In Apulien

Lucio Toma, inediti

AGIOS LEON

Poche case forse non bastano
a farne una località su Google maps,
perché Agios Leon non è in fondo
che il ricordo di un volto sbucato
dal vento dentro i miei occhi
di passaggio che nessun satellite
ha mai scovato.
——————-Agios Leon resta
l’ago di un dito che punta
a cucire la distanza dal passato
alla strada di quel turista
in cerca della rotta giusta
prima di finire in mare
a Porto Limnionas. (altro…)

In Apulien, 15 – Angela Greco

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate. La quindicesima tappa è dedicata ad Angela Greco, nata e residente a Massafra.

Angela Greco AnGre 1 dicembre 2015

Salomè decide per se stessa
(inedito, 2016)

(Chiede la sua testa,
ma non basta un vassoio d’argento a contenere il disgusto.)

Erode Antipa è bellissimo e ha il fascino di chi comanda.
Salomè danza per lui con il macabro pegno ai suoi piedi.
Erodiade occupa un’altra stanza ed i commensali hanno voltato le spalle.
Salomè danza tra veli e sfumature di rosso. Gli occhi orientali ridono.

“Non è stata mia madre. E neppure il Battista.”

Erode la omaggia di sguardi e sotto la tunica accade qualcosa;
Salomè danza sempre più vicina e con i veli annuvola il di lui cielo.

(Nel Palazzo fremono i preparativi per la festa
ed il tempo è propizio alla congiura adesso che il predicatore tace.
Hanno pranzato insieme un tempo non lontano, ma ora è diverso.
Le vesti bianche contrastano ferocemente i pensieri
e si definiscono i dettagli dell’imminente cambiamento.)

“Danzi solo per me, Salomè?”
Ride Erode della retorica e della bella fanciulla;
la prossima testa a cadere ai piedi di lei sarà la sua e lui lo sa.
Salomè danza. Danza e aspetta.

* * *

secondo tempo
(inedito, 2016)

[…]

Cecilia venne tratta dal marmo nella stessa posizione
del martirio e del collo segnato dalla spada.
Il volto della fanciulla si può solo immaginare.
Del coraggio si sente ancora la voce ferma e fiera.

Fuori una rosa guarda maggio oltre le spine.

[…]

Ogni giorno ha il suo santo che canta.
Lo sguardo al cielo non è facile se soffri di cervicale.

Pietro ha sofferto non poche esitazioni lungo il cammino
eppure mia madre non ha mai smesso di seguirlo.

[…]

Un fado portoghese racconta solitudine
davanti allo specchio le dita intrecciano note
e la fisarmonica riempie la stradina inattesa.
Ho guardato la luna pochi passi prima
tra le foglie di basilico si nasconde il mare.

Che attinenza abbiano i santi con il vecchio paese
lo sanno soltanto quelle note nostalgiche e la luna.

[…]

L’anziano musicista si guarda allo specchio
per farsi compagnia.
La casa ha l’uscio socchiuso su una calla bianca:
è appena fiorita l’immagine della sera
ma a lui importa soltanto il suo ricordo.

Esco dalla casa difronte per incontrare la sua donna.
Sono in molti a pensare che lei non ci sia più
eppure la musica l’abbiamo ascoltata tutti.

[…]

«Lasciami i santi a cui raccontare bugie»
non ha tutti i torti la fisarmonica.
Mentre il fado raggiunge il mare
stridono le pietre
nella manovra che ci riporterà a casa.

* * *

Scene e personaggi
(da Anamòrfosi, 2016 – in uscita)

§

Abbiamo un Amleto in comune
a cui affidare una trama e svelare una follia.
Al termine della scena si spegnerà la luce
e si riempirà la stanza senza palcoscenico.

Entra per la stessa porta e chiudi subito.
Togli pure la maschera. Non servirà.

Racconta la vicissitudine della notte che hai ascoltato
di là da dietro il giorno, oltre la tenda, l’inganno:
hai visto quei volti bianchi di menzogna e hai riso
di inatteso stupore.

(sulla torre si fa sacra la notte al canto della civetta
e gli occhi conoscono bene il corridoio da percorrere)

Questa rappresentazione ha sortito applausi scroscianti
e preciso il tuo indice ha indicato il punto e il motivo
dove guardare, su cui scrivere, da cui fuggire.

Quel dire, però, non ha capacitato la platea
che riottosa ha lasciato il teatro nella nebbia.

(sulla torre si fa sacra la notte e la civetta è una lira
e la mano conosce bene il luogo da raggiungere)

Entra, l’attesa è conclusa. Il Novecento sta finendo
e con esso abbiamo finalmente una deriva
da accusare. (altro…)

In Apulien, 14 – Francesco Cagnetta

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate. La quattordicesima tappa è dedicata a Francesco Cagnetta, nativo di Terlizzi.

Francesco_Cagnetta

Ho ascoltato per la prima volta nell’estate del 2015, tra i sassi di Matera, i versi di Francesco Cagnetta, chiari, ruvidi, diretti. La lettura, successiva all’ascolto, dei suoi inediti ha rafforzato l’impressione iniziale di un dettato sicuro che attinge a due fonti primarie: i viaggi quotidiani nelle letture amate – Vittorio Bodini innanzitutto – e l’altrettanto quotidiano duetto con un tempo storico vissuto per lo più come antagonista. Di qui l’alternanza, nei testi, di autoritratti che alla narrazione di allenamenti a un’opposizione, che si riconosce come strenua e vana, affiancano la constatazione, ridotta all’essenziale, di un’identità “disossata”,  e di precetti non privi di ironia, tutti – autoritratti e precetti – lanciati da avamposti scomodi, spogli, spolpati (il paesaggio delle Murge emerge qui, oltre che nelle immagini, anche attraverso scelte linguistiche legate a varietà di quell’area geografica), dinanzi a nemici che si sono resi invisibili. (Anna Maria Curci)

Alla mia stagione
facevano tremare i palazzi
scuotere gli arbusti di sussurri
e parole abbiette,
crocifiggere gli abissi
con la tempra della forca
e i confini della propria vigna.

Forse, che le tonache
non siano ancora dismesse.
Che il crepitio
sia del tutto indifferente
che la tenacia dei muscoli
sia rimasta sopita.

Che sia tutta colpa della foschia
frapposta tra lo sguardo ed i nervi.

*

Ho comprato attrezzi ferrosi
per allenare i muscoli
tutti i santi giorni.
Riscaldato il cuore
accelerato il battito
scandito
alle intermittenze della notte.
Ho la compostezza delle vene
espanse di bolle d’aria
che si fanno strada nel sottopelle
e nervi duri
da poter contrarre gli oceani.
Mi strozzo di fibre proteiche
ed alimenti ipercalorici
per ingrassare il temperamento
e la tenacia delle lame sottili
affilate per l’occasione.
Ho issato le bandiere di avvistamento
affinato i radar
e la percezione dell’olfatto.
Ho indossato l’armatura di frittura
l’elmetto di cartoccio
per la chiamata alle armi.

Ma qui il nemico non si vede! (altro…)

In Apulien, 13 – Francesco Lorusso

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate. La tredicesima tappa è dedicata a Francesco Lorusso – poeta veramente “appartato”, come lo definisce Vittorino Curci – e alla sua raccolta L’ufficio del personale, pubblicata in questo anno 2014.

UFFICIO DEL PERSONALE Lorusso 2

Francesco Lorusso, L’ufficio del personale, La Vita Felice, 2014

Nota di lettura di Anna Maria Curci

Non sfugge, nel titolo della raccolta di Francesco Lorusso, la duplice accezione del termine “ufficio”: luogo di lavoro da un lato e pratica quotidiana spirituale. L’associazione con il Libro di devozioni domestiche di Brecht trova qui, dunque, una sua ragion d’essere.  Anche il complemento di specificazione che segue, “del personale”, non disambigua, ma rafforza l’accoglimento del doppio significato del termine, suggerendo l’andare di pari passo della dignità della persona nel lavoro, dignità sistematicamente degradata,  e della considerazione, appunto, individuale, “personale” sullo stato del degrado (lo stato, sì: e lo Stato? “Apparente”, come suggerisce il testo conclusivo, che si apre con una citazione da Habemus Capa di Caparezza?).
Dell’esercizio quotidiano testimonia tutto il volume: l’esercizio di uno sguardo che coglie privazioni e deprivazioni, l’esercizio di un udito che non può fare a meno di avvertire dissonanze e gracidii. Nel dettato poetico,  controllato e pieno, meditato e musicale, i richiami letterari, così come quelli evangelici e ‘devozionali’, e la forza visionaria, ponte tra i tempi, delle immagini da “terra desolata”  sono amalgamati, con una formula che unisce sapienza di letture a originalità dell’espressione,  in inventari, talvolta intervallati da una voce verbale, prevalentemente al tempo presente.  La struttura dei testi, articolati spesso in terzine o in quartine,  suggerisce con il suo rigore che “l’ufficio” è esercizio nel quale la ragione, il discernimento critico non possono, non devono mai venire meno, a dispetto di chi ne vorrebbe, e ne pratica con intenzionale dissennatezza, la smobilitazione.  La lotta c’è – qui perfino l’azzurro è «senza odore» -, non la si tace; al contrario, se ne manifestano i contendenti, i rivali esterni e interni: l’affanno, il sonno, la tentazione della resa, lo schiacciamento, il bitume che tutto copre, il martello pneumatico, l’asfissia, il grasso permanente, l’istituzionalizzarsi della precarietà. Allora il ricorso all’allitterazione, il gioco sulla polivalenza dei termini, non è mai sfoggio, ma strumento espressivo brandito con cosciente determinazione.

©Anna Maria Curci

Nelle affannose corse del mattino

Nelle affannose corse del mattino
l’ultimo Stato sta smarrendo nel pallore
il bronzo conquistato sulle prospettive
dei corrimano eleganti della rivoluzione.

Oramai non arrivano più le farfalle
per noi solo occhi chiusi verso il sole
sulla strada dove la segnaletica lontana
ha posto le ali dei suoi consensi vietati.

(p. 9)

Il sonno frena bruscamente

Il sonno frena bruscamente
nell’odore sbadigliante del chiuso
risvegliando la quiete sulla Zona,

lo sciacquio gommoso di un dosso
determinato a fare scudo sul sociale
che per tutti funziona inarrestabile.

L’immagine si è sciolta negli occhi
riprende smemorata i suoi margini,
solo le poche cose ora resistono.

(p. 10)

Come gli addobbi feriti

Come gli addobbi feriti
si oltrepassa la serata insieme
per tremare nascosti nella luce

ci rimane un ridere rasoterra
uno stare nella pioggia continua
distribuendo male le stagioni dell’oggi.

La divisa sempre appena stirata sulla sedia
da una madre sveglia ancora come prima
che pone tra il caffellatte l’ultimo zucchero.

(p. 30)

Ti sollevi i nervi posandoti

Ti sollevi i nervi posandoti
con le ore fuori dal giorno
e nel sonno sai che sei nuovo
sul filo dell’azzurro senza odore
nella polvere sbalordita dalla cattura
del grasso personale consumato male
con il tuo posto messo fra quello di tutti
a possedere il ritmo del dondolio senza speranza.

(p. 32)

Stilla dalla polla

Stilla dalla polla
e poi si stipa
tra i posti sconosciuti
la spina dei conti asciutti
fatta degli estratti di sudore.

Scorrendo una eleganza
in situazione plebea,
cronache recenti ed eguali
dentro agli stipiti colmi
gli avvenimenti di luci.

