In questo ricordo mi perdo

In questo ricordo mi perdo

foto fonte google / pubblico dominio

In questo ricordo mi perdo

di Raffaele Calvanese

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Settembre rimette a posto le cose, lo ha sempre fatto. È sempre stato così, a Settembre rimetti insieme i pezzi, ci rifletti su, dai un senso ai pensieri e forse tiri un il fiato, conti fino a dieci, e il più delle volte comincia a piangere prima d’arrivare a nove.

– Settembre rimette a posto le cose.

Lo diceva sempre Mario, il proprietario dello Shaker Bar. Lo conoscevo da quando ero piccola.

Prima, all’inizio, le cose sembravano facili. I miei d’estate mi portavano in vacanza, ci rimanevo tutta l’estate. Anche quando i miei dovevano lavorare potevo stare lì con mio fratello e con la zia di mio padre. Teneva d’occhio me e i miei cugini che abitavano di fianco a noi. In quella casa ci andavamo solo d’estate. Mio padre l’aveva comprata nello stesso condominio di sua sorella. In quel parco c’erano tante persone che venivano da casa nostra. Scauri era molto vicina, una colonia in pratica. Poco dopo essere entrati nel Lazio era come stare a Gaeta ma costava meno, e non ti confondevi con quelli che andavano a Baia Domitia. Era come stare a casa, ma con il mare. Con la pizza un po’ meno buona e col gelato che gocciolava sempre più che a casa. Non l’ho mai capito perché, ma lì il gelato era sempre più difficile da mangiare. Quando passavi il ponte eri quasi arrivata, pochi minuti ed eri lì, un paio di semafori ed eri a casa, nel parco, c’era sempre qualcuno che era già arrivato, lo trovavi già nel lì, scendevo dall’auto di corsa e lo salutavo. Sempre così, tutti gli anni.

Allo Shaker bar c’era un juke-box che suonava ininterrottamente da giugno a settembre. C’era sempre qualcuno che sceglieva  una canzone, quando non si avvicinava nessuno ci pensava Mario.

– Quando entri qui e senti il juke-box suonare avrai meno vergogna ad avvicinarti e a scegliere la prossima. Se il Juke Box fosse in silenzio nessuno avrebbe il coraggio di venire a scegliere la prima canzone.

Mio fratello e gli amici facevano un gioco idiota, mettevano la stessa canzone decine di volte di seguito, fino a che si avvicinava qualche adulto e li faceva smettere, cosa che però non succedeva sempre, quindi poteva capitare di doverti riascoltare una canzone di Luca Carboni anche venti volte. A loro magari la canzone non piaceva ma era diventata una sfida di resistenza. “Il gioco dell’estate”. Rimettere la canzone più insulsa presente nel juke-box a nastro.

Al mare venivano un sacco di famiglie di Caserta. Molti erano amici dei miei. Alcuni colleghi, altri parenti, amici di amici. Insomma, anno dopo anno ci si conosceva tutti. Era come essere in un porto franco, dove potevi essere un po’ più onesta, libera, non lo so perché, ma a me pareva che fosse così.

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