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Una frase lunga un libro #83: Cristina Henriquez, Anche noi l’America

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Una frase lunga un libro #83: Cristina Henriquez, Anche noi l’America, (trad. di Roberto Serrai), NN editore, 2016; € 17,00, ebook € 7,99

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«Hanno parecchia roba?» domandò.
«Non mi è sembrato».
«Bene» disse mio padre. «Allora forse sono gente come noi».

 

È quasi sempre una faccenda di spazio. Spazio da liberare, spazio da trovare, spazio da occupare. Spazio non concesso, spazio salvavita. Spazio negato. È la ricerca costante di uno spazio vitale o la sua assenza che, tra le altre cose, spinge – da sempre – milioni di uomini e donne a spostarsi verso altri luoghi, non per forza migliori ma necessari. La ricerca dello spazio in cui stare (dentro il quale esistere/resistere) è sopravvivenza, è la costruzione di una possibilità. Lo spazio, in poesia, consente il respiro. Chi si sposta da un luogo all’altro, che scappi da una guerra o da morte per fame, cerca lo spazio in cui allargare il proprio respiro. Respirare cercando il futuro, respirare per mettersi il passato alle spalle, o almeno provarci. Tempo fa, nel Canale di Sicilia, tra i corpi di migranti morti furono rinvenuti quello di una madre e una figlia abbracciate. Loro l’avevano annullato lo spazio, quando non c’era più respiro e più niente, per stringersi e morire insieme. Anche noi l’America di Cristina Henriquez è costruito sulla ricerca di questo spazio, della sua collocazione nel tempo e, soprattutto, su come la scelta di allontanarsi dalla propria terra rappresenti l’applicazione della concretezza al sogno, l’apertura al possibile, alla vita.

Siamo negli Stati Uniti, nel Delaware, ma prima siamo stati a Panama, in Messico, in Guatemala. Siamo statti i tutti i posti che stanno un po’ più sotto di quella frontiera. Laggiù dove qualcuno ha promesso di costruire un muro, promessa che, per fortuna, non manterrà. Alma è una madre, Maribel è una figlia, e poi c’è un padre: Arturo. Un giorno partono dal Messico, dove non stavano malissimo economicamente, stavano meglio di molti altri. Si spostano perché Maribel ha subito un incidente, il suo cervello funziona in modo strano. Ha bisogno di assistenza medica e di una scuola particolare. Maribel e i suoi partono per il Delaware in cerca di aiuto.

Alma sarà la meravigliosa voce narrante di questo romanzo, che è bellissimo e commovente, e che insegna. La sua voce sarà alternata al racconto di altri immigrati che condividono, prima ancora che il sogno, lo spazio in cui vivere. Stanno tutti insieme in un condominio. Fatto di piccoli appartamenti, di riscaldamenti da utilizzare col contagocce perché i soldi non bastano. I vicini di casa della famiglia Rivera (questo è il cognome), come José, come Neila, come Gustavo, raccontano la loro storia tra speranze, fallimenti e nostaglia. Alma racconterà la sua storia, il suo amore per Arturo e per la bellissima figlia. Racconterà le difficoltà dovute alla lingua: che andranno dalle cose più semplici come dover comprare del cibo al supermercato o indovinare la fermata dell’autobus in cui scendere; a quelle più complicate come compilare un modulo per la scuola della figlia o parlare al telefono per farsi capire. Racconterà di Maribel che è bellissima, racconterà del proprio senso di colpa, della paura. Eppure Alma pare avere, così la si percepisce, una grande serenità, che non vuol dire che sia serena, perché soffre, ma vuol dire che porta con sé una specie di luce, che ti fa venir voglia di lottare con lei, e di darle una mano. Cristina Henriquez con Alma ha creato un grande personaggio, se Alma parla tu vuoi ascoltarla, se potessi le telefoneresti.

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Una frase lunga un libro #61: Veronica Tomassini, Sangue di cane

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Una frase lunga un libro #61: Veronica Tomassini, Sangue di cane, Laurana, 2010; € 16,00, ebook € 5,99

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Marcin era morto. Io avevo i pidocchi. Cioè successe nello stesso momento, Marcin cagava sangue, stava morendo, beveva e cagava sangue. Io invece avevo prurito ovunque, dietro la nuca soprattutto. “C’hai la rogna”, mi diceva Tano, il pescatore, l’amico di Ivona. Ma Ivona stava con Marcin e Marcin stava morendo perché cagava sangue. Io stavo con Sławek, Sławek Raczinski di Radom, Polonia. Mi ci portò Sławek in quel posto di merda, una casa a due piani, zona residenziale, bordello con mignotte dell’est, cuscini a forma di cuore, camere personalizzate, condom personalizzati, fellatio personalizzate. I pidocchi li presi prima comunque. Ero una ragazzina nei modi, e forse anche una donna. Perché avevo ventidue anni. Statura media, carina, sguardo acquoso, gambe fragiline, magre troppo magre, taglia seconda di reggiseno. Capelli lunghi. Scuri. Graziosa. Italiana. Di Siracusa. Stavo con un polacco di nome Sławek, professione: semaforista.

