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in-side stories #29 – Ambrosiana Cohen

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in-side stories #29 – Ambrosiana Cohen

Il venerdì lo chiamiamo “il giorno tutti fuori” o “liberi tutti”, che in due parole significa che io e i miei colleghi facciamo pausa pranzo ognuno per i fatti propri. Per nessun motivo in particolare, soltanto perché ci va. Magari è solo un modo per avvicinarsi al weekend più rapidamente, illudendoci così facendo di accelerare il processo che mette fine alla settimana lavorativa. Stronzate, starete pensando. Beh, potreste avere ragione ma non tutte le volte, perché ogni tanto funziona. Io, di solito, in queste pause pranzo, mi faccio un giro, passeggio o vado in libreria, poi mangio un panino e via. Non questo venerdì. Oggi sono andato a pranzo in uno dei nostri soliti self-service convenzionati, quello arredato in stile americano. Tipo rapina in Pulp Fiction, ma molto meno bello e, vagamente, cupo. Metto un paio di portate sul vassoio e mi siedo a un tavolino in fondo alla sala. Una decina di metri davanti a me, due gradini più in basso rispetto alla specie di palchetto dove sta il mio tavolo, un uomo, forse un collega, totalmente calvo, sta mangiando con la testa, rosea, praticamente nel piatto. Credo mangi una zuppa di cereali o legumi. Qui, d’inverno, le zuppe non mancano mai: costano poco e illudono i clienti di mangiare in abbondanza. Ne conosco parecchi che, un po’ per economizzare un po’ per pigrizia, fanno il pieno a pranzo e la sera si arrangiano. In più, le zuppe scaldano. L’uomo solleva la testa di tanto in tanto, per guardare i video musicali che scorrono, ininterrottamente, sul televisore piazzato sulla parete di fronte al tavolo dove sta seduto. Qui, mentre fingo di non sapere che sto mangiando degli orribili broccoletti, la scena comincia a rallentare, i colori a sfumare. Una cameriera passa di fianco al tavolo dove sta seduto l’uomo e raccoglie un vassoio vuoto, si ferma un attimo rapita da un qualcosa, ecco cos’è: una canzone, un video musicale. Sono lontano e non riesco a distinguere la musica, facile che sia uno di quei cantanti usciti dai talent show, ma posso vedere. La donna rimette il vassoio sul tavolo e rimane rapita a fissare lo schermo, le brillano gli occhi, alle sue spalle le fanno, in una finta prospettiva, da aureola, delle lucine di Natale, ancora illuminate a un mese dalle fine delle feste. Io e i miei broccoletti (che ormai tratto da popcorn) assistiamo alla scena come se fossimo al cinema. L’uomo solleva la testa dal piatto, guarda lo schermo, guarda la cameriera e sorride, si alza. Il suo movimento distrae la donna che lo guarda, sorride a sua volta. L’uomo, grosso come pochi, le si avvicina, le prende la mano, le fa un inchino e un cenno, indicando con lo sguardo uno spazio tra i tavoli. La cameriera, maglietta e cuffietta verde, arrossisce ma si lascia portare. Cominciano a ballare. Come una coppia di sessantenni in una balera della Bassa, ma sembrano pure due invitati di un matrimonio del Vermont o dell’Ohio. A questo punto è tutto in bianco e nero. Non so quanta gente sia ancora seduta a pranzare, non so se qualcuno stia vedendo quello che vedo io. I due continuano a volteggiare sotto le stelline di Natale, in una danza che commuove ma, non capisco il perché, mette anche un po’ di tristezza. Per un attimo mi sembra di identificarli dentro una felicità provvisoria e meravigliosa. L’istante dopo li vedo in piccoli appartamenti, li immagino vivere dentro una roulotte in Iowa, giocare a Bingo sulla circumvallazione esterna, chiedere un prestito e non ottenerlo, con figli divorziati e lavatrici rotte. E non so il perché. Intanto loro vanno avanti a ballare. Ballano, anche quando la canzone finisce. Poi di colpo, come se qualcuno li avesse svegliati da un sogno, smettono, ridono imbarazzati. Lei si passa le mani sulla gonna, si mette a posto la cuffietta. Lui si allontana e farfuglia qualcosa. Mi alzo e chiedo alla donna quale fosse la canzone e lei mi risponde con aria assente: «Quale canzone?» Guardo l’ora, mi restano dieci minuti di pausa, le rispondo: «Niente, mi scusi.» E vado via.

© Gianni Montieri

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Bob Dylan – The man in me, 1970 – Album: New Morning

The man in me will do nearly any task,
And as for compensation, there’s little he would ask.
Take a woman like you
To get through to the man in me.

Storm clouds are raging all around my door,
I think to myself I might not take it any more.
Take a woman like your kind
To find the man in me.

But, oh, what a wonderful feeling
Just to know that you are near,
Sets my a heart a-reeling
From my toes up to my ears.

The man in me will hide sometimes to keep from bein’ seen,
But that’s just because he doesn’t want to turn into some machine.
Took a woman like you
To get through to the man in me.

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in-side stories #28: Una passione (parte Saggio ma finisce multitasking)

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in-side stories #28  Una passione (parte Saggio ma finisce multitasking)

«Un uomo può cambiare tutto ma non può cambiare una passione.» Sandoval, uno dei personaggi principali del bellissimo film Il segreto dei suoi occhi (film del regista argentino Juan José Campanella, premio Oscar come miglior film straniero del 2010), pronuncia questa frase rivolto a Esposito, suo superiore e amico. I due stanno svolgendo un’indagine, cercano un assassino/stupratore, Sandoval dice quelle parole compiendo un ragionamento sulla loro inettitudine.

Ho rivisto il film da poco tempo. Quasi negli stessi giorni Antonio Moresco in un interessante articolo uscito su Ilprimoamore raccontava quale fosse la cosa alla quale non avrebbe potuto assolutamente rinunciare (lui la chiamava dipendenza): camminare di notte. Tutte le notti, d’estate e d’inverno. Con pioggia, neve, vento o afa. O niente. Tutte le notti da un capo all’altro di Milano. Ho cominciato a pensare a «tutte le persone» proprio come dice Sandoval nel film «ma a quella persona», a una persona, cioè a me stesso. Tolto l’amore e gli affetti, qual è la cosa alla quale non potrei rinunciare? Domanda apparentemente semplice ma non così semplice. Riflettevo sulle varie possibilità e mi risultavano tutte, più o meno, scontate. Ma, evidentemente, nessuna passione lo è. Continuava a restare fissata nella memoria l’espressione di Sandoval − «Un uomo può cambiare tutto ma non può cambiare una passione» −, si riproduceva nella mia testa come un mantra. Nel frattempo sono successe due cose che mi hanno colpito particolarmente: (A) il Napoli è stato eliminato dalla Champions League, pur avendo totalizzato un numero assai rilevante di punti; (B) ho riletto per la seconda volta (e adesso per una terza volta) Dieci Dicembre di George Saunders (ed. Minimun fax, 2013). Il punto A mi ha procurato sconforto, delusione, sgomento, tristezza, incazzatura. Il punto B mi ha regalato gioia, ammirazione, comprensione, bellezza, illuminazione. Il rapporto A/B potrebbe essere esemplificato in questa maniera: Ogni eliminazione dalla Champions League è dolorosa / Ogni frase di George Saunders è illuminata. Arrivato a questo punto mi è venuto spontaneo chiudere il ragionamento: le due grandi passioni della mia vita, quelle che non posso cambiare, sono: Il calcio e la lettura. Ma come dicevo poco fa non è semplice la domanda, non è semplice la risposta.

Scena fuori campo

Una mattina, sono a casa, sto aspettando il tecnico della caldaia. Tecnico che non si paleserà. Mi preparo un caffè con la Moka, con la consueta cura. Riempio la parte inferiore della macchinetta fino alla valvola. Mai oltrepassarla. Se non sapete cos’è la valvola non abbiamo più niente da dirci. Aggiungo il caffè, dosando i mucchietti di polvere col cucchiaino, costruendo una perfetta, piccola collina aromatica. Completo l’opera mettendo la parte superiore della macchinetta e chiudo, stretto, stretto. Accendo il gas a fuoco lento, appoggio la moka sul fornello e aspetto. L’attesa del caffè che sale (o che esce) rappresenta una serie di bellissimi istanti, poi arriva il borbottio, poi arriva l’aroma. Spengo e verso nella tazza. Senza zucchero, naturalmente. Riempio un bicchiere d’acqua con gas. L’acqua serve a pulire, a preparare la gola ad accogliere il caffè come si deve. Bevo il caffè a piccoli sorsi. Fine della scena fuori campo.

