» «Sicuro, posso stare tranquillo?» «Ma come no, Tonino Guarrattella è il miglior barbiere dello Stato, è latitante naturalmente.» «Gesù.» «Non si metta a invocare che la religione è illegale.» «La religione? Ma mi scusi cosa è rimasto di legale qui?» «Ma non lo sa? Ma dove arriva lei, mi scusi? Sono rimaste legali le solite cose: la corruzione, gli scippi, i furti con destrezza, lo spaccio di stupefacenti, gli omicidi e le stragi. Pure lo sterminio di massa, ma rende così poco che quasi nessuno ci si dedica.» «Capisco.» Disse Luciano e scosse la testa. Doveva decisamente inoltrare la domanda di pensione, questo mondo non era più il suo, le cose cambiavano troppo in fretta. L’armadio a muro si aprì con uno scatto e comparve una scala a chiocciola. «Prego, si accomodi. In fondo alla scala troverà uno degli aiutanti di Tonino ad accoglierla. Dopo, se tutto va bene, la faranno uscire da un’altra porta. Arrivederci.» «Arrivederci.»

Arrivato in fondo alle scale, Luciano venne accolto da un ragazzo in pantaloni rosa aderenti e camicia bianca sbottonata sul petto. «Buongiorno carissimo, venga, la stavamo aspettando.» Si aprì una porta d’acciaio, proprio come quelle dei bunker e davanti a Luciano comparve qualcosa di incredibile. Una stanza immensa, con pareti coloratissime d’arancione, di giallo, di rosa. Poltrone dal design avveniristico, caschi in titanio, flaconi trasparenti di shampoo blu, verde, grigio, viola. Mentre cercava di riprendersi fu avvicinato da un uomo vestito con un completo gessato, stile gangster anni trenta, baffetti alla Poirot e senza l’ombra di un capello in testa. «Buongiorno e benvenuto, sono Tonino Guarrattella. Da questo momento lei non si deve preoccupare di niente, la sua testa è nelle nostre mani, si ricordi soltanto qualora dovesse andar via di dimenticarsi di essere stato qui.» «Qualora? Come ‘qualora’?» «Stia tranquillo, non si preoccupi, si accomodi lì, vicino a quegli altri due signori e aspetti, i ragazzi le porteranno un caffè o un bicchiere d’orzata (sono le uniche due bevande illegali rimasteci). Intanto potrà godersi lo spettacolo di vedermi all’opera, perché è il momento che preferisco della giornata: il momento dei calvi.» Luciano sempre più sbigottito, si accomodò su una poltrona color oro, in mezzo agli altri due clienti in attesa. Entrarono i calvi. Due uomini ammanettati, completamente calvi e con lo sguardo perso nel vuoto, vennero fatti accomodare su due poltrone al centro del stanza. Tonino sorrise felice, fece un inchino verso i tre clienti, che non muovevano un muscolo,  e si mise al centro delle due poltrone. L’aiutante in pantaloni rosa gli portò una Katana. Tonino la impugnò con eleganza e tagliò le teste ai due calvi. Il taglio fu così preciso che il sangue quasi non uscì. Luciano era terrorizzato. Il cliente alla sua sinistra sorrideva, quello alla sua destra ansimava. Quello che sorrideva si rivolse a Luciano: «Permette? Peppe Quagliarella» «Luciano De Rosa.» «Lei ha appena assistito alla soppressione di uomini calvi, garantita dall’Articolo 6 del Trattato Illegale dei Barbieri dello stato di Encefalonia» «Madonna del Carmine.» «Bravo, si sfoghi, qui può bestemmiare.» Detto questo si alzò e andò a sedersi su una poltrona davanti agli specchi dall’altra parte del bunker, dove subì un regolare e perfetto taglio di capelli. Pagò, salutò e uscì. L’altro cliente continuava ad ansimare, Luciano era immobile, sempre più convinto di essere capitato dentro un incubo. Il cliente ansimante fu fatto accomodare, stava per parlare, per specificare quale taglio di capelli gradisse, quando Tonino lo fermò. «Qui esiste una sola regola mio caro, il taglio di capelli lo decido io. L’immenso, l’infinito, il sublime Tonino Guarrattella.» L’uomo tacque. In pochi minuti Tonino accorciò i capelli all’uomo, rasandoli ai lati e lasciando un unico grande ciuffo che arrivava fino alla base del collo. Tinse i capelli di biondo platino e diede ordine di fare lo shampoo verde. L’aiutante eseguì le istruzioni alla lettera e asciugò. Luciano assistette alla scena in silenzio, sorseggiando orzata; per distrarsi da quella specie di cartone animato, pensava a sua nonna, a quando dopo il riposino del pomeriggio d’estate gli preparava un bicchiere d’orzata. Dolce e ghiacciato, che bellezza. Intanto Tonino guardava la sua opera d’arte, pregò il cliente di alzarsi e disse: «Voilà, abbiamo finito. Soddisfatto, mio caro?» Il cliente si guardò allo specchio, divenne bianco come un cero, prese a sudare copiosamente, si guardò intorno come a cercare aiuto, poi guardò Tonino, sospirò e disse: «Veramente, no.» Tonino lo guardò, sorrise e fece un inchino, poi rivolto al suo aiutante disse: «Protocollo F2.» L’aiutante prese il cliente sotto il braccio e lo pregò di seguirlo, lo condusse in un’altra stanza e gli sparò alla nuca. Luciano sentì il rumore dello sparo e disse: «Ma che è successo?» Tonino rispose: «Niente, gli abbiamo sparato. Vede, fare il barbiere è illegale ma ammazzare i clienti insoddisfatti non lo è. Strano no? Sono le contraddizioni di questa strana terra.» Luciano si sentì mancare, Tonino lo prese sotto il braccio e gli disse di stare tranquillo. «A lei non succederà nulla mio caro, si vede già che lei è un cliente che mi darà grande soddisfazione, si accomodi.» Luciano si sedette, non prima di aver mandato giù un altro bicchiere d’orzata e aspettò il supplizio. A metà taglio, non seppe mai con quale coraggio, se ne uscì con una domanda: «Mi scusi Tonino, se posso, ma come mai se la soppressione dei calvi qui è garantita illegalmente, lei è vivo?» Tonino sorrise come sorridono i bambini davanti a un regalo. «Lei si sbaglia, mio caro, non vede i boccoli biondi che mi circondano la testa? I miei riccioli biondi?» Luciano stava per rispondere quando Tonino gli tagliò la gola con un rasoio.

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© Gianni Montieri

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Beck – Devil’s Haircut (Album Odelay, 1996)

Something’s wrong ’cause my mind is fading
And everywhere I look
There’s a dead end waiting
Temperature’s dropping at the rotten oasis
Stealing kisses from the leperous faces

Heads are hanging from the garbage man trees
Mouthwash jukebox gasoline
Crystals are pointing
At a poor man’s pockets
Smiling eyes ripping out of his sockets

Got a devil’s haircut in my mind
Got a devil’s haircut in my mind
Got a devil’s haircut in my mind
Got a devil’s haircut in my mind

Love machines on the sympathy crutches
Discount orgies on the dropout buses
Hitching a ride with the bleeding noses
Coming to town with the brief case blues

Got a devil’s haircut in my mind
Got a devil’s haircut in my mind
Got a devil’s haircut in my mind
Got a devil’s haircut in my mind

Something’s wrong ’cause my mind is fading
Ghetto-blasting disintegrating
Rock ‘n’ roll, know what I’m saying
And everywhere I look
There’s a devil waiting

Got a devil’s haircut in my mind
Got a devil’s haircut in my mind
Got a devil’s haircut in my mind
Got a devil’s haircut in my mind

Devil’s haircut! In my mind!
Devil’s haircut! In my mind!
Devil’s haircut! In my mind!