(p. 38)

Si trova persino nel pane

Si trova persino nel pane
la mano che non lavora
l’obbligo di dipingersi
alla precarietà del ritrovo.

Si raffredda la debolezza
nello scambio del coraggio
dove l’offerta si ammassa
e ne finge il protagonismo
che ride nella medesima luce
con le sue spalle malferme.

(p. 48)

Ci distrae il buon mercato

Ci distrae il buon mercato
con la veloce sua etica subìta
dove ognuno ne colma senza approdo
preso pienamente nella pura corrente calma.

La bontà che ti impoverisce
per sé usa una presenza inutile
l’ombra di un profilo che non muta
appoggiata bene alla coerenza acuta e bieca.

(p. 51)

Ha un valore sconnesso il nuovo asfalto pedonale

Ha un valore sconnesso il nuovo asfalto pedonale,
troppe mani decise ci son passate sopra,
assicurandosi l’inutile coperta, senza tragitto.

Le ferite sulla terra si rimarginano con l’erba,
il lutto di una gramigna che non lascia parole
e un’acqua medicinale di pioggia che ci trattiene.

(p. 58)

Ora che manchi anche la lingua è una strategia

Ora che manchi anche la lingua è una strategia
che ingloba la superficie tra le nuove trame
per quadrare contatti sul filo sempre vitreo

e non resta che seguire solo parole fuori vibrazione
che ci raccontano di un’ombra che sfiora i sorrisi
in questi incoscienti lunghi campi a foglie spoglie
seguiti da uno stadio di gioco sempre più ossessivo,

e mentre il fruscio saporito del giorno ti contorna
dal buio complice setacciano le loro brame lontane
e ci accorgiamo improvvisati in uno stato apparente
che nelle volute della sera a noi ghiacciano la pelle.

(p. 69)

______________________

Francesco Lorusso (Bari, 1968), dopo aver ottenuto diverse menzioni e premiato nel 2003 con una sua lirica al concorso «Città di Bari», pubblica nel 2005 una corposa silloge sulla rivista «incroci» di Bari, dal titolo Nelle nove lune e altre poesie. Esce in volume nel 2007 per la Cierregrafica di Verona, nella collana Opera Prima, prefato da Flavio Ermini, con la raccolta Decodifiche. (dalla quarta di copertina)

In Apulien, 12 – Vincenzo Mastropirro

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate. La dodicesima tappa ripropone la voce di Vincenzo Mastropirro, voce che ha inaugurato la prima puntata di “In Apulien”. L’occasione è data dalla pubblicazione della raccolta Poésia sparse e sparpagghiòte, che raccoglie testi scritti nel dialetto di Ruvo di Puglia.

Mastropirro_poesie_sparse_copertina

Quanne u fiòte s’accàrne… Poesia sparsa e sparpagliata di Vincenzo Mastropirro
Nota di lettura di Anna Maria Curci*

Da tempo la poesia di Vincenzo Mastropirro fa parte di un esercizio di letture e ascolto che curo con la costanza e la dedizione che si provano sia per i propri lari, sia per l’altro da sé che si ri-conosce come tale nell’andirivieni tra affinità e diversità, per l’interlocutore dal quale non si smette di imparare.
Passo, slancio e musicalità dei suoi componimenti hanno acquisito, anche nel diversificare toni e timbri, temi e generi, una voce che mai confonderei con altre. Poesia civile, considerazioni esistenziali e incisività della memoria collettiva e personale restano sì ben individuabili, giacché il fumo e il disorientamento intenzionale sono quanto di più distante da Vincenzo Mastropirro, ma sono unite dalla musica della sua scrittura, la quale oltrepassa con il vigore della coerenza il facile nascondiglio del doppio binario di pubblico e privato.
Questa unità nella pluralità è la caratteristica principale di Poèsìa spàrse e sparpagghiòte e sembra, con una ironia della quale Vincenzo Mastropirro ha piena padronanza,  contraddirne il titolo.
La lirica scelta come copertina, quasi un manifesto, senz’altro, e, per dirla con le parole dell’autore, “grido civile di libertà”, richiama una delle qualità di questa raccolta, vale a dire il suo prendere posizione, in maniera non retorica, ma vigile, sul tempo e sulle scelte.
Altro segno caratteristico della scrittura di Mastropirro è la lingua, il dialetto di Ruvo di Puglia, lingua materna e d’elezione allo stesso tempo, se è vero, come ribadisce il testo conclusivo, che essa si fa una cosa sola sia con l’indole, l’essenza, sia con l’obiettivo consapevole del poeta:

me disse: “la poesia dialettale non la sopporto,
se scrivi in dialetto sei destinato al nulla.

Ei so nudde e nudde vogghije ièsse
ma la poèsèi è tutte e nudde
inde a totte re lingue du munne
e piure cu la maije, chère de Riuve
ma spècialmède chère de mamme
ca stè inde alla cope, avvetòte
cume ‘nu pirne affunne ed etièrne.

[mi disse: “la poesia dialettale non la sopporto,/se scrivi in dialetto sei destinato al nulla.”// Io sono niente e niente voglio essere/ma la poesia è tutto e niente/in tutte le lingue del mondo/e pure con la mia, quella di Ruvo/ ma specialmente quella di mamma/che sta in testa, avvitata/come un perno profondo ed eterno.]

L’idioma della poesia di Vincenzo Mastropirro – un idioma nel quale dominano suono aspro, allitterazioni intonate sulla liquida ‘r’, che nel ruvese ha anche funzione di articolo determinativo, gioco di vocali accentate e mute, dal timbro che nasce spesso da combinazioni tra di loro – ha, com’egli stesso ha avuto modo di ricordare in una sua poesia apparsa in Pugliamondo (Sotte u saule estèive du Sud, Sotto il sole estivo del sud) e in una conversazione recente, il suono delle mandorle poste ad ad asciugare sulle strade del paese e rivoltate a intervalli regolari dai bambini; ha i colori della Murgia a maggio:

La murge a mòsce
è ‘nu spèttacule de liusce e cheliure
c’abbàllene saupe a le cricricrì… de re cecòle

[La murgia a maggio/è uno spettacolo di luci e colori/che ballano sui cricricrì… delle cicale]

Il ruvese e Ruvo sono officina, osservatorio e punto di partenza per portare lo sguardo acuto e la lingua che si oppone alla vulgata,  questa sì sonnecchiante e appagata,  in altri luoghi, immaginari e reali, a smascherare, a denunciare, come avviene nel componimento L’arie, che racconta di Taranto e della sua aria appestata,  ‘mbracedèite, “infradiciata”.
Consuetudini e figure ricorrenti nel paese – la banda, innanzitutto, la processione, i riti sociali, i tipi umani – diventano poesia, circense e teatrale, con i tratti della ‘moralità’ medievale e del dramma barocco, musicale con le arie d’opera e il suono degli strumenti a percussione e a fiato. Vincenzo Mastropirro è musicista – il flauto è il suo strumento – e compositore. Questo dato non può, non deve essere separato dalla sua dimensione di poeta. Dal “fiato che s’accarna”, che trasforma in musica “ogni vibrazione”, prende vita una rappresentazione che tutto e tutti tocca, “padrone e sotto”: nel componimento nel quale l’artista, con un procedere in crescendo,  dà conto della propria vocazione,  non manca il riferimento al gioco popolare che anche chi scrive ha conosciuto dal proprio padre, anch’egli di Ruvo, e che lo scrittore francese Roger Vailland ha messo nel 1957 al centro del romanzo La loi, trasformandolo in metafora dei rapporti di potere:

Quanne u fiòte s’accàrne
ogne vibraziòne devènde museche
da dà, camèine, scappe e po’ abbuàisce
patrune-e-sùotte, du timbe e du sune.

[Quando il fiato s’accarna,/ ogni vibrazione diventa musica// da lì, cammino, corro e poi volo/padrone e schiavo, del tempo e del suono.]

Non solo ogni vibrazione diventa musica: nella poesia di Vincenzo Mastropirro anche gli odori (U petresèine, Il prezzemolo) e gli utensili (La sartàscene, La padella)  usati in cucina, così come le abilità domestiche e artigianali  (La ruosceue e u arrepìzze, La risuolatura e il rammendo), oggi snobbate o del tutto dimenticate, si fanno strumenti musicali, pennelli e colori che suonano la melodia e illustrano l’orbis pictus (… osce u munne, oggi il mondo) di vizi, convenzioni, consuetudini, ribellioni. Non si tratta soltanto di castigare i costumi e la giènde, la gente: eppiure la spèranze esiste, eppure la speranza esiste, afferma il poeta nel componimento dedicato a Malala Yousafzai. Il poeta e la sua poesia, destino, mandato o semplice condizione esistenziale, sono, pur nella pluralità di toni e immagini, una cosa sola,  insieme all’effetto suscitato in chi legge e ascolta, “lacrime di risate / lacrime di dolore”: U poète nan pote chiange /  U poète è destenòte a fò chiange  / Lacreme de resòte  /Lacreme de delàure.
L’alternanza, la fusione di  schmeichl un trern – sorrisi e lacrime, come l’yiddish sa dire con la sua lingua musicale – si confermano anche in questa raccolta cifra, segno della poesia di Vincenzo Mastropirro. Un segno che prosegue, non si ferma, cammina, “sempre più dentro, deciso ad esplorare tutto” arriva fino all’ultima sponda e vola verso un sogno, U sunne de l’aneme, Il sogno dell’anima: Camèine sèmbe ‘cchiù inde, dècise a vedaije tutte / arrèive fine all’utema spuonde e abbuaisce / abbuaisce vèrse ‘nu sunne, u sunne granne / de l’aneme libere ca so e so sèmbe stote.

© Anna Maria Curci

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___________________________________

La nàive

La nàive a Riuve
nan’ è na causa stròne
ma u incànde è sembe lu stìèsse.

U incande de le meninne ca sciùochene
de ‘nu vècchie rète a le vitre
de ‘nu cone accucciòte.

La naive a Riuve
è ‘nu renzule biànghe sope a tutte
‘nu mande de meravighe e de penzire.

Però, alla squagghiòte, s’òva pertò cu ìèdde
le spirete scalcagnòte de gènde sfàtte
inùtele e sènz’aneme.

La neve
La neve a Ruvo/non è una cosa strana/ma l’incanto è sempre lo stesso.// L’incanto dei bambini che giocano/ di un vecchio dietro i vetri/ di un cane accucciato.// La neve a Ruvo/ è un lenzuolo bianco su tutto/un mantello di meraviglia e di pensieri.// Però alla sgelata, deve portarsi con sè/ gli spiriti scalcagnati di gente sfatta/ inutile e senz’anima.

.

* * *

a  Rocco Scotellaro

U zappatàure ca sckìute inde u palme
appartène au Sud, tèrre de Scotèllare.

E’ l’umede ca smezzecuàisce u delaure de la zappe
ca pèro nan’ esiste ‘cchìue, ma avaija stò
cume avaija cambò u Poète
scappòte cu-nu-nudde dalla tèrra d’orìgene
oramàije sparescìute sotte ‘nu cumele de penzìre.

Il contadino che sputa nel palmo/ appartiene al Sud, terra di Scotellaro./E’ l’umido che attenua il dolore della zappa/ che però più non esiste, ma avrebbe dovuto esserci/ come avrebbe dovuto vivere il Poeta / sradicato in fretta dalla terra d’origine/ ormai inghiottito sotto un cumulo di pensieri.