Tutti questi gesti che si compiono, che io compio, durante la preparazione del caffè, dal primo all’ultimo, sono tutti atti che amo profondamente, ma secondo me non vanno a costituire una passione. Somigliano più a un rituale, a qualcosa che si fa per devozione. A una passione non si può rinunciare, ricordiamo Sandoval. Se un medico arrivasse da me una mattina e, dopo aver letto i miei esami del sangue, mi dicesse che da quel momento io non debba bere più caffè, che farei? Smetterei, ovviamente, con fatica, si capisce, ma la paura sarebbe più forte. Ma se mi dicesse che non devo più guardare una partita del Napoli, oppure di non leggere mai più un libro, ce la farei? Secondo me no, potrei provarci ma la passione non se ne andrebbe. Nel periodo in cui non guarderei le partite, starei sempre a comprare La Gazzetta dello Sport, prendendomi in giro, andrei a cercarmi i gol su Youtube, come se non fosse la stessa cosa. Chiederei, attraverso imploranti messaggini, il risultato parziale di un Napoli – Sassuolo, o che so, di un Napoli – Livorno. Per non parlare dei libri. Immagino con terrore la scena con l’apparizione di questi infermieri/facchini che mi entrano in salotto, e, dietro ordine di non so bene quale primario, mi svuotano le librerie, non trascurando i libri sul divano né quelli impilati accanto al letto, perché NUOCIONO GRAVEMENTE ALLA MIA SALUTE. L’orrore. Il mio futuro da malato consisterebbe nell’aggirarmi nelle librerie indipendenti (senza chiedermi da cosa), in quartieri periferici, leggendo un paio di paginette di nascosto, e subito dopo fischiettare per non dare nell’occhio, sorridendo ai librai. Nelle giornate più difficili, arrivare a rubare una fascetta di D’Orrico e poi correre fuori a vomitare.

Seconda scena fuori campo

Sono seduto al tavolo di casa mia, ho davanti il taccuino e il pc è acceso. Ricopio dal taccuino una poesia su un file word. Controllo che la metrica, pensata (ma condensata) sui piccoli fogli di carta, corrisponda alla mia idea di partenza, sistemo la punteggiatura, cambio una o due parole, controllo l’insieme, salvo il file.

Terza scena fuori campo

Qualche tempo dopo (ore, giorni, settimane) riapro quel file, mi illumino, so cosa fare, dove levare, se aggiungere, se buttare o tenere. Dove scomporre e dove accorpare. So cosa fare e mi piace quel che devo fare. Fine della seconda e della terza scena fuori campo. Magari queste cose le faccio bevendo un caffè, per cui le tre scene fuori campo potrebbero anche stare insieme.

C’è quindi la questione della scrittura. Io scrivo. Mi piace? Sì. Quanto mi piace? Maledettamente, cazzo. Ma scrivere è la mia passione irrinunciabile? La cosa che non posso cambiare? Non lo so. Non so se non dovessi scrivere più cosa farei. Esiste, però, la possibilità che non ne morirei. È tempo che io confessi: da piccolo avrei voluto fare il calciatore professionista. Mai stato abbastanza bravo, l’ho sempre saputo per fortuna. Ogni tanto penso che riuscire a scrivere bene sarebbe come giocare in serie A. Una poesia bellissima e indimenticabile vale quanto un gol in Champions League? Forse, tolti i milioni di euro di differenza tra riuscire in una cosa o nell’altra. E se mi fossi messo a scrivere soltanto perché non so giocare a calcio? Sarà vero? Però la passione per il calcio, per guardarlo, la sofferenza per una sconfitta della tua squadra del cuore non sono surrogati del tuo “avrei voluto fare il calciatore ma…”, sono qualcosa che sta sopra, che viene prima e dopo e che nessuno può controllare. Come nessuno che non è vittima della stessa passione potrà capire cose come: esultare come un bambino, urlare “gol” precipitando giù dal divano, far partire dei vaffanculo al niente, commuoverti. Alla stessa maniera la lettura non è un surrogato della non scrittura. La lettura è qualcosa che viene prima e che viene dopo. Non si può spiegare il piacere che si prova quando si sceglie un libro, sfogliarlo, annusarlo, leggerlo. Amarlo, odiarlo. Isolarti da tutto e da tutti, tu e il tuo libro tra le mani.

In conclusione, tirando le somme, come dicevo, tolto l’amore e gli affetti, le mie passioni vere “quelle che non posso cambiare” sono due, due soltanto: quella per il gioco del calcio e quella per la lettura. Firmato, un uomo banale.

 © Gianni Montieri

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Paolo Conte  – Cuanta pasiòn

Ma sì, sarà il carattere
o la malinconia
che sta dietro al carattere
come una gelosia
sarà il pensiero vergine
che ha la fantasia
vissuta dal carattere
come la frenesia

Cuanta pasiòn en la vida
cuanta pasiòn
es una historia infinita
cuanta pasiòn
una illusiòn temeraria
un indiscreto final
ay, que pasiòn visionaria
y teatral!

Le vigne stanno immobili
nel vento forsennato
il luogo sembra arido
e a gerbido lasciato
ma il vino spara fulmini
e barbariche orazioni
che fan sentire il gusto
delle alte perfezioni

Cuanta pasiòn en la vida
cuanta pasiòn
es una historia infinita
cuanta pasiòn
una illusiòn temeraria
un indiscreto final
ay, que vision pasionaria
trascendental!

Più son pallide e languide
le donne nell’ andare
e meglio sanno esprimere
il morbido sbandare
che arriva dai vulcani antichi
e dalle onde del mare
che sulle terre tiepide
si sporgono a danzare

Cuanta pasiòn en la vida
cuanta pasiòn
es una historia infinita
cuanta pasiòn
una illusiòn temeraria
un indiscreto final
ay, que pasiòn visionaria
y teatral!

Le musiche difficili
son spiriti dannati
che dal naufragio invocano
interpreti spietati
ma, dato che contengono
occulte persuasioni,
ti strappano anche l’ anima
insieme ai pantaloni

Cuanta pasiòn en la vida
cuanta pasiòn
es una historia infinita
cuanta pasiòn
una illusiòn temeraria
un indiscreto final
ay, que vision pasionaria
trascendental!

in-side stories #27 – Tre passeggiate

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in-side stories #27  – Tre passeggiate

#1

Piede destro, piede sinistro, piede destro, piede sinistro. Un passo alla volta, uno dopo l’altro, come ti hanno sempre detto. Fin da piccolo. Un passo dopo l’altro mai sulle punte. Distendere bene la gamba, stare attenti a non calpestare niente. Non scendere mai dai marciapiedi, a meno che non si presentino ostacoli insormontabili. Procedere diritto fino in fondo al Viale degli Oleandri. Bravo, così. Dopo l’ultimo oleandro svoltare a destra in Viale delle Primule. Stai andando benissimo, ricorda, un passo dopo l’altro. Piede destro, piede sinistro. Al quarto incrocio attraversa la strada, sulle strisce pedonali. Guarda a destra, guarda a sinistra, se non arrivano macchina attraversa. Bene, entra in via dei Gladioli, rimani sul marciapiede sinistro, fai cinquantadue passi. Cinquanta, cinquantuno, cinquantadue. Entra nel negozio alla tua sinistra. Ora conta i quattro passi che ti separano dal banco. Tre, quattro. «Buongiorno Luigi, cosa desidera.» «Buongiorno, voglio comprare centoventi grammi di prosciutto cotto e una mozzarella, grazie.»

#2

Appoggiati a me, brava così, è bello tenerti ancora sottobraccio, quanti anni saranno eh? Tanti, lo so a quel che pensi, aspetta che ti sistemo il cappello, non devi prendere freddo, l’ha detto il medico. Hai visto che bella giornata? Sei sempre bella quando sorridi. Lo vedi il mare oggi? Sembra non cambiare mai, eppure invecchia, invecchia come noi. Ti ricordi il primo bacio che mi hai dato laggiù dove stava lo stabilimento di Tonino? Sulla guancia me lo volesti dare, che tu eri una femmina seria mica come quelle due, le figlie di Caterina. Chissà che fine hanno fatto, saranno morte? Non lo sai, non lo sai nemmeno tu o forse non ce lo ricordiamo, sono tante le cose che non ci ricordiamo, le facce. Aspetta che mi sta scivolando il bastone. Ma tu guarda che giornata e siamo in febbraio. Te l’avevo promesso che sarei rimasto sempre con te, ti ricordi? Te l’avevo promesso. Tu non ci credevi. Sai che facciamo? Passeggiamo un po’ di più oggi, arriviamo fino a dove stava la panchina nostra? Ti va? Andiamo, appoggiati a me.

