Ilse Aichinger

Giovanna Amato, La signora dei pavoni. Intervista di Anna Maria Curci

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Giovanna Amato, La signora dei pavoni, Edizioni Empiria 2016

Nota e intervista all’autrice di Anna Maria Curci

Grazia. Intuito. Intreccio. Sono le tre parole che hanno accompagnato la mia lettura de La signora dei pavoni di Giovanna Amato.
La grazia è talento che Giovanna Amato non spreca, non seppellisce, non butta via. Lo so, è difficile seminare e raccogliere grazia, scorgerla e schiuderla a chi sa accoglierla, nel tempo e in questo tempo, nella provincia e nella Grande Città (con la maiuscola, come nel racconto La cometa) che calpestano, stracciano, omettono e immiseriscono. Tener fede alla grazia, vestirla e curarla, affrontare i suoi colpi – la bellezza è tremenda – è impegno irto di fatiche e rischi. C’è questa consapevolezza nei sette racconti e nelle tre fiabe che compongono la raccolta, senza che, tuttavia, siano fatiche e rischi ad appesantire il passo della narrazione. Al contrario, è la misura, non una parola soverchia, non una lacuna nelle scelte lessicali e stilistiche, a guidare la grazia, spesso, esplicitamente, come avviene in Pavane, il racconto di apertura che non manca di farmi pensare all’omonima composizione di Gabriel Fauré, e in Odette, che si richiama al balletto Il lago dei cigni di Čajkovskij, intessuta e colma di musica e danza.
Intuito: Giovanna Amato in profondità, con lo sguardo che scrive, e anticipa, pre-vede. Era chiaro agli altri? Era palese? Essi pensano ad altro, scriveva Silvio d’Arzo. Giovanna Amato è consapevole che altri possono fare spallucce e voltare le spalle. Lei, invece, non teme la sosta, entra nell’iride, pura o screziata. Chi si ferma ad ascoltare il racconto del viaggio lì dentro è premiato. Tra le immagini che l’intuizione riesce a cogliere c’è, sommo fascino e sommo pericolo, quella speculare, tema dominante in Cantico dell’odio bianco e pur presente anche in altri testi.
Intreccio: qui intendo non solo la capacità solida di costruzione, ma anche quella di collegare mondi e prospettive lontani tra loro, Oriente e Occidente, fiaba e mito, cronaca e illuminazione.  Mettere in comunicazione generi, (arche)tipi, micro- e macro-galassie è congeniale a Giovanna Amato. Su questo punto, come ben individuato da Biancamaria Frabotta nella prefazione, l’affinità dell’intento con l’aspirazione all’assoluto dei romantici, si arricchisce della sempre romantica (mi riferisco al primo romanticismo di Jena, al romanticismo dei fratelli Schlegel, di Tieck e, soprattutto, di Novalis), fruttuosa e mai pasticciata fusione di ambiti: arti figurative, letteratura, musica, filosofia. La perizia sa condurre l’eterna “cerca”, la quête, fino sull’orlo di un abisso, senza mai precipitare. La corda, visibile, reiterata con argute variazioni, come avviene in La Porta dello Shen,  o impalpabile, resta ben tesa, e le conclusioni,  di ogni racconto, ogni fiaba, non sono chiusure, bensì varchi per possibili altre dimensioni.
Vorrei partire da quella ragazzina che osservava curiosa con il ginocchio incastrato nella ringhiera del balcone e andare a ritroso con alcune domande.

Quale passaggio c’è tra l’osservare, l’ascoltare e auscultare e la stesura narrativa?

Tu hai citato la bambina con il ginocchio incastrato nella ringhiera che osserva il protagonista del racconto, e io lo trovo incredibilmente interessante perché hai trovato un punto che per me è una vera e propria monade. Contestualizzo un attimo. Questo piccolo brano viene da La cometa; il protagonista è un astronomo che viene invitato a parlare a una festa per l’arrivo della cometa Hale-Bopp ma a questa stessa festa subisce un brutto torto. La cometa è un racconto sulla provincia, non sulla sua bellezza ma sulla sua cattiveria, sul lato asfissiante della sua natura. Soprattutto, La cometa è un racconto autobiografico. Io, che nel racconto sono la bambina che osserva il protagonista, in realtà sono stata l’oggetto del torto osservato. Ma quel giorno, tornando a casa con la voglia di scrivere un racconto sull’assurdità di quello che mi era successo, ho saputo con precisione che non mi andava di scrivere nulla in prima persona: per me la letteratura non è sfogo, semplicemente mi è successo qualcosa e quel qualcosa è diventato uno stimolo interessante. Ed è significativo che io abbia deciso di inserirmi come testimone, dall’alto del mio ginocchio incastrato nella ringhiera. Sembra uno schermo, invece è un forte segnale di partecipazione. Quindi ti rispondo così: ascolto, osservo quello che mi succede ma mi rifiuto di stenderlo così come accade, ho bisogno di elaborare, ho bisogno che quello che mi è successo sia di tutti. La letteratura per me non è una confessione né un modo per consolarsi, è offerta continua di tutto quello che mi accende. Mi piace pensare di essere tramite per tutto quello che i miei occhi riescono a vedere e le mie orecchie a sentire, perché sono cose che purtroppo accadono a me, soltanto a me, ma potrebbero diventare di chiunque. Basta che la mente riesca a rielaborarle abbastanza da togliere tutto quello che è personale. Quindi il passaggio direi che è questo, è la mente che si sforza di escludere tutto quello che è intimo e proprio per andare a raggiungere gli altri. Spesso è vano, perché anche la mente è tutta impregnata di se stessi. Ma se anche uno solo mi dice “è successo anche a me”, oppure “ho capito quello che hai detto, lo sento mio”, so di avere fatto il mio mestiere.

