Immaginate la ragazza

Am plecat

Ripropongo un breve testo, che era già presente in “Immaginate la ragazza” (2009), con una mia traduzione in inglese e una traduzione in rumeno di Daniel Dragomirescu.

Ci siamo lasciati
ed esistevano infiniti
modi di lasciarsi.

Ci siamo lasciati
eppure tutto al mondo
si univa:

le labbra, le gambe,
il pomeriggio e la sera,
l’ultimo giorno di maggio
ed il primo di giugno.

***

We parted
and there were infinite
ways to part.

We parted
and yet everything in the world was
joining together:

our lips, your legs,
the evening and the night,
the last day of june
and the first day of july.

Translated by G. Catalano

***

Am plecat
şi erau nenumărate
moduri de-a pleca.

Am plecat
şi iată că întreaga lume
se unea:

buzele, picioarele,
dimineaţa şi seara,
ultima zi de mai
şi cea dintâi zi de iunie.

Traducere de Daniel Dragomirescu.

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Daniel Dragomirescu (born in Bucharest, in 1952) is a Romanian writer, literary criticist and journalist. Member of Writers’ Union of Romania (Uniunea Scriitorilor din România, USR). Published books: The Last Minstrel and Other Stories / Cel din urmă rapsod şi alte povestiri (2002); novels: Nothing New Behind the Iron Curtain / Nimic nou după Cortina de Fier (2003), Chronicle of a Lost World /Cronica Teodoreştilor (2008) etc. Published articles and short stories in cultural and literary magazines from Romania and some other countries. Nomination to annual literary prizes of USR Iaşi in 2009 for the novel Chronicle of a Lost World. Editor-in-chief of “Contemporary Literary Horizon”, a multicultural magazine, published in Romanian, English and Spanish languages.

I cambiamenti climatici

 

Se i pensieri fossero visibili
li vedresti camminare,
rialzarsi e di nuovo cadere,
rincorrersi felici come i figli
la prima volta al mare.

Perché un ragionamento sta in piedi
se è una replica esatta di noi.

Quando entriamo
nelle grandi librerie
dei centri commerciali.
siamo d’accordo,
non sono luoghi.

Dovremmo semplificare:
un comportamento rimane
un comportamento,
il mondo una visione
del mondo.

O i ragazzi che eravamo torneranno
a giocare nei campi rom.
Non sono luoghi.

E oggi che Auschwitz
non è né vicina né lontana,
chi è tornato ha detto
che adesso ne hanno fatto un museo
per fermarsi a pregare e dire grazie,
essere grati, dicono,
di non essere stati
la soluzione e non la spiegazione,
cambiare idea ci rende liberi.

Eppure sono sicuro, ci sta sfuggendo
qualcosa, riprendiamo
da dove c’eravamo lasciati.

La memoria è un gas che si espande,
che tende ad occupare lo spazio
a sua disposizione.

Ma un ricordo sta in piedi
se è una replica esatta di noi
di tutto ciò che avevamo
cominciato a costruire o distruggere
nel sonno.

Di tutto ciò che eravamo.

O se fosse
un fraintendimento, un modo
di dire, la libertà?

Noi a casa non ci siamo mai,
gli altri già convivono,
un appartamento.

È così che va: dividono
un problema in tanti quadrati
più piccoli ma prima
o poi dovranno
dimostrare il contrario.

Noi che siamo una coppia di quelle
che richiedono continue energie.
Uno è stanco anche solo
d’alzarsi dal letto
e andare in bagno scalzo,
metà uomo e metà specchio
e quel che rimane da dire,
figurati, è questo. Se è questo
il paradiso terrestre, la sorpresa

di non saper distinguere
il bene dalla miseria.

O il sabato uscire,
fare un giro all’Ikea
come una prova
d’amore – le economie
di scala, i parcheggi,
le code – ma vedi
la verità non è due cose.

Io lo so non può funzionare.
Se ci pensi, chiunque
è sostituibile e questo dovrebbe
renderci più liberi, spero
meno facilmente ricattabili.

Ogni cosa si trasforma
ma il calore si conserva.
E tutto di colpo si riflette
in ciò che non facciamo
o ci assorbe totalmente
come un’idea
che non abbiamo avuto.
 

 

Inedito, da “L’amico di Wigner”.

 

 

Giovanni Catalano – La nave di Teseo

Non uscirai dalla mia vita.