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in-side stories #14 – Domani ti porto al mare

San Paolo 2013 - foto GM

San Paolo 2013 – foto GM

In-side stories #14 – Domani ti porto al mare

Tra le tante cose che Il Loris non conosceva c’erano le conseguenze del suo alcolismo. In generale, Il Loris non conosceva i propri limiti, pensava sempre di farcela. Era sempre ubriaco. Uno dei suoi errori ricorrenti era quello di considerare il suo cane Lou, uno splendido e sfigato pastore tedesco, e la sua compagna La Marisa, all’altezza dei suoi estremismi da Bonarda. Quella volta lì, una delle tante, che voleva far pace con La Marisa, decise di portarla al mare qualche giorno. La Marisa disse che sarebbe andata se lui avesse promesso di non bere. Lui promise, come sempre. Lei pensò: come sempre. Ma gli voleva bene e accettò. La Marisa chiese di portare il cane con loro. Il Loris rispose che era meglio di no, che sarebbero stati giorni romantici. Lou per una volta sarebbe rimasto a casa. La Marisa,  che non si fidava nemmeno un po’, chiese chi se ne sarebbe occupato. Il Loris senza guardarla negli occhi disse che se ne sarebbe occupato Il Giorgio, il suo amico del biliardo, che aveva un cane anche lui. La Marisa andò su tutte le furie, Il Giorgio era un alcolizzato cronico, non gli avrebbero mai lasciato il cane. Ma le storie a volte prendono pieghe strane, successe che Il Loris la guardò dolcemente come la guardava una volta, o meglio la guardò come solo un bevitore seriale sa fare e la convinse. Il giorno dopo partirono in treno, perché La Marisa non aveva la patente e pretese che Il Loris non guidasse. Era giovedì. Le cose precipitarono il sabato in rapida successione. Il Loris completamente ubriaco morì annegato alle 11,24 del mattino. Il medico legale stabilì, in seguito, che in corpo aveva più vino di quanto un corpo umano potesse contenerne. Il Giorgio venne ritrovato riverso sul pavimento di casa del Loris alle 14,00 e ricoverato per trauma cranico. Era circondato dal piscio e dalla merda del cane e dalla propria. Il carabiniere che lo trovò disse che il cane sembrava vegliarlo. Lou lo portarono al canile di Vignate. Il medico del Pronto Soccorso dell’Ospedale San Carlo di Milano disse che Il Giorgio aveva scampato il coma etilico per pochissimo. I presenti pensarono a una botta di culo, il medico non lo pensò. La Marisa pianse tutto il sabato e molti dei giorni a venire. Alle domande del Maresciallo rispose che non ricordava nulla, che il sabato mattina si era svegliata e che Il Loris non era più a letto. Che lo aveva cercato a lungo. Che non era riuscito a trovarlo. Che voleva sapere come stesse il cane. Che lui il venerdì non aveva toccato nemmeno un goccio, per la prima volta dopo tanti anni. Che avevano fatto l’amore. Il Maresciallo, che era uomo d’altri tempi, alcune cose di quelle che disse La Marisa non le mise nel verbale. Il giovedì successivo La Marisa tornò al lavoro. La settimana seguente andò al canile a parlare con i volontari, disse loro che Il Loris amava il cane e che non gli avrebbe mai fatto del male. I volontari dissero che il cane era stato ritrovato sporco, in mezzo al piscio suo e di un ubriacone. Chiese di vederlo, un volontario meno diffidente la accompagnò da Lou. Lou le leccò la mano, lei sorrise. Il volontario scosse la testa e le disse che il fatto che le leccasse la mano e che la riconoscesse significava poco, il cane sarebbe rimasto lì per ora. La storia, come tutte le storie che hanno poco di eccezionale, finisce da queste parti, con La Marisa che si avvia piano verso l’uscita del canile a cercare un autobus per tornare a casa.

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© Gianni Montieri

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BLUR – The Universal (Album The Great Escape, 1995)

This is the next century
Where the Universal’s free
You can find it anywhere
Yes, the future’s been sold

Every night we’re gone
And to karaoke songs
How we like to sing along
‘Though the words are wrong

It really, really, really could happen
Yes, it really, really, really could happen
When the days they seem to fall through you
Well, just let them go

No-one here is alone
Satellite’s in every home
Yes, the Universal’s here
Here for everyone
Every paper that you read
Says tomorrow’s your lucky day
Well, here’s your lucky day

It really, really, really could happen
Yes, it really, really, really could happen
If the days they seem to fall through you
Well, just let them go

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in-side stories #13 – Jukebox

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in-side stories #13 – Jukebox

«Mi piacevano soprattutto i primi modelli, quelli americani, anni cinquanta o sessanta. Quelli che vedevamo nei film. Quelli erano belli mica per le luci, le forme, nemmeno per la musica che usciva. Quella bellissima musica. Erano belli per la speranza che rappresentavano. Quando una musica partiva, ogni bar diventava bellissimo e c’era sempre una ragazza da invitare a ballare. Anche da noi hanno fatto la loro parte, in un certo senso hanno fatto la storia. Il momento più bello di quando sceglievi una canzone nel jukebox, era quando vedevi il 45 giri calare dall’alto. Poi la canzone partiva. Ma prima di quel momento c’era già stato qualcosa di altrettanto importante. Tu te ne stavi seduto a un tavolino del bar di un Lido, proprio come me e te adesso, con in mano la tua birra o altro, nella tua testa sceglievi la canzone, pensavi all’istante in cui ti saresti alzato e diretto verso il jukebox, sperando che quella seduta sul muretto, quella carina ti notasse. Avresti inserito il gettone, premuto il pulsante e atteso. La musica sarebbe partita, dopo qualche nota ti saresti voltato per tornare al tavolo, avresti fatto girare lo sguardo a destra e a sinistra per vedere se ci fosse qualcuno che approvava o che disapprovava la tua scelta. Poi avresti guardato verso di lei che forse avrebbe accennato un sorriso, forse una volta (non quel giorno) avresti potuto chiederle di ballare. Non che fossero molto spregiudicate le ragazze da queste parti a quei tempi, del resto nemmeno noi eravamo dei fulmini di guerra. I nostri jukebox  non funzionavano nei bar, per somigliare agli americani, per farci coraggio, noi avevamo bisogno di un aiuto. Ci serviva il mare. La canzone scelta diventava fondamentale. Non doveva essere la superhit del momento, quella che gettonavano tutti, per intenderci. Non doveva essere un pezzo che nessuno conosceva altrimenti saresti risultato uno sfigato. Dovevi scegliere (come sempre) la via di mezzo. Ti piaceva Battisti? Allora dovevi lasciar fuori le più famose e scegliere, tra le sue, un lato B. Funzionava, quasi sempre. Anche se con gente come Battisti era difficile anche distinguere il lato A dal B: 1969 Acqua azzurra acqua chiara / Dieci ragazze. 1969 Mi ritorni in mente / 7 e 40. 1970 Fiori rosa fiori di pesco / Il tempo di morire. Un’impresa titanica. Tu sei giovane e ne hai visti pochi di jukebox, anche qui non c’è più da anni. Ma ti vedo che sei sempre con le cuffiette che ascolti musica. In fondo la musica è sempre un momento solitario. Gli ultimi ragazzi della tua età che ho visto scegliere canzoni al jukebox me li ricordo. Sceglievano gli U2, i Rem, questi vincevano facile. Peggio ancora quell’assurda musica dance degli anni ottanta. A me faceva simpatia un ragazzo, se ne stava sempre seduto su quel muretto laggiù, fingeva indifferenza ma guardava sempre la stessa ragazzina. Era timido come pochi. Doveva essere il 1985, era timido ma aveva personalità. Dopo un po’ si alzava, andava verso il jukebox e selezionava Walls come tumbling down degli Style Council. La canzone non se la filava nessuno, ma tanto di cappello. Anche quando sceglieva gli U2 mai una volta che selezionasse Pride, lui sceglieva A sort of Homecoming. Un figo, come direste oggi, ma credo che di baci dietro al bar ne rimediasse pochi.»