#3

Meglio che cammino va, tanto a casa non mi aspetta nessuno, almeno evito i mezzi e prendo un po’ di vento in faccia. Minchia ma chi lo sapeva che facevo questa fine, a tornare tutte le sere a casa da solo e poi a rimanere a casa da solo. Minchia che schifo. Meglio che mi faccio due passi. Pure ‘sta città mica mi piace più, è diventata un casino più che altro. No, no, mica sono uno di quelli che si lamenta delle solite cose, come tutti gli altri, lo smog e il traffico. Non sono scemo, che mi devo lamentare di cose che ho contribuito a creare? È colpa mia e me le tengo, sono sicuro che se mi impegno me le posso pure far piacere. Fare finta che quando faccio una bella respirata quella cosa schifosa che mi entra dentro la gola sia bella, sia vitale. Pure la solitudine me la sono creata da solo, infatti non mi lamento, solo che certe sere mi viene una cosa che somiglia alla tristezza. La tristezza è un dato di fatto e me la tengo, come statistica sono in buona compagnia, dice che siamo parecchi, dice che è il sistema, dice quella cosa dell’alienazione. Io dico che siamo stronzi, la prima parola che mi viene in mente. Meglio che cammino va, meno male che tengo il cappello che stasera fa freddo.

@ Gianni Montieri

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Depeche Mode – Walking in my shoes 1993 (Album Song of Faith and Devotion)

I would tell you about the things
They put me through
The pain I’ve been subjected to
But the Lord himself would blush
The countless feasts laid at my feet
Forbidden fruits for me to eat
But I think your pulse would start to rush

Now I’m not looking for absolution
Forgiveness for the things I do
But before you come to any conclusions
Try walking in my shoes
Try walking in my shoes

You’ll stumble in my footsteps
Keep the same appointments I kept
If you try walking in my shoes
If you try walking in my shoes

Morality would frown upon
Decency look down upon
The scapegoat fate’s made of me
But I promise you, my judge and jurors
My intentions couldn’t have been purer
My case is easy to see

I’m not looking for a clearer conscience
Peace of mind after what I’ve been through
And before we talk of repentance
Try walking in my shoes
Try walking in my shoes

You’ll stumble in my footsteps
Keep the same appointments I kept
If you try walking in my shoes
If you try walking in my shoes
Try walking in my shoes

Now I’m not looking for absolution
Forgiveness for the things I do
But before you come to any conclusions
Try walking in my shoes
Try walking in my shoes

You’ll stumble in my footsteps
Keep the same appointments I kept
If you try walking in my shoes

You’ll stumble in my footsteps
Keep the same appointments I kept
If you try walking in my shoes
Try walking in my shoes
If you try walking in my shoes
Try walking in my shoes

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in-side stories # 26 – Una preghiera

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in-side stories #26 – Una preghiera

Aveva spento la sveglia e, come era solito fare, ancor prima di aprire del tutto gli occhi, si era dato lo slancio per buttarsi giù dal letto. Il piede destro non arrivò a toccare il pavimento, avvertì qualcosa che bloccava la coscia sinistra. Bestemmiò e aprì gli occhi. La gamba sinistra, dal ginocchio in giù era chiusa in una specie di casa di bambole, bestemmiò di nuovo. Provò a dare uno strattone per liberarsi e urlò di dolore. Il piede era, evidentemente, legato e bloccato dentro la casa. Pensò che avrebbe fatto tardi in ufficio, alla riunione, pensò che comunque nell’altra stanza avrebbe dovuto esserci suo figlio Matteo. Lo chiamò a gran voce.

L’idea di incatenargli il piede dentro una delle case di bambole che possedeva era stata geniale. Aveva scelto con cura quale usare. La più resistente, costruita in legno da un artigiano norvegese, si era rivelata la più adatta. La sera precedente aveva messo del potente sonnifero nel caffè che aveva preparato a suo padre. Un paio d’ore dopo era entrato in camera da letto, aveva legato il piede sinistro del padre a una catena e lo stesso aveva fatto con la parte della gamba, appena sotto al ginocchio, dopo aveva fatto passare entrambe le catene intorno a due ganci d’acciaio che aveva fissato in precedenza dentro la casa. Dopo aver bloccato la casa con dei perni alla rete, attraverso dei fori praticati al materasso, aveva guardato la sua opera con soddisfazione. A tutto questo pensava Matteo Negri alle 7,45, sull’autobus che lo stava portando all’università.

Aveva cominciato a coltivare la passione per quelle case dopo aver letto la sua prima rivista d’architettura. Erano quelli gli studi che avrebbe intrapreso qualche anno dopo. Quelle piccole costruzioni così perfette gli permettevano di avere sotto mano tutta una casa, dentro la sua camera e, successivamente, dentro lo studio ricavato dalla taverna. Le preferiva ai plastici perché erano più vive. Erano reali, le bambole erano persone. C’erano artigiani eccezionali che curavano gli interni fino al minimo dettaglio. Il suo scopo era studiare quegli interni e successivamente modificarli, era diventato bravissimo. Sarebbe stato un grande architetto d’interni. Tutto questo a suo padre non importava, non gli importava della sua passione per le costruzioni, per gli interni, per la ricerca dello spazio in piccoli ambienti. Non gli importavano i trenta e lode, gli importava solo una cosa: Matteo era gay e le case di bambole erano una cosa da ricchioni.

A Giacomo Negri scappava da pisciare, Matteo non rispondeva, non poteva credere che suo figlio gli avesse fatto questo. Aveva cercato il cellulare ma non era sul comodino, il telefono di casa era muto. Erano passate due ore, stava cominciando a sudare freddo, cosa sarebbe accaduto? Cosa avrebbe potuto fare? Fino a che ora avrebbe potuto resistere? Matteo sarebbe tornato a casa? Cominciò a rimpiangere la scelta dell’acquisto della villetta fuorimano. Perché non capiva che gli voleva bene, che quel suo difetto avrebbero potuto curarlo, che poteva renderlo nonno. Perché sua moglie era morta così presto? Urlò con tutto il fiato che aveva in gola e pisciò nel letto.

Le prime quattro lezioni erano andate. Matteo le aveva trascorse tra preoccupazione e euforia. Suo padre meritava una lezione ma forse c’era andato giù troppo pesante. In fondo era anziano, di un’altra cultura, non poteva capire. E invece no, porco cazzo, era un bastardo fascista di merda che lo aveva costretto per anni a fingere in pubblico. Ma fingere che? In fondo lui era un bacchettone: non si drogava, beveva poco, prendeva voti alti. Non c’era niente da fare, suo padre avrebbe anche sopportato l’idea che suo figlio fosse frocio, l’importante era che nessuno sapesse, nessuno parlasse. Potendo gli avrebbe procurato una puttana che facesse la fidanzata di facciata. Ascoltò tutte le lezioni fino alla fine e poi fece ritorno a casa. Aveva detto a Gennaro che quella sera non si sarebbero visti, che avrebbe dovuto parlare con suo padre. Gennaro si era fatto una risata. A lui non gliene fotteva  un cazzo di quello che pensavano i suoi.

«Papà stai bene? Papà?»

«Matteo, ma come vuoi che stia? Ho sete, liberami. Mi sono pure pisciato addosso e mi scappa da cacare. Ma cosa cazzo ti è saltato in mente? Liberami per favore, io ti voglio bene, lo sai.»

«Lo so che mi vuoi bene papà, anch’io ti voglio bene. Tra poco ti libero.»

«Dammi dell’acqua per favore.»

Giacomo era ridotto a un cencio; sudato e pallido da far paura. Matteo lo guardava come se non lo riconoscesse, qualcuno che non conosceva.

«Prendi, bevi. Bevi piano.»

Giacomo bevve tutta l’acqua in un sorso.

«Grazie figlio mio, liberami per favore. Liberami Porcodio!»

«Che fai papà bestemmi? Stai calmo non siamo qui per questo, tra poco ti libero, prima però dovrai farmi un favore.»

«Tutto quello che vuoi. Vuoi più soldi? Una macchina nuova? Vuoi fare un viaggio, sì?»

«Voglio che tu ripeta una preghiera insieme a me, una specie di mantra, vedrai ti piacerà. Preghiamo insieme papà? Come quando mi portavi a messa?»

«Se è questo che vuoi, dammi ancora un po’ d’acqua. Che preghiera è?»

Matteo gli riempì un altro bicchiere d’acqua.

«Voglio che tu ripeta con me: “Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay”, sarà il nostro rosario papà, vedrai dopo staremo meglio, dopo tutto sarà più facile, sei pronto papà?»

Giacomo bevve ancora.

«Tu sei pazzo, tu non sei gay. Mio figlio non è gay.»

Matteo tirò fuori dalla tasca della felpa una pistola e la puntò su suo padre.

«Tuo figlio è gay, tuo figlio ti sta puntando una pistola come un vero uomo, tuo figlio con piglio autoritario ti sta ordinando di pregare.»

«Stai caaaalmo. Va bene, va bene, calmati, se è questo che vuoi.»

Matteo cominciò il mantra e Giacomo lo seguì. Fuori era notte fonda, come ogni mantra le parole si levarono e dal coro diventarono suono. Un suono a volte quieto, a volte strozzato. Un loop come le loro vite.

«Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay…»

«Grazie papà, è stato bello vero? Sapevo che ti sarebbe piaciuto, che avresti capito.»

Giacomo non disse nulla, aveva gli occhi gonfi, stava piangendo. Matteo smontò la casa di bambole, staccò le catene dal gancio e lo liberò. Sparò a suo padre mentre questi pronunciava la parola: Grazie.

© Gianni Montieri

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Aretha Franklin – I say a little prayer 1968 (scritta nel 1967 da B. Bacharach e Hal David per Dionne Warwick) – Album: Aretha Now

The moment I wake up
Before I put on my makeup
I say a little prayer for you
While combing my hair, now,
And wondering what dress to wear, now,
I say a little prayer for you

Forever, forever, you’ll stay in my heart
and I will love you
Forever, forever, we never will part
Oh, how I’ll love you
Together, together, that’s how it must be
To live without you
Would only be heartbreak for me.

I run for the bus, dear,
While riding I think of us, dear,
I say a little prayer for you.
At work I just take time
And all through my coffee break-time,
I say a little prayer for you.

Forever, forever, you’ll stay in my heart
and I will love you
Forever, forever we never will part
Oh, how I’ll love you
Together, together, that’s how it must be
To live without you
Would only be heartbreak for me.

My darling believe me,
For me there is no one
But you

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ASCOLTA IL BRANO

in-side stories #25 – (in)fedeli trascrizioni

Londra 2009 - foto gm

in-side stories #25 – (in)fedeli trascrizioni

Telefonata 1

Il problema è che non danno feedback sulla questione Roma… Dici che non importa? Ma non so, sai… Il fatto è che il feedback ti lascia quel minimo di tranquillità in più… Ma questo lo… Ma questo lo so, li conosciamo, poi mi fido di Eugenia, o come si chiama… Eleonora, giusto. Capisci cosa intendo?… Come dici? Ah, sì sì, appena partita…

(‘sta scema nun s’arricorda manc’ ‘o nom’. Ti puoi uccidere tu e il feedback)

Telefonata 2

Buonasera, ho ricevuto una chiamata da questo numero, intorno alle tre, sono Pastor… Aspetti, non la sento… Dicevo, ho ricevuto una chiamata intorno alle tre da questo numero, sono Pastor… Ah, è lei, sì certo. Perfetto, perfetto. Lunedì alle 9,15 alla stazione di Brescia… Perfetto. Buonasera, buonasera.

(E che palle, mo’ pure quest’altro. Ci mancava Pastor, avimme capit’ stasera non si legge.)

Telefonata 3

Cazzo, ma hai visto il sorteggio?… Che merde no?…Cazzo la Svizzera in un girone facile e noi con l’Inghilterra e Uruguay….Ma no, è evidente, dài, sono stati quei due figli di puttana di Platinì e Blatter, si sono protette le loro, poi noi gli stiamo sulle palle da sempre… Come dici? No, non ti sento, ti sto perden… ecco, perso.

(Ah è vero il sorteggio, fammi dare un’occhiata, tanto non riesco a concentrarmi. Me pare ‘o centralino stasera)

Telefonata 4

Ciao Francesco, dimmi… Ah… Lo sai, lo sai, che non dipende da noi… Ne ho parlato con Salvo D’Auria ieri sera… Certo, capisco l’urgenza… Ma chiaro, questo è cristallino… Bisogna aspettare o abbassare l’offerta… Non ce la fate? Immagino, immagino, ma mettiti nei miei panni Francesco… Francesco… Ma sì, ma sì, ci provo… Ti chiamo lunedì, spero nel pomeriggio… Anche a te, mi raccomando.

(ma devi morire: tu, Francesco, D’Auria e tutt’ ‘a razza toia, scassacazz’)

Telefonata 5

Ciao Michela… no, no, non mi disturbi, dimmi pure… ci vado io, nessun problema… ci vad… come dici?… No, ma poi ti dico io. Guarda, l’Agenzia ha approvato, mercoledì firmiamo…. ah, salutamela tanto. A presto, allora.

(L’agenzia ha approvato, ‘e corna ca tien’)

Telefonata 6

Sono stanco sì, del resto sono al lavoro da stamattina alle sette… Sì, mi fai un favore… A me bastano due panini, semplici, prosciutto crudo… Tipo? … No, tranquilla. Non stare a far mettere chissà che… No, no va bene così, voglio che tu ti prenda il minor disturbo possibile… Lo so… Ah ah ah… Lo so che ti fa piacere, ma sono contento così, prosciutto liscio e via andare… Come orario di partenza mi pare perfetto… Sììììììììì… Luca e Lauretta li hai sentiti?… Perfetto, perfetto… A domattina… No, prosciutto crudo… Ciao, ciao, ciao, ciao, ciao… Ti abbraccio, ciao.

(il minor disturbo possibile, chiste me pare Furio e il prosciutto crudo. Che treno, che treno.)

Telefonata 7

Telefonata in francese, durata due minuti circa.

(nun se capisce niente ma pure scass’ ‘o cazz’.)

 

Telefonata 8

Allora, io chiamo Donato. Adesso. Chiedo a lui le referenze e gli propongo due soluzioni… Non ti sento, Ti ho perso… Eccoti… Pensavo, fossi caduto… Dicevo, Donato lo chiamo io… Certo, le due soluzioni di cui abbiamo discusso in sede… Stai… Sì, tu stai tranquillo… Non ci saranno problemi… Ci sentiamo, sì… Certo, va bene… Dicevo… Ok, ok. Ma Donato è una persona a posto… Dicevo ci sentiamo domenica sera per confrontarci… Uniti, cazzo… Chiaro, chiaro e lunedì mattina pronti alla battaglia… Ah ah ah… Ciao, un bacione, un bacione.

(è arrivato pure l’amaro Montenegro featuring Marias and Shakespeare: “domani nella battaglia: dovete morire.)

Telefonata 9

Si arrangerà, Carlo, è un problema suo, continua a non capire un cazzo, e allora… Esatto… Siamo sulla stessa linea sono cazzi suoi!

(Veramente, sono cazzi miei, da due ore ormai e stamme pure in ritardo. Vi schifo.)

***

© Gianni Montieri

***

Rem – Strange currencies – (Album Monster, 1994)

I don’t know why you’re mean to me
When I call on the telephone
And I don’t know what you mean to me
But I want to turn you on, turn you up, figure you out, I want to take you on

These words, “You will be mine”
These words, “You will be mine” all the time

The fool might be my middle name
But I’d be foolish not to say
I’m going to make whatever it takes,
Ring you up, call you down, sign your name, secret love,
Make it rhyme, take you in, and make you mine

These words, “You will be mine”
These words, “You will be mine” all the time, oh
I tripped and fell. Did I fall?
What I want to feel, I want to feel it now

You know with love come strange currencies
And here is my appeal:

I need a chance, a second chance, a third chance, a fourth chance,
A word, a signal, a nod, a little breath
Just to fool myself, to catch myself, to make it real, real

These words, “You will be mine”
These words, “You will be mine” all the time, oh

These words, “You will be mine”
These words, they haunt me, hunt me down, catch in my throat, make me pray,
Say, love’s confined, oh

***

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in-side stories #24 – Clotilde e Amedeo

Parigi - Museo Rodin - foto gm

in-side stories #24 – Clotilde e Amedeo

Amedeo

Arriva al bar tutte le mattine alle 8,15 in punto. Il bar è sull’angolo tra via Togliatti e corso Europa. Lui arriva a piedi da via Togliatti. L’uomo avrà più o meno cinquant’anni, ben portati, si chiama Amedeo. Veste sportivo. Quasi sempre jeans e pullover pesanti, quasi sempre giaccone nero. Entra e si siede sempre allo stesso tavolino, quello in fondo alla sala, il più vicino alla vetrina. Ha sempre con sé un paio di libri, un taccuino, alcune matite, una penna e un piccolo computer. Il computer non l’accende mai. Potrebbe essere uno scrittore, o un professore di qualcosa, uno studioso. Ordina sempre un caffè, un succo di frutta alla mela, una brioche vuota e una bottiglia d’acqua con gas. Prima che gli venga servita la colazione sfoglia la Gazzetta dello Sport, che il bar mette a disposizione dei clienti. È interista, infatti, quando legge la Gazzetta, scuote spesso la testa. Arriva la colazione, per prima cosa beve il succo di frutta, poi comincia a lavorare. Sfoglia uno dei libri, si ferma su una pagina, sottolinea, annota, poi trascrive sul taccuino. Intanto mangia la brioche e beve il caffè. Poi va avanti a lavorare. Certi giorni legge e basta, in altri scrive fitto fitto. Si ferma al bar poco meno di due ore, tutti i giorni da due anni, dal lunedì al venerdì. Parla solo col barman, nessuno si è mai seduto al suo tavolo, non ha mai ricevuto una telefonata. Se ha un cellulare lo tiene spento, o in modalità silenziosa, probabilmente in una delle tasche. Quando mancano un paio di minuti alle dieci, si alza, raccoglie le sue cose, paga saluta e se ne va, nella direzione dalla quale è venuto.