Deve essere una mania
come i trenini elettrici
e i pesci tropicali
se per finire questo libro
non avrò bisogno di te.

Lo sai, il più delle volte
scrivevo la sera
ed era come versare la birra
nei bicchieri
inclinati, senza schiuma.
Non è la stessa cosa.

Se non altro, adesso,
con la stessa pazienza
di chi colloca i pezzi
sulla scacchiera
rimetto a posto i piatti.
E penso al lavoro
che abbiamo scelto.
Penso a domani.

Chi lavora
deve sempre sperare
che ci sia un giorno di ferie
per finire un libro
perché non può finire così
in pausa pranzo
o la notte

quando ti rimetti a letto
o ti alzi.

E un nuovo nodo
sembra un discorso da calzolai,
di stringhe, di mani sporche
di colla e piccoli chiodi
sotto le suole.

Deve essere un disordine,
una compulsione,
come oscillare nervosamente
un piede, tamburellare
con la punta delle dita.

Un’ossessione
questa di scendere e salire,
controllare di continuo
d’aver chiuso a chiave,
la certezza di aprire e chiudere
di nuovo.

O lavarsi sempre le mani,
conservare tutto e di tutto
fare sempre una copia:
delle lettere mai spedite,
dei certificati, i fax di inizio
malattia, le ricevute del taxi.

E a maggior ragione
se ognuno di noi è un voto,
una causa, un giuramento.

Ci sono scrittori
che per tutta la vita
hanno scritto un solo libro
sugli storioni del Po
o del fiume Oreto.

Credevano
in ciò che scrivono e questo
li rende meno pericolosi.
Io personalmente preferisco
stare con un piede dentro
e uno fuori.

Leggere a mente.

Non c’entra la voce,
potrei leggere anche solo
con le dita
se i nomi avessero
un rilievo come sulle cassette
postali o sulle targhe
automobilistiche.

Perchè vai ai reading, allora?
Uno scrittore non dovrebbe
interpretare, è il regista
non l’attore.

Ma a forza di guardare
ognuno vede nelle nuvole
ciò che vorrebbe vedere,
sente ciò che vuole
sentirsi dire.

Anche se il segno
che lasciamo è arbitrario
il n’y a pas de hors-texte
mi dici – non c’è lettura
che non produca scrittura e viceversa
io lo dico a te
come se fosse la prima volta
che leggi i Lunch Poems
di Frank O’Hara.

Io leggo perché scrivo
ma tu? What are you reading
for?
Deve essere un’ossessione
com’era per i collezionisti
di francobolli
ma ha anche a che fare
con il futuro, con la capacità
di ascoltare.

Come nella danza moderna
l’importante è andare a tempo.
Come nel nuoto
sincronizziamo respiro e bracciata,
fino ad entrare in risonanza.
C’è un momento in cui
i guadagni compensano le perdite.

Ma è solo un modo
per nascondersi.

Lo sai, si dà a certa poesia
un peso e uno spessore
che altrimenti non avrebbe
e in questo c’è
deve esserci – credo
una contraddizione
continua.

Non è poesia contemporanea,
né può essere attuale
al massimo precede la realtà,
la rende impraticabile.

Prima si immagina
una ragazza
e poi si incontra
sul serio
con quel taglio,
al mare in quel giorno
di luglio, lo stesso
nome che le avevamo dato
anni prima di conoscerla,
di nascosto.

O ti dimentichi di qualcuno
come nelle lettere dei suicidi,
dimentichi qualcosa e tutto cambia.
Come quando gli eserciti
rompono il passo
quando attraversano i ponti
o i pellegrini
in cima alla scalinata
smettono all’improvviso di pregare.
Cosa chiedevano, cosa hanno
ottenuto?

Non c’è vento.

Gli amici chiamano
per dirti che stasera non escono.

Non esce nessuno.

Inedito, da “L’amico di Wigner”.

Giovanni Catalano – Stonehenge

Vanno a Stonehenge
che è la vecchia Lourdes.

Forse solo uno di loro.

Sai, è la prima volta
che vedo due muti litigare
col loro codice di gesti.

Così vicini, seduti sulle pietre,
che per un momento pensai
– devo essere diventato sordo –
per la paura.

E allora non è colpa
delle parole.

Stonehenge

“Stonehenge” è un testo tratto da Immaginate la ragazza (Lampi di Stampa, Collana Festival a cura di V. Ronchi, 2009).

www.giovannicatalano.it