«Io ascolto i Radiohead, non credo che ne rimedierei molti di più. Ma con Battisti come la mettiamo? Se lato A e lato B si equivalevano? Lei tra Mi ritorni in mente e 7 e 40 cosa avrebbe scelto?»

«7 e 40, ragazzo. Non ho dubbi, qualche bacio in meno ma testa alta.»

«Immaginavo, a presto allora.»

«A presto. Ah, a proposito, anch’io ascolto i Radiohead.»

«Testa alta.»

«Sì, testa alta.»

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© Gianni Montieri

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THE STYLE COUNCIL – WALLS COME TUMBLING DOWN (Album Our favourite shop, 1985)

You don’t have to take this crap
You don’t have to sit back and relax
You can actually try changing it
I know we’ve always been taught to rely
Upon those in authority –
But you never know until you try
How things just might be –
If we came together so strongly

Are you gonna try to make this work
Or spend your days down in the dirt
You see things can change –
YES an’ walls can come tumbling down!

Governments crack and systems fall
‘cause Unity is powerful –
Lights go out – walls come tumbling down!

The competition is a colour TV
We’re on still pause with the video machine
That keep you slave to the H.P.

Until the Unity is threatend by
Those who have and who have not –
Those who are with and those who are without
And dangle jobs like a donkey’s carrot –
Until you don’t know where you are

Are you gonna realize
The class war’s real and not mythologized
And like Jericho – You see walls can come tumbling down!

Are you gonna be threatend by
The public enemies No. 10 –
Those who play the power game
They take the profits – you take the blame –
When they tell you there’s no rise in pay

Are you gonna try an’ make this work
Or spend your days down in the dirt –
You see things CAN change –
YES an’ walls can come tumbling down!

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in-side stories #12 – Questa storia dei pesci

parigi 2012 - gm

(a Angela, mia sorella)

In-side stories #12 – Questa storia dei pesci

«Posso sedermi qui?»
«Siediti.»
«Che birra stai bevendo?»
«Artigianale, è la prima volta che la bevo. Il barman mi ha detto che la fanno a quindici chilometri da qui, tizi che lui conosce. Non è niente male, bella corposa.»
«La prendo anch’io. »
«Fai bene.»
«Sei di qua?»
«Lo sono da sempre, da prima di mettere fuori la testa in questo dannato mondo. Tu, invece, da dove arrivi?»
«Dalla pianura padana, una zona dell’Italia del nord.»
«Deve essere bella l’Italia, io non mi sono mai mosso da qui.»
«L’Italia certe volte è bella, sì. Che lavoro fai?»
«Ho un banco al mercato del pesce, era di mio padre. Morto lui, l’ho preso io. Fine della storia.»
«Un classico.»
«Classico? Più che altro una sfiga del cazzo. Tu che lavoro fai?»
«Io faccio il mago. Ho un paio di spettacoli a Dublino e nell’attesa sto girando il paese.»
«Il mago, che razza di mestiere sarebbe?»
«Un mestiere come un altro. L’ho ereditato anch’io. Mio padre era un mago, morto lui…»
«Ah ah ah, le storie sono tutte uguali. E ti piace fare il mago?»
«Qualche volta mi piace sì, mi piace quando a fine serata passa qualcuno a ringraziare o un bambino mi sorride. E a te piace? Il banco del pesce e tutto il resto, voglio dire?»
«Quasi mai. Eppure i pesci mi sono sempre piaciuti, da piccolo mio nonno mi ha insegnato a pescare. Ero diventato bravo. Ne pescavo un bel po’, mio nonno conosceva i posti giusti, ma poi li ributtavo tutti in acqua. Non mi piaceva che morissero. Pescare era un gioco, finito il gioco ognuno doveva tornare a casa propria. »
«Conosco una storia sui pesci ributtati in acqua.»
«Ah sì? Muoio dalla voglia di sentirla.»
«Più che una storia è una magia.»
«Dio mio, devi essere proprio fissato tu, avanti, ti ascolto.»
«C’è un fiume molto grande che attraversa molte regioni dell’Italia del  nord, il Po. Si dice che molti anni fa due tizi che stavano pescando sul fiume, due che potevano essere proprio come te e tuo nonno, e che proprio come voi due ributtavano i pesci in acqua, a un certo punto videro qualcosa che non gli era mai capitata di vedere. Mi stai seguendo?»
«Sì, ti ascolto, cosa videro?»
«I pesci ributtati nel fiume non nuotavano, si allineavano a pelo d’acqua e aspettavano.»
«Cosa aspettavano?»
«Aspettavano che tutti gli altri pesci pescati venissero ributtati in acqua, che tutti tornassero a casa. Una volta che tutti quanti furono di nuovo al centro del fiume, cominciarono a muoversi in cerchio, prima lentamente poi un po’ più velocemente. Il cerchio si muoveva verso la riva, poi indietreggiava. Una, due, dieci, cento volte, come se assecondasse una musica. I pescatori rimasero a guardare a bocca aperta. Non sapevano cosa dire o fare. I pesci stavano ballando.»
«Andiamo, addirittura ballando?»
«Proprio così amico, facevano una roba di tale precisione che nemmeno il nuoto sincronizzato. Andarono avanti per un pezzo, poi a un certo punto il cerchio si aprì come un ventaglio e i pesci ritornarono a fare il loro mestiere. I pescatori tornarono a casa sbalorditi, lo raccontarono, quasi nessuno credette loro. Portarono degli amici sul posto, ripeterono la scena ma i pesci non ballarono più.»
«Sai che penso? Che se questa storia fosse vera quei pesci lì stavano facendo un ballo di ringraziamento, se non fosse vera sarebbe comunque una bella storia. Sai raccontarle bene, sicuro di essere un mago e non una specie di scrittore?»
«Tranquillo, sono proprio un mago, del resto anch’io per mestiere invento. I trucchi sono la parte meno importante del lavoro. Meno trucchi si usano e meglio riesce lo spettacolo.»
«Sarà, te la fai un’altra birra?»
«Perché no.»
«Se avessi visto i pesci danzare non avrei mai fatto il mestiere che faccio.»
«Nemmeno io.»