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* * *

L’arie

So sapìute ca a Tarante
la génde more pe’ l’arie ‘mbracedèite.

Sacce ca a Riuve
l’arie è pulèite e la gènte se la gode.

L’arie è proprie ‘nu élemènte stròne.

T’avvòlge limpede e naturòle
ind’ a u vùosche ‘mezze a l’arue

t’auànde ‘nganne
‘mèzze a re fabbreche e a re cemenère.

Sèmbe Ièdde è
è vèite… è mùorte…

e l’umene picche ‘nge tìénene
a ‘na ‘bona vèite…a ‘na ‘bona mùorte…

L’aria
Ho saputo che a Taranto/la gente muore per l’aria infradicia.// So che a Ruvo/l’aria è pulita e la gente se la gode.// L’aria è proprio un elemento strano.// Ti avvolge limpida e naturale/nel bosco in mezzo agli alberi// ti prende in gola/tra le fabbriche e le ciminiere.// Sempre Lei è/ è vita…è morte…//e gli uomini poco ci tengono/ a una buona vita…a una buona morte…

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* * *

U sunne de l’aneme

Vaite ‘nu calcolatòre èlèttruòneche granne cume ‘nu palazze
conde bune-bune le numere e au momènde giuste me maine inde.

E’ ‘nu munne bìèlle, ‘na mèravigghije
mèccanisme ‘mbrigghiuse cu ‘na fòrze incrèdibele
chère ca manche spisse au cerevidde de gaddèine ca tìènghe.

Camèine sèmbe ‘cchiù inde, dècise a vedaije tutte
arrèive fine all’utema spuonde e abbuaisce
abbuaisce vèrse ‘nu sunne, u sunne granne
de l’aneme libere ca so e so sèmbe stote.

Il sogno dell’anima
Vedo un calcolatore elettronico grande come un palazzo/conto bene bene i numeri e al momento giusto mi ci butto dentro.// È un mondo bello,una meraviglia/meccanismi complessi ,con una  forza incredibile/quella che manca spesso al cervello di gallina che mi ritrovo.//Cammino sempre più dentro, deciso ad esplorare tutto/arrivo fino all’ultima sponda e spicco il volo/ volo verso un sogno, il sogno grande/ dell’’anima libera che sono e son sempre stato.

.

* * *

U diarie

So prevote a tenaije ‘nu diarie
quanne ere uagnàune.

Guardaije re pagene numerote
ma nan’ arresciaije a scrive nudde.

Chiù passaije u timbe
chiù re pagene geraine vacande.

U vute du diarie, però
iègne la vèite de sunne
ed è inutele scrive illusione.

Le sunne nan’ vonne mè scritte.

Le sunne, chire ca addavere le vè apprisse,
quanne mene tu aspitte stonne ‘nanze a taiche. Auandele.

Il diario
Ho provato a tenere un diario/ quando ero ragazzo.// Guardavo le pagine numerate/ma non riuscivo a scrivere niente.// Più passava il tempo/ più le pagine giravano vuote.// Il vuoto del diario, però/ riempie la vita di sogni/ ed è inutile scrivere illusioni.// I sogni non vanno mai scritti.//I sogni, quelli che davvero insegui, quando meno te lo aspetti sono vicino a te. Prendili.

.

_________________________________

*La nota di lettura è stata pubblicata come postfazione alla raccolta di Vincenzo Mastropirro, Poésia sparse e sparpagghiòte, CFR edizioni 2013

In Apulien, 10 – Antonio Caiulo

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In Apulien, 10 – Antonio Caiulo

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

Anche la decima tappa – come era già avvenuto per la terza – sosta a Brindisi, la città di Antonio Caiulo, che qui ambienta  il suo primo romanzo, Il respiro del cervo, del 2006. Già il titolo allude alla città e, come fa notare Ettore Catalano nel suo saggio La scrittura letteraria nell’Alto Salento: narrativa, teatro e poesia in terra di Brindisi,  nel capitolo dedicato alla narrativa brindisina, “alla volontà protagonistica di cambiamento della città di Brindisi e della sua ribellione a ulteriori processi di degrado ambientale e sociale”. Nel presentare il romanzo, Catalano ricorre alle categorie di “legal thriller” e “romanzo di formazione”, mettendo in guardia, tuttavia, dalla tentazione di limitarsi a “leggere il romanzo solo come un opportuno contributo alla lotta della popolazione brindisina e delle sue istituzioni politiche per una nuova immagine industriale e produttiva della città”. Il romanzo rinuncia, questa la tesi di Catalano, a “uno schermo produttivo globale, una sorta di ideologia del progresso e del bene contrapposti in modo manicheo al male”. Il suggerimento di Catalano sembra adattarsi perfettamente al brano che segue e che estende a più ambiti, partendo da una metafora simile,  le considerazioni formulate da Enzensberger in un noto passaggio del suo libro La grande migrazione:

Chi scende dalla metropolitana è più importante di chi sale. Molto di più. Lo si capisce dallo sguardo che perfora quello di chi deve salire. Uno sguardo molto più interessato al muro che sta dietro, mentre l’altro cerca di incrociarne gli occhi nella speranza di essere ricambiato. E questo senso di inferiorità svanisce non appena ci si trova in mezzo ai propri pari… non tutti però. I propri pari sono coloro che sono saliti alla stessa stazione, anche se non si sa quando andranno via, se prima o dopo, e già questo crea altre gerarchie, anche se sconosciute. Nei confronti di chi c’è già ed è seduto, il senso è di superiorità perché, questo è già stanco, mentre il nuovo arrivato può affrontare il viaggio con maggiori energie. Se poi chi è salito scende prima di chi c’era già, allora chi c’era è uno sfigato cronico, costretto a vivere in metropolitana tutta la vita, impossibile da immaginare al di fuori di quell’habitat.

Chi scende dal taxi, al contrario, è meno importante di chi lo deve prendere, forse perché questo ha avuto la fortuna di averne trovato uno, o perché chi lo lascia, poi, deve andare a piedi. O forse ancora perché chi scende deve pagare e si vede il gesto, mentre l’altro non si sa ancora, certo è che non si vede che paga.

Chi va in nave è un romantico ed è simpatico, mentre chi prende il treno va incontro alla fortuna e gli deve andare bene per forza; il viaggiatore del treno è tutti noi.

È in aeroporto che gli antipatici emergono in tutta la loro virulenza.

Chi arriva ha un passo svelto, lungo, sicuro, riposato, la testa ben dritta sul busto e non c’è nessuno al mondo migliore di lui. È insopportabile, specie verso chi, al di là delle transenne e delle porte scorrevoli, attende. Coloro che attendono e che non arrivano e non partono, sono gli sfigati per eccellenza, che vagano e vivono in una sorta di limbo fra i privilegiati appena arrivati e coloro che devono partire. Anche questi sono abbastanza antipatici ma non tanto, forse perché non si sa come andrà il volo. Sono quasi antipatici, possono anche suscitare molta simpatia, specie se il loro volo è in ritardo.

In tal caso, meritano grande comprensione e tutti fanno il tifo per loro, specie se vengono inquadrati mentre bivaccano sulle scomode poltroncine nei pressi delle uscite dove una fresca hostess fornisce spiegazioni irrazionali sui ritardi.

 (da: Antonio Caiulo, Il respiro del cervo, Edizioni Giuseppe Laterza, 2006)

Anche nel romanzo L’amore tra due lune, pubblicato nell’anno in corso, 2013, Antonio Caiulo conferma scelta per un genere che per comodità definiamo “giallo” (l’inchiesta è indubbiamente terreno noto all’autore, che svolge la professione di avvocato), abilità nel costruire una macchina narrativa su più piani,  percezione attenta del “magma incandescente di comportamenti” (Catalano per Il respiro del cervo). Un altro tratto della scrittura di Antonio Caiulo che si ritrova qui è lo sviluppo di metafore a considerazioni ‘universali’. Soste per la riflessione o squarci lirici, non sono mai semplici divagazioni, ma aspirano a farsi porta di accesso alla comprensione, lume nel guazzabuglio oscuro, non di rado “livido” e contraddittorio:

“Vi ha mai parlato del volo, degli uccelli?”

“Ascoltandola mentre ne parlava io ho volato con lei” Chissà da quanto tempo Daniele aveva voglia di dire questa cosa; pronunciò quella frase come se fosse rimasta sulla punta della lingua per giorni, mesi ed anni; ma lui era un duro, e un duro non vola. Ma i suoi occhi e la sua espressione, in quel momento, erano talmente incantati da credere che avesse volato sul serio.

“Una sera…” Daniele si riimpossessò della scena “mi disse che i gabbiani volano aspettando sulla punta delle ali l’armonia di una nuova corrente d’aria e, quando la ascoltano scivolare delicatamente fra le estremità delle piume, virano verso essa lasciandosi trasportare dal vento senza fatica e planano così, dolcemente, alla ricerca di una nuova corrente. E quel volo inutile, che non ha un inizio e non ha un fine, può durare ore, giorni, perché non stanca, perché non c’è battito di ali, ma solo spinta del vento. Quando me lo diceva, sentivo il vento sfiorarmi il viso e, soffiando sui polpastrelli, mi sembrava di comporre una melodia sulla tastiera di un pianoforte. Sentivo ciò che lei mi descriveva. Ed ero convinto che lo avesse fatto. Una volta mi disse che aveva volato per ore ed ore sfiorando il mare perché al tramonto, voleva essere nel punto esatto in cui il sole andava a dormire per vederlo ribollire del suo calore e tuffarsi. E, mi disse che volando a pelo d’acqua si era bagnata il viso degli spruzzi del mare, ma alla fine ci era riuscita e si era tuffata nel mare color arancio nell’esatto momento in cui il sole  si inabissava. Era caldo, mi disse, le aveva ricordato il tepore del grembo materno”

 (da: Antonio Caiulo, L’amore tra due lune, Progedit 2013)

Caiulo_amore_tra_due_lune

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Antonio Caiulo è nato a Brindisi, dove vive e svolge la professione di avvocato. Tra le prove narrative che hanno preceduto la pubblicazione del romanzo Il respiro del cervo vanno menzionati i racconti della raccolta Della Pioggia e del Bel Tempo (Firenze Libri 1998) e di Retrogusto (Il Grifo, Lecce 2000), insieme ai racconti apparsi sulla rivista “incroci” nel 2004: L’Ulivo e Movimento semplice. Dal racconto L’Ulivo è stato tratto  un cortometraggio che si avvale della regia di Daniele Botteselle e che è  giunto in finale nell’edizione 2008 del festival internazionale del cortometraggio Salento Finibus Terrae.

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Tutte le citazioni riferite a Ettore Catalano provengono dal volume Letteratura del Novecento in Puglia, Progedit 2009, p. 254

I brani tratti dai romanzi di Antonio Caiulo appaiono per gentile concessione dell’autore, che ringrazio.

©Anna Maria Curci

Qui è possibile scaricare il pdf dell’articolo

In Apulien, 9 – Joseph Tusiani

In Apulien, 9 – Joseph Tusiani

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

La nona tappa si snoda tra “due mondi e quattro lingue” (C. Siani), i due mondi e le quattro lingue di Joseph Tusiani.