Clotilde

Lei arriva al bar dalla parte opposta rispetto a quella dell’uomo. Tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, entra alle 10,05. Saluta e aspetta che venga pulito il tavolino in fondo alla sala, quello accanto alla vetrina. La donna potrebbe avere quarant’anni come cinquanta, ha un viso in cui le rughe sembrano comparire soltanto in certe giornate. È sempre molto elegante. Giacche e gonne impeccabili, borse e scarpe sempre abbinate, bellissimi, lunghissimi, cappotti. Mai niente fuori posto se non lei stessa, che non sembra mai rilassata. Si siede, sorridente, ordina un cappuccino, dell’acqua naturale, due pasticcini: uno alla crema e uno al cioccolato. Apre la valigetta e tira fuori: un quotidiano, un taccuino, una penna nera e una rossa, un libro molto grosso, che sembra antico e un altro più piccolo che potrebbe essere un manuale. Potrebbe essere una professoressa, un’esperta di lingue antiche, una giornalista. Fa colazione in questo bar da due anni con regolarità, non ha mai saltato un giorno. Non ha mai modificato la sua colazione. Nessuno si è mai seduto al suo tavolo. Per prima cosa mangia il pasticcino al cioccolato, poi beve il cappuccino. Sfoglia con lentezza il libro antico, poi confronta alcune cose sul manuale e scrive. Scrive in maniera frenetica, sembra sempre che stia per scapparle qualcosa. Poco prima di andarsene legge il  quotidiano. Intorno alle undici e trenta, raccoglie le sue cose e si rimette il cappotto. Sorridendo arriva alla cassa, paga e se ne va. Si chiama Clotilde.

Il barman

Due anni, due anni passati a osservarli. Prima l’uno, poi l’altra. Due anni a indovinare l’esatto momento in cui lui svolterà l’angolo ed entrerà, l’istante in cui arriverà lei dalla parte opposta. Nessuno dei due ha mai cambiato orario, nessuno dei due non ha mai saltato un giorno. Lui esce e dopo qualche minuto arriva lei. Qualche volta sono certo che lei deve aver fatto in tempo a vederlo di schiena prima della svolta in via Togliatti, senza notarlo naturalmente. Due anni che li guardo e che mi immagino le loro vite, vite solitarie non ho dubbi. Due anni che gli preparo le colazioni e non domando loro nulla. Due anni che fantastico sul fatto che, per qualche strano motivo, li vedrei bene insieme. Ho pensato molte volte a escogitare un modo per farli incontrare, ritardare nel fare il conto ad Amedeo, macchiargli il pullover come in uno stupido spot pubblicitario, rubare il taccuino di lei e il giorno dopo scambiarlo con quello di lui. Ho addirittura, follemente, pensato di scrivere un falso biglietto a nome di lui e farlo scivolare tra le cose di Clotilde. Penso a cose del genere ogni giorno, perché sto qui e faccio il barman e perché mi sono fissato che quei due abbiano qualcosa da dirsi. Ma non mai fatto nulla perché ho settant’anni e credo nel caso. Ne so abbastanza per capire che se il caso avesse voluto Clotilde e Amedeo si sarebbero già incontrati e magari innamorati e magari odiati e magari niente.  Quindi li osservo quotidianamente con uno sguardo di simpatia, d’affetto e aspetto che il caso faccia la sua parte mentre io faccio la mia, che è la cura nel preparare le loro colazioni, la discrezione di non porre domande, l’intelligenza di non interferire nelle loro solitudini.

©Gianni Montieri

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Virginiana Miller – Tutti i santi giorni (singolo 2012 – Album: Venga il tuo regno, 2013)

Ho cercato nei poeti, nei dottori e nei profeti,
ma non ho trovato niente, che anche lontanamente
somigliasse a te… così,
ne deduco che non c’è…

Nessun libro che mi spiega
come è fatto il paradiso,
la bellezza di una piega, dove precisamente
nasce il tuo sorriso
benedetto sia il tuo ventre, benedetto il viso
mentre fuori tutto…

Tutto va, va a rovescio ma vedrai,
che in qualche modo si farà, non piangere
perchè, io e te
vivremo altre primavere,
dopo gli inverni,
avremo tutti i santi giorni,
per noi se vuoi… prendermi

E ho sentito abbandonarmi
tutto il sangue dalle vene
che se tu non ti vuoi bene
indubitabilmente te ne voglio io, lo sai, per dio

Chiedi ai filosofi
interroga i teologi,
prega i beati,
vergini e martiri,
aprimi il cuore e finalmente fidati,
chiedi agli storici,
interroga gli oracoli

Tutto va, va a rovescio ma vedrai,
che in qualche modo si farà, non piangere
perchè, io e te
vivremo altre primavere,
dopo gli inverni,
avremo tutti i santi giorni,
per noi…

Benedetto sia il tuo ventre
benedetto il frutto di un sorriso sul tuo viso mentre
tutto va, va a rovescio ma vedrai,
che in qualche modo si farà, non piangere
perchè, io e te
vivremo altre primavere,
dopo gli inverni,
avremo tutti i santi giorni,
per noi…

Io e te
avremo tutti santi giorni…

***

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in-side stories #22 – Otto piccole memorie

berlin 2011 - gm

Otto piccole memorie

#1 Carluccio

Carluccio credo che alla fine si buttò giù dal balcone. Era un tossico. Abitava poco distante dal palazzo dove vivevo io. Ero un bambino, poi un ragazzino, sapevo solo che si drogava e che quindi dovevo stargli distante. Mi ricordo che sorrideva sempre, a vuoto, nel vuoto. Aveva la barba poi non l’aveva più. Aveva i capelli lunghi poi non li aveva più. Una volta mi ha rivolto la parola. Avevo in mano le figurine Panini dei calciatori. Mi chiese di mostrargliele, lo feci. La prima era una con i due calciatori raffigurati in piccolo, quelli di serie B, la squadra poteva essere la Pistoiese, non ricordo. Ricordo che disse: «Chist’ tene ‘a barba tale e quale a me.» Si fece una grossa risata, mi restituì il mazzetto di figurine e se ne andò. Quella fu l’unica volta in cui mi rivolse la parola.

#2 Aldo Serena

Le partite di Italia ’90 le guardavamo nel giardino della vecchia casa dei miei. Gran mondiale, l’Italia giocava molto bene. Schillaci, Baggio eccetera. E sappiamo anche com’è andata. La sera d’Italia-Argentina avevamo tutti il fazzoletto tricolore, li aveva fatti la mamma di un mio amico. Perdemmo ai rigori, sbagliarono Donadoni e Serena, ma il nostro tormento fu riversato solo su quest’ultimo. Alcune ore e molte lacrime dopo, solo un amico non sapeva rassegnarsi. Se ne stava seduto sul marciapiede davanti casa, scuotendo la testa in silenzio. Ogni tre o quattro minuti la sollevava per ripetere sempre la stessa frase: «Serena, comm’è possibile a fa tera’ nu rigore a Serena?» Andò avanti tutta la notte.

#3 Aggia partì

Aveva i capelli ricci e camminava a passo rapido per il paese. Avanti e indietro. Lo incontravi un po’ ovunque nelle zone più centrali. Lo sguardo proiettato oltre. La mano destra appoggiata sulla spalla, come la si tiene quando si trasporta qualcosa. A qualsiasi domanda rispondeva: «Aggià partì.». Il sacco immaginario ben stretto e andava via.

#4  La maestra

La maestra era pure la moglie del dottore. Aveva una bacchetta di legno per suonarcele (molto raramente) sulle mani. Diceva solo «Apri!» Tu aprivi e te la beccavi. Una volta stavamo litigando in classe. Siccome ero il più alto, due mi tenevano e uno me le dava. Avevo in mano una penna e l’istinto primordiale di difesa. Piazzai la penna nella fronte di uno dei due alle mie spalle. Cominciò a venire giù parecchio sangue, intanto la maestra era tornata. Ci separò e ricostruì la questione a suo modo. Il ragazzo venne medicato. Lei si rivolse agli altri due e disse: «Cosa vi mettete contro di lui, non lo vedete che è una bestia.» Non ho mai saputo se lei volesse riferirsi soltanto alla mia stazza. Tornai a casa piangendo e quella sensazione di sentirmi dire Bestia non l’ho mai scordata.

#5 Mio zio

Avevo la febbre alta e restai a dormire da certi zii. Lui, lo zio, era un mito, un personaggio. Non ho mai sentito così tante balle in vita mia come da lui. Balle che smentiva e riconfermava a seconda dell’occorrenza. L’ho visto imbrogliare facendo il solitario. Era divertente. Nel cuore della notte mi svegliò per chiedermi se volessi un bicchiere di sciroppo all’amarena, la richiesta mi sembrò talmente assurda che risposi di sì. La febbre il giorno dopo scese.