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© Gianni Montieri

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Ligabue – Walter il mago (Album Sopravvissuti e sopravviventi, 1993)

Con una giacca sbagliata
Walter il mago si presenterà di nuovo qua
Con un cilindro truccato
ed un coniglio vecchio quasi come il trucco che fa
Ed il suo abra cadabra-cadabra abra
si fa chiamare zingaro
ma è uno zingaro di lusso e lo sa. Lo sa
Seconda attrazione del circo
Walter il mago tornava da Mario come una star
le mani molto più ferme e storie di donne che
lo aspettavano in ogni città
per un suo abra cadabra-cadabra abra
e la magia più grossa giura
che gli è successa in casa sua
con il suo cane per pubblico,
*per una magia così* dice *val la pena vivere*
Fai comparire una donna
fai apparire una donna
faremo apparire una birra noi, se vuoi
Fai comparire una donna
fai apparire una donna
che questa notte farà meno freddo, vedrai
Con i suoi scarsi segreti
Walter il mago si presenterà di nuovo qua
ci fingeremo stupiti
che non ci costa niente farlo sentire una star
con i suoi abra cadabra-cadabra abra
quanti bambini ha stupito
e ora i bambini sono più vecchi di lui
nemmeno un trucco è cambiato che
che se il mondo cambia
qualche mondo non cambia mai
Fai comparire una donna
fai apparire una donna
faremo apparire una birra noi, se vuoi
fai comparire una donna
fai apparire una donna
che questa notte farà meno freddo, vedrai

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in-side stories #11- Benvenuti Filippo

biennale arte 2011 - gm

In-side stories #11 – Benvenuti Filippo


Si procede con una breve descrizione del soggetto:
Il soggetto si chiama Benvenuti Filippo, nato a Rovigo il 25/12/1963, residente a Milano in via Sardegna, civico 12. Il soggetto svolge lavoro di programmatore informatico presso la ditta Bookware srl di Cusano Milanino. Il soggetto lavora spesso da casa, non ha rapporti di amicizia con nessuno dei suoi colleghi. Vive solo. Il soggetto è laureato in Ingegneria. Il soggetto è di media statura. I capelli sono biondo cenere, radi sulla fronte. Segni particolari, nessuno. Il soggetto veste sempre con pantaloni  di taglio classico, di due colori soltanto: grigio scuro e beige. D’estate porta camicie a maniche corte, a righe, e la canottiera. D’inverno indossa camicie a righe, maglia cosiddetta della salute e giacche a due bottoni, leggermente fuori moda. I colori delle giacche sono beige e grigio scuro. Si segnala in un’occasione l’uso di un giacca blu. Il soggetto attualmente non ha relazioni sentimentali. Il soggetto gode di ottima salute.

Si procede nell’elencare alcune frasi pronunciate dal soggetto: Quelle due non sanno educare il cane e lo fanno pisciare sul pianerottolo, per forza sono lesbiche. Conosco un sacco di donne dell’Est perché le vado a cercare nei loro bar. Non mi piacciono i balconi in comune, perché devo stendere i miei panni dove li stendono gli altri? Perché qualcuno dovrebbe usare le mie mollette? L’amministratore di condominio cerca costantemente di fregarmi. Irina l’ho lasciata perché aveva un figlio, non mi so affezionare ai figli degli altri. Aveva quindici anni meno di me, ucraina bellissima. Andrei anche alla lavanderia a gettoni ma mi fa schifo, lì lavano le loro cose i negri. Uso solo il doccia schiuma della Vidal, gli altri mi fanno schifo. La schiuma da barba vado a comprarla in Svizzera, qua costa troppo. Oggi al bar hanno servito quattro rumeni prima di me, l’ho fatto notare. Alla Conad il gelato costa molto meno, l’ho detto alla cassiera dello Sma. La prima volta che esci con una non puoi portarla in un museo, devi portarla a cena. La cena per due costa. Comunque mi piacciono quelle dell’Est perché sanno la differenza tra l’uomo e la donna. Ieri sono stato tre ore in un negozio di elettrodomestici perché hanno l’aria condizionata. Mi piace il tennis femminile, la negra anche ieri ha vinto. Il raptus per gelosia lo posso pure capire.

Si procede con la descrizione di alcune attività svolte dal soggetto: Il soggetto tiene in casa moltissimo materiale pornografico, si ritiene che il soggetto guardi film porno molto frequentemente. Il soggetto mangia quasi sempre in casa. Una volta al mese prende la pizza al trancio in un posto vicino all’abitazione. Il soggetto passa molto del suo tempo libero nei supermercati. Il soggetto non va mai al cinema. Il soggetto ascolta musica definita neomelodica napoletana. Il soggetto quando va al mare ci va da solo. Il soggetto mantiene una fitta rete di contatti con donne dell’est europeo. In particolare con: Russe, Ucraine, Polacche e Rumene. Il soggetto ama ballare il valzer. Il soggetto un paio di volte al mese si porta a casa una prostituta brasiliana. Il soggetto non entra nei bar gestiti da cinesi. Il soggetto non pratica alcuno sport. Il soggetto una volta alla settimana partecipa a letture collettive della Bibbia. L’oratore cambia tutte le settimane.

Si procede a una rapida descrizione dell’appartamento del soggetto: Piccolo ingresso, spoglio. Solo un attaccapanni di quelli che si usano in ufficio. A destra dell’ingresso una piccola cucina moderna, completa di elettrodomestici. Il colore dei pensili è viola. Il salotto è arredato da un solo mobile a parete, al centro del mobile un televisore a schermo piatto. Nessun libro. Nessun divano. Al centro della stanza una sola sedia di alluminio. Bagno lineare. La camera da letto è bianca. Il copriletto e le tende sono leopardate.

Si procede con la descrizione della maniera in cui è stato trovato il soggetto: Il soggetto è stato ritrovato il giorno 25/03/2008, all’interno del Supermercato Esselunga di Via delle Forze Armate in Milano, dai primi dipendenti arrivati per la riapertura. Il soggetto, in apparente stato confusionale, è stato ritrovato completamente nudo, seduto dentro il banco del pesce. Il soggetto aveva appoggiato sul pene un filetto di sgombro. Sul pavimento è stata rinvenuta una scatoletta di filetto di sgombro aperta e vuota. Provenienza del prodotto: russa. Il soggetto ripeteva le seguenti parole ad alta voce: «Non l’ho uccisa, non l’ho uccisa, sono stato bravo, anche questa non l’ho uccisa.»

Si procede al racconto dell’affidamento del soggetto alle cure dell’unità psichiatrica dell’Ospedale Maggiore di Milano: Il soggetto è stato prelevato dalle forze dell’ordine, coperto con una tuta ginnica, condotto all’Ospedale Maggiore ed affidato all’unità psichiatrica. Il soggetto non ha opposto alcuna resistenza. Il soggetto è in una camera definita protetta ed è sotto sorveglianza. Ha detto che al momento non intende parlare con nessuno e che deve riflettere. Ha chiesto che gli fossero portati degli abiti da casa sua, l’agenda telefonica, la schiuma da barba della marca prediletta, un rasoio, un docciaschiuma Vidal. Ha voluto che i medici e gli infermieri lo rassicurassero sul fatto che in quel letto non avessero mai dormito negri o cinesi.

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© Gianni Montieri

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CCCP – Curami (Album :1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi del conseguimento della maggiore età, 1985)

Curami curami
prendimi in cura da te
curami curami
che ti venga voglia di me
curami curami
verranno al contrattacco
con elmi ed armi nuove
verranno al contrattacco
ma intanto adesso curami
solo una terapia
solo una terapia
verranno al contrattacco
con elmi ed armi nuove
curami curami curami
curami curami curami

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in-side stories #10 – Il negoziatore

berlino 2009 - foto gm

in-side stories #10 – Il negoziatore

 

Ore 7,00: L’infermiera

Santina Gervasio arrivò in Clinica per cominciare il proprio turno alle sette in punto di lunedì 12 febbraio. Quella notte non aveva dormito benissimo e, a guardar bene, la domenica appena trascorsa non era stata un granché. Nel senso che era stata come tutte le altre. Era contenta di cominciare la settimana lavorativa. Le piaceva il suo lavoro, le piaceva il reparto maternità. Le piacevano i neonati. Beata innocenza, non sapere ancora niente, dipendere totalmente da un’altra persona. Gemiti, sorrisi. Tutto uguale da millenni. Il mondo poteva andare pure a rotoli, quelli sorridevano, piangevano, poppavano. Passò nello spogliatoio, indossò camice e tesserino di riconoscimento ed entrò in reparto.