La letteratura quando ti travolge. Potrebbe essere questo uno dei possibili sottotitoli al bellissimo e sconvolgente libro (opera prima) della scrittrice siciliana Veronica Tomassini, uscito quasi sei anni fa ma sul quale mi piace ritornare. Una storia d’amore di una forza d’urto notevole. Una storia d’amore di una bellezza disarmante. Un racconto d’immigrazione, di dolore, un dolore, a volte, quasi cercato e inevitabile. La ragazza siciliana prova per l’immigrato Slawek, uomo da semaforo, alcolizzato, bello, distruttivo, inevitabile e polacco, un amore al primo colpo, un amore che è un colpo. Si corre a perdifiato con i due protagonisti in vecchie palazzine diroccate, grotte, i parchi di Siracusa ritrovo degli immigrati. I personaggi che via via si incrociano, stanno in un non-tempo, in un barattolo di vetro tagliato dove: sesso, morte, sangue, coltelli, baci, vino e vodka, somigliano a una cosa sola, che si chiama: disperazione, che è figlia di una speranza perduta o mai avuta. L’autrice ha trovato un modo nuovo,  e a pensarci bene, uno dei pochi possibili per raccontare l’immigrazione. Una lotta per la vita che si svolge tutti i giorni davanti ai nostri occhi. Sui nostri autobus, nei nostri bar, magari sul pianerottolo di casa. Una guerra di cui vediamo qualche lampo, storie di cui ci interessa la superficie. Ho riletto il libro da poco e riflettevo sul fatto che Tomassini ci mostra l’unica via possibile all’integrazione, quella della conoscenza vera, ci riesce con la forza della sua scrittura; una scrittura fuori dagli schemi, rapida e ripida, tagliente, dolce, implorante, sciolta, quotidiana, a volte fotografica. Una scrittura che rende di nuovo possibile il concetto di “verità”.

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Marianna Garofalo – Pietà

San Paolo foto gianni montieri

San Paolo foto gianni montieri

Pietà

 

Omar non riusciva a dormire. Le finestre e le porte erano aperte per creare corrente, aveva appena fatto una doccia ma le lenzuola continuavano a intrappolarlo in una morsa calda che dai talloni arrivava alle tempie passando lungo l’arco della schiena. Dormire in mutande non serviva a niente. Si alzò per andare verso il frigo a bere del succo fresco imprecando in arabo qualcosa di incomprensibile anche per sé.
L’unica cosa che lo consolò fu l’attimo in cui gli arrivò in faccia l’aria fresca del frigorifero aperto.
Rimase qualche secondo fermo, chiuse gli occhi, tirò la testa indietro e abbozzò un sospiro di sollievo spezzato dall’afa. Maria se n’è andata da due settimane.
Gliel’ha detto con un messaggio sul cellulare, ha preso tutte le sue cose mentre non c’era ed è sparita lasciandogli giusto qualche foto da bambina ancora alle pareti e qualche giacca dismessa e per quanto puoi comprendere le motivazioni di una separazione, le modalità anche più spietate, capita sempre che di notte, con quaranta gradi, lo stomaco protesti fragorosamente e la gola si secchi fino a levarti la forza di ingoiare.
Arrivato a Napoli, il cugino gli aveva offerto un lavoro nel suo ristorante arabo e un alloggio vicino alla stazione centrale. Maria andava raramente al ristorante arabo con le sue coinquiline, ma da quando Omar ci lavorava, trovava un pretesto per andare almeno una volta la settimana. Poi una sera, prese il solito kebab in orario di chiusura, rimase a parlare con Omar fino a tardi e si fece riaccompagnare a casa.
In quella casa avevano condiviso una stanza doppia per tre anni, fino a quando gli spazi divennero troppo stretti, i soldi troppo pochi, la differenza culturale troppo grande. Omar nel frattempo aveva lasciato il lavoro al ristorante e si era messo in proprio al mercato di piazza Garibaldi. Comprava vestiti all’ingrosso dai cinesi, e li rivendeva nello spazio che gli era stato assegnato. Escluso il periodo in cui i negozi mettevano i saldi, l’attività risultava piuttosto redditizia.

Omar in Italia non esiste ma si alza tutte le mattine alle sei per andare al mercato con il motorino non registrato; non ha il permesso di soggiorno, non paga le tasse allo Stato ma deve pagare il pizzo per la merce che compra, per lo spazio che occupa con la bancarella e perché nessuno gli dia fastidio. L’economia nel quartiere gira e Omar mette qualche cosa da parte per la sua famiglia in Algeria.

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– Vince’ è che qua ci sta troppa gente, è questo il problema – fu la prima frase che gli rivolse Nicola quella mattina in macchina mentre pattugliavano la stazione di piazza Garibaldi.

Vincenzo Capone era entrato in polizia a 18 anni, dopo che un infarto in 2 minuti scarsi, aveva stroncato suo padre nel cuore della notte. Viveva con la madre, già debole di nervi, che dal giorno della morte del padre perse parte di lucidità che le restava e quasi tutta l’autonomia. Fosse stato per Vincenzo l’avrebbe volentieri rinchiusa in qualche clinica ben attrezzata e se ne sarebbe andato fuori Napoli, magari all’estero, ma i soldi non bastavano e la catenina con il Volto Santo che era stata di suo padre gli batteva ad ogni minimo movimento sul petto e gli ricordava l’infarto e ciò che era giusto fare.

– Ma poi dico io – continuò Nicola – questa città già sta tanto inguaiata che c’è bisogno di tutti questi extracomunitari inguaiati? No, Vince’, io non so’ razzista, ma questi portano solo merda in un posto già di merda.-

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Omar prese il succo d’ananas dal frigo, vide la scadenza, lo odorò e lo rimise dentro. Poi continuò ad aprire e chiudere lo sportello del frigo per farsi aria. Serviva a poco perché dopo un po’ ci si abituava e il getto non aveva più lo stesso effetto refrigerante. Allora prese a far trascorrere degli intervalli di tempo più lunghi tra un’apertura e un’altra e rise pensando a quello che stava facendo. Era solo in casa per tutto il mese di agosto e nessuno avrebbe potuto beccarlo in strani atteggiamenti notturni. Gli altri ragazzi erano tutti studenti fuori sede ed erano ritornati dalle famiglie per le vacanze. Omar erano sei anni che non tornava a casa e questo mese non avrebbe nemmeno potuto spedire parte del guadagno. Questo mese, sua madre e le sue sorelle avrebbero avuto solo una cartolina di saluti e molte scuse.

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Se avesse avuto la possibilità di scegliere un lavoro per sé Vincenzo Capone avrebbe fatto il falegname. Amava l’odore del legno e della colla, i trucioli che si accumulano sul pavimento, le grandi assi informi appoggiate alle pareti della bottega di Ninuccio, il falegname del quartiere. Quando giocavano a pallone nel vicolo, Vincenzo faceva sempre in modo che la palla finisse nella bottega, così aveva una scusa per entrare, respirare l’odore del legno e chiedere a Ninuccio cosa stesse preparando. Ninuccio l’aveva capito e per questo non bestemmiava più quando il Supersantos entrava nel negozio. Un pomeriggio gli bucò il pallone, gli regalò un coltellino e un pezzo di legno e disse:”vrimm’c’ saj fa”. In una settimana Vincenzo fece un crocifisso come quello che la madre aveva sul comodino ma quando lo portò a Ninuccio tutto quello che ricevette in cambio fu un “fa schifo”, tanto che non ebbe più il coraggio di lavorare il legno e non entrò più nella bottega.

Tutte le volte che ci pensa si incazza ancora. Non si dovrebbe mai dire a una persona che fa una cosa per la prima volta “fa schifo”; perché nella vita bisognerebbe avere pietà per le cose fatte per la prima volta e per le cose che fanno schifo.

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Omar non si sentiva un uomo. C’erano gli uomini, quelli che hanno una casa e un lavoro normale, un Paese, una lingua e una collocazione. Poi c’era lui e quelli come lui: dei ratti messi al margine di una stazione, tra un cassonetto e il vomito di qualche povero disperato, con quattro lire nel portafogli perché il resto lo mandi a tua madre, che ha messo al mondo altri sette ratti come te sparsi chissà dove che scrivono cartoline e lettere ingiallite che hanno tutte quell’odore insopportabile di spezie misto all’umido e alla muffa perché un ratto non può permettersi che una stanza piena di muffa. Aveva perso l’incasso della settimana , la merce che aveva già pagato, i poliziotti l’avevano colpito allo stomaco e buttato a terra, sputato in faccia nel caso non avesse capito che posto ha nel Mondo, in quella parte di Mondo che di per sé già fa schifo ma poi arriva lui e quelli come lui e lo schifo diventa troppo e non riesce ad essere riassorbito e invade i margini dei marciapiedi ma lui prega Allah perché abbia pietà per quelli come lui, per Maria che lo abbandona con un messaggio sul telefonino, per quei due poliziotti con le facce da ragazzini e per tutto lo schifo del Mondo, perché anche lo schifo merita pietà, magari non da subito, ma a un certo punto sì.
Spinse con forza la porta del frigo. Non l’avrebbe più riaperta. Gli occhi si riempirono di lacrime e solo una non riuscì a trattenerla, così scese fredda sul viso riscaldato.
Tornò in camera da letto e puntò il ventilatore addosso, esattamente come Maria non voleva. Si sdraiò e pensò che non si sarebbe dato per vinto e che Dio – il suo Dio – era dalla parte dei giusti. Poi si rigirò tra le lenzuola.
Sì, ma che vita era questa?

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– Vince’ io mi sono scocciato di girare a vuoto. Ci pagassero bene –
– Si, Nicola e che vuoi fare?-
– Non lo so. Te la vuoi alzare una cosa di soldi in più? Io m’ so’scucciat’.
– E come ce li alziamo? Facciamo una rapina?
Nicola rise. Ci pensò su.
– No Vince’, meglio. Mo’ prendiamo a uno di questi immigrati con le bancarelle illegali e lo facciamo cacare sotto. Gli chiediamo il permesso di soggiorno, quello ci dice che non ce l’ha. Allora noi gli sequestriamo la merce e ci prendiamo l’incasso se no lo rispediamo al suo Paese.
– Sì, e che ce ne facciamo della merce, ce la teniamo?
– No, la rivendiamo a qualche disperato come lui. Qui è pieno. Fidati, già l’ho fatto una volta.
– A me sembra una stronzata.-
– Senti Vince’, noi un extra ce lo meritiamo; ma ti rendi conto che vita facciamo in questa città? Poi non è manco possibile tenere tutta questa gente! Già non facciamo il nostro dovere e gli facciamo un favore che non li denunciamo tutti e li rimandiamo ai Paesi loro.
Vince’, già te l’ho detto, io non so’razzista, ma c’vita è chest’?

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Se avesse potuto scegliere, Omar avrebbe lavorato la terra dietro casa dei genitori. Avrebbe piantato degli ulivi, magari degli aranci, vissuto dei suoi prodotti, respirato i suoi profumi; poi si sarebbe sposato, avrebbe fatto un figlio, si sarebbe preso cura della madre, della sua terra, avrebbe imprecato per la siccità e festeggiato un raccolto abbondante con del buon vino. La terra per Omar era un miracolo e i frutti non erano solo il risultato di un buon lavoro ma era l’amore di Dio che si compiva attraverso le sue mani. Che ci faceva lui su un marciapiede a vendere vestiti a poveri disgraziati che indossavano maglie puzzolenti di acido tra le macchine, lo smog, i barboni, il vino rancido, il piscio di cani?
Ci sono luoghi e persone di cui Dio si è dimenticato. Ci sono posti così bui che nemmeno Dio vuole abitare perché fanno schifo. Forse lo schifo è lì, dove Dio non abita. Ma forse stava pensando male ed era peccato, perché non possono esserci dei posti in cui Dio non c’è, forse si è solo nascosto, come fa un cane spaventato dietro i cassonetti e se gli uomini non mostrano pietà, non esce allo scoperto. Ma stava dando del cane a Dio? Chiese perdono chiudendo gli occhi e si addormentò pregando.

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Vincenzo si accende l’ultima sigaretta della giornata, la fuma fuori al balcone che da nel cortile interno. È pieno di macchine e motorini parcheggiati alla meglio, qua e là il resto di qualche aiuola, il ricordo di una pianta e delle erbacce sporche e velenose che si arrampicano sul muretto. Quelli come lui e Nicola assomigliano proprio alle erbacce velenose e sporche, attaccate a qualcosa con tutta la forza, resistenti alle intemperie più per dispetto e avidità che per una forza reale; più per sfida che per amore.
Ha derubato un povero disgraziato per quattro spiccioli, lo ha anche colpito allo stomaco quando ha provato a implorare pietà, perché davvero non riesce ad accettare che qualcuno implori pietà, perché la pietà non è di questo Mondo e se proprio devi perdere tempo a chiederla a qualcuno allora chiedila a Dio che forse è l’unico in grado di provarla ma non di certo a uno come lui o Nicola, due poveracci che rubano a gente che vive tra la spazzatura e che non ha niente.
Butta il mozzicone ancora acceso nel cortile, cercando di centrare le erbacce con la speranza che prendano fuoco una volta per sempre, ma tanto non accadrà perché sono sempre umide del piscio dei cani del palazzo. I cani sono gli unici ad avvicinarsi ancora a quel muretto e a quelle erbacce, forse perché i cani ne hanno pietà, forse sentono l’odore dei cani che ci sono andati prima ancora e allora si fidano, riconoscono il luogo, un luogo che non è mai stato abbandonato. Allora forse anche i cani provano pietà. I cani e Dio.
Vincenzo sorride per quel pensiero assurdo, fa un respiro profondo come per imprigionare dentro il torace quanta più aria possibile di quella serata calda. La ricaccia con la stessa forza fuori. Forse per quelli come lui c’è ancora speranza. Come per le erbacce.
Domani smetto di fumare.
Anzi, no, così muoio prima.

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© Marianna Garofalo

Andrea Pomella – Nascere dalla parte giusta del mediterraneo

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Questo è un estratto dal libro “10 modi per imparare a essere poveri ma felici” (Laurana, 2012) di Andrea Pomella, è il capitolo dedicato alle povertà migranti e agli orrori legislativi italiani in materia di immigrazione.

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Quando si parla di immigrazione alla maggior parte degli italiani vengono in mente le immagini delle carrette del mare che solcano il canale di Sicilia facendo rotta su Lampedusa, imbarcazioni gonfie di esseri umani disidratati e in stato di choc che spesso invadono le cronache dei telegiornali per via di naufragi devastanti, o per una conta dei morti che suona scabrosa e seccante per tutto l’Occidente sviluppato (val bene ricordare che a partire dal 1988 il numero delle vittime nel Mediterraneo ha superato la quota delle sedicimila unità).

Per i mass media un migrante subsahariano è principalmente questo: un naufrago scampato a una traversata infernale, un clandestino alle prese con le schedature del Centro di Identificazione ed Espulsione che possiede nient’altro che il proprio vestito impregnato di salmastro.

Quello che viene taciuto, e che si riesce a immaginare solo parzialmente, è il prima e il dopo. Il prima: il deserto, il mare, la scelleratezza di un trattato, quello italo-libico siglato nel 2008 da Berlusconi e Gheddafi, che a fronte dell’impegno italiano a pagare la Libia affinché i migranti africani non sbarcassero sulle nostre coste, chiudeva entrambi gli occhi sui lager libici di Zitlen, Misratah e Sebha, dove le donne intercettate sulle rotte per l’Europa venivano stuprate, e gli uomini lasciati marcire in carceri fatiscenti finanziate in parte dall’Italia e in parte dall’Unione Europea. Il dopo: il reclutamento nei ranghi delle organizzazioni criminali, lo spaccio di droga, la vendita di merci contraffatte, la prostituzione, le mutilazioni e le infermità permanenti esposte per ottenere meglio la carità.

Con un po’ di retorica si potrebbe dire che sappiamo come arrivano, ma non sappiamo da cosa fuggono, e soprattutto, non sappiamo cosa trovano al loro arrivo in Italia (o forse lo sappiamo benissimo, ma facciamo finta di non saperlo). Allora diciamo che le cose coincidono fra loro, e se dovessimo trovare una parola che le definisca, diremmo che è ancora quella, triste, dolorosa e semplice, che giunti a questo punto avremo imparato a declinare in tutte le sue sfumature: fuggono dallapovertà per trovare altra povertà.

Le due povertà, pur avendo la medesima sostanza, possiedono comunque sfumature diverse: la prima, quella da cui fuggono, è molto più vicina alla miseria, a quello status in cui, si è detto, non c’è salvezza. La povertà che trovano, invece, è in primo luogo il tradimento di una speranza di vita migliore, ma è soprattutto una condizione alla quale, oltre alle consuete privazioni che circoscrivono ogni genere di povertà, si somma la mancanza dei diritti fondamentali.

Da un punto di vista politico, infatti, un clandestino non ha diritto a cose come il welfare state, i servizi pubblici, l’istruzione, l’assistenza sanitaria, per non parlare del diritto di voto.

Lo stesso clandestino, per il solo fatto di occupare uno spazio fisico all’interno di un territorio straniero, rappresenta il corpo di un reato che in termini giuridici è definito “di immigrazione e soggiorno illegale”.

Questo reato, nel caso italiano, è stato concepito dal governo Berlusconi in un provvedimento entrato in vigore nel 2009 nell’ambito del famoso Decreto Sicurezza. Si tratta, senza mezzi termini, di una legge razziale – come fu ben evidenziato in un appello firmato da un gruppo di intellettuali italiani tra i quali figuravano Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, Dacia Maraini, Dario Fo, Franca Rame e Moni Ovadia – poiché l’azione penale, in questo caso, colpisce l’individuo in quanto essere e non per le conseguenze che le sue azioni producono sull’ordine sociale.

Nonostante la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo abbia condannato all’unanimità l’Italia per i respingimenti verso la Libia, la demarcazione del concetto di clandestinità fatta da uno Stato nell’espressione delle proprie leggi rimane un’ammissione esplicita che esistono forme acute di disuguaglianza fra gli uomini. Non solo, questa disuguaglianza è sancita attraverso un principio odioso secondo cui a essere incriminata è la povertà in una delle sue fisionomie terminali (tra le altre cose la legge italiana prevede un’assurda pena pecuniaria che va dai 5.000 ai 10.000 euro, che è come condannare un uomo senza braccia a fare cento flessioni). La condizione giuridica di un clandestino è quindi la stessa di un fantasma, le sue probabilità di ottenere una vita migliore rispetto a quella da cui è fuggito sono molto vicine allo zero.

Definire l’immigrazione un reato vuol dire, tra l’altro, che uno straniero giunto clandestinamente in Italia sarà spinto a non avere contatti con le istituzioni, che tutta la sua vita sarà esclusa dai servizi sociali e sanitari, che è il contrario di ogni principio basilare di integrazione. L’accoglienza degli stranieri dovrebbe avere infatti come obiettivo primario che queste persone siano riconosciute e che si affermino come cittadini. Compito dello Stato dovrebbe essere quindi quello di facilitarne un percorso, non di ostacolarlo “usando il cannone” – come ebbe a dire, per esempio, il fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi.

Ma cosa distingue un povero italiano da un povero straniero? Con una boutade potrei dire che un povero straniero è un povero senza autorizzazione a essere tale. Mentre un povero italiano mantiene intatti, almeno formalmente e nonostante si trovi in una situazione di indigenza, i diritti, un povero straniero vive una condizione di emarginazione che non è solo sociale, ma che si potrebbe definire onnicomprensiva.

Il povero straniero non può essere povero poiché non può essere in senso lato. Non essendogli riconosciuta una cittadinanza – anzi, essendo riconosciuta la sua sola presenza come un reato – egli non potrà che nascondersi, vivere la sua vita ogni giorno come una non-vita.

Lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, nel libro Le pareti della solitudine (Milvia, 1988 e ora Einaudi, 1990) che racconta il mondo segreto di Momo, un immigrato che attraverso la sua storia denuncia senza mezzi termini il razzismo che deborda nella nostra società, scrive: “Da qualche tempo la mia vita è quella di un albero strappato dalle radici. Seccato ed esposto in una vetrina. Non sento più la terra. Sono orfano. Orfano di una terra e di una foresta. Non sanguino più”.

Come spesso accade, la letteratura ci viene incontro offrendoci le metafore migliori per capire il senso intimo e doloroso di una condizione. Ma dandoci anche una lettura inedita di noi stessi, un gioco di specchi. Il povero straniero senza identità né diritti è un albero strappato dal terreno che sarà in grado di sopravvivere finché sopravvivrà linfa nelle sue radici. E noi, dalla nostra parte, siamo gli artefici di questa mutilazione. La sua è una povertà a scadere, oltre la quale c’è un’estensione di tempo piatto e nudo senza presente e senza avvenire.

Sta in questo la differenza profonda che corre tra un povero italiano e un povero straniero.

Che il destino di molti clandestini sia finire nelle maglie del crimine o dell’illegalità è una conseguenza logica di questo stato di cose. Le organizzazioni criminali sono di fatto le uniche che in un certo senso riconoscono la presenza di un clandestino, la ammettono nei propri ranghi, ne legittimano l’esistenza al fine di ridurla in schiavitù per i propri loschi tornaconti. Per le organizzazioni criminali un clandestino senza diritti, senza tutele da parte della legge, senza un nome né un’identità sicura, spesso senza neppure un’età certa, è meno di un animale, è una risorsa ideale che può essere sfruttata oltre ogni limite, spremuta e dissanguata. La sua povertà è niente a confronto dei rischi a cui lo espone la condizione di essere privo di ogni diritto, lo status che lo riconosce come una persona che delinque per il solo fatto di essere.

È per questa via che molti clandestini diventano braccianti a basso costo impiegati nelle raccolte stagionali, alloggiati in stabilimenti industriali o casali agricoli abbandonati, costretti a vivere senza luce, acqua, gas, beni o servizi di alcun genere, e a sopravvivere con i pasti offerti dai volontari delle opere di carità.

Ed è per questa via che molte donne clandestine vengono ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi per la strada, reclutate in patria attraverso l’opera di coercizione psicologica e la promessa di trovare all’estero migliori condizioni di vita per sfuggire da situazioni di grave precarietà economica, introdotte in Europa sfruttando le legislazioni più all’avanguardia – come quella olandese – nel settore dell’assistenza alle vittime della tratta, e successivamente trasferite negli altri paesi, tra cui l’Italia, per essere immesse direttamente nel mercato della prostituzione.

Va da sé che, una volta rimaste impigliate nelle reti di traffici criminali internazionali, queste persone non hanno più scampo.

Allora un povero straniero non è solo un povero e non è solo una persona a cui vengono negati i diritti fondamentali dell’uomo. Un povero straniero è – di fatto o potenzialmente – un nuovo schiavo, vale a dire un individuo obbligato a lavorare sotto minacce fisiche e psicologiche, costantemente controllato da un padrone che gli concede una libertà di movimento limitata o nulla, privato della dignità umana, comprato e venduto come una proprietà privata. E tutto questo a più di sessant’anni di distanza dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che proibisce la schiavitù e la tratta “sotto qualsiasi forma”.

Appare evidente dunque a chi abbia giovato l’introduzione nell’ordinamento giuridico di un reato come quello di immigrazione e soggiorno illegale.

È convenuto alla malavita organizzata, alle mafie, ai grandi network criminali internazionali ai quali è stato messo a disposizione un bacino pressoché illimitato di mano d’opera disumanizzata e a basso costo. Ma è convenuto anche a una parte politica, la destra dei linguaggi nazionalistici e identitari, che ha ottenuto in questo modo facili consensi battendo il ferro sul mito del micro territorio, ossia di quello spazio minacciato – un quartiere, una città, una regione – da cui espellere tutti gli stranieri, da cui emarginarli.

In latino la parola emarginare significava “incidere una ferita, allargare i margini di una piaga”. L’emarginazione che vivono i clandestini oggi è esattamente questo: la loro è un’antica ferita nella quale è stato conficcato un coltello la cui lama fa leva per distanziarne i margini. Una lacerazione inguaribile che produce angoscia, strazio, afflizione.

Ma l’emarginazione esiste a condizione che esista qualcuno che emargini qualcun altro. E il motivo per cui un clandestino subisce, insieme a una discriminazione di Stato, anche una discriminazione di ordine sociale, è che la sua condizione è replicabile, potenzialmente, all’infinito.

Noi vediamo nello straniero un individuo che rappresenta un pericolo per la comunità. Il pericolo di cui lo riteniamo portatore non è tanto – o meglio, non è solo – quello della delinquenza, della criminalità e della malavita, o ancora dell’alterazione dei nostri codici culturali. Il pericolo maggiore che intravediamo in lui è che, con la sua sola presenza, rappresenta la personificazione di una nostra paura ancestrale, quella di perdere tutto, di ritrovarci nudi e soli in una terra straniera e ostile, in una condizione in cui non esiste più comunità, purezza e normalità.

È in questo modo che si finisce per articolare verso gli immigrati giudizi di sospetto, di rifiuto e in ultimo di esclusione. La minaccia non è quella brandita come un’arma di persuasione di massa da certi movimenti xenofobi che gridano all’immigrato che “porta le malattie, picchia le donne e ci ruba il lavoro”. La minaccia è la replicabilità di quel destino.

Ecco perché, per dirla con i latini, conficchiamo il coltello nelle loro piaghe per allargarne i margini.

Abbiamo detto che la chiave per capire il fenomeno dell’emigrazione è la povertà. I sociologi dicono che le motivazioni che spingono gli uomini a emigrare sono sostanzialmente di due tipi: motivazioni biologiche e ricerca di ordine esistenziale e culturale. Le motivazioni biologiche sono quelle dettate dall’istinto di sopravvivenza proprio della razza umana e riguardano soprattutto le forme di emigrazione dal terzo al primo mondo. Quelle di ordine esistenziale consistono nel tentativo di realizzare desideri e aspettative.

Chiaro che in un discorso sulla povertà a interessare sono principalmente le motivazioni biologiche, tuttavia l’aspetto esistenziale non rimane del tutto sullo sfondo.

Molti tra gli immigrati che siamo abituati a incontrare sui marciapiedi, intenti a esporre merci su grandi lenzuoli bianchi, sono infatti laureati. Parliamo del 53% del totale, una percentuale che supera la metà degli stranieri presenti in Italia (si tenga presente che da noi, secondo un’indagine Eurostat, la percentuale di cittadini italiani laureati è 11,6% per gli uomini e 12,8% per le donne, il dato più basso di tutta l’Unione Europea). Una seria politica di integrazione terrebbe conto di certi numeri, se alle limitazioni per gli stranieri, oltre a quelle già citate, non se ne aggiungessero di ulteriori, come la difficoltà nell’ottenere il riconoscimento del titolo di studio e il rischio conseguente di dequalificazione.

In un bel libro del comparatista Armando Gnisci, Il rovescio del gioco (Carucci, 1992 e ora Sovera, 1993), tra le altre notevoli e interessanti cose si legge: “I magrebini non si meravigliano eccessivamente del razzismo italiano – non peggiore né particolarmente diverso da quello francese o svizzero, da quello di Londra o di Brema –, si meravigliano della nostra decadenza e della nostra rinuncia alla dignità. Loro sono solo poveri, noi, ai loro occhi, sembriamo assolutamente impazziti e senza una briciola di saggezza”.

Ecco, eredi come siamo di una cultura sterminata, ma al tempo stesso artefici di un declino inarrestabile e continuo, ci permettiamo il lusso di estromettere chi è capace di riversare la propria cultura in un mondo, il nostro, non solo geograficamente lontano anni luce dal loro. Abbiamo l’arroganza di discriminare chi si rimette in gioco, chi è pronto a ridefinire se stesso e il proprio bagaglio formativo e culturale, forti (noi) di una ricchezza che sovente è solo illusoria, quando non, tragicamente, la maschera di una forma peggiore di povertà.

(Andrea Pomella, 10 modi per imparare a essere poveri ma felici, Laurana Editore, 2012)

 

 

PENSIERI IN ROSSO

Sono in prima fila, il sottofondo musicale è una lenta melopea di motori sedati: il semaforo è rosso.
Un tabellone luminoso m’informa che 31 gradi centigradi mi stanno inumidendo la faccia e la schiena. La mia macchina non è dotata di impianto per l’aria condizionata ed è lurida dentro e fuori. In compenso vanta un’elegante ammaccatura sul lato sinistro, regalo di un autobus dell’azienda municipale che se la svignò alla chetichella dopo il fattaccio. Augurai al conducente una psoriasi violenta. Il ricordo sanguina ancora, torniamo al semaforo.
Dal finestrino aperto, preceduto da sgradevoli miasmi di sudore e idrocarburi combusti, il sorriso di un africano pretende di convincermi ad acquistare il solito pacco di scadenti fazzoletti di carta.

– DAI CAPO, PRENDI! DÀ QUELLO CHE VUÒ.

Addestrato dalla consuetudine a difendermi da questi assalti all’arma bianca, reagisco prontamente con una collaudata resa incondizionata. Funziona sempre, se compri poi ti lasciano in pace – tutta questione di acume tattico. Gli dò un euro.
Dallo specchietto lo osservo proseguire la sua tournée tra le auto in coda. Il suo abbigliamento si limita allo stretto indispensabile: canottiera rossa, jeans moderatamente sporco, scarpe sportive di marca, certamente contraffatte. L’afa e la noia m’inducono oziose riflessioni.
Sarà un clandestino? Probabile. Clandestino, cioè irregolare, abusivo, illegittimo, non autorizzato.
Mi chiedo come questa qualità possa essere seriamente applicata ad un essere umano per il solo fatto di esistere e di aver scelto di risiedere in un qualsiasi posto di questo pianeta.

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