#6 La sessantotto

Una volta, primi mesi a Milano, sulla sessantotto, ho raccontato a uno sconosciuto della mia stessa età, vagamente figlio di papà, esattamente quello che voleva sentirsi dire: «Sono venuto a vivere a Milano a finire gli studi alla Cattolica, intanto coordino l’apertura di uno dei negozi di famiglia qui in città, visto che l’attività al sud va bene, abbiamo deciso di ampliarla anche qui al nord. Per ora apriamo a Milano e a Torino (laggiù se ne occupa mia sorella), più avanti apriremo a Bologna e a Verona. Ci occupiamo di arredi di lusso.» Il coglione: «Che interessante, cioè non l’avrei mai detto e in che zona vivi?» «Guarda, mio padre avrebbe preferito che vivessi in centro, ma io ho preferito una zona centrale ma più tranquilla e abbiamo comprato un attico in via Boccaccio.» «Cavolo, bello, e dov’è il negozio?»  «Via Montenapoleone, apriamo tra quindici giorni, ti saluto devo scendere.»

#7 ‘A ‘Mmarenna

Andavo  in cantiere a pagare gli operai, l’ideale era arrivarci verso mezzogiorno, quando pranzavano. ‘A ‘mmarenna (con una emme all’inizio non rende). Se non avete mai visto una ‘Mmarenna, non avete visto niente. Non meritate le ostriche ma nemmeno le sogliole finché non avrete visto una mezza pagnotta di pane fatto in casa, svuotato dalla mollica e riempito di ogni cosa. Sasicce e friarell’. Puparuol’ e mulignan’. Purpett’ fritte. Frittata ‘e maccarun’. Se arrivavi all’ora giusta c’era sempre qualcuno che ti diceva: «Uè mangiati ‘na cosa ‘nziem’ a nuje.» Che meraviglia. Pezzi di pane così grossi che quasi non riuscivi ad addentare e quell’unto che ti colava dappertutto. Mangiare un pezzo di ‘Mmarenna costava fatica, ma era il giusto prezzo da pagare per un’opera d’arte.

#8 Giggino

I barbieri si chiamavano tutti Giggino (ma l’insegna recitava Luigi), Michele o Rafel’ (ma l’insegna recitava Raffaele). Soprattutto erano centinaia, non credo che esistestesse al mondo una concentrazione così alta di negozi da barbiere. Mentre aspettavi il tuo turno arrivava uno, in completo gessato e l’aria di chi non avesse mai lavorato in vita sua, che chiedeva: «Buongiorno Giggì, comme jamme? Famme ‘o piacere, famme ‘na bella pettinata.» Giggino con estrema cura gli phonava i capelli, senza averli lavati in precedenza e gli cospargeva il capo di lacca, un numero così alto di spruzzate di lacca che credo che l’origine del buco nell’ozono venga da quella bottega. Comunque quel tipo mi incuteva timore, quando c’era lui mettevo via i fumetti e prendevo un più rassicurante giornaletto porno. In quel periodo mia madre voleva che Giggino mi facesse i capelli a caschetto “come tutti gli altri bambini”. Io avevo le onde, le pieghe, i ricci. Il caschetto non riusciva, mia madre ci restava male, il barbiere si mortificava, io ero contento.

© Gianni Montieri

***

Simple Minds – Someone, Somewhere (in summertime) – Album: New Gold Dream (81, 82, 83, 84), 1982.

Testo:

Stay, I’m burning slow
With me in the rain, walking in the soft rain
Calling out my name
See me burning slow
Brilliant days, wake up on brilliant days
Shadows of brilliant ways will change all the time
Memories, burning gold memories
Gold of day memories change me in these times

Somewhere there is some place, that one million eyes can’t see
And somewhere there is someone, who can see what I can see
Someone, Somewhere In Summertime
Someone, Somewhere In Summertime
Someone, Somewhere In Summertime

Moments burn, slow burning golden nights
Once more see city lights, holding candles to the flame
Brilliant days, wake up on brilliant days
Shadows of brilliant ways will change me all the time

Somewhere there is some place, that one million eyes can’t se
And somewhere there is someone, who can see what I can see
Someone, Somewhere In Summertime
Someone, Somewhere In Summertime
Someone, Somewhere In Summertime
Someone, Somewhere In Summertime
Someone, Somewhere In Summertime

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in-side stories #21 – Tutti morti

biennale architettura 2010 - foto gm

in-side stories #21  – Tutti morti.

C’era questa cosa che eravamo morti. Tutti quanti, voglio dire. C’era, poi, quest’altra cosa, che non sapevamo cosa cazzo fare. Essendo morti per ultimi, i posti migliori per i lavori da fare da morti se li erano già presi gli altri. Cioè, sembrava la storia della nostra vita che si ripeteva anche dopo la fine. Come se il confine non marcasse una beata mazza. Comunque non che fossimo d’accordo con questa cosa di dover lavorare anche da morti. Ecchecazzo, c’era la questione del morire che non era roba da poco, e beffa delle beffe trovarsi un lavoro. Chi eravamo? Eravamo noi, le solite quattro o cinque teste di cazzo, che in vita avevano perso tutti i treni possibili e che a quanto pare avevano già fatto in tempo a perdere il primo Frecciamorte dal binario sailcazzo. In ogni caso ci trovavamo in una specie di terra di mezzo, no Purgatorio, per intenderci, quella era solo stata la grande trovata di quel gran figo di Dante, cioè se l’aveva inventata qualcun altro, lui era stato il primo ad usarla come si deve. Né inferno, né paradiso. La terra di mezzo somigliava più a un mega parcheggio vuoto. Tipo i centri commerciali dopo la chiusura solo che qui non c’erano coppie chiuse in macchina a scopare. Né vapore, né vetri appannati. Né dio, né diavoli. In fondo al parcheggio c’era una scrivania celeste (tranquilli, è un caso), dietro la scrivania stava seduto un tizio in jeans e felpa scura. Rayban e niente barba bianca. Ci guardava schifato. «Siete gli ultimi.» Fece. «Io sono Jack il distributore di incarichi, questo è tutto quello che dovete sapere di me. L’altra cosa che dovete sapere che sono rimasti quattro incarichi, tra parentesi: del cazzo, e voi siete in cinque.» Non sapevamo cosa rispondere, ci guardavamo le scarpe, né lui si aspettava una risposta. «Ecco come procederemo, vi chiamerò per nome, in ordine alfabetico. Quello che chiamo farà  un passo avanti e firmerà l’accettazione dell’incarico, dopodiché si avvierà verso il posto dove dovrà lavorare. Non vi è concessa la possibilità di negoziare.» Lo guardavamo come dei pirla che guardano il professore che sta per interrogare chi non ha studiato. Chiamò per primo LetteraA.

«Il tuo incarico sarà quello di contare le formiche presenti nella vallata in cui ci troviamo, il perimetro è infinito, dovrai regolarti tu. Dovrai annotare il numero delle formiche quotidianamente, suddividerle per tipo, sottrarre il numero dei cadaveri. Ogni settimana dovrai fornire un grafico che evidenzi la diminuzione o l’aumento delle formiche, il rapporto sul medio e lungo periodo. Questo lavoro sarà tuo per l’eternità e nessuno potrà sottrartelo. Una specie di posto fisso.» LetteraA a quel punto era diventato paonazzo, deglutiva senza riuscire a parlare. «Non ringraziarmi ragazzo. Ah Ah Ah. Firma qui.» LetteraA firmò.

LetteraB avanzò verso la scrivania, pensando che gli era andata bene, contare le formiche era proprio un lavoro del cazzo. «Tu dovrai piantare barbabietole dal lunedì al giovedì, raccoglierle dal venerdì alla domenica. Il raccolto dovrà essere portato nel fienile che comparirà di volta in volta, alle tue spalle, a tua insaputa, in orario sempre diverso. Dovrai fornire un resoconto del seminato e del raccolto. Giustificare la diminuzione di barbabietole e spiegarne l’aumento, dettagliatamente, come un fottuto manager agli azionisti.» LetteraB, pensava a cose tipo: porcocazzofigliodiputtanastronzopezzodimerda. Jack sorrideva. «Lo so, lo so, credimi è il meglio che possa capitarti da queste parti. Ora, per favore, firma qui.» LetteraB firmò.

LetteraC si guardava intorno con area indifferente, LetteraD lo spinse in avanti, «Muoviti.» «Fanculo.»«Il tuo lavoro consisterà nella formattazione delle stelle, sarai dotato di un computer e di un sofisticato software, ogni mattino poco prima dell’alba dovrai formattare le stelle. Sì, tutte. Tutte le costellazioni. Il lavoro dovrà essere pulito, rapido e preciso. Le stelle dovranno essere tutte ripulite dalle scorie da esposizione ed essere pronte a fare il loro mestiere entro il tramonto. Anche questo lavoro non prevede errori.» LetteraC era il più stupido di tutti noi, non si era mai fatto domande in vita, non se ne fece da morto. Firmò all’istante.

LetteraD aveva finito di fare il coglione,  era il suo turno. «Ti ho visto prima fare il gradasso con LetteraC, è una cosa che mi sta sul cazzo, ma che non inciderà sull’incarico che dovrò affidarti, tutto è già stabilito. Tanto è un incarico di merda come quello degli altri. Tu dovrai fare editing a tutti i libri che sono diventati best seller senza meritarlo. Dovrai correggere la grammatica, la sintassi, i tempi verbali. Dovrai cambiarne, se necessario, l’idea. In un certo senso dovrai riscriverli. Devi sapere che il tuo riscrivere non cambierà quello che è stato, né creerà dei nuovi, e migliori, lettori, servirà a rimettere un po’ d’ordine dove prima non è mai stato possibile, comincerai dai libri di Coelho. Ti avverto, mi sa che quelli sono proprio da riscrivere.» LetteraD che non aveva mai letto un libro in vita sua, ma che non era stupido, firmò.

«Resti solo tu LetteraE, come ti dicevo i lavori rimasti sono quattro. Non c’è lavoro per te. Purtroppo qui la regola è che tutti lavorino. Non posso farti rimanere.» Lo guardavo come si guarda qualcosa che non dovrebbe esistere, e forse era così. Chiesi che cosa ne sarebbe stato di me. «Ti devo rimandare di là.» «Di là dove, Jack?» «Nel mondo dei vivi, ti devo resuscitare, cazzo. Senti, mi dispiace ma non posso fare altrimenti.» «Come resuscitare? Ma sono tutti morti, che cazzo faccio di là, da solo?» «Non lo so ragazzo, credo che non potrai sfuggire alla noia. Potresti imparare a pescare, o quello che ti pare. L’unica cosa che posso prometterti è che appena ci inventiamo un incarico faccio in modo che vengano a riprenderti.» «Sì, ma io intanto che faccio?» «Prova a cominciare dall’inizio, ragazzo. Firma qui per il ripristino.» Firmai.

 © Gianni Montieri

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Arcade Fire – Afterlife – (album Reflektor, 2013)

Afterlife, oh my God, what an awful word
After all the breath and the dirt and the fires are burnt
And after all this time, and after all the ambulances go
And after all the hangers-on are done hanging on to the dead lights
Of the afterglow

I’ve gotta know

Can we work it out?
We scream and shout ‘till we work it out
Can we just work it out?
Scream and shout ‘till we work it out?
‘Till we work it out, ‘till we work it out
‘Till we work it out, ‘till we work it out

Afterlife, I think I saw what happens next
It was just a glimpse of you, like looking through a window
Or a shallow sea
Could you see me?
And after all this time
It’s like nothing else we used to know
After all the hangers-on are done hanging on to the dead lights
Of the afterglow

I’ve gotta know

Can we work it out?
Let’s scream and shout ‘till we work it out
Can we just work it out?
Scream and shout ‘till we work it out?

But you say
Oh
When love is gone
Where does it go?
And you say
Oh
When love is gone
Where does it go?
And where do we go?
Where do we go?
Where do we go?
Where do we go?

And after this
Can it last another night?
After all the bad advice
Had nothing at all to do with life

I’ve gotta know

Can we work it out?
Scream and shout ‘till we work it out?
Can we just work it out?
Scream and shout ‘till we work it out?

But you say
Oh
When love is gone
Where does it go?
And you say
Oh
When love is gone
Where does it go?
Oh
When love is gone
Where did it go?
And where do we go?

It’s just an afterlife
It’s just an afterlife
It’s just an afterlife with you
It’s just an afterlife

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in-side stories #20: Appunti per un racconto da scrivere

Berlin - foto gm

in-side stories #20 – Appunti per un racconto da scrivere

Premessa o incipit: La storia che si andrà a scrivere avrà una premessa. Per premessa si intenderanno alcuni avvenimenti che saranno accaduti prima della storia, che la storia influenzeranno ma che non entreranno nella stessa. La premessa è che uno scrittore italiano stia giocando a calcio balilla con David Foster Wallace in un posto di non facile definizione e localizzazione. Quello che sappiamo è che il posto non è su questa terra, in quanto sia lo scrittore italiano che David Foster Wallace sono morti. L’altra cosa che sappiamo è che questo posto ha un bar e che nel bar ci sono dei bigliardini. Lo scrittore italiano sta vincendo e se la ride. E continua a ripetere a David Foster Wallace di parlare meno. Foster Wallace suda copiosamente.

Il corpo della storia: La storia dovrà cominciare la sera in cui muore il musicista e cantante rock Lou Reed, perciò in una domenica di ottobre dell’anno 2013. La storia non dovrà fare accenno alcuno allo scambio di tweet tra Emanuele Filiberto di Savoia e Wu Ming sulla morte di Reed, perché allo scrittore italiano di cui si parla nella premessa non piacerebbe. La storia potrà fare accenno alla biografia di Lou Reed, a come è stato ricordato, se bene o se male deve deciderlo il lettore. L’album Berlin deve essere citato nella storia. Si possono aggiungere ma solo sullo sfondo: Patti Smith e David Bowie. Per esempio è possibile inserire un giornalista che raccolga delle loro finte testimonianze. Non provare nemmeno a far entrare nel racconto il ricordo di Gramellini o Riotta. La storia dovrà, in seguito, avere il seguente sviluppo: Una donna italiana che si occupa di editoria, una donna in gamba che sa fare il suo lavoro come si deve, nel momento in cui la storia avrà il suo svolgimento, starà correggendo (lavoro redazionale) un’antologia che andrà nelle scuole o in posti ancora più pericolosi. Tale antologia avrà un ipotetico e improbabile titolo che somiglierà a (a) Approccio a un’opera (b) Come avvicinarsi a un libro (c) La prima cosa è imparare a scegliere (d) Arrivare all’opera attraverso l’autore. La donna in questione dovrà avere tra i trenta e i quarant’anni, per nome non avrà un diminutivo, odierà l’antologia che sta correggendo e, più precisamente, odierà i criteri di selezione degli autori e la loro collocazione in determinate categorie. Lei non potrà impedire che questa antologia vada in stampa. Qui di seguito si forniscono alcuni esempi che si potrebbero usare o dai quali prendere spunto, se vi sembrano troppo distanti dalla realtà, pazienza. (a) Caroflglio tra i fumettisti (b) Carrisi (non Albano) ne “il giallo” vicino a uno come Dürrenmatt (c) Ammanniti trasversale, presente in tre o quattro capitoli, la questione Io e te deve essere trasposta in un nuovo rapporto Io a molti. Si dovrà inventare una vita privata alla ragazza, deve soffrire mentre svolge il suo compito ma ricordatevi che deve essere molto ironica e molto intelligente. La vita privata non deve essere strana per forza, ricordarsi di non scrivere cazzate. Il rock deve entrarci. Lo scrittore italiano della premessa deve essere stato, in vita, molto amico della ragazza. Può anche avere lavorato con lei. Lo scrittore in questione si incazzerebbe a morte se si trovasse tra le mani una di queste antologie e sarebbe dispiaciuto per la morte di Lou Reed. La scelta del clima è libera.

Finale: Ci sarà libertà ma anche un vincolo. La libertà è sull’antologia e sulla ragazza. L’antologia potrà non uscire, gli studenti potranno bruciarla in piazza, gli studenti la ameranno e scriveranno e diventeranno famosi come Moccia, ecc. La ragazza non è un’eroina, potranno solo girarle i coglioni o essere soddisfatta. Il vincolo sarà il seguente: Lou Reed dovrà arrivare nel posto dove David Foster Wallace le sta prendendo a bigliardino dallo scrittore italiano, dovrà salutarli. Lo scrittore italiano dovrà dire: “E tu che cazzo ci fai qua?” e aggiungere: “Sei capace a calcetto?” Lou Reed dovrà rispondere: “No, ma posso imparare.” E ancora: “Ma prima che io impari a giocare c’è qualcosa di cui dovresti occuparti, hanno messo Carofiglio nei fumetti.” Lo scrittore italiano guarderà Foster Wallace e Lou Reed e dirà: “Cazzo. Questa la finiamo più tardi, allenatevi intanto.”

E adesso che qualcuno la scriva. Avete dalle 6000 alle 8000 battute. Una volta scritta la storia potete inviarla all’indirizzo email della redazione: Poetarumsilva@gmail.com .