Il mio primo incontro con la poesia di Joseph Tusiani risale alla fine del secolo scorso. Stavo progettando un corso di formazione in servizio sulla competenza plurilingue e mi imbattei inevitabilmente in questo poeta straordinario. Una mattina, all’alba, Rai3 mandò in onda un servizio su un convegno di entusiasti e robusti sostenitori del latino lingua viva. Uno dei partecipanti più vivaci fu intervistato: era Joseph Tusiani. Cominciai le ricerche e venni a scoprire che uno dei più grandi studiosi di questo poeta plurilingue era un mio tanto riservato quanto stimato collega a scuola, Cosma Siani. Fu a lui che chiesi di intervenire nel corso di formazione, per raccontare la poesia plurilingue di Tusiani. Cosma mi riferì che Joseph Tusiani, alquanto incuriosito dall’iniziativa, gli aveva rivolto un bel po’ di domande sull’insegnante romana di origine meridionale e con una zia di San Marco in Lamis (suo paese natale), che lo aveva scelto come modello esemplare per poter presentare la poesia plurilingue a insegnanti di italiano, lingue classiche e lingue moderne. Qualche anno dopo, a Roma, ebbi finalmente la gioia di conoscerlo, in Campidoglio, in occasione della presentazione del bel volume di Cosma Siani su di lui. Si trattava de Le lingue dell’altrove. Storia testi e bibliografia di Joseph Tusiani  (Edizioni Cofine, Roma 2004). La voce pacata e profonda, il suo italiano dai toni classici, il sorriso aperto e attento, con qualche lampo sornione: ho cari tutti questi dettagli, che rivedo idealmente nel documentario di Sabina Digregorio Finding Joseph Tusiani: The Poet of Two Lands (2011).

In Vite parallele in un nodo di continuità, prefazione al prezioso volumetto di Cosma Siani Manhattan Log. Geografia e storia di Joseph Tusiani, Furio Colombo scrive:

«Ci sono due percorsi per rendere omaggio a Tusiani, per dirgli gratitudine da italiani (tanto più da italiani che hanno vissuto all’estero) e da lettori che conoscono, in tutte le versioni, il suo lavoro.

Il primo è considerare lo straordinario sovrapporsi, altrettanto intenso e creativo, delle lingue diverse. Il secondo è biografico, personale, storia di uno straordinario emigrante. Lo dice lui stesso. Tusiani non è la stessa persona, la stessa voce, quando scrive in latino, quando scrive in italiano, quando scrive in inglese, quando scrive in dialetto. Non è solo il suo dominio della lingua scritta e parlata a dargli il dono di trovare e cambiare, con precisione assoluta, il registro delle diverse concertazioni.

Il fatto è che si tratta di storie diverse, al modo in cui un grande attore diventa di volta in volta un altro nelle diverse interpretazioni e può farlo non a causa della sua natura di camaleonte – che è gioco di superficie e di imitazione – ma cercando in profondità le ragioni di cambiare voce». (Manhattan Log, supplemento al n. 23/2000 di “Protagonisti”, 3-4)

Il percorso proposto qui prende dunque spunto dal suggerimento di Furio Colombo è dà voce alle quattro lingue della poesia di Joseph Tusiani.

In vehiculo subviario

Omni die, omni mense,
Statione Fordhamense,
Cum per nubes sicut rima
Lux insinuatur prima,
Sine pace, sine pausa,
Laborandi semper causa,
Mihi mobile est cubiculum
Subviarium vehiculum.
Tamquam miserae sardinae
Stant personae matutinae
Semper notae sed ignotae,
Mixtae maestae mutae motae,
Oscitantes ter et quater
Mater, filius, filia, pater
Atque avunculus et frater.

                                                       Unda profunda profunda profunda
                                                      Unda profunda profunda profunda.

Alter dormit, alter legit,
Alter nudum pectus tegit,
Oculosque alter fricat
Quamquam nihil nemo dicat.

                                                      Unda profunda profunda profunda
                                                     Unda profunda profunda profunda.

Vultus omnes ego rogito
In silentio et excogito:
«Quis ex istis hic non erit
Cras viator? Quidque gerit
Ista nova dies genti?
Nos lacessunt vitae venti.»

                                                    Unda profunda profunda
                                                    Unda profunda profunda.

Si vis vivere et esse
Laborare nunc necesse.
Laborare laborare:
Quare quare quare quare?
Quid est ista vita brevis
Volans sicut umbra levis?
Quid est dolor, quid est amor,
Quid diurnus iste clamor?
Quid sum ego, quid sunt isti
Viatores?  Mente tristi
Ego vehor, vehor ego,
Ac necessitatem nego
Usque ad mortem laborandi.
Sed hi strepitus nefandi
Cessant: strident omnes portae.
Pellens, agens et irrumpens,
Paene vixdum et procumbens,
Multitudinem non piam
Linquo et exeo in viam.
Ibi labor, vitae cursus,
tenet me et tenet rursus.

1974 (Da Carmina latina)

*

Nella metropolitana

Ogni giorno, ogni mese,
nella stazione Fordhamese,
quando si insinua la prima luce
fra le nuvole squarciate,
senza pace, senza pausa,
– il lavoro ne è la causa –
per me è una mobile casetta
il metrò che giù mi aspetta.
Come misere sardine
stan persone mattutine,
sempre note e sconosciute,
miste, meste, mosse, mute,
sbadiglianti molte volte,
madre, figlio, figlia, padre,
e lo zio ed il fratello.

                  È onda profonda profonda profonda
                 E onda profonda profonda profonda.

Uno dorme, l’altro legge,
l’altro il nudo petto protegge,
uno si stropiccia gli occhi
ma nessuno dice niente.

                       È onda profonda profonda profonda
                       E onda profonda profonda profonda.

Ogni volto io interrogo
in silenzio e intanto penso:
«Chi doman non ci sarà?
e che cosa porterà
il dì nuovo a queste genti?
Della vita ci chiamano i venti».

                                 È onda profonda profonda
                                 E onda profonda profonda.

Se vuoi vivere ed esistere,
su, lavora, non desistere,
lavorare tocca a te,
ma perché, perché, perché?
Cos’è questa vita breve
Che va via come ombra lieve?
Cos’è il dolore? e l’amore?
e il clamore di ogni giorno?
che son io? cosa son questi
viaggiatori? Tristemente
son portato, trasportato:
la necessità io nego
di faticar fino alla morte.
Ma lo strepito assai forte
cessa: stridono le porte.
Tra spintoni e urti uscendo,
e per più quasi cadendo,
la moltitudine non pia
lascio ed esco sulla via.
Qui il lavoro quotidiano
mi prende la mano.

(Trad. E. Bandiera)

*

Aubade in Gray

Gray was the color of all timelessness
when timelessness and color were all one.
There was no fire yet, there was no sun,
there was God dreaming of a light called man.
And then time trembled out of timelessness,
victory rising from no battle won.
There was no music yet, no crying done,
there was God dreaming of a voice called man.
Now look and listen. In this timelessness
the first birds twitter, the first shadows run,
heaven and earth and dusk and dawn are one,
and I am dreaming of a God called man.

1965 (Da Gente Mia and Other Poems)

*

Canto dell’alba in grigio

Era il colore grigio senza tempo,
e senza-tempo e grigio eran tutt’uno.
Non c’era fuoco già, né sole alcuno,
c’era Dio sognante lume d’uomo.
E il tempo nell’eterno scosse un fremito,
vittoria senz’alcuna guerra vinta.
Non c’era musica ancora, né gemito,
c’era Dio sognante voce d’uomo.
E guarda e ascolta: in questa eternità
fischiano i primi uccelli e scorron l’ombre,
cielo è terra, alba è sera in unità,
ed io sogno un dio detto uomo.

(Trad. C. Siani)

Questa poesia, così come le due che seguono,  è apparsa anche nel volume In 4 lingue. Antologia di Joseph Tusiani, a cura di Cosma Siani, Cofine editore, Roma 2001. I riferimenti sono rispettivamente alle pagine 15, 32 e 22-23

Quistu vine iè trascente

Quistu vine iè trascente
ma ne tegne ‘nu bucchere:
se llu veve, che piacere!
se llu forne, che delore!
E cuscì te guarde e spije,
terra bella, terra mia,
culla seta inte lu core.
Te vulesse veve tutta
sine all’ùtema stezzodda,
ma te tegne perlebbata
pè quedd’ora desperata
quanne, sule inte la fodda,
i’ ha vulé ‘nu ‘mmucche duce
p’affruntà l’amara luce.

1978 (Da Tìreca tàreca)

Questo vino è abbocchevole

Questo vino è abbocchevole
ma ne ho un solo bicchiere:
se lo bevo, che piacere!
se lo finisco, che dolore!
E così ti guardo e osservo,
terra bella, terra mia,
con la sete dentro il cuore.
Ti vorrei bere tutta
fino all’ultima goccia,
ma ti conservo prelibata
per quell’ora disperata
quando, solo tra la folla,
desidererò un sorso dolce
per affrontare l’amara luce.

(Trad. A. Motta, T. Nardella, C. Siani)

Lettera a don Fernando Pessoa

alle rime non bado: è raro scorgere

alberi uguali, l’uno accanto all’altro

Col dovuto rispetto, Don Fernando,
in questo solitario andirivieni
che ha nome vita, m ’agghiaccia il pensiero
di restar solo, orridamente solo
in mezzo a creature sole, alberi soli,
in una solitudine stellare
su questa terra, stella umana e sola.
Diventa gioco anche la solitudine,
dal nascere al morire, dalla prima
ombra che, nulla in sé, s’insinua sola
sopra ogni cosa e si fa poi valere
con il nome ed il monito di notte.
Io cerco compagnia per sopravvivere
o almeno per durare fino al giorno
a me assegnato da Qualcuno ignoto
di cui avverto a volte la presenza
in me, proprio per questo mio bisogno
di sentire, a me intorno, un suono eguale
alla mia voce ed, al di là del mio
silenzio estremo, un simile tacere
d’astri e natura in vincolo fraterno.
È opulenza di musica e luce
che da recessi di radici e linfe,
con pretesto di rima, mi costringe
a ricercare rivoli ed accordi
onde allietarmi pareti senz’eco

e senza volto che mi rassomigli. […]

————————————————————————————————

Joseph Tusiani, nato a San Marco in Lamis, nel Gargano, nel 1924, ed emigrato negli Stati Uniti nell’immediato dopoguerra, ha svolto carriera universitaria a New York come docente di letteratura italiana. È autore di un’opera multiforme che abbraccia un vasto corpus di traduzioni poetiche italo-inglesi (tra gli altri: Dante, Petrarca, Boccaccio, Pulci, Tasso, Leopardi, Manzoni, Pascoli), numerose raccolte di poesia creativa, un’autobiografia in tre volumi e svariati interventi saggistici e critici. Un grande archivio in rete è costituito dal Centro Studi Tusiani.

In Apulien, 8 – Lucio Toma

In Apulien, 8 – Lucio Toma

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

L’ottava tappa è dedicata a Lucio Toma, che Sergio D’Amaro, nel capitolo Bradisismi dell’ultima generazione del volume Letteratura del Novecento in Puglia, include nella “generazione di Raffaele Niro” dei poeti di San Severo.