Quale incanto ha esercitato e continua (o no) ad esercitare il primo sguardo incatenato, a bocca aperta, sensibile alla minima variazione nel tono di voce, alla rivelazione in un moto incontrollato, sulla creazione di intrecci?

Più che un incanto è una guerra. A volte mi chiedono se mi piace scrivere. Anzi, lo affermano. Mi vedono scrivere per ore e ne deducono che mi piace. Io vado nel pallone: mi piace passare ore e ore e slogarmi i polsi perché uno stimolo che mi è arrivato ha portato a questa catena di eventi e situazioni che devo assolutamente stendere altrimenti la perderò? Una volta mia madre mi disse che ero ispirata, io ho risposto che ero in piena fase ossessivo-compulsiva. Il punto è questo: non ci si mette a tavolino nel tempo libero a godersi una sessione di scrittura, ma quando va benissimo ci si trova sfasciati da tutta una serie di intrecci che si costruiscono da soli, perché la mente è allenata; nel caso peggiore si impazzisce dietro un’idea che comunque non ti lascerà in pace finché non sarà stesa. Credo che scrivere sia un modo di funzionare del cervello. È una forma d’arte come è una forma d’arte fare il proprio lavoro al meglio, qualsiasi lavoro sia. Tutto questo è stremante quanto magnifico. E il più delle volte i momenti in cui il cervello è più disposto a scrivere sono quelli in cui si hanno più impegni esterni, meno tempo. Quindi dovrei rispondere che scrivere non mi piace; invece stare lì a guerreggiare con gli intrecci e le parole è una sensazione simile a pochissime altre, solo alcune forme di innamoramento possono starle accanto per potenza e bellezza.

Quanta parte occupa la concezione dell’agire umano come in un teatro permanente (penso a un racconto dell’autrice austriaca Ilse Aichinger, intitolato appunto Das Fenstertheater, il teatro alla finestra)?

Torno alla bambina con il ginocchio incastrato perché c’è una cosa che non ho detto. Lei sta osservando il protagonista del racconto dall’alto di un balcone, e ho già detto che è un racconto autobiografico. Quello che non ho detto è che anche la questione del ginocchio è autobiografica. È uno dei miei primi ricordi. Ho incastrato volontariamente il ginocchio in una ringhiera perché come la bambina nel racconto voglio fingere di essere intrappolata in una miniera per salvare i miei compagni di scuola che fino a quel momento mi avevano trattata male. Da bambina mi difendevo dai torti che mi facevano fingendomi un’eroina; ero una snob di prima categoria. Erano i miei primi intrecci, forse. Sfruttavo quello che mi succedeva per fare epiche narrazioni. A costo di lasciare un ginocchio nella ringhiera. Adesso sono più cresciuta e spero meno snob, e se guardo a tutti i racconti di questa raccolta sono poche le persone realmente esterne che descrivo. Tutti sono modulazioni di quello che potrebbe accadermi, a volte dialoghi con me stessa. È che ho imparato a osservare quello che fanno gli esseri umani, non li giudico mai, mi piace guardare le manifestazioni più estreme della loro umanità. Le registro. Mi impegno a fare quello che disse un grandissimo: niente di quello che è umano giudico alieno.

Da lettrice onnivora e insieme rigorosamente selettiva, quali tributi senti di dover ‘denunciare’ alle voci della narrativa di tutti i tempi?

Ho degli amori, delle persone che mi hanno cambiato la vita. I più grandi sono tutti citati nelle opere che scrivo, perché mi hanno impregnato talmente tanto che sarebbe facilissimo scovarne i debiti; preferisco denunciarli esplicitamente e li denuncio con gioia. Ma gli amori più folli non sono di narrativa. In questa raccolta nomino due francesi con le loro splendide opere di saggistica, Frammenti di un discorso amoroso di Barthes e Lo spazio letterario di Blanchot. Ma forse l’uomo che ha inciso di più nella mia crescita è stato Girard con tutta la sua opera, da La violenza e il sacro in poi. Sul suo pensiero ho costruito due libri che aspettano quieti quieti nel cassetto. Poi ci sono due poeti che mi sembra quasi strano siano umani, Emily Dickinson e Rilke. Se dovessi dire un solo nome per la narrativa, anche se non amo tutti i suoi libri, direi la Woolf per il suo rapporto sapientissimo e lieve con la scrittura. Se invece dovessimo fare il gioco di “salviamo un solo libro”, non avrei dubbi: Moby Dick. La grandezza di quel libro è di essere di una bellezza costante e totale, con dei giri di frase capaci di dare le vertigini. Ha un tema, quello della hybris, che è forse il mio preferito al mondo; credo si veda anche dai racconti che popolano questa raccolta, tutti variazioni dell’impossibilità di raggiungere l’oggetto del proprio desiderio. Eppure è percorso da sacche intere di inutilità narrativa, e questo paradossalmente fa risplendere la sua bellezza. Non amo la bellezza fine a se stessa, ma Melville è capace di mandarmi nella delizia anche quando si prendi lunghe ferie dal tema incredibile che sta trattando. È inarrivabile. Qual è invece secondo me il più grande artista che abbiamo ora e qui, in Italia, grande per quello che fa e per come lo fa? Cecilia Bartoli.

Quale ruolo rivestono i tuoi talenti e le tue passioni musicali nella narrativa ‘in proprio’?