@Gianni Montieri

***
(grazie a Francesca per l’idea)

***

Lou Reed – Sweet Jane (Loaded, 1970)

Standing on the corner
suitcase in my hand
Jack’s in his corset, Jane is in her vest
me, honey, I’m in a rock ‘n’ roll band
Ridin’ in a Stutz Bearcat, Jim
you know those were different times
All, all the poets they studied rules of verse
and those ladies they rolled their eyes

Sweet Jane
Sweet Jane
Sweet Jane

Jack, he is a banker
and Jane, she is a clerk
and Both of them save their money
when they come home from work
Sittin’ down by the fire
radio does play, look classical music there, kids
“The March Of The Wooden Soldiers”
you can hear Jack say

Sweet Jane
Sweet Jane
Sweet Jane

Some people like to go out dancing
and other people like us, we gotta work
And there’s even some evil mothers
they’re gonna tell you that everything is just dirt
And you know that women never really faint
and that villains always blink their eyes
That children are the only ones who blush
and that life is just to die

Anyone who ever had a heart
and wouldn’t turn around and break it
Anyone who ever played a part
and wouldn’t turn around and hate it

Sweet Jane, Sweet Jane, etc.
Sweet Jane, oh honey, Sweet Jane

***
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in-side stories #19 – Così come dovrebbe essere (poesie a LB)

storie da strappare - Belém, foto di GM

(oggi la rubrica fa una piccola deviazione, come è giusto che sia)

***

I

Così come sempre dovrebbe essere.
Frase che ci ripetevamo all’infinito
cos’erano quei messaggi, quegli scambi
di battute tra due che sembrano
saltati fuori da un libro di McCarthy
te lo dico io cos’erano, vecchio mio
erano cosa preziosa che adesso è mancanza.

II

Anche su questo avremmo detto poco
il Napoli che le ha prese dalla Roma,
la Juve dalla Fiorentina. Uno o due
commenti e ce la saremmo messa via
le partite, si sa, chiudono al novantesimo
come tutto dovrebbe essere.

III

A ottobre esce Eggers, ti ho scritto
non mi fa impazzire, hai risposto
a me piace, bella conversazione
ho aggiunto, e poi una faccina,
come sempre dovrebbe essere,
hai chiuso. Ma eravamo scemi?
Non lo so, non credo, ma ci capivamo
al volo. Alla fine Eggers non è un granché
e ti sei risparmiato il nuovo di Scurati
come per tutti dovrebbe essere.

IV

Il mio treno si è fermato a destinazione
come sempre dovrebbe essere
in fondo ai binari c’era ad aspettarmi
chi per me significa casa, vita
dovrebbero pulirli i vetri dei treni
per quella faccenda della luce che sai
qui sull’acqua la luce abbonda.
Ti mando pensieri liquidi, stupidi,
terribili e veloci. E un’altra carezza.

***
@ Gianni Montieri  – inediti (ottobre 2013)

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Pearl Jam – Just Breathe – (Album Back Spacer, 2009)

Yes I understand that every life must end, aw huh,..
As we sit alone, I know someday we must go, aw huh,..
I’m a lucky man to count on both hands
The ones I love,..

Some folks just have one,
Others they got none, aw huh,..

Stay with me,..
Let’s just breathe.

Practiced are my sins,
Never gonna let me win, aw huh,..
Under everything, just another human being, aw huh,..
Yeh, I don’t wanna hurt, there’s so much in this world
To make me bleed.

Stay with me,..
You’re all I see.

Did I say that I need you?
Did I say that I want you?
Oh, if I didn’t now I’m a fool you see,..
No one knows this more than me.
As I come clean.

I wonder everyday
as I look upon your face, aw huh,..
Everything you gave
And nothing you would take, aw huh,..
Nothing you would take,..
Everything you gave.

Did I say that I need you?
Oh, Did I say that I want you?
Oh, if I didn’t now I’m a fool you see,..
No one know this more than me.
As I come clean.

Nothing you would take,..
everything you gave.
Hold me till I die,..
Meet you on the other side

***
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in-side stories #18 – Angeli

foto gm - biennale architettura 2010

in-side stories #18 – Angeli

Il messaggio da parte del suo angelo gli venne recapitato quando mancava poco alla fine dell’incontro. Era la seconda volta che partecipava a questa specie di meeting. Si svolgevano in una casa appena fuori città. Una casa bellissima. C’era questa tizia che parlava con gli angeli, li vedeva e cose del genere. Ti iscrivevi, versavi una quota, ascoltavi le storie che raccontava, poi arrivavano i messaggi per i partecipanti, i più fortunati, perché non era detto che il tuo angelo avesse un messaggio da darti o che avesse voglia di parlarti. Per come la vedeva lui, alcuni dei partecipanti avevano un aspetto, un modo di fare, che l’angelo di pertinenza avrebbe lasciato l’incarico solo a vederli.

La tizia gli appoggiò la mano sulla spalla e disse: «Il tuo angelo ha due messaggi per te, vuoi ascoltarli?» «Certo, voglio dire, siamo qui apposta no? Tutta la faccenda è questa no? ascoltare il messaggio?» Lei chiuse gli occhi e sorrise: «Devi lasciare il tuo lavoro e aprire un laboratorio di dolci vegani e perdonare tuo padre.» Ma che cazzo significava? Era rimasto lì tutta la sera ad ascoltare la predica e tutti i messaggi che ricevevano gli altri per questo? I tizi per i quali la posta era arrivata prima, si erano sentiti consigliare abbracci, annunciare ritorni di mogli partite con chissà chi e per chissà dove, nascite di figli, fratelli rilasciati sulla parola, trasferimenti in città più belle di quella topaia. A uno addirittura era stata promessa una medaglia d’oro alle olimpiadi, uno che a vederlo non aveva mai fatto sport in vita sua. E a lui toccavano i dolci vegani? E peggio ancora di perdonare quel bastardo di suo padre? Guardò la tizia che continuava a tenere gli occhi chiusi e le chiese se fosse sicura che i messaggi fossero proprio quelli e quelli soltanto. Lei rispose con un cenno affermativo della testa. Passò a quello dopo di lui per il quale il messaggio diceva di non stare in pena che presto tutto si sarebbe risolto. Il succo della serata era che gli angeli avevano tolto l’angoscia a tutti meno che a lui. Il suo angelo doveva essere un dannato figlio di puttana. Si alzò e se ne andò ancora sconvolto. Non partecipò mai più a quegli incontri.

Negli anni successivi la sua vita prese una certa piega. La fabbrica di arredi per cui lavorava, fallì. Visse per un po’ con il sussidio di disoccupazione. Sua moglie disse che visto come stavano andando le cose se ne sarebbe andata via per un po’. Pensò che non l’avrebbe più rivista, fanculo. Suo padre morì l’estate successiva. A quei tempi non aveva preso nemmeno in considerazione l’ipotesi di perdonarlo. Né lo avrebbe fatto a posteriori.  Andò a vivere in un’altra città. Prese a bere moltissimo. Poi smise. Lavorò come meccanico. Intanto, di sera, faceva il cameriere in un ristorante. Si licenziò da entrambi i lavori. Cambiò di nuovo città. In questa seconda città ebbe una donna. Questa donna aveva una lavanderia in centro, lavorò per lei. L’anno dopo la donna lo lasciò e lo licenziò.  Cambiò città. Trovò lavoro in una ditta di trasporti. Faceva consegne con un furgone bianco e rosso. Gli piaceva il rosso. Ebbe qualche saltuaria relazione. Si era trovato un paio di buoni amici. Questo lavoro gli piaceva. Una mattina mentre faceva il suo giro di consegne, una bella mattina di febbraio, si trovò coinvolto in un incidente stradale. Era certo che la precedenza fosse sua, l’altro tizio, che guidava una vecchia Audi nera, non la pensava allo stesso modo. Una parola tira l’altra e il tizio dell’Audi lo accoltellò. Morì sul colpo. In tutti quegli anni il pensiero di fare il pasticciere vegano non l’aveva mai sfiorato.

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© Gianni Montieri

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Vasco Rossi – Gli angeli (Album: Nessun pericolo per te, 1996)

Quello che si prova
non si può spiegare qui
hai una sorpresa
che neanche te lo immagini
dietro non si torna
non si può tornare giù
Quando ormai si vola
non si può cadere più….
Vedi tetti e case
e grandi le periferie
E vedi quante cose
sono solo “fesserie”…
E da qui….e da qui…
…qui non arrivano gli angeli
con le lucciole e le cicale..
E da qui….e da qui….
“non le vedi più quelle estati lì”
“quelle estati lì”

Qui è logico
cambiare mille volte idea
ed è facile
sentirsi da buttare via!!
Qui non hai “la scusa”
che ti può tenere su
Qui la notte è buia
e ci sei soltanto tu
Vivi in bilico
e fumi le tue Lucky Strike
e ti rendi conto
di quanto le maledirai…..

E da qui….e da qui…
qui non arrivano “gli ordini”…
a insegnarti la strada buona…
E da qui….e da qui….
QUI NON ARRIVANO GLI ANGELI!!

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