Si chiede D’Amaro: «Possibile azzardare una linea ‘sanseverese’ della poesia in Capitanata, nel solco tracciato da Emanuele Italia ed Enrico Fraccacreta?», per affermare, subito dopo: «Certo è che almeno quest’ultima generazione sembra orientata a uno sliricamento degli esiti espressivi, assecondando un suo più corroso e aspro itinerario, che forse mette capo a un decennio seguace di ‘pensieri deboli’ e di vacue spettacolarizzazioni del vissuto». (p. 107)

Scrive Plinio Perilli nella prefazione al volume di poesie di Lucio Toma A gonfie vene (Ianua editrice — Edizione del Giano, Roma 2006): « Lucio, che si sente un po’ discepolo di Rimbaud e dunque vuol essere “assolutamente moderno” ma soprattutto farsi poeta-veggente dell’anima, ardisce di assumere cruda, realistica poesia perfino con il Buscopan, il Maalox, ed altri consimili medicinali, più o meno efficaci… Suggestioni ed esiti lirici davvero probanti, che amiamo annoverare tra i momenti più originali e disperatamente felici di questo libro, cioè di questo dimesso, divulgato esistenzialismo, che è dunque una cupa, aurea miniera di ossimori, un’armoniosa ridda dei contrari, una vera e propria cura “omeopatica” del Vivere verso e dentro lo Scrivere». Manifesto e segno della quotidiana rissa-ridda sono i versi della poesia

L’arte mia improduttiva

L’arte mia improduttiva è no profit,
non ha orari d’ufficio, appuntamenti
certi, squilli di telefono pronti (!?)
per voci di segretarie in succinti
tailleurs. L’arte mia non ha strategie
di mercato, alti piani di lavoro.
Non ha scadenze fisse, appelli e capi
in giacca e cravatta la mia arte: è solo
un frinire del cuore senza sosta,
uno sghiribizzo di mosca bianca
di pena nelle volute dei giorni
da consumarsi preferibilmente
nel giro di qualche pagina eterna
che vale una vita intera.
Neppure
le permettono di scadere, in mezzo
a tutti di morire o insomma scendere
in piazza… L’allontanano
o se ne vanno.

Perciò, sullo sfondo
monotono di un tacito baccano
crepita soltanto una ciarda d’ali
sempre diversa s’è allegra o ferita:
forse è folle di dolore o d’amore
quando ho l’emicrania o il mal di schiena.

L’arte mia spesso è veglia stralunata
di mille e una notte  tersa di punti
interrogativi, nei di luce,
stelle cadenti in parabole ignote
che squarciano la stoffa dell’anima.
Non ha problem solving, agevolazioni
fiscali o sconti questa mia fatica
dalle tasche bucate di ricordi,
spiccioli di verità: lo scontrino
della spesa sciatto o anche il foglio scritto
nell’attesa di un altro giorno, volto
di luna che mi ricorda la dote
vana d’essere quel che per te è poco
più di un semplice gioco.

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Lucio Toma nasce nel 1971 a San Severo in provincia di Foggia. Nella città natale vive e insegna. Consegue la laurea in Lettere a Bari con una tesi di analisi strutturalistica dei versi gozzaniani. Alcuni suoi testi sono apparsi su periodici locali e sulla rivista “Poesia”. La sua plaquette d’esordio, Zigrinature, con prefazione di Silvana Ghiazza (All’insegna del cinghiale ferito, Apricena, 1999), ha riscosso i consensi, tra gli altri, di Dell’Aquila, De Matteis e Perilli. Tra gli scritti di critica di Toma vanno menzionati quelli su Joseph Tusiani e su Emanuele Italia.

In Apulien, 7 – Jim Longhi

Jimmy Longhi, Cisco Houston e Woody Guthrie in Sicilia (settembre 1943)

In Apulien, 7 – Jim Longhi

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß

weißes Brot und schwarze Lippen

Kinder in den Futterkrippen

will der Fliegenschwarm zum Fraß

 

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare

pane bianco e labbra nere

nelle greppie bimbi a schiere

vuole di mosche il nugolo gustare

 

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

La settima tappa si svolge tra Carpino e New York, dove Vincent Jim Longhi nacque  nel 1916 da genitori pugliesi della provincia di Foggia – il padre di Lucera e la madre di Carpino. Questo anno 2012 ha visto l’uscita di un volume curato da Mariantonietta Di Sabato e Cosma Siani (che ho avuto la fortuna di avere come collega per diversi anni): Jim Longhi. Un italoamericano tra Woody Guthrie e Arthur Miller (Lampyris, Castelluccio dei Sauri, 2012).

Scrive Cosma Siani: «L’amicizia con Miller, durata tutta la vita, è un motivo di forte interesse verso questo autore italo-americano. Fu Longhi a narrargli la storia di un suo cliente, che divenne base della tragedia milleriana Uno sguardo dal ponte (dove il narratore Alfieri pare adombri lo stesso Longhi); e fu lui a ispirare il soggetto di un film sui portuali, in base al quale Miller e Kazan scrissero una sceneggiatura, The Hook, rifiutata da Hollywood, ma in seguito ripresa dai soli Kazan e Schulberg, e divenuta il famoso Fronte del porto. […]. L’altro motivo forte di interesse è il legame profondo e duraturo che Longhi strinse con il cantante folk Woody Guthrie. Alla morte di Longhi, la figlia Nora pubblicò sul sito del padre (www.woodyguthrie.org ) un necrologio in cui lo definiva “uno degli amici più intimi di mio padre”. Con lui e con Cisco Houston, anch’egli cantante folk, Longhi si imbarcò volontario nella marina mercantile americana durante il secondo conflitto mondiale. Anni più tardi, descrisse questa esperienza nell’unico suo libro finora pubblicato, Woody, Cisco & Me. Seamen Three in The Merchant Marine (University of Illinois Press, Urbana & Chicago, 1997). Il volume è una memoria autobiografica […]. Longhi ha tempra di vero storyteller, di affabulatore senza favola ma tutto dettagli concreti, abile nel delineare sequenze di azioni». (Cosma Siani, Longhi tra Miller e Guthrie, nel capitolo Gli autori pugliesi all’estero del volume Letteratura del Novecento in Puglia, a cura di Ettore Catalano, Progedit 2009, 478-479).

Proprio da Woody, Cisco & Me è tratto il brano che segue, nella traduzione di Mariantonietta Di Sabato e di Cosma Siani, che ringrazio per aver messo a disposizione il testo:

Jim Longhi – A cena da mamma

(Da Woody, Cisco & Me, Cap. 4)

Il tragitto in metropolitana per raggiungere il Bronx fu più lungo del solito. Suonai il campanello prima di salire, per far sapere a mamma che eravamo arrivati, e velocemente salimmo le cinque rampe di scale. Ci accolse alla porta nella più principesca delle maniere, sfoggiando il suo sorriso più smielato.

“Ma’, scusaci il ritardo!”

“Signore”, – mi ignorò, rivolgendosi a Cisco. – “Ho sentito parlare tanto di lei. Lei è il buon amico che si prenderà cura del mio Enzo! Possa Dio conservarvi in buona salute fino a cent’anni!”

“Sono onorato di conoscerla”. Cisco si inchinò quasi.

“Hai dimenticato i pasticcini?” Volse il sorriso smielato verso di me.

“Dannazione! Mi dispiace, Ma’ ”.

“Con tutto questo cibo magnifico, a chi servono i dolci?” Cisco annusò l’aria.

“A te servono! Volevo festeggiare l’amico del mio caro figlio! Venite!” Ci fece strada, oltrepassandomi, verso il salotto, dove papà, Gabrielle e mio fratello Fred ci stavano aspettando.

“Cosa ha borbottato?” bisbigliò Cisco.

“Niente. Mi ha solo dato del cretino e mi ha augurato un attacchetto di colera”.

“Con quel sorriso angelico?”

“È una massa di contraddizioni, ti dico”.

“Messa?” Mamma si rivolse a Cisco speranzosa. “Tu vai a messa?”

Cisco esitò.

“Messa un cazzo!” Papà diede a Cisco una pesante pacca sulla spalla. “Un giovanotto forte, bello, intelligente, che diavolo se ne fa della messa? Qua la mano, caro Cisco!” E gli slogò quasi la spalla con una poderosa scrollata.

Mamma borbottò qualcosa e sparì nella cucina fumante di vapori.

“Tua madre è arrabbiata?” chiese Cisco.

“Ma no”. Fred tirò fuori da una confezione un po’ di ovatta. “Ha solo chiesto al Padreterno di sbudellare la pancia atea di mio padre”. Porse a Cisco due fiocchi d’ovatta. “Mettiteli nelle orecchie se vuoi sopravvivere a questo pranzo”.

“Stronzo!” Papà strappò l’ovatta delle mani di Fred fingendosi arrabbiato. “Perché mi devi sempre prendere in giro?”

Fred era alto quanto Cisco; ci tirò a sé e tutti e tre formammo un cerchio intorno a papà, che era alto solo un metro e settantacinque. Fred diede un bacio in cima alla testa pelata di papà. “Papà, se oggi non ti comporti bene, noi tre ti prendiamo e ti mettiamo a sedere lassù, sull’armadio”. Fred aveva già bevuto un paio di bicchieri di vino, ma questo non gli aveva né appannato il luccichio degli occhi né offuscato lo sguardo intelligente del suo viso aperto e cordiale.

Nonostante le tensioni teologiche, a pranzo tutto andò a gonfie vele. “Come sono contenta che sei venuto a trovarmi, Cisco”. Mamma gli versò un’altra tazzina di caffé. “Pregherò Dio che deve proteggere te e il mio ragazzo. Tu credi in Dio, no?”

Papà venne di nuovo in soccorso di Cisco. “Niente discussioni religiose in questa casa!” Sbatté una bottiglia di vino sul tavolo. “Mangiate! Bevete! Siate felici!”

“Mussolini!” Mamma puntò rabbiosa il dito verso papà. “È proprio un Mussolini!”

“Ehi, aspetta un po’ ”. Papà si strofinò la testa pelata. “Mussolini è pelato, basso e brutto. Io sono pelato, alto e bello!”

“È lo stesso – chi è dittatore è dittatore! Cisco, pensi che è bello? Tu e mio figlio andate a combattere i dittatori, e noi abbiamo il dittatore in casa?” Cisco farfugliò; stava saggiando cosa vuol dire essere intrappolato nel fuoco incrociato d’una guerra di religione.

“Cisco, non starla a sentire!” Papà sparò la sua scarica d’un fiato. “In questa casa c’è democrazia! La legge è uguale per tutti: non si fanno discussioni religiose!”

“Hitler”. Mamma puntò il dito verso papà. “È proprio un Hitler! Non posso tenere figure di Gesù in casa mia, non posso far battezzare i miei bambini…”

“Non ricordarmi quel giorno d’infamia!”, gridò papà. “Traditrici! Quinta colonna! Gesuite!” Cisco fissava mio padre.

“Non impressionarti”. Tranquillamente Fred gli versò dell’anisetta nel caffé. “Fa così ogni volta che si ricorda del nostro battesimo”.

“Doppiogiochista!”, urlò papà a mia madre.

“Dittatore!”, gli strillò lei.

“Mia cugina Louise”, spiegai velocemente a Cisco, “rapì Fred e me quando io avevo dodici anni e ci fece battezzare”.

“Questa donna!”, papà puntò un dito accusatore verso mia madre e poi lo agitò davanti agli occhi di Cisco. “Questa donna è stata la traditrice!”

“È uno sporco dittatore!” Adesso era lei che puntava il dito accusatore verso mio padre e poi lo agitava davanti agli occhi di Cisco.

Cisco prese le dita contrapposte: “Beh, Signora Longhi, alla fin fine i suoi figli sono stati battezzati”.

“Ma troppo tardi!” Ritirò il dito. “Alcune iniezioni fanno effetto solo a qualcuno. Il battesimo funziona per il mio Freddie. Lui è un buon cattolico, ma…” e puntò il dito verso di me, “per questo figlio di puttana non funziona!”