Non riesco a misurare quello che devo alla musica perché probabilmente le devo gran parte delle mie attitudini e delle mie capacità, se ne ho qualcuna. Ho cominciato prestissimo, verso i cinque anni, e quindi non ho mai dovuto letteralmente imparare: conoscevo assieme all’alfabeto le regole matematiche della musica, e questo vuol dire cervello ben strutturato per tutte le abilità analitiche; ho ascoltato ogni tipo di musica da subito, sono stata in grado di riprodurla, sono stata messa in condizione di distinguere un barocco da un romantico e questo vuol dire sviluppare l’orecchio per i tipi di espressione, per le voci più che umane, per i contenuti strettamente legati alle forme. Ho conosciuto un linguaggio che unisce la matematica all’espressione. Tutti dovrebbero avere questa possibilità. Come ho consapevolmente usato questo bagaglio nella mia narrativa? In tanti modi. Mi vengono in mente due esempi in questa raccolta: ne La porta dello Shen, il protagonista assiste cinque volte alla medesima giornata, come nel Giorno della marmotta; ho ascoltato variazioni, passacaglie, sarabande, tutta quella musica che doveva cambiare la propria struttura per proporre lo stesso tema in maniera diversa. In Odette, invece, che è comparso per la prima volta su Poetarum Silva, ho fatto un esperimento: ho preso un passo a due per violino dal Lago dei cigni, il mio adorato Tchaikovskij, e ho studiato tutte le battute e la linea melodica, e ho cercato di convertire tutti gli elementi – le pause, le altezze delle note, il ritmo – in un monologo per voce umana. Dove ovviamente a parlare era Odette, il cigno bianco, nel momento in cui sapeva di star perdendo il suo principe. Un romanzo che sto finendo invece è basato su un brano musicale leggendario. E mi piacerebbe molto lavorare su un altro autore amato, Vivaldi. Ma questi sono tutti tributi d’amore. Cosa devo davvero alla musica, non lo posso sapere.

Reloaded (riproposte estive) #12: Alfred Andersch a 100 anni dalla nascita

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Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

***

Leggendo Alfred Andersch

«indignatevi il cielo è azzurro» scrive
Andersch. Dei materni aguzzini pure
volto affilato e le lacrime a getto
conosco, flagellante passepartout.

Non sei diafana, madre. Stratagemmi
occlusioni tu dipani da sempre.
Commi rifili e cucire non sai.
Alle corde, terroristi ci chiami.

Anna Maria Curci

Alfred Andersch a 100 anni dalla nascita

di Anna Maria Curci

Cento anni fa, il 4 febbraio 1914, nasceva a Monaco di Baviera Alfred Andersch. Andersch ha ai miei occhi molti meriti, non ultimo quello di aver contribuito in misura consistente al riconoscimento della scrittura di Arno Schmidt. Suoi romanzi e racconti sono stati tradotti in italiano, in Italia fece il suo primo viaggio già nel 1934, in Italia fu soldato – ai tempi della “guerra totale” venne reclutato anche lui,  avversario politico del regime nazionalsocialista, lui,  che nel 1933 era stato rinchiuso per alcuni mesi nel campo di concentramento di Dachau -, in Italia, agli inizi di giugno 1944, prima disertò e fu poi tra i prigionieri delle truppe alleate, in Italia ambientò le vicende di alcune delle storie da lui scritte, in Italia soggiornò tra il 1962 e il 1963. Tuttavia, attualmente sono ben pochi in Italia a conoscerne il nome. Nel giorno del centenario della nascita il mio omaggio a questo scrittore si concretizza nella mia trasposizione in italiano di suoi versi e nella trascrizione dell’incipit del suo racconto Un amante della penombra, riportato qui nella traduzione di Italo Alighiero Chiusano.

Dalla raccolta del 1977 empört euch der himmel ist blau, “indignatevi il cielo è azzurro”, scelgo i versi che danno il titolo al volume e che sintetizzano in maniera chiara e incisiva i due fari della vita e della scrittura di Andersch: estetica e resistenza. Andersch ebbe a scrivere «L’estetica della resistenza altro non è che la resistenza dell’estetica.» A chi vuole separare artificiosamente i due ambiti, Andersch replica: «indignatevi il cielo è azzurro»:

(altro…)

Alfred Andersch a 100 anni dalla nascita

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Leggendo Alfred Andersch

«indignatevi il cielo è azzurro» scrive
Andersch. Dei materni aguzzini pure
volto affilato e le lacrime a getto
conosco, flagellante passepartout.

Non sei diafana, madre. Stratagemmi
occlusioni tu dipani da sempre.
Commi rifili e cucire non sai.
Alle corde, terroristi ci chiami.

Anna Maria Curci

Alfred Andersch a 100 anni dalla nascita

di Anna Maria Curci

Cento anni fa, il 4 febbraio 1914, nasceva a Monaco di Baviera Alfred Andersch. Andersch ha ai miei occhi molti meriti, non ultimo quello di aver contribuito in misura consistente al riconoscimento della scrittura di Arno Schmidt. Suoi romanzi e racconti sono stati tradotti in italiano, in Italia fece il suo primo viaggio già nel 1934, in Italia fu soldato – ai tempi della “guerra totale” venne reclutato anche lui,  avversario politico del regime nazionalsocialista, lui,  che nel 1933 era stato rinchiuso per alcuni mesi nel campo di concentramento di Dachau -, in Italia, agli inizi di giugno 1944, prima disertò e fu poi tra i prigionieri delle truppe alleate, in Italia ambientò le vicende di alcune delle storie da lui scritte, in Italia soggiornò tra il 1962 e il 1963. Tuttavia, attualmente sono ben pochi in Italia a conoscerne il nome. Nel giorno del centenario della nascita il mio omaggio a questo scrittore si concretizza nella mia trasposizione in italiano di suoi versi e nella trascrizione dell’incipit del suo racconto Un amante della penombra, riportato qui nella traduzione di Italo Alighiero Chiusano.

