In giardino

Viviana Fiorentino, In giardino. Nota di lettura

Viviana Fiorentino, In giardino, Controluna edizioni 2019, pp. 72, euro 9,90

Non sono soltanto i riferimenti dichiarati, a Paul Celan e a Franco Fortini “maestri di poesia”, a introdurre il lettore alla raccolta di Viviana Fiorentino In giardino (Controluna edizioni 2019): nello spazio del giardino che pare lo stesso affrontato da altre voci di donne − vengono in mente la poesia di Silvia Salvagnini, con gli slanci vitali e prosastici de Il giardiniere gentile (qui) e Francesca Brandes con le sue Storie dal giardino (qui), accoglienti e liriche − l’autrice insedia natura e guerra, viaggio ed esperienza, dialogo e lentezza ma anche la mancanza di parola di fronte alla morte dei migranti (nella sezione dedicata alla Siria) o il silenzio del distacco umano dall’altro.
Testi ancorati alla tradizione anche nella scelta metrica, immersi nella realtà e in grado di strapparne i contorni, senza mai procedere verso una sperimentazione fine a se stessa né rieducare il proprio dire. I temi naturali non sono inselvatichiti dalla sovrabbondanza del poetare ma riuniti dentro la “terra straniera” in cui l’autrice (siciliana) ha trascorso anni: sono paesaggi di neve ma anche sponde marine dove l’io si riconosce, acque di altre città e luoghi altri in cui muoversi, alla scoperta dell’altro per cercare il sé.
In una selezione di poesie apparse qualche mese fa (qui) si attraversano tempi e spazi di ri-costruzione, di “a perdere”; versi in cui la presenza manca di nome o si sottrae semanticamente, fatto che coinvolge l’intera raccolta. Ed è il “dove” a descrivere questo andirivieni tematico, un “dove” che crea e re-inventa le proprie direzioni senza dimenticare gli ingredienti principali e fondativi cui Fiorentino si rifà, anche nella sintassi poetica generativa.
Una nota non di poco conto: l’autrice è una pluriartista ed ha realizzato la propria copertina; scrittrice in prosa (ha da poco pubblicato il romanzo Tra mostri ci si ama per Transeuropa), si occupa di traduzione e insegna letteratura italiana al Crescent Art Centre di Belfast, città in cui vive.

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© Alessandra Trevisan

Poesie da “In giardino” di Viviana Fiorentino

Viviana Fiorentino, In giardino, Controluna edizioni, pp. 72, euro 9,90

 

Inverno

Zähle die Mandeln,
zähle
Mohn und Gedächtnis, Paul Celan

E forse questo è inverno,
il giardino straniero
annaffiato di pianto e sangue.

O forse terra di destini
tra le macerie del secolo,
o le mandorle e il tempo,
che ora sguscia
ancora fuori
e lo sforzo di rifare e tornare
del ramo di susino.

Tu mi dici che la corona
è rosa, è tempo che riarde
nella catasta di legnetti.

E io ti credo, ancora
e aspetto il tempo
che torni dentro il guscio.

Di nuovo io ti credo,
anche se poi esco e vado
a cercare se il cielo
è integro tra i rami del susino.

E tu mi dici e io ti credo
che la pietra diventa fiore.

Allora io conservo quel fossile,
l’ammonite muta,
la voce fedele ed esile,
di un mare come in tasca.

E io ti prego e vado fuori,
nel giardino straniero,
e per la rosa
quest’inverno
e pianto pietre
che si faranno fiori.

E forse sarà ancora l’inverno
il battito sepolto
che odora eterno
sotto
di noi
ingenui tra mura di gelo.

 

Venezia

Tra queste pietre che affondano in acqua,
cianofite e patine algali,
in un buio di madre e strade
camminiamo tra budella di pietra
arcane come il cuore umano.

E questo è il sogno tu mi dici
e la pietra che vedi
che dall’acqua ora emerge
sfinita.

E quel che senti non sai
se da verdi escrescenze
marine
o da labbra d’oro e d’oblio
proviene.

O forse è acqua lo specchio in te,
dilaga e inonda,
occulta cupa l’onda immemore
del tuo niente.

 

Neve

Poi arrivò la neve, portai in stanza
la lettera, chiamai la gatta in casa,
ogni parola misi
al riparo,
la coltivai nel cavo della gola.

Chiuse dentro le sillabe trattenni
come semi che aspettano di aprirsi,
per un colpo di vento,
per un raggio di sole,
una domanda.

 

Ogni cosa

Ho scoperto che
i fiocchi di neve e poi i loro nomi
nella lingua straniera
sono le paillettes nei tuoi occhi.

Sono anche, per esattezza di tempo,
un nome scritto nell’aria di marzo.

Comunque sono gli anni
fra me e te, i gesti che più non ritornano,
ormai disfatti in una luce nuova.

E questa poi forse è la misura,
gli anni lasciati indietro nella neve
e questi fiocchi che io adesso inghiotto.

L’andare oltre il pianto,
giungere a questa gioia,
unica o muta,
che tenace rimane
e nasce nel colore di ogni cosa.

 

Damasco II

In una sera di giugno tu e io
in piazza guardammo il sole al tramonto,
la torre in alto bucava l’azzurro.

Con la tua voce di rosso che brucia
nella città della seta, dicesti,
ci saremmo un giorno, tu e io, incontrate.

*
Poi gli anni trascorsero silenziosi,
attendeva la città delle spezie
quel nostro viaggio per vecchie strade.

E noi non ci accorgemmo,
tra mie indecisioni
Meridiani erano rete del tempo.

*
Vedemmo il sole tramontare ancora,
portò tutto dietro l’orizzonte.

La tua voce di rosso,
le mie mani incerte,
i Seri che cardavano
con un piccolo pettine
sottili fili, sete,
Palmira e Petra
ignoti occhi, Oriente
dedali,
e luci e spezie e cose
tra i templi nei mercati
e falò di profumi
labirinti di stoffe,
bambini, braccia, gambe e mani e secoli.

Gli enigmi di sorrisi sugli scisti
e sepolture antiche
negli orizzonti obliqui dei deserti.

*
Trema la terra, dicono
colonne in fumo,
ci manca il pane, dicono
sono informazioni di sicurezza
ma non è gente, dicono,
che guardi l’orologio.

*
Hanno lasciato chiusi
padre e figlio nell’auto,
per tre giorni nell’auto
morti, i cecchini.

*
Sulla strada
verso quel paese che guarda Cipro,
siamo noi adesso ferme.

*
Rimaniamo in silenzio,
oltre le acque del mare,
montagne, oltre i deserti.

*
Mi sentivi mentre io camminavo?
In città noi ci saremmo incontrate.
Ma io non c’ero più
né tu e la città che
non aveva più nome.
Uscii per raggiungerla
ma le case non c’erano,
né strade che portassero
in qualche luogo o parte.

Era tramontato il sole a quell’ora,
e altre cose aveva portate giù,
perché la notte inghiotte.

Bambini, uomini, donne.

C’eri anche tu tra loro?
Sotto calce e mattoni,
sotto il fragore delle esplosioni?

Tu mi senti mentre io ti raggiungo
sulla strada dove si carda seta
e dove si pettinano le foglie?

Mi senti, noi camminiamo all’indietro,
mentre il sole più veloce tramonta.

*
Non hanno occhi tra le macerie più
per vedere, non hanno
occhi più.

*
Aspettiamo, siamo da qualche parte,
unpronunced come sillabe
non dette.

*
Dico, vicino all’Eufrate e il Mar Morto,
poi la città dov’era?
Le montagne si sono ripiegate,
La Turchia, la Giordania,
i confini del mondo,
il tempo accartocciato,
tra te tra me macerie,
tempo,
sulla carta della vita, cos’era?

*
Il silenzio ha poi un’eco.
Dai confini di sabbia,
dove le linee non esistono,
e la memoria di me che non è me
si perde, dal deserto,
sulla via sopra il livello del mare,
dove il sole e il cielo non tramontano,
siamo rosa e spezia e sale e bambino,
siamo cosa come terra inghiottita,
millenaria anche in cielo.

 

© Viviana Fiorentino