Dal ridere, Gabrielle quasi cadde dalla sedia.

“E tu che ridi, ebrea?” Mamma cercava di trattenere le sue stesse risate.

“Basta!” Papà si alzò. “Tutti in terrazza! Dai, Cisco, suona la chitarra! Su fratelli…” cominciò a cantare l’inno socialista italiano mentre faceva strada. Mamma, a contrasto, cantava una litania in latino mentre lo seguiva lungo le scale.

“Cosa sta salmodiando?”, mi chiese Cisco mentre ci univamo alla processione.

“Sta dicendo nel suo latino ‘A tutti i suoi fottuti antenati – i morti e gli stramorti’ ”.

Ci sedemmo sulla terrazza a parlare, cantare e pian piano riprenderci dal pantagruelico pranzo di mamma. Papà e mamma raccontarono fatti dell’Italia. Cisco ci raccontò della California e di sua madre e sua sorella. […] Parlammo di tutto tranne che della guerra, finché venne l’ora di andare.

Papà disse, “Restate finché sorge la luna”.

Restammo, ma cambiò lo stato d’animo. Cisco cantò delle canzoni malinconiche come un mesto trovatore d’altri tempi, e mamma cantò delle antiche ninnananne.

Fred mi tirò da parte. “Devi stare attento – d’accordo?” Aveva gli occhi lucidi.

“E non dimenticare di guardare su e giù quando attraversi l’oceano”. Fred faceva una battuta di famiglia: quando eravamo bambini, mia madre mi raccomandava di guardare su e giù prima di attraversare la strada. Io eseguivo gli ordini di mia madre alla lettera. Non attraversavo se prima non avevo guardato su e giù: su al cielo e giù al marciapiedi. Fred mi mise in mano dieci dollari. “Tieni, per il tuo viaggio inaugurale. Volevo comprare una bottiglia di champagne da romperti in testa, ma ho pensato che avresti preferito i soldi”. Tentai di restituirglieli. “Prendili”, disse. “Noi riformati dell’esercito faremo fortuna con questa guerra”. Mi abbracciò forte, e io sentii la sua guancia umida sulla mia.

Papà mi salutò come un maresciallo che comanda l’esercitazione: “Forza e coraggio! Scrivi ogni settimana! Sii uomo!” Solo quando ci abbracciammo, la sua voce si incrinò. “Ricordati che ti vogliamo bene”.

L’addio di mia madre fu sorprendentemente freddo – le tre raffiche di dialetto napoletano che mi indirizzava sempre quando dovevo lasciare casa per più di un giorno. Erano come raffiche di mitragliatrice che mi trapassavano la schiena, e io facevo sempre la sceneggiata di incespicare come ferito a morte. Ma questa volta lo fece quando andai ad abbracciarla. Prima raffica: “Mit-tit-tu-ca-pott!” (Mettiti il cappotto!). Mi colpì alle viscere, e mi piegai in due. Seconda raffica: “Mas-ti-ca-bone!” (Mastica bene il cibo!). Incespicai verso di lei. Terza raffica: “Stat-ta-kort!” (Stai sempre attento). Le caddi in braccio. Nel baciarci mi fece scivolare in mano una medaglia. “Portala per me”, mi bisbigliò all’orecchio. “San Michele ti proteggerà”.

Gabrielle e io ci salutammo da soli fino a prima mattina, quando lei andò all’Empire State Building e io tornai all’arsenale galleggiante che mi aspettava a Red Hook.

(traduzione di Mariantonietta Di Sabato e Cosma Siani)

_______________________________________________________

«Vincent Jim Longhi nacque a New York nel 1916 da genitori pugliesi della provincia di Foggia – il padre di Lucera e la madre di Carpino – emigrati nove anni prima negli Stati Uniti, dove si conobbero e si sposarono. Jim si laureò in legge alla Columbia University, dopodiché ebbe un percorso di vita e di lavoro quanto mai imprevedibile, e perfino bizzarro: fu avvocato, sindacalista e politico, ma anche pugile, commerciante di calze da donna, soldato nella marina mercantile americana, cantante, e poi divenne anche scrittore e drammaturgo. Durante la seconda guerra mondiale si arruolò nella Marina Mercantile quasi costretto dai suoi amici Cisco Houston e Woody Guthrie, con i quali cantava e suonava la chitarra per intrattenere le truppe sulla nave a cui erano stati destinati. Longhi riporterà l’esperienza della guerra e dell’amicizia con i due cantanti folk molti anni dopo, nel 1997, nel suo unico romanzo, un’autobiografia intitolata Woody, Cisco & Me. Seamen Three in The Merchant Marine. È un racconto di coraggio e stenti, di sacrifici e di noia, di vita e di morte, in cui Longhi rivive, alternando ricordi allegri e infelici, il periodo passato in mare durante la guerra. Secondo la rivista americana “Publisher’s Weekly” il vero significato di questo romanzo di memorie sta nel fervente patriottismo della seconda guerra mondiale. Sia come sia, quest’opera valse a Longhi, nel 1998, il premio “The Independent Publisher Award” come miglior autobiografia. Finita la guerra Longhi riprese la sua attività di avvocato e divenne portavoce dei portuali di Brooklyn che, come lui stesso mi ha detto nel corso di una delle nostre conversazioni telefoniche, “erano trattati come bestie e la mafia controllava tutto”. […] Dopo molti tentativi falliti di una organizzazione sindacale dei portuali, nel 1946 Longhi si candidò al Congresso, mancando l’elezione per poche migliaia di voti. Nel 1948 ci riprovò, ma, come racconta Miller nella sua autobiografia, la sua eloquenza non sarebbe bastata per scalzare il suo avversario Rooney; era necessario “qualcosa di tanto grandioso da essere irrefutabile”. Longhi ebbe un’idea: si sarebbe recato in Sicilia e in Calabria a visitare le famiglie dei portuali di Brooklyn portando di persona i loro saluti in America, così da poter ottenere in cambio il voto, Miller lo accompagnò». (da: Mariantonietta Di Sabato, Un autore italoamericano: Jim Longhi, in “Frontiere”, Anno VI, numero 13, giugno 2006, pp. 4-9; il brano riportato è alle pagine 6-7).  Jim Longhi è morto a New York il 23 novembre 2006.

Nella canzone Seamen Three, Woody Guthrie racconta l’esperienza narrata da Jim Longhi nella sua opera:

Seamen Three
Words and Music by Woody Guthrie

Copertina de libro “Woody, Cisco & Me”

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Shipped out to beat the fascists
Across the land and sea.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
We outsung all o’ you Nazis
Across our lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
We talked up for the NMU
Across our lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Outsung all o’ you finks and ginks
Across our lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Worked to haul that TNT
Across our lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
If you ever saw one you’d see all three
Across our lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Torpedoed twice and robbed with dice
Across our lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Not many pretty lasses did we miss
Across our lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Ocean’s still a-ringin’ with songs we sung
Across our lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
We fight and sing for the Willy McGhees
Across our lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Keep a-fightin’ and a-singin’ till the world gets free
Across my lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Gonna keep workin’ and a-fightin’ for peace
Across my lands and seas.

 

In Apulien, 6 – Vincenzo Luciani

In Apulien, 6 – Vincenzo Luciani

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß

weißes Brot und schwarze Lippen

Kinder in den Futterkrippen

will der Fliegenschwarm zum Fraß

 

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare

pane bianco e labbra nere

nelle greppie bimbi a schiere

vuole di mosche il nugolo gustare

 

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

La sesta tappa si snoda da Ischitella sul Gargano a Tor Tre Teste, passando per l’Umbria e per Torino: sono i luoghi della poesia di Vincenzo Luciani, nativo di Ischitella e da diversi anni residente a Roma.

Nella presentazione al volume Il paese e Torino, Diego Novelli scrive: «Tutto potevo immaginare di Vincenzo Luciani, grazie anche all’antica conoscenza che ci ha visto impegnati sullo stesso fronte negli anni tormentati ma esaltanti delle grandi lotte operarie di fabbrica e di quartiere nella città laboratorio per eccellenza; tutto immaginavo di lui ma non poeta. Invece eccolo ricomparire in uno degli ultimi giorni di questo pesante, drammatico, angosciante, orwelliano 1984, anno bisesto. È venuto a domandarmi un favore. Tutto ho immaginato: cosa mai sarò quel fascicolo che ha tra le mani .[…] sono poesie. Mi sento imbarazzato e non lo nascondo: gli dico la mia inesistente attitudine a scrivere e quindi anche a valutare la fatica di un poeta. […] Oggi 31 dicembre ho preso in mano la “pratica”. […] ho iniziato a leggere “Se di te mi ricordo”. In un attimo sono tornati alla mia mente quegli anni, quando i contadini, i braccianti, i pastori del Sud venivano sradicati dalle loro terre». (da: Vincenzo Luciani, Il paese e Torino. Presentazione di Diego Novelli, Salemi, Torino 1985, 3-4)

Il breve itinerario nella poesia di Vincenzo Luciani prende le mosse proprio dalla prima poesia della raccolta Il paese e Torino.

Se di te mi ricordo

 

Non è bastato sbattere le scarpe,

vestirsi a festa e partire lontano:

acre nelle narici è quella terra.

Se di te mi ricordo!

I nostri colli siepe aspra al mare,

fichidindia e torrenti disseccati,

gli ulivi e le macere.

Se di te mi ricordo! Ora che autunno

fa ritorno nei canti di vendemmia,

fichi pendono aperti.

(da:  Il paese e Torino,  p. 9)

Dalla stessa raccolta, scelgo una delle liriche che prediligo. Si apre con quattro endecasillabi serrati, come i denti di “Raffaele ch’è stato alla Germania” sono stati serrati “al gelo e alla fatica” nel “Nebelland” (Bachmann) di migrazione:

Raffaele ch’è stato alla Germania

 

Raffaele ch’è stato alla Germania

serrando i denti al gelo e alla fatica

per un pezzo di terra ed una casa,

con il fiele nell’anima invidia

l’operaio tornato da Torino:

con la seicento usata

mafiosamente gira per le strade.

(Fosse rimasto al paese

se la sarebbe sognata

la macchina).

Lui troppo presto tornò;

la nostalgia lo vinse del paese

così tanto lontano.

Affanculo la nebbia e la Germania!

E guarda torvo milanesi,

torinesi e germanesi:

si vergognano, adesso, del paese,

lo disprezzano e parlano impolito,

si vantano di case e di milioni.

E andarono lontano a mangiar nebbia,

le pezze al culo e le valigie di cartone.

(da: Il paese e Torino, p. 27)

Dalla voce dell’autore ho ascoltato, il 28 gennaio 2010, la poesia Parole, apparsa prima nella raccolta Frutte cirve e ammature (Cofine, Roma 2001) e successivamente in Tor Tre Teste ed altre poesie (Cofine, Roma 2005; i versi ai quali si fa riferimento sono a pag. 44).

Parole

Io notte e giorno inseguo
parole. Ad una ad una
le scelgo e le accatasto
come un maceraro che una macera
deve ordinare dritta e squadrata
per sostenere quella poca terra
che fa campare
ché per essa
campiamo.