Dalla raccolta del 1977 empört euch der himmel ist blau, “indignatevi il cielo è azzurro”, scelgo i versi che danno il titolo al volume e che sintetizzano in maniera chiara e incisiva i due fari della vita e della scrittura di Andersch: estetica e resistenza. Andersch ebbe a scrivere «L’estetica della resistenza altro non è che la resistenza dell’estetica.» A chi vuole separare artificiosamente i due ambiti, Andersch replica: «indignatevi il cielo è azzurro»:

zwar schreibe ich jetzt nicht mehr
nur noch
für mich

andererseits schreibe ich nur   was
mir
spaß macht

ausgeschlossen
sagen viele   moral und
vergnügen
schließen sich aus

ich aber schreib’s in
eine
zeile

empört euch der himmel ist blau

è vero sì che non scrivo più
ormai se non
per me

d’altro canto però scrivo soltanto  ciò che
mi
diverte

non se ne parla proprio
dicono in molti    la morale e
il divertimento
si escludono a vicenda

ma io lo scrivo in
una
riga

indignatevi il cielo è azzurro

.

Alfred Andersch
(traduzione di Anna Maria Curci)

Sempre nel volume empört euch der himmel ist blau apparve una poesia precedentemente pubblicata, nel 1976, sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung” e che, negli anni di piombo e della legislazione di emergenza nella Repubblica Federale Tedesca, accese gli animi su posizioni contrapposte. Il bersaglio è quello che fu definito all’epoca Radikalenerlaß, vale a dire la direttiva, nota come Extremistenbeschluß  (in entrambi i casi riporto i termini nella grafia antecedente la riforma ortografica del 1998) e approvata il 28 gennaio 1972 dal cancelliere Willy Brandt e dai presidenti dei consigli dei ministri dei Länder. L’applicazione della norma, particolarmente rigida e restrittiva nei Länder governati dalla “Union” (CDU-CSU) – che l’avevano interpretata come vero e proprio “Berufsverbot“, divieto di accesso a posti nella pubblica amministrazione, in particolare per rappresentanti del movimento studentesco del ’68 – aveva suscitato proteste veementi sia all’estero, sia in Germania, con una esplicita accusa di incostituzionalità della norma.  La poesia è artikel 3(3), “articolo 3 comma 3” e inizia proprio con il testo del terzo comma del terzo articolo della Legge fondamentale della RFT del 23 maggio 1949. I riferimenti al passato recente e all’attualità sono puntuali e inequivocabili, durissimi e ampi nel ricorso a citazioni letterali dal dettato della legge, a passi biblici, a proverbi e detti popolari, ad espressioni volutamente volgari.

Artikel 3 (3)

1.

niemand darf wegen
seines geschlechtes
seiner abstammung
seiner rasse
seiner sprache
seiner heimat und herkunft
seines glaubens
seiner religiösen oder
politischen
anschauungen
benachteiligt oder
bevorzugt werden

2.

ein Volk von
ex-nazis
und ihren
mitläufern
betreibt schon wieder
seinen Lieblingssport
die hetzjagd auf
kommunisten
sozialisten
humanisten
dissidenten
linke

3.

wer rechts ist
grinst

4.

beispielsweise
wird eine partei zugelassen
damit man
die existenz
ihrer mitglieder
zerstören kann
eigentlich waren
die nazis
ehrlicher

zugegeben
die neue methode ist
cleverer

5.

dreißig jahre später
gibt es wieder
sagen wir
zehntausend
die verhören
die neue gestapo

wehrt euch
vielleicht gibt es zeitungen
die eine rubrik einrichten
jeden tag in einem kasten
eine visage
die fotografie einer fresse
die verhört
mit namen
beruf
adresse
sowie
in den meisten fällen
mitgliedsnummer der
nsdap

dann selbstverständlich
keine gewalt
sondern
geht hin
und zeichnet
die wohnungstüre
das haus
des folterers
mit hakenkreuzen

ich garantiere euch
der wird es sich überlegen
ob er noch einmal
verhört

der läuft zu
seinem boss
und sagt
sorry boss
die machen mich dingfest
das wird mir
zu gefährlich
dem geht der
arsch mit grundeis
hört auf zu winseln
wehrt euch
die beste verteidigung ist
der angriff
(clausewitz)

6.

als die nazis
während des krieges
in dänemark
den judenstern einführen wollten

trug der könig von dänemark
bei seinem nächsten ausritt
den gelben stern
auf seiner uniform

warum legen
der scheel
der schmidt
der willy brandt
der genscher
der maihofer
nicht den judenstern an
wenn sie
beim frühstück lesen
daß man schon wieder
eine lehrerin
gefoltert hat

ah ich vergesse
daß sie eine solche meldung
mit der lupe
suchen müßten

wie wär’s denn
bundesdeutsche zeitungen
wenn ihr
den deutschen dissidenten
wenigstens ein zehntel des raums
einräumen würdet
den ihr
den russischen
widmet
doch zieht ihr es vor
aus dem glashaus
mit steinen zu schmeißen

die splitter im fremden
anstatt den balken im eigenen
auge zu sehn

7.

das neue kz
ist schon errichtet

die radikalen sind ausgeschlossen
vom öffentlichen dienst
also eingeschlossen
ins lager
das errichtet wird
für den Gedanken an
die veränderung
öffentlichen dienstes

die gesellschaft
ist wieder geteilt
in wächter
und bewachte
wie gehabt

ein geruch breitet sich aus
der geruch einer maschine
die gas erzeugt

Articolo 3 comma 3 

1.

nessuno può
avere danno o
preferenza a causa
del suo sesso
della sua nascita
della sua razza
della sua lingua
della sua nazionalità o provenienza
della sua fede
delle sue opinioni
religiose o
politiche

2.

un popolo di
ex-nazisti
e dei loro
fiancheggiatori
già  torna a praticare
il suo sport preferito
la caccia ai
comunisti
socialisti
umanisti
dissidenti
alla sinistra