Ore 6,00: Il nido

Matteo, un giorno di vita, peso 3 kg e 800, ordinò «nghe nghe nghe mmm gne (circondiamola, blocchiamola con le culle)». Luca, 12 ore di vita, peso 3 kg e 100, «nguè nguè nguè (dai una mano anche tu, invece di dare ordini)». Claudia, Carolina, Jessica, Mattia e Sara, tutti tra l’uno e i due giorni di vita, peso variabile tra i 2kg e 400 (Jessica) e i 3 kg e 300 (Sara), scattarono come un solo neonato e bloccarono la Caposala appena entrata. Il doppio lancio di culla fu preciso, la Caposala cadde per terra e restò incastrata tra le due culle, il muro e un armadio. «Uè uè uè uè. Nghè Nghè Nghè. Mmm Mmm Mmm. Gne Gne Gne. (l’abbiamo scassata guagliù, bravi ora dovranno ascoltarci)». Gridarono in coro. «Nguèèèèèèè Nguèèèè!»(dobbiamo essere pronti, verranno)», disse Carolina che dall’alto dei suoi 52 cm di lunghezza di sentiva una leader, infatti con Matteo si guardavano in cagnesco (sarebbe meglio dire in cucciolesco).

Ore 5,30: La Caposala

Lucia Di Gennaro, Caposala di Villa dei Gerani da quasi dieci anni, era stanca del reparto maternità, non ne poteva più della cacca, della pipì, di genitori in ansia, di neonati piagnucoloni, della maleducazione dei parenti in visita. Aveva chiesto che la trasferissero ad altro reparto ma per ora non se ne parlava. Lei, nell’attesa, continuava a fare il suo dovere. Controllò i turni. Chi aveva appena concluso il turno di notte e chi stava per arrivare. Alle sei in punto entrò nel nido. Le due culle lanciate a velocità folle la presero in pieno tra le gambe e lo stomaco. Cadde all’indietro, sbattè contro il muro. Prima di perdere i sensi vide un frammento della stanza. Credette di sognare.

Ore 7,30: Il primario e l’infermiera

«Quindi lei mi sta dicendo, mi faccia capire bene Santina, che la porta del nido è bloccata dall’interno, che la Caposala è ostaggio dei neonati e che questi (Gesù santissimo, e che settimana che è schiarata) hanno avanzato delle richieste, dico bene?» «Sì, Dottore.» «E che queste richieste starebbero scritte in un biglietto che avrebbero fatto passare sotto la porta, dico bene?» «Sì, Dottore.» «E lei mi sta dicendo che non c’è nessun adulto all’interno del nido?» «Esatto Dottore.» «Ma come è possibile? Mi legga il contenuto del biglietto.» «Nguè Nguèèèèèèèè Nguè. Gneeee Gnuum Mmm! Nguè (rilasceremo la Caposala solo se ci lascerete tornare da dove siamo stati prelevati senza il nostro consenso).» «Chist’ so’ nummer’, chiami la polizia» «Già chiamata, stanno arrivando Dottore.»

Ore 8,00: Il commissario, il primario e l’infermiera

«Allora, da questo momento prendiamo noi in mano la situazione, siamo al terzo caso solo in Italia, questa settimana, di bambini che vogliono tornarsene tra le cosce delle madri, mi scusi il tono signora. Torino, Pordenone e adesso Napoli. Ma io lo sapevo, figuriamoci se Napoli non si doveva mettere in mezzo a questo teatrino. Allora, sgomberiamo il reparto, qui restino soltanto gli agenti, il primario e un’infermiera in caso di emergenza.» «Ma che si fa?» «Si aspetta, una volante è andata nella Maddalena a prendere il negoziatore» «Esiste un negoziatore?» «Sì, è un anziano commesso di un negozio di giocattoli dietro alla Stazione» «Commissario, posso farle un’altra domanda?» «Prego Dottò.» «A Torino e a Pordenone come è andata a finire?» «A Torino i neonati si sono arresi. A Pordenone… Lasciamo stare meglio che non vi dica niente di Pordenone.»

Ore 8,20 Il Negoziatore 

Ma questi che vanno trovando da me? Io devo pure andare ad aprire il negozio. Che significa che devo parlare con i neonati? Solo perché una volta nella Maddalena ho fatto stare zitto un neonato che piangeva da una settimana, ma chist’ so’ sciem’, quella è stata fortuna.

Ore 8,45 Il Negoziatore e il Commissario

«Giulio, lei ha capito la situazione?» «Ho capito commissà, quello che non ho capito è che ci faccio qui.» «Avimme truvate a Chatwin stammatina» «Come?» «Niente, niente. Le serve qualcosa?» «E che mi deve servire commissà? Mo’ vediamo.»

Ore 8, 47 Il Negoziatore, i neonati, il commissario, la caposala

Giulio il negoziatore si fece dare un album da disegno e cominciò a tracciare linee. Disegnò una donna vestita di bianco, dell’acqua, una pancia, dei neonati che gattonavano, un’altra donna nuda, due bambole, un campetto da calcio, un pallone, bambini che correvano. Disegnò un grosso punto interrogativo. Infilò il foglio sotto la porta. Luca gattonò fino al foglio e lo trascinò con la manina fino a Matteo e Carolina «’Nguè?» «Nguè nguè, gne, aaaawn, uè uè uè (che vogliono, cosa sono quelle cose, sembrano cose belle, ci siamo anche noi, che facciamo).» I neonati si passarono e spinsero il fiocco rosa di Jessica fino alla porta. Giulio lo tirò su e lo mostrò al Commissario. «Vogliono trattare, anche a Torino hanno fatto così.» «Che faccio commissà?» «Continui a disegnare.» Giulio disegnò: una scuola, un acquario, un girotondo, un arcobaleno, una pizza fritta, il mare,  una paletta, un secchiello, un leccalecca, un motorino, una nonna. Passò il foglio sotto la porta. La caposala si svegliò, non si rese conto di dove fosse, non riusciva a muoversi. Vide neonati gattonare da tutte le parti, uno mettersi un foglio in bocca, tutti gli altri li sentì gemere e piagnucolare «Nguèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèè, uèèèèèèèèèèèèèèè uèèèèèèèèèèè, gheeeeeeeeeeeeeeeeee. (Non accettiamo torniamo indietro, ci sono le nonne, guarda i leccalecca, il mare, dov’è mamma?» La caposala si alzò, si disincastrò e prese Sara in braccio, si rese conto che doveva  essere accaduto un disastro, ma di che tipo non lo sapeva. I bambini erano tutti fuori dalle culle, una di queste bloccava la porta. Non credeva ai suoi occhi, un neonato stava passando due fiocchi sotto la porta. Decise di prendere in mano la situazione e di metterli nelle culle. I neonati gattonavano via da tutte le parti, il piano stava andando a rotoli. Adesso piangevano. «Due fiocchi come a Torino, si arrendono.» In quel momento la Caposala aprì la porta  «Ma che è successo? cosa ci fa qui la Polizia? Voi chi siete? Devo aver battuto la testa, ma chi li ha fatti scendere i bambini dalle culle?»

Ore 9,00: Il primario e l’infermiera

«Santina tutto si sta risolvendo, abbiamo fatto bene a non avvertire le mamme.» «Sì dottò, a quelle chi le avrebbe dovute sopportare. Specie a quelle due di Posillipo, Madonna e che antipatia.» «Che c’entra Santina, pure io sto a Posillipo.» «Vabbuò dottò ma voi siete un’altra cosa.» «Ma chissà che è successo a Pordenone, sui giornali non è uscito niente.» «Infatti, deve essere una cosa che hanno tenuto segreta.»

 Ore 9,30: Tutti

«Meno male è andata bene.» «Vero Dottore, meno male. Lucia stai bene?» «Sì Santì, solo nu poc’ e male ‘e cape.» «Giulio, grazie lei è stato prezioso, se aspetta le faccio dare un passaggio.» «No grazie, commissà, mi faccio due passi e poi mi piglio un autobus.» «Ma lei lo sa che adesso verranno i giornali a cercarla, lei è un eroe.» «Ma quale eroe commissà, se non si svegliava la Caposala mica uscivano.» «Uscivano, uscivano, ricordatevi i due fiocchi.» «Grazie a nome di tutto il personale.» «Grazie dottò, posso vedere i bambini?.» «Come no, Santì accompagna il signore dentro il nido, oh stateve accort’.»«uèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèè uèèèèèèèèèèèèèèèèèèèè uèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèè, gneeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee gneeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee (pensano di aver vinto, non sanno che questo è solo l’inizio, oggi abbiamo imparato a trattare.)»

Ore 9,35: Il negoziatore, i neonati e l’infermiera.

Santina restò sulla porta. Giulio entrò e passò davanti alla prima fila di culle, nessuno dei bambini piangeva. Tenevano gli occhi chiusi, ma a lui sembrava che lo guardassero. Si fece coraggio e domandò a bassa voce: «Uè piccirì ma voi veramente li capivate i miei disegni?» Silenzio. «Vi piacevano?» Silenzio. «Vabbuò state in silenzio stampa, io sto con il nemico e non potete parlare, ma io penso che un poco vi devono essere piaciuti.» Silenzio. «Me ne vado, tanto prima o poi verrete al negozio e io vi riconoscerò. Me li ricordo tutti i bambini. Tutti.»

Ore 9,45: Il primario e il commissario:

Il primario e il commissario si salutarono nel parcheggio della clinica: «Grazie di tutto commissario, mi tolga una curiosità: Ma che è successo a Pordenone?» «Lei è curioso Dottore, prometta di mantenere il segreto. A Pordenone, i neonati hanno preso tre ostaggi e minacciano di non uscire fino a settembre.>> <<Settembre? Ma stiamo a Febbraio. Non è possibile.>> <<Infatti è impossibile.>>

Ore 10,00: I neonati e Santina

Era l’ora della poppata, tenendo la porta aperta Santina si avvicinò alla prima culla, quella di Claudia. Con un certo timore la prese tra le braccia, quando vide che dormiva, sorrise e si tranquillizzò. Doveva essere stato una specie di incubo collettivo. Si avviò verso la stanza della mamma di Claudia. La neonata dischiuse le palpebre e guardo verso il nido, aveva una strana luce negli occhi.

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© Gianni Montieri

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Francesco De Gregori – Bambini venite parvulos (Album Mira Mare 19 4 89, 1989)

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Nessun calcolo ha nessun senso dietro questa paralisi.
Gli elementi a disposizione non consentono analisi,
e i professori dell’altro ieri stanno affrettandosi a cambiare altare.
Hanno indossato le nuove maschere e ricominciano a respirare.
Bambini venite parvulos, c’è un’ancora da tirare,
issa dal nero del mare, dal profondo del nero del mare.
Che nessun calcolo ha nessun senso e poi nessuno sa più contare.
Legalizzare la mafia sarà la regola del duemila,
sarà il carisma di Mastro Lindo a regolare la fila
e non dovremo vedere niente che non abbiamo veduto già.
Qualsiasi tipo di fallimento ha bisogno della sua claque.
Bambini venite parvulos, c’è un applauso da fare al Bau Bau,
si avvicina sorridendo, l’arrotino col suo Know-How,
venuto a prendere perline e a regalare crack.
Sabbia sulle autostrade, ruggine sulle unghie,
e limatura di ferro negli occhi, terra fra le nostre lingue.
Avrei voluto baciarti amore, ancora un poco prima di andare via.
Prima di essere scaraventati dentro questo tipo di pornografia.
Bambini venite parvulos, vale un occhio il vostro cuore,
mille dollari i vostri occhi, i vostri occhi senza dolore.
Bambini venite parvulos, sangue sotto al sole.

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ASCOLTA IL BRANO

in-side stories (riepilogo primi nove numeri con lettura in video)

parigi 2012 - foto gm

Oggi la rubrica in-side stories si riposa e fa un piccolo regalo ai lettori. I primi nove racconti fin qui pubblicati sono stati letti in video. Al link qui sotto troverete la playlist dei nove video con i racconti, preceduti da una breve introduzione. Più in basso riportiamo i nove link che rimandano ai racconti originali (i singoli video sono stati aggiunti anche lì). Buona visione e buon divertimento. (gianni montieri)

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in-side stories #1

in-side stories #2

in-side stories #3

in-side stories #4

in-side stories #5

in-side stories #6

in-side stories #7

in-side stories #8

in-side stories #9

in-side stories #9 – Pezzi di carta

berlin 2011 - gm

in-side stories #9 – Pezzi di carta

La seconda volta che lo vide, l’uomo stava seduto su una panchina al parco. Esattamente al centro della panchina. Indossava un K-way piuttosto mal ridotto. Della prima volta che l’aveva visto non ricordava nulla se non il fatto stesso d’averlo notato, lì al parco. Come si nota un albero, cosa che sta lì. Pensò che prima della prima volta dovevano esserci state delle altre volte, perché le storie non cominciano mai quando ce ne accorgiamo. Cominciano prima. Questa seconda volta l’uomo teneva sulla panchina due grossi sacchetti per la spesa. Uno a sinistra, uno a destra. Teneva la testa dentro il cappuccio, rivolta verso il basso, sembrava si guardasse le ginocchia. Portava dei piccoli occhialini da vista. Aprì il sacchetto alla sua sinistra e ne tirò fuori un mucchietto di qualcosa, dalla posizione da cui lo osservava sembravano dei foglietti di carta. Si chiese se fosse il caso di mettersi lì a esaminare dei foglietti di carta sotto la pioggia. La faccenda lo incuriosiva e da sotto l’ombrello, a distanza di sicurezza, continuò a osservare. L’uomo esaminava i foglietti di carta, li separava, alcuni li metteva alla sua sinistra, altri a destra. Uno o forse due li infilò in tasca. Gli vennero in mente i suoi nonni, per quella particolare fissazione degli anziani di conservare ogni cosa. Suo nonno, ad esempio, conservava le confezioni di plastica trasparente dei tovaglioli di carta, per farne un possibile secondo utilizzo. Pensò che a suo nonno sarebbe sembrato quasi normale vedere un tizio che stava lì a separare la carta dalla carta. L’uomo andava avanti abbastanza velocemente ma sembrava molto attento. Sapeva cosa stava facendo. Doveva essere una pratica quotidiana, era professionale. Una specie di lavoro. Sua nonna, sua mamma e le sue zie, quando d’estate pulivano i fagioli, avevano la stessa velocità e attenzione. Dopo quel giorno lo vide ancora diverse volte, ma per non invadere non si avvicinò abbastanza per vedere cosa fossero e cosa ci fosse scritto su quei pezzi di carta, ammesso che qualcosa ci fosse scritto. Solo una volta sulla panchina c’era un secondo  uomo, lo stava aiutando. Aveva l’aria di chi stesse facendo un favore, non ci metteva la stessa cura. Perdeva tempo e basta. Una sera finì di lavorare più tardi, uscì dalla metropolitana a passo veloce e si diresse verso il parco, gli sarebbe dispiaciuto non vedere il tizio all’opera. Incrociò i soliti due o tre rompicoglioni che si vantavano dell’eccezionalità del proprio cane. Valutò che quando sarebbe uscito con il suo quelli sarebbero già tornati a casa. Sorrise. Da lontano scorse l’uomo alzarsi dalla panchina, con i due sacchetti, e dirigersi verso l’altra uscita del parco. Accelerò il passo maledicendo il lavoro, si stava perdendo il rituale della sera. Non ci aveva mai riflettuto ma quell’uomo lo incuriosiva e, allo stesso tempo, guardarlo lo rilassava. Rallentò quando si accorse che uno dei due sacchetti era bucato e dei pezzi di carta stavano cadendo per terra. Ne raccolse qualcuno e chiamò l’uomo ad alta voce, ma questi era già troppo lontano o non si diede pena di voltarsi. Scosse la testa e finalmente guardò cosa aveva tra le mani. Numeri grattati via, simbolini colorati, birillini disegnati. Scoppiò a ridere, erano dei fottutissimi gratta e vinci. Esisteva una sottosperanza dopo la speranza di altri. Qualcuno ogni giorno cercava sotto il già grattato e la distrazione altrui la propria salvezza.

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© Gianni Montieri

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Daniele Silvestri – Pozzo dei desideri (Album Sig. Dapatas 1999)
Io vendo promesse di ogni sorta
qualcuna la mantengo di tutte le altre invece non mi importa
io smisto monetine da gettare in fondo a un pozzo
o da grattare sulla patina dorata di un concorso
a premi multimiliardari, diffidate dei falsari
e non incolpate me se ci gettate dei denari
non ho colpa se siete schiavi di una tombola
stracolma di tesori che distribuisce a vanvera
e vi coccola l’idea di impadronirvi della vincita
vivere di rendita capita ogni domenica
e se non hai mai vinto fino ad ora
sei stato sfortunato, amico tenta ancora…
tenta ancora…
Io vendo scommesse sul futuro
qualcuna vince molto, di tutte le altre invece non mi curo
e non ci sono meriti non c’è una gerarchia
ma solo il cieco meccanismo di una…lotteria
e non posso che adeguarmi non posso lamentarmi
se usate queste mie monete al posto delle armi
se tutti i vostri sogni li puntate in questo gioco
io vendo un’illusione in più e non è poco

Una monetina a te una a te una monetina pure a te così fanno 3
una monetina per questa serata che non può finire
una per trovarti e l’altra per sparire
una monetina a te una a te un’altra monetina pure a lei così fanno 6
una monetina per sapere che non ho sbagliato mondo
fiumi di monete tutte in fondo al
Pozzo dei desideri
mille monete se indovini i miei pensieri
pozzo dei desideri
rivoglio indietro quello che ti ho dato ieri

Io sono imparziale e non mi impiccio
se vinci prendi tutto, se perdi in fondo è solo qualche spiccio
il rischio è minimo, la posta in gioco alta
prendi una moneta, amico e gratta
credici, provaci, potresti fare tredici
se cedi il turno adesso sei pazzo, riflettici
magari il tuo destino sta girando…ora!
… sei stato sfortunato amico, tenta ancora

Una monetina a te una a te una monetina pure a te così fanno 3
una monetina per questa serata che non può finire
una per trovarti e l’altra per sparire
una monetina a te una a te un’altra monetina pure a lei così fanno 6
una monetina per poterti dare quello che mi hai chiesto
una per un viaggio e ancora non è tutto
Una monetina per il Chiapas una per Filippo che è partito per Caracas
milioni di monete per il sogno di una terra dopo il mare
per chi malgrado tutto continua a navigare
una monetina per la Cina, una per il ponte sullo stretto di Messina
sperando che il calore della terra siciliana
possa sciogliere la nebbia fissa in Valpadana

Pozzo dei desideri
mille monete se indovini i miei pensieri
pozzo delle illusioni
ma non sarà che siamo tutti un po’ coglioni
pozzo io non ti credo,
io non mi fido quando il fondo non lo vedo
pozzo dei desideri
rivoglio indietro quello che ti ho dato ieri
pozzo non mi convinci,
me li ripaghi tu i 2000 gratta e vinci

Queste monetine sono sudamericane
guardate che colori e che forme strane
e poi ce ne ho moltissime venute dal Giappone
ci riesco a fare calcoli di estrema precisione
ecco qui monete d’Africa, di lega poverissima
perché li si discrimina perfino in numismatica
monete e monetine di ogni parte del mondo
tra queste c’è anche quella che stavate cercando
Una moneta soltanto una, una moneta per la mia sfortuna
una moneta, per cortesia, una moneta e dopo vado via
una moneta per continuare, per tutto quello che non posso fare
una moneta almeno una, una moneta contro la sfortuna

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in-side stories #8 – Qualcosa sulle distanze

trieste 2012 - foto gm

In-side stories #8 – Qualcosa sulle distanze

 

La vecchia appoggiò la ciotola con il latte al solito posto, alla sinistra della porta d’entrata. Andò a sedersi sulla sedia a dondolo in fondo al patio, al riparo dalla luce artificiale della lampada posizionata sopra la porta. Aspettò. Dopo un paio di minuti i gatti arrivarono. Erano randagi, erano tre. Pensò che una puntualità del genere non era paragonabile alle rate d’affitto, che la voracità con cui trangugiavano il latte era pari a quelle delle sanguisughe bastarde, che aspettavano chiunque osasse avvicinarsi al vecchio stagno appena fuori dal paese. I gatti sapevano che si trovava lì nell’ombra e la guardavano di tanto in tanto. Non c’era gratitudine nei loro occhi e nemmeno sfida. Era paura, paura che il latte sparisse, che la volta dopo non ce ne fosse. Brutte bestiacce, pensò, quando se ne furono andate. Entrò in casa, si sedette al tavolo della cucina. La loro bella cucina, Bill l’aveva costruita pezzo per pezzo, giorno dopo giorno. Ci lavorava di sera quando tornava dal lavoro nei campi. Diceva che le avrebbe costruito la cucina più bella della contea, lei sorrideva, era certa che sarebbe andata così. Così come era sicura che nessuno avrebbe potuto controllare tutte le cucine della contea per stabilirne il primato. Sorrise a quel pensiero, al ricordo di Bill, si tenne per qualche istante il viso tra le mani, poi scosse la testa. Tra poco sarebbero passati vent’anni dalla sua morte, cadere da un albero, che assurdità. La vecchia scosse di nuovo la testa. Ci sono cose a cui non ci si può rassegnare. Bill diceva che quando il loro ragazzo sarebbe diventato grande avrebbero viaggiato. Diceva che sarebbero arrivati fino a Boston, gli avevano raccontato cose fantastiche di quel posto dove tutti si vestivano bene. Dove gli uomini si toglievano il cappello per salutare le signore. Lei lo prendeva in giro sul fatto che lui non portava il cappello. Poi però gli domandava quanta distanza ci fosse tra Boston e la loro piccola città, quanta ce ne fosse tra l’Arizona e Boston. Bill quelle volte abbassava la testa, poi rispondeva che no, non lo sapeva. Non sapeva nemmeno quanto fosse grande l’Arizona. Nessuno dei due si era mai mosso da lì. Buddy, il loro ragazzo, il loro unico figlio, quando compì sedici anni, li guardò in faccia – erano seduti a tavola – e disse che se ne sarebbe andato. Nessuno dei due rispose niente, quella notte a letto piansero entrambi. Tutti e due sapevano che era giusto così. Tutto stava cambiando e in quella terra arida non c’era più posto per i giovani in gamba. Non lo vide mai più, erano passati ventidue anni. Le scriveva una volta all’anno per Natale e un’altra volta scrisse per la morte del padre. Diceva che stava bene, aveva cambiato due o tre città lassù al nord. Lei le cercava sulla vecchia cartina che aveva in casa. Sopra quel foglio di carta ingiallito la distanza sembrava più breve e, comunque, non avrebbe saputo né calcolarla né immaginarla. Non si era sposato. Lei gli scriveva per i compleanni, lettere brevi, non era mai stata brava a scrivere. Prima di inviarle le faceva leggere a Pete giù all’ufficio postale. Poi le spediva. Si alzò e uscì di nuovo fuori, scese i gradini e dal giardino guardò verso la luna e poi le stelle. Le stelle le avevano sempre fatto paura, come se fossero state messe lì dal padreterno per controllare i loro comportamenti. Quando qualcuna spariva, o mandava una luce più opaca, era un brutto segno. Lassù non erano contenti. Quella sera erano talmente luminose da accecare, da spaccare il cuore. Pensò di essere la più stupida vecchia della contea e rientrò. Si preparò per andare a dormire. Prese in mano la cartina e toccò con un dito il Canada, poi aprì tutta la mano, tenne il pollice sull’Arizona e il mignolo sul Canada. In fondo Buddy era a un tiro di schioppo. Si mise a letto, quella notte sognò la neve.

© Gianni Montieri

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Grant Lee Buffalo – Happiness (album Mighty Joe Moon 1994)

Nevermind me ‘cause I’ve been dead
Out of my body been out of my head
Nevermind the songs they hum
Don’t want to sing along
There’s nothin’ that I said

That’ll bring you happiness happiness
Is hard to come by I confess
I’m bad at this thing happiness
If you find it share it with the rest of us

Nevermind the words that came
Out of my mouth when all that I could feel was pain
The difference in the two of us
Comes down to the way
You rise over things I just put down

That’ll bring you happiness happiness
Is hard to come by I confess
I’m bad at this thing happiness
If you find it share it with the rest of us
Rest of us

Ooh ooh ooh

Nevermind me ‘cause I’ve been dead
Out of my body been out of my head
Nevermind the curse I wore
Proud like a badge
Till it just don’t shine no more

That’ll bring you happiness happiness
Is hard to come by I confess
I’m bad at this thing happiness
If you find it share it with the rest of us
Rest of us

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Ascolta  il brano

in-side stories #7 – Le voci

berlino 2011 - gm

in-side stories #7 – Le voci

Aveva detto che sentiva le voci nella testa. E che dicevano le voci nella testa, le avevano chiesto. Aveva detto loro che le voci nella testa dicevano che aveva i diavoli nel sangue e che per mandarli via doveva tirarsi il sangue con le siringhe. Così l’aveva trovata Luigi, suo marito, per tre volte, che si tirava il sangue con una siringa da prelievo. Così l’avevano trovata i figli: due volte Antonio, il maggiore, di tredici anni e una volta Michele, il secondo, di sette anni. Antonio si spaventò, Michele pensò che sua madre giocasse. Perché Lucia così gli disse, che era per scherzo, era per gioco. Lucia e Luigi andarono da specialisti, psicologi e neurologi. Lucia ripeteva questa cosa delle voci nella testa. Ripeteva dei diavoli che si erano impossessati delle sue vene. «Se le sono pigliate dottò, se le sono pigliate». Diceva ai medici. I medici ascoltavano, stabilivano ricoveri, terapie. Consigliavano pastiglie. Antidepressivi e colloqui, colloqui frequenti. Le dicevano che le voci così come erano venute se ne sarebbero andate. Certe altre volte le dicevano che le voci non c’erano. Lucia si arrabbiava, i medici non la capivano, diceva che voleva andare a confessarsi, voleva andare da Padre Eugenio che la conosceva da piccola, lui avrebbe capito. Ma Padre Eugenio non capiva, le rispondeva come i medici, le diceva di seguire le cure, le diceva di pensare a suo marito e ai figli. Le diceva di pregare. E Lucia pregava, come le avevano insegnato da piccola, pregava mattina e sera. Pregava tutto il giorno ma le voci erano sempre lì nella testa. Luigi la sera la teneva tra le braccia e le diceva che le voci se ne sarebbero andate, lei rispondeva che lo sapeva che se ne sarebbero andate ma stavano sempre lì, ogni mattina si svegliava e le ritrovava, poi lo baciava. Non voleva più fare l’amore perché le voci sarebbero passate anche a lui e allora ai bambini chi avrebbe pensato. Quando Luigi la trovò in bagno di nuovo con la siringa nel braccio, decisero di accettare il consiglio del neurologo e Lucia venne ricoverata. Luigi e i figli potevano andare a trovarla solo di domenica. La trovavano bene, sorridente. Lucia diceva che le cure la facevano sentire meglio, che le voci ogni tanto le sentiva ancora, ma come ovattate, una specie di rumore di sottofondo. Abbracciava forte Antonio e Michele quando le chiedevano quando sarebbe tornata a casa, e rispondeva che sarebbe tornata molto presto. Quando loro andavano via, Lucia si metteva a piangere e pregava che le voci se ne andassero davvero, pregava di avere il silenzio dentro la testa. Una domenica di marzo fu una domenica bellissima, Lucia sarebbe stata dimessa il mercoledì, erano contenti. Il dottore aveva detto che c’erano stati grandi miglioramenti e che la cura con gli antidepressivi poteva proseguire a casa. Disse a Luigi di stare tranquillo, che ne erano quasi fuori. Lucia tornò a casa, ripeteva di sentirsi meglio, era sorridente, la mattina preparava la colazione, accompagnava Michele a scuola. Aveva detto a Luigi che avrebbe provato a ritornare a lavoro, mancava in ufficio da un anno, era davvero troppo. A poco a poco la vita sembrò ritornare normale, Lucia e Luigi avevano ricominciato a fare l’amore, anche se non così spesso come Luigi avrebbe voluto. Lucia gli sembrava di nuovo bellissima. Ogni tanto Lucia si chiudeva a chiave in camera e a Luigi prendeva il panico, ma poi lei usciva tutta sorridente e gli diceva che era il suo modo di cercare la tranquillità, di raccogliere i pensieri. Andarono al mare per due settimane in luglio. Ai ragazzi parve una vacanza bellissima, Lucia prendeva in giro Antonio perché guardava le ragazzine e poi arrossiva. Lucia si impiccò in bagno una sera dell’ottobre successivo. La trovarono così quando tornarono a casa. Luigi era passato a prendere i ragazzi in piscina, era giovedì, quella sera era la serata pizza. Nessuno urlò, nessuno riuscì nemmeno a piangere. Antonio raccolse un biglietto appoggiato sul lavandino e lo passò al padre.

© Gianni Montieri

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TUTTO FA UN PO’ MALE – AFTERHOURS (Album Non è per sempre 1999)

Sai che la fortuna
è una religione
tu ci credi oppure no?
lo capiremo prima o poi
che non c’è modo di rinascere
senza peccare
ma tu hai voglia di rinascere
o è solo che non sai come finire?

beh, forse fa un po’ male
forse fa un po’ male
ma tutto fa un po’ male
tutto fa
tutto fa un po’ male . . .

quello che sognavi ti fa ridere
da quando sai che non lo puoi più avere
ma l’odio è un carburante nobile
e hai scoperto che non è così male
tradirsi con rispetto
perchè vivere è reale
ma vivere così
non somiglia a morire?

e forse fa un po’ male
forse fa un po’ male
ma tutto fa un po’ male
tutto fa
tutto fa un po’ male .

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Ascolta il brano