Io compongo e scompongo le parole
come si compone e si scompone un gioco,
una volta amici e un’altra volta nemici.
Giocando con le parole
io ritorno bambino.
Un fiato basta a scoprire
sotto la cenere il fuoco
del tempo di una volta…

Parole

Ji notte e gghjurne vaje secutanne
parole. A une a une
i cape e i accragne
peje nu macerare che na macere
adda reje bella tese quatre e squatre
pe mantenè dda poca terre
che fa campà, ché pe gghjesse
campàme…

Ji accumponne e scumponne i parole
cume ce accumponne e scumponne nu joche,
na vote amice e n’ata vote allite.

Jucanne p’i parole
ji retorne guaglione.
Nu sciate avaste a scumugghjà
sotte a cènere u foche
d’u tempe de na vote…

Il “corto viaggio” si conclude nella mia città natale, alla fermata di un autobus, a catturare una scena vissuta e, nostro malgrado, sempre attuale:

“556”

Nel prato manifesti

svolazzano, poltiglia

di inganni, di sogni, di slogan. Ridono

quelli del tabellone elettorale. Il Cinque-

cinquesei ha saltato di nuovo la

corsa, gracchia una radio

percentuali e commenti. Che fine

faranno i proclami

sulle periferie

che quelli, le lacrime agli occhi

e la mano sul cuore, hanno giurato

d’amare.

Ancora commenti e per cento. E ancora

non arriva

il maledetto Cinquecinquesei.

E ridono quelli dal tabellone,

ma cosa, maledetti, c’è da ridere?

Ride beffardo pure il sole

di una giornata comunque

bella, al cento per cento.

(da: Tor Tre Teste ed altre poesie (1968-2005), Cofine, Roma 2005, p. 14)

____________________________________________________________

Vincenzo Luciani è nato il 21 giugno 1946 ad Ischitella nel Gargano. È emigrato giovanissimo, in Umbria, poi a Torino ed infine a Roma. A Torino è stato consigliere comunale dal 1970 al 19755. Vive a Roma dove dirige il giornale Abitare A.

Ha pubblicato Vocabolario Ischitellano (Cofine, Roma 1994) e Ischitella, Gargano Italia (Cofine, 1995) un libro con guida storico-turistica, proverbi, detti, filastrocche, indovinelli e soprannomi del paese, I frutte cirve (1996) [I frutti acerbi] una breve raccolta di poesie in dialetto, ha curato il volumetto Poesie e canzoni Ischilellane. Sue poesie compaiono in Poesia dialettale del Gargano. Antologia Minima, a cura di Cosma Siani (Cofine, Roma 1996) e sulla rivista Periferie.

Nel 1985 ha pubblicato  Il Paese e Torino, raccolta poetica in lingua.
Del 2001  è la raccolta di poesie in dialetto  garganico ischitellano Frutte cirve e ammature (Cofine, Roma).
La seconda raccolta di poesie in lingua è del 2005: Tor Tre Teste ed altre poesie (1968-2005), Edizioni Cofine, Roma. Il libro contiene anche la II edizione di Frutte cirve e ammature. A undici anni di distanza da Frutte cirve e ammature, Vincenzo Luciani è tornato a pubblicare poesie in dialetto, con la raccolta La cruedda (Cofine, Roma 2012).

In Apulien, 5 – Paz in Capitanata

Andrea Pazienza, da “Il Male” del 9 gennaio 1979

In Apulien, 5 – Paz in Capitanata

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß

weißes Brot und schwarze Lippen

Kinder in den Futterkrippen

will der Fliegenschwarm zum Fraß

 

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare

pane bianco e labbra nere

nelle greppie bimbi a schiere

vuole di mosche il nugolo gustare

 

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

La quinta tappa è dedicata al genio di Andrea Pazienza. Qualcuno si domanderà quale sia il nesso tra Paz e la rubrica “In Apulien”. Andrea Pazienza è nato a San Benedetto del Tronto, è morto a Montepulciano, all’età di tredici anni ha cominciato a frequentare il liceo artistico a Pescara, il suo itinerario artistico ha legami profondi con la città di Bologna e l’esperienza del DAMS. Allora? Allora è lo stesso Andrea Pazienza a dichiarare la sua appartenenza alla terra paterna, in particolare alle località di San Severo e San Menaio, entrambe in provincia di Foggia. Sono dichiarazioni in perfetto equilibrio tra ironia e coinvolgimento, sia le rime dedicate a San Severo, in Storiellet:

Oh San Severo, 

la città del mio pensiero,

dove prospera la vite

e l’inverno è alquanto mite

sia la spiritosa contraffazione della propria autobiografia, apparsa nel supplemento al numero de “Il Male” del 2 febbraio 1981:

«Andrea Pazienza  è  nato a San Menaio (FG) ed è  praticamente pugliese, pur vivendo tra Bologna e New York. Alto 1,86 cm. ha frequentato il liceo artistico di Pescara, rivelandosi presto un enfant prodige. Colto e brillante, pratica molti sport, nessuno escluso. Come tutti gli artisti dei Gemelli è del segno dei Gemelli con ascendente Sagittario. Freddo e calcolatore, ha fatto mostre a Pescara, San Benedetto, Ascoli Piceno, Vasto Marina, Monte Silva ed altre località della riviera adriatica. Dopo la pittura si è dedicato al fumetto mietendo successi e grano. Come ama ripetere nulla gli è  impossibile, solo che non ha molta voglia. Il suo hobby è andare in bicicletta, anche perché non ha la macchina e gli hanno fregato il vespino. È stato in Inghilterra, Francia; Spagna, Jugoslavia, Marocco, Svizzera e Stati Uniti. Ha collaborato ad Alter, e al Male. È stato tra i fondatori della rivista Cannibale ed attualmente è redattore del mensile Frigidaire. essendo così giovane, 24 anni, la sua carriera può definirsi senz’altro folgorante. Sotto l’aspetto fatuo e salottiero nasconde abilmente torbidi legami con il movimento del ’77 e con altri movimenti analoghi.»

Sia ben chiaro: la parola ‘appartenenza’ è da intendere, come tutto quel che riguarda Paz, nel modo che gli è proprio, vale a dire emancipato con spiritosa ferocia da qualsiasi visione tradizionale e, allo stesso tempo, totalmente consapevole delle scelte compiute da “anatra migrante”.

“La foglia sorrise, era la prima volta di ogni cosa”: questo verso da La mela di Odessa degli Area mi torna in mente ogni volta che leggo un testo di Andrea Pazienza o ascolto una delle interviste che ci sono rimaste di lui.

L’impatto della parola pronunciata, del segno tracciato per la prima volta. È stata solo un’illusione, questa,  contro la quale la mia generazione si è schiantata più o meno ingloriosamente? Qui mi preme piuttosto manifestare il nitore della visione, la sua forza profetica – la vignetta del 1979 scelta come immagine di questa quinta tappa ne è una dimostrazione evidente – a dispetto di tutte le accuse di disumana durezza. Prima volta, sì, ma con la sapienza di chi ha letto, ha osservato, ha ascoltato, ne ha fatto tesoro, di chi non ha timori reverenziali, ma neanche la memoria a maglie larghe. Rileggere le tavole di Zanardi – anche ora, proprio ora che sono nella prospettiva ‘altra’ rispetto alla cattedra – e cogliere il guizzo di chi sa oltrepassare in fecondo cinismo il Franti di Cuore,  pur elogiato da Umberto Eco, è una cosa sola. Bene fa Lea Durante ad affermare nel capitolo dedicato ad Andrea Pazienza nella sezione La scrittura narrativa in Capitanata del volume Letteratura del Novecento in Puglia: “L’ambiente della scuola diventa ancora una volta occasione di lavoro sulla lingua, di creazione di parole” (p. 142). Prima volta, sì, ma con la pazienza di chi sa aspettare “la preda più ambita”, pronto a disegnarla  se esce dall’acqua. Un’immagine, quest’ultima, che l’amico Stefano Benni sceglie per Andrea Pazienza nel suo racconto Paz e la carpa Nan Ch’ai, pubblicato per la prima volta sulla rivista “Il Grifo”. Del racconto ho scelto di riportare la prima parte:

«Il torrente Resina fila giù dritto e baldanzoso consumando una immensa roccia preistorica che sta dentro un bosco sulle montagne dell’Umbria. In quei tempi era uno dei meno inquinati del paese, e infatti vi si potevano incontrare esemplari di gambero fluviale, di granchio fiumarolo e di Andrea Pazienza, tutti animali che, come sapete, vivono solo in acque pulite.
Risalivamo controcorrente, io e Paz, verso due grandi cascate (quasi due metri di altezza!) che formavano le pozze dove si favoleggiava vivesse la carpa Nan Ch’ai. La nostra dotazione era:

Lo scrivente:
Un coltello svizzero a sette lame.
Stivali da pesca.
La guida Vademecum per le acque interne dell’Umbria, V dipartimento, assessorato cultura e tempo libero, contenente le norme generali e transitorie su periodi, misure e attrezzi consentiti per la cattura della carpa Nan Ch’ai.
Un carpometro (righello misuracarpa) da zero a 45 cm.
Una rete del tipo «bilancino» o a «stecca d’ombrello» di metri due per due (attrezzo non consentito).
Una scatola di granturco da pastura «rapid fish».
Una modica quantità.
Una borraccia d’acqua frizzante.

Paz:
Un coltello sardo pattadese scannabuoi.
Stivali da motocross.
Una macchina fotografica bulgara non funzionante.
Uno shuriken (attrezzo vietato).
Un guadino (retina da pesca con lungo manico), attrezzo consentito, ma bucato in tre punti.
Un panino del tipo «ciabatta» con mortadella.
Wafer Loacker.
Una modica quantità.
Una lattina di Coca-Cola.
Un tubetto di unghento contro le scottature (si era bruciato una gamba col tubo di scappamento della moto, previo volo giù da un tornante).

Paz (procedendo a grandi balzi di sasso in sasso, davanti allo scrivente): – La carpa Nan Ch’ai è la preda più ambita che un pescatore possa desiderare. Gli antichi testi sacri parlano chiaro…

Lo scrivente (arrancando dietro, con la rete che gli si impiglia nei rami degli alberi): – Ma sei sicuro che si trovi nel Resina?

Paz: – Gli antichi testi dicono: là dove il torrente si placa un attimo, tra la porta del pavone di Bhuodang e il bivio per Santa Cristina, dove non è né Nord né Sud, dove gli uomini aspirano ancora a essere liberi e dove c’è un incredibile numero di ranocchie…
Era sempre più caldo, e la risalita del fiume sempre più difficile. Le zanzare ci attaccavano. I climi più caldi allevano le zanne più feroci (Melville). Con quel caldo neanche un’anima (Flaubert). Il torrente erano tante cabine telefoniche una vicina all’altra (Brautigan). Siamo soli e siamo morti (Miller).

Sosta: Paz, sdraiato su una roccia di forma divanica, mangia il panino alla mortadella e con un bacchettino affresca il fango. E dice:

– I colori che ci sono qui (acqua-alberi-sole-riflessi) sono difficilissimi da rendere perché sono pieni di luce, fatti di luce, come il bosco di Rashomon, ricordi?
Ma io sono capace di rifarli uguali sulla pagina; io e chi altri al mondo?

Lo scrivente: – Nessuno, maestro.»

Prima volta, sì, ma con metodo. In un documento video del 1983 Andrea Pazienza afferma: «Il fumetto, come un’arte marziale, significa un insieme di regole che a prima vista sembrano facilissime, e forse lo sono, ma che tutte insieme sono molto difficili da imparare, difficilissime da digerire e soprattutto è molto difficile impararle e digerirle in modo naturale. Questa naturalezza, che è la cosa alla quale io tendo oggi, è un po’ diventato lo scopo del mio disegnare».

“Detto questo,” – scrive Stefania Scateni sull’Unità del 18 settembre 2005 – “Andrea non era diverso dagli altri, naturalmente. Aveva le sue insicurezze e le sue paturnie, le sue passioni e i suoi entusiasmi, come tutti i mortali. Però, è innegabile, aveva dei doni speciali.”

Che cosa resta a noi? Che cosa possiamo fare? Raccogliere, se vogliamo, l’invito che Andrea Pazienza formula in questa sua poesia del 1984:

Ma io sono la mitica anatra migrante,
sono ancora una volta perpetuo moto
sono la brocca sognante,
desiderio di vuoto.
E se le mie arroganti parole di un tempo,
son finite segnalibro d’un volume dimenticato
pure ti chiedo ara il mio campo
a scoprirlo.

____________________________________________________

Andrea Pazienza nasce nel 1956 a San Benedetto del Tronto. Il padre, Enrico Pazienza, è professore di educazione artistica, la madre,  Giuliana Di Cretico, insegna applicazioni tecniche . A San Severo, la città del padre trascorre l’infanzia; d’ estate è  con la famiglia a San Menaio, frazione di Vico del Gargano.

All’età di tredici anni Pazienza si trasferisce per studio a Pescara, Torna quasi ogni fine settimana a San Severo, dove continua a frequentare gli amici di sempre e a lasciare tracce della sua genialità, tra l’altro realizzando le scenografie di alcuni spettacoli presso il Teatro Verdi. Nella città abruzzese si iscrive al liceo artistico e stringe amicizia con l’autore di fumetti Tanino Liberatore. In questi anni crea i suoi primi fumetti e realizza una serie di dipinti; collabora con il Laboratorio Comune d’Arte “Convergenze”, che dal 1973 espone i suoi lavori in mostre sia collettive sia personali.

Nel 1974 si iscrive al DAMS di Bologna, vivendo gli anni della contestazione giovanile, sfondo del fumetto Le straordinarie avventure di Pentothal, primo lavoro di Pazienza pubblicato («Alter Alter», 1977). In quella facoltà incontra altri artisti e scrittori: Pier Vittorio Tondelli, Enrico Palandri, Giacomo Campiotti, Gian Ruggero Manzoni, Roberto “Freak” Antoni. Nel 1977, con Filippo Scozzari, Stefano Tamburini, Massimo Mattioli e Tanino Liberatore, fonda la Primo Carnera Editore e la rivista «Cannibale», e dal 1979 al 1981 collabora col settimanale «Il Male». Col gruppo di «Cannibale» e con Vincenzo Sparagna, fonda nel 1980 il mensile «Frigidaire», sulle cui pagine fa la sua comparsa Zanardi.

Gli ultimi giorni di Pompeo è del 1987. Andrea Pazienza muore a Montepulciano, dove si era trasferito nel 1984,  il 16 giugno 1988. Pochi giorni dopo la sua scomparsa si apre a Peschici la prima mostra che avrebbe dovuto tenere insieme al padre Enrico.

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© Anna Maria Curci

In Apulien, 4 – La luna dei Borboni

In Apulien, 4 – La luna dei Borboni

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

 

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

 

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

Ancora sulla “triste condizione della dimenticanza” (Rossano Astremo) si sofferma la quarta tappa della rubrica “In Apulien”, dedicata all’antologia di poesie di Vittorio Bodini, La luna dei Borboni, pubblicata per la prima volta nel 1952, esattamente sessanta anni fa.
Scrive Rossano Astremo nel saggio Bodini e le struggenti inchieste, pubblicato su “Nuovi Argomenti” (n. 32, ottobre-dicembre 2005):

«Ad esclusione di “Quarta Generazione”, antologia curata da Piero Chiara e Luciano Erba sulla giovane poesia, pubblicata da Magenta Editrice nel 1954, di Vittorio Bodini non c’è traccia nelle principali antologie di riferimento sulla poesia contemporanea. Dall’antologia curata da Edoardo Sanguineti, pubblicata da Einaudi nel 1969, a quella di Pier Vincenzo Mengaldo, che risale al 1978, quando uscì nella prestigiosa collana de I Meridiani della Mondadori, sino ad arrivare alla più recente, frutto del lavoro di selezione di Maurizio Cucchi e Stefano Giovanardi, da pochi mesi apparsa arricchita nella collana Classici Moderni della Mondadori, di Bodini neanche l’ombra.»

Astremo menziona gli studi su Bodini di Lucio Antonio Giannone e la ripubblicazione, da parte della casa editrice Besa, di alcune sue raccolte di poesia; auspica l’interesse della critica letteraria che “renda merito a una voce che il peso del tempo ha seppellito senza giusta ragione”. Qui cominciamo con il proporre a chi legge alcuni versi di Bodini tratti dalla raccolta La luna dei Borboni, significativo punto di arrivo e di partenza per la poesia del Novecento.

 

Tu non conosci il Sud, le case di calce
da cui uscivamo al sole come numeri
dalla faccia d’un dado

Vittorio Bodini

Vittorio Bodini

 

da: La luna dei Borboni

La luna dei Borboni
col suo viso sfregiato tornerà
sulle case di tufo, sui balconi.
Sbigottiranno il gufo delle Scalze
e i gerani — la pianta dei cornuti —,
e noi, quieti fantasmi, discorreremo
dell’unità d’Italia.
Un cavallo sorcigno
Camminerà a ritroso sulla pianura.

.

***

Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del Sud
un tramonto da bestia macellata.
L’aria è piena di sangue,
e gli ulivi, e le foglie del tabacco,
e ancora non s’accende un lume.
Un bisbigliare fitto, di mille voci,
s’ode lontano dai vicini cortili:
tutto il paese vuole far sapere
che vive ancora
nell’ombra in cui rientra decapitato
un carrettiere dalle cave. Il buio,
com’è lungo nel Sud! Tardi s’accendono
le luci delle case e dei fanali.
Le bambine negli orti
ad ogni grido aggiungono una foglia
alla luna e al basilico.

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***

Possibile che polverose cicogne
trapassino le crune dei campanili?
Che l’esatto sorriso delle astrazioni
baleni dalle velette, per le stanze
ove l’odore degli agrumi e il vento
di scirocco escludono ogni memoria?
Cresciuti fra la secca polvere e i fiori rubati
– gelsomini e garofani e polvere che dà barbagli -,
nuovi fanciulli ora tremano al buio degli anditi
ove li attira col suo caldo fiato la lasciva paura.
(Era un confine ogni albero che il treno varcava
spogliando i rami del loro fogliame di corvi,
e quel delirio d’ali nere nell’aria
arsi frammenti erano d’una lettera
che tenteremmo invano di ricomporre.)

.

***

I preti di paese
hanno le scarpe sporche
un dente verde e vivono
con la nipote.
Presso cassette vuote
d’elemosina
sanguina Cristo in piaghe
rosso borbonico;
esala un’agonia
dura dai banchi
e dai fiori di campo.
In piazza, accoccolati
sulle ginocchia del Municipio,
stanno i disoccupati
a prendere l’oro del sole.
Trotta magro e sicuro
un gatto nel Sud nero.

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***

Qui non vorrei vivere dove vivere
mi tocca, mio paese,
così sgradito da doverti amare;
lento piano dove la luce pare
di carne cruda
e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.
Pigro
come una mezzaluna nel sole di maggio,
la tazza di caffè, le parole perdute,
vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano:
divento ulivo e ruota d’un lento carro,
siepe di fichi d’India, terra amara
dove cresce il tabacco.
Ma tu, mortale e torbida, così mia,
così sola,
dici che non è vero, che non è tutto.
Triste invidia di vivere,
in tutta questa pianura
non c’è un ramo su cui tu voglia posarti.

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“Bodini è nato da genitori leccesi il 6 gennaio del 1914 a Bari, ma ancora in fasce viene portato a Lecce. A diciotto anni fonda un gruppo futurista. Nel 1937 si iscrive alla Facoltà di Filosofia di Firenze, dove si laurea nel 1940. Tornato a Lecce, con Oreste Macrì, cura la terza pagina di ‘Vedetta Mediterranea’, poi collabora a ‘Letteratura’, pubblicando le prime poesie, aderisce al movimento ‘Giustizia e Libertà’ e si inserisce in ‘Libera Voce’.
Nel 1946 si trasferisce in Spagna come lettore d’italiano e poi antiquario. Nel 1950 rientra a Lecce e dopo due anni ha la cattedra di Letteratura Spagnola presso l’Università di Bari. Nel 1954 fonda ‘Esperienza Poetica’ che vive due anni. Continua ad avere rapporti stabili con il Salento, anche se negli ultimi dieci anni si è trasferito a Roma, dove muore il 19 dicembre 1970.
Bodini ha dato vita ad eccellenti traduzioni del Don Chisciotte di Cervantes, del Teatro di F. Garcia Lorca e di I poeti surrealisti spagnoli, tutte uscite con Einaudi, è autore di numerosi scritti in prosa, via via dimenticati, ma oggi riscoperti grazie all’attento lavoro della casa editrice Besa e del docente universitario Lucio Antonio Giannone, ma soprattutto Bodini è autore di pochi, ma preziosi libri di poesia.
Da ricordare La luna dei Borboni (1952), Dopo la luna (1956), Metamor (1967) e Poesie (1972, postuma), raccolta di testi uscita per Mondatori e negli ultimi anni ripubblicata da Besa. Una corretta interpretazione della poetica di Bodini si può effettuare considerando la  continua attrazione tematica del sud.
Proprio questa necessaria dimensione memoriale allontana Bodini dall’oscuro ermetismo post guerra, avvicinandolo ad una struttura in versi più vicina alla testimonianza:«Un paese che si chiama Cocumola / è / come avere le mani sporche di farina / e un portoncino verde color limone. / Uomini con camicie silenziose fanno un nodo al fazzoletto / per ricordarsi del cuore. / Il tabacco è a secare, / e la vita cocumola fra le pentole / dove donne pennute assaggiano il brodo».
Esempio questo testo della polarizzazione bodoniana tra le maglie ispide dell’oscura significazione ermetica (i primi 4 versi) e il ritmo più agile e distensivo che si percepisce nella delineazione di un ricordo ( come dimostrano i versi successivi).
Ma il sud, l’estremo lembo di terra nel quale Bodini ha vissuto gran parte della sua esistenza, è anche tema denso di tristi riflessioni e di dolori esistenziali lancinanti: « Qui non vorrei morire dove vivere / mi tocca, mio paese, / così sgradito da doverti amare; / lento piano dove la luce pare / di carne cruda / e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.// Pigro / come una mezzaluna nel sole di maggio, / la tazza del caffè, le parole perdute, / vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano: / divento ulivo e ruota di un lento carro, / siepe di fichi d’India, terra amara/ dove cresce il tabacco. / Ma tu, mortale e torbida, così mia / così sola / dici che non è vero, che non è tutto. // Triste invidia di vivere, in tutta questa pianura / non c’è un ramo su cui tu voglia posarti».
Bodini è poeta dalla sensibilità estrema, supremo cantore di un sud mitico, ancestrale, ma, nel contempo, limitante e castrante. I suoi versi sono tra i migliori prodotti della poesia meridionale del Novecento e si spera che la critica letteraria presto renda merito ad una voce che il peso del tempo ha seppellito senza giusta ragione”

(da: Rossano Astremo, Vittorio Bodini e la triste condizione della dimenticanza)