3.

chi è a destra
sogghigna

4.

per esempio
viene ammesso un partito
perché si possa
distruggere
l’esistenza
dei suoi membri
a dire il vero
i nazisti
erano più onesti

tocca riconoscere
che il nuovo metodo è
più accorto

5.

trent‘anni dopo
ci sono di nuovo
diciamo
diecimila
a fare interrogatori
la nuova gestapo

opponete resistenza
forse ci sono quotidiani
che inaugurano una nuova rubrica
ogni giorno in un box
un grugno
la fotografia di un ceffo
che interroga
con nome
professione
indirizzo
così come
nella maggior parte dei casi
numero di tessera del
partito nazionalsocialista

poi ovviamente
niente violenza
bensì
andate là
e disegnate
la porta dell’appartamento
la casa
dell’aguzzino
con croci uncinate

ve lo garantisco
ci penserà su due volte
se sottoporre a un interrogatorio
ancora una volta

quello corre
dal suo capo
e dice
sorry capo
quelli mi arrestano
per me è diventato
troppo pericoloso
quello ha
la strizza al culo
smettete di mugolare
opponete resistenza
la migliore difesa è
l’attacco
(clausewitz)

6.

quando i nazisti
durante la guerra
volevano introdurre in danimarca
l’obbligo per gli ebrei di portare la stella

il re di danimarca
durante la sua successiva uscita a cavallo
portò la stella gialla
sulla sua uniforme

perché
lo scheel
lo schmidt
il willy brandt
il genscher
il maihofer
non si appuntano la stella ebraica
quando
a colazione leggono
che hanno di nuovo
torturato
un’insegnante

ah dimenticavo
che dovrebbero cercare
una notizia del genere
con la lente d”ingrandimento

e come sarebbe allora
quotidiani della germania federale
se voi
concedeste ai dissidenti tedeschi
almeno un decimo dello spazio
che voi
dedicate
a quelli russi
preferite
tirar sassi al vicino
dai vostri tegoli di vetro

guardare la pagliuzza nell’occhio altrui
invece della trave
nel proprio

7.

il nuovo campo di concentramento
è già costruito

gli estremisti sono esclusi
dal servizio pubblico
dunque rinchiusi
nel lager
costruito
per il pensiero
il cambiamento
di servizio pubblico

la società
è di nuovo divisa
in sorveglianti
e sorvegliati

come al solito

un odore si diffonde
l’odore di una macchina
che genera gas

.

Alfred Andersch
(traduzione di Anna Maria Curci)

Un amante della penombra, del 1963, tradotto da Italo Alighiero Chiusano (la prima traduzione italiana apparve già nel 1967),  è il racconto breve e denso, un attraversamento, per il tramite dei suoi protagonisti, della Germania divisa e della sua storia, dagli anni di guerra al 1961, un testo da leggere, dal quale, come annunciato, riporto l’incipit:

I

Sua madre ci metteva parecchio, oggi a prepararsi: cosa abbastanza strana, perché in genere era una donna svelta. Coi suoi settantatré anni era ancor sempre la piccola signora sveglia e sicura di sé ch’era stata per tutta la vita. Il suo indugio, perciò, avrebbe dovuto sorprendere Lothar Witte, ma in realtà non lo sorprese: solo nel pomeriggio, poco prima che accadesse la disgrazia presso Barrentin, egli avrebbe appreso come mai sua madre, contrariamente alle proprie abitudini, quella mattina era stata a gingillarsi in casa prima di apparire, finalmente, e, percorrendo il sentiero del giardino lungo la villa di Frohnau, dirigersi verso la Opel nella quale Lothar, dopo aver già caricato un quarto d’ora prima le due valigie di lei, sedeva ad attenderla un po’ impaziente e un po’ trasognato. Sedeva là e fissava quella via di villini tutta drappeggiata di fogliame, fissava l’intonaco grigio chiaro di quel noioso edificio, in cui aveva abitato sino alla fine della guerra e nel quale era rimasta ad abitare sua madre (che ne affittava la maggior parte ad altri) e si rese conto che in verità fissava gli anni trascorsi con Melanie, senza provar nulla di particolare. Già da alcuni anni, quando veniva a Berlino, riusciva a far visita a sua madre e a girare per quella casa senza che il ricordo di Melanie lo spingesse a ripartire precipitosamente, come nei primi anni dopo quella mattina di ottobre del 1947 in cui Melanie era partita in modo così irrevocabile.  Quattordici anni dopo era una cosa superata, doveva essere superata, se Lothar era capace di starsene lì seduto a sonnecchiare, anziché mettere in moto e prendere il largo all’istante. Ma non ci pensava nemmeno: a Melanie, in fondo, non pensava che di sfuggita, così come già da gran tempo aveva smesso di nominarla in presenza di Richard Brahm, il marito di lei. Un giorno, quasi si fossero messi d’accordo, avevano dato fine entrambi al loro culto di Melanie, avevano rinunciato ai loro tentativi di celebrare il ricordo della sua scomparsa, e la sua ombra (un’ombra trasparente e luminosa, come poteva gettarla solo la delicata, abbronzata Melanie, che indossava di preferenza stoffe sottili dai colori molto puri, chiari, quasi stinti) non era più ricomparsa nei loro discorsi se non quando dovevano prendere decisioni a proposito dei bambini.

(da: Alfred Andersch, Un amante della penombra. Traduzione di Italo Alighiero Chiusano – qui nell’edizione Guanda, 1995, pp. 7-8)

_________________________________________________

Alfred Andersch nacque il 4 febbraio 1914 a Monaco di Baviera in una famiglia della piccola borghesia. Il padre subì il fascino del nascente partito nazionalsocialista e non fu estraneo al Putsch di Hitler del 1923. Il giovane Alfred, che aveva iniziato una formazione professionale come libraio e nel 1930 aveva aderito alla gioventù comunista, fu internato a Dachau all’indomani dell’avvento al potere di Hitler, più precisamente dopo l’incendio del Reichstag. Dal partito comunista uscì negli anni Trenta, anni nei quali, dopo la liberazione da Dachau, si dedicò alla propria formazione letteraria e fu direttore dell’ufficio pubblicità presso la ditta Leonar di Amburgo, specializzata nella produzione di carta fotografica. Agli inizi del 1944 fu soldato sul fronte italiano. Ai primi di giugno disertò, fuggendo dall’esercito nei pressi dell’eremo di Montevirginio. Catturato dalle truppe alleate, restò per sedici mesi negli Stati Uniti nel campo di prigionia di Fort Kearney, nel quale diede vita alla  rivista letteraria “Der Ruf: Zeitung der deutschen Kriegsgefangenem in den USA”, che avrebbe poi avuto la sua prosecuzione in Germania, dove Andersch fece ritorno nel 1945, con “Der Ruf”, periodico che Andersch diresse insieme a Hans Werner Richter e che contribuì in maniera determinante al dibattito e alla diffusione di temi culturali dell’immediato dopoguerra. Quando, già in piena guerra fredda, gli alleati ne proibirono la pubblicazione, Alfred Andersch fondò con Hans Werner Richter il “Gruppo 1947”, vero e proprio centro della vita letteraria nel secondo dopoguerra in Germania, al quale aderirono, tra gli altri,  Ingeborg Bachmann,  Heinrich Böll, Paul Celan, Ilse Aichinger, Hans Magnus Enzensberger, Günter Grass, Gabriele Wohmann, Peter Härtling.  Contemporaneamente, l’attività radiofonica di Andersch, sia come autore di radiodrammi, sia come responsabile di trasmissioni culturali, si intensificò. Fu nel corso di una puntata della rubrica “Bücherstunde”, ai microfoni dell’emittente Hessischer Rundfunk che Andersch, precisamente il 4 gennaio 1950, parlò di Arno Schmidt, “l’ignoto autore del Leviatano” uscito pochi mesi prima, come di un genio. La storia personale di una consapevole e responsabile ricerca della libertà all’interno di un contesto storico drammatico e complesso offrono la materia narrativa per i romanzi Die Kirschen der Freiheit: ein autobiographischer Bericht (1952) e Sansibar oder der letzte Grund (1957). Nel successivo Die Rote  (1960) l’aspirazione a costruire una trama più articolata gli valse il rimprovero di eccessiva macchinosità. Nel 1963 appare la raccolta di racconti Geister und Leute: Ein Liebhaber des Halbschattens;  rispettivamente del 1967 e del 1974 sono i romanzi Efraim e Winterspelt. Nel 1976,  la pubblicazione della poesia di Alfred Andersch Artikel 3(3) sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung provocò uno scandalo per l’accusa esplicita di continuità con il nazionalsocialismo che Andersch aveva mosso in quel testo, poi pubblicato nella raccolta empört euch der himmel ist blau, ai responsabili del governo e delle decisioni politiche della Germania federale. Fin dal 1958 Andersch aveva trasferito la sua residenza in Svizzera, dove morì, a Berzona, il 21 febbraio 1980. Il racconto Der Vater eines Mörders apparve postumo, sempre nel 1980.

© Anna Maria Curci, 4 febbraio 2014

Quello che segue è un elenco dei titoli di opere di Alfred Andersch in traduzione italiana, pubblicato sul sito del Goethe-Institut, qui

Un amante della penombra / Alfred Andersch. Trad. di Italo Alighiero Chiusano. – Milano: Mondadori, 1967. – 237 p.
Tit. orig.: Geister und Leute; Ein Liebhaber des Halbschattens

Un amante della penombra / Alfred Andersch; trad. di Italo Alighiero Chiusano. – Milano: A. Mondadori, 1980. – 237 p.
(I capolavori della Medusa. 3. ser)
Tit. orig.: Geister und Leute; Ein Liebhaber des Halbschattens

Un amante nella penombra/ Alfred Andersch ; trad. di Italo Alighiero Chiusano. – Parma: Guanda, 1995. – 86 p.
(Prosa contemporanea)
Tit. orig.: Geister und Leute; Ein Liebhaber des Halbschattens

Le ciliege della libertà / Alfred Andersch. Trad. di Ervino Pocar. – Milano: Mondadori, 1958. – 116 p.
(Romanzi e racconti d’oggi; 9)
Tit. orig.: Die Kirschen der Freiheit

Le ciliege della libertà / Alfred Andersch; trad. di Ervino Pocar. – Parma: U. Guanda, [1993]. – 123 p.
(Prosa contemporanea)
Tit. orig.: Die Kirschen der Freiheit

Efraim : romanzo / Alfred Andersch. Trad. di Italo Alighiero Chiusano. – Milano: Mondadori, 1969. – 332 p.
Tit. orig.: Efraim

La notte della giraffa / Alfred Andersch. Trad. di Italo Alighiero Chiusano. – Milano: Il Saggiatore, 1960. – 53 p.
Tit. orig.: In der Nacht der Giraffe

Il padre di un assassino: romanzo / Alfred Andersch. Trad. di Amina Pandolfi. – Milano: Longanesi, 1983. – 108 p.
(La gaja scienza; 67)
Tit. orig.: Der Vater eines Mörders

Il padre di un assassino / Alfred Andersch. Trad. di Amina Pandolfi. – Milano: Guanda, 1990. – 108 p.
Tit. orig.: Der Vater eines Mörders

Il padre di un assassino / Alfred Andersch; trad. di Amina Pandolfi. – Milano: Marcos y Marcos, 2005. – 123 p.
(Le foglie; 78)
Tit. orig.: Der Vater eines Mörders

Piazza San Gaetano: suite / Alfred Andersch. Trad. di Valentina Di Rosa. – Napoli: Colonnese, 1990. – 77 p.
Tit. orig.: Piazza San Gaetano

La rossa: romanzo / Alfred Andersch. Trad. di Ervino Pocar. – Milano: Mondadori, 1961. – 273 p.
(Club degli editori)
Tit. orig.: Die Rote

La rossa / Alfred Andersch. – 1. ed. – A. Mondadori, 1967. – 275 p.
(Gli Oscar; 93)
Tit. orig.: Die Rote

La rossa / Alfred Andersch; [trad. di Ervino Pocar]. – Milano: Club degli editori, 1976. – 256 p.
(‘900 [Novecento]; 260)
Tit. orig.: Die Rote

Zansibar ovvero l’ultimo perché: romanzo / Alfred Andersch. Trad. di Italo Alighieri Chiusano. – Milano: Mondadori, 1959. – 205 p.
Tit. orig.: Sansibar oder der letzte Grund

Premio Fontane, 1964. Alfred Andersch e Arno Schmidt. Ingeborg Bachmann e Alfred Andersch

Premio Fontane, 1964. Alfred Andersch e Arno Schmidt. Ingeborg Bachmann e Alfred Andersch

“Blumenberg” o dell’onnicomprensiva cura – anche nel tradurre. Intervista di Anna Maria Curci a Paola Del Zoppo

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Anna Maria Curci  intervista Paola Del Zoppo – docente, traduttrice e direttore editoriale Del Vecchio – sulla sua traduzione di Blumenberg di Sibylle Lewitscharoff. 

Blumenberg o dell’onnicomprensiva cura  – anche nel tradurre

Intervista di Anna Maria Curci a Paola Del Zoppo

Anna Maria Curci – L’atto del tradurre, come ben metti in evidenza nelle due pagine che compongono La scatola nera del traduttore e nelle quali i lettori si imbattono – piacevolmente e con profitto – al termine della tua traduzione di Blumenberg di Sibylle Lewitscharoff, è sempre il risultato di un processo che non ammette scorciatoie o riduzioni sbrigative, ma richiede la paziente ricerca di nessi, di ‘ganci’ in una catena che si potrebbe proseguire all’infinito. Nella cassetta degli attrezzi, rigorosamente ‘plurale’, con un’ampia scelta di opere di consultazione, non deve mancare, ad esempio, un dizionario etimologico, ché, per dirla con le tue parole, «ogni parola va agganciata alla sua storia». In un’opera come il romanzo di Lewitscharoff, che si nutre letteralmente dell’incontro e della sistematica mescolanza tra i più disparati ambiti esistenziali, aree del sapere, spazi della conoscenza, registri della comunicazione e forme di espressione, tradurre si rivela operazione di straordinaria complessità. Ci sono – e non potrebbe essere altrimenti, in considerazione del personaggio che dà il titolo al romanzo, il filosofo Blumenberg – espressioni che vanno rese con la chiarezza disarmante della precisione. Questo è, a mio parere, il caso di un nodo concettuale, che diventa nel testo il titolo del sesto capitolo: onnicomprensiva cura. Per quali vie e attraverso quali scelte, nel ricostruire la storia delle parole, sei giunta a questa definizione?

Paola Del Zoppo – Accidenti che domanda! Sono davvero felice che tu mi chieda proprio di quella scelta, che ha rappresentato, in effetti, lo snodo della mia traduzione. Mi basta ricordare che a quel punto della traduzione mi sono fermata per più di due settimane. Quel titolo, infatti, come acutamente riconosci, rappresentava il centro delle scelte, linguistiche e traduttologiche, ma anche relative alla ricca componente intertestuale letteraria e filosofica del testo di Sibylle Lewitscharoff. Era una svolta. In passato mi sono occupata del Faust di Goethe. E del Faust c’è tantissimo in questo testo, parodizzato, esaltato, rielaborato, addirittura citato. La stessa figura di Blumenberg che evoca San Girolamo nel suo studio, a sua volta immagine di Faust nella sua stanza gotica che si accinge a tradurre il Vangelo di Giovanni, è un’immagine che fa da sostrato a tutta la narrazione. È un atto di riconoscimento della tradizione letteraria e del bisogno costante della sua rielaborazione senza cadere nella banale negazione della sua necessità, ma insieme è un’affermazione dell’importanza della conoscenza a distanza traslata su un testo fondante della storia del pensiero tedesco – e non solo. E insomma, anche la “Sorge” è uno di quei personaggi del genere femminile “altro”, né terreno né ultraterreno, che popolano il Faust, con più densità nella sua seconda parte. Allora, trovandomi di fronte ad Allumfassende Sorge, il titolo a cui fai riferimento, a me subito è venuto in mente che Sorge potesse essere reso con “cura”, ma ho esitato a lungo. Mi tornava continuamente alla mente il titoletto della piccola riflessione di Benedetto Croce relativa al Faust proprio su quel “nome proprio”: Cura, Sorge, preoccupazione. Dunque, trattandosi di Blumenberg, con sullo sfondo la figura di Isa in preda alla depressione (la cui diagnosi, negli anni Ottanta non era ancora tanto diffusa) ecco che la parola ansia ha reso, fino all’editing finale, la parola Sorge, e infatti in alcuni punti l’ho poi mantenuta. Quello che ha guidato però la scelta definitiva è quell’attributo predeterminante, che infatti poi ho spostato in avanti. Perché la cura incarnata in quel capitolo è presente in tutte le sue declinazioni, parodizzata nella figura intensissima – e non del tutto positiva – di Käthe Mehliss, la suora che si “prende cura” delle piante e che pare intraveda il leone; denigrata nell’immagine dell’amico malato e di Blumenberg che ne rifugge, che teme il contatto con la decadenza fisica; ma è anche, e soprattutto, l’onnipresenza del leone, che per Blumenberg è la prova di un riconoscimento. Doveva necessariamente essere “innalzata di un grado”, rimandare alla metafisicità. Ansia era un concetto per me troppo terreno, che infatti nel secondo capitolo Blumenberg usa – e lì l’ho lasciato – per trattare la necessità umana di consolazione per la morte. Tutto stava in quell’attributo. Con Allumfassend si richiamava di nuovo prepotentemente il Faust. La “Gretchenfrage” era già intuita nel testo nel primo capitolo nel termine Weltbenenner, laddove io non avevo potuto far altro che cimentarmi in “denominatore”. Quando Gretchen chiede a Faust se crede in Dio, lui le dice più o meno, per cavarsi d’impaccio: Non è che non ci creda, ma chi può nominarlo, chi può dire “io credo”? E subito dopo lo chiama “der Allumfassend, der Allerhalter”, cioè colui che tutto contiene, colui che tutto tiene, colui che tutto comprende, che qui si faceva appunto attributo della cura, che diventa in sé onnicomprensiva, non è solo l’azione o l’atteggiamento di un essere in sé, eventualmente, metafisico.

AMC – La scrittura di Lewitscharoff ha un ritmo sicuro, che scandisce in maniera convincente l’impianto, molto ben articolato. Nulla è tolto a questo ritmo, proprio dell’originale, dalla traduzione, la quale rende i crescendo e i diminuendo dell’originale, il manifestarsi, di volta in volta, di un Leitmotiv, che caratterizza passioni dei personaggi – Bella del Signore di Albert Cohen, la musica di Patti Smith – ovvero accompagna un’apparizione tanto inconsueta nella vita reale quanto costante nella convincente finzione narrativa. Ci sono passaggi nei quali questo ritmo ha l’incedere e le figure del linguaggio lirico, come nel trittico di aggettivi «palpabile, peloso, giallo», che, nelle prime pagine del libro, segue l’affermazione: «Il leone era là.» Quale criterio ha guidato il tuo procedere nella resa di passaggi di questo genere?

PDZ – Innanzitutto grazie perché mi dici che non si è perso questo senso del ritmo. Comunque cerco di rispondere in breve: non sempre allo stesso modo. Nei casi che tu citi mi sono basata su una compensazione: il tedesco Habhaft, fellhaft, gelb – che è diventato palpabile, peloso, giallo – è una sorta di climax, ritmico ma anche concettuale. Habhaft e fellhaft, nel senso, rimandano a una situazione ancora di dubbio, non sono così “definitivi” quanto quel “giallo” deciso che descrive l’immagine, ma soprattutto, avevo bisogno che si sentisse quella tangibilità del suono data dalla ripetizione interna, che nel ritmo, peraltro, crollava sulla vocale più chiusa e sull’occlusiva finale: «Der Löwe war da. Habhaft, fellhaft, gelb.» Blumenberg pian piano definisce l’apparizione e pian piano la accetta come presente. Renderlo in modo uguale non si poteva, ma ho cercato di rendere i suoni più aperti all’inizio (con il “là” in cesura) e la ripetizione della seconda parte delle parole con un’allitterazione forte. Per il resto, relativamente al ritmo, la scrittura di Lewitscharoff è così potente, che mi sono lasciata accompagnare, mi sono accordata al suo suono ondeggiando al suo ritmo, come scrivevo nella nota. Proprio come per un accompagnamento musicale.

AMC – Assecondare un ritmo così originale –  mi colpisce e  mi convince la tua affermazione: «mi sono accordata al suo suono ondeggiando al suo ritmo» – così come rendere un movimento tanto sicuro quanto inedito richiede lo slancio dell’azzardo, il coraggio di rischiare perfino il corto circuito nel rendere i collegamenti mozzafiato suggeriti da Lewitscharoff, in particolare, nell’uso dell’aggettivazione. Mi sono soffermata a lungo su questo passaggio, collocato all’inizio del settimo capitolo,  N. 255431800: Isa si guarda allo specchio e vede «Un vestito lungo e fluente»Fluttua quel vestito? Scorre? Si distende, placido e ricco, come una lunga capigliatura? O tutte queste cose insieme?

PDZ – Scorre morbido, sì, come i capelli. In effetti era proprio quello il senso che volevo dare, perché l’immagine di Isa qui si accosta in modo molto chiaro a quella di una Ofelia che esce per incamminarsi verso il fiume. Il vestito ne è il simbolo, un richiamo molto chiaro: la stoffa demodé, l’abito che si accosta al corpo senza evidenziarlo, bianco, i bottoni, che richiamano la fabbrica del padre… La figura di Ofelia è anche nell’acqua che piove a scrosci, a cui Isa stessa si associa richiamando continuamente alla mente il romanzo di Cohen con la frase Piove a dirotto, che in realtà nel romanzo non c’è. Inoltre quella “fluidità” dell’abito si richiama alla figura angelica in un capitolo successivo, Dubbia apparizione angelica, quando Isa, appunto, “fluttua” nell’aria. Quindi volevo mantenere tutta l’ambiguità possibile, come un segnale: “Qui c’è di più”. Spesso la Lewitscharoff usa parole da lei formate o accoppiamenti insoliti di aggettivi ma anche di avverbi, proprio per spiazzare, spogliare il lettore della sua Weltanschauung. O anche parole semplici, che si comprendono immediatamente, se inventate sono spie di un atteggiamento: nel primo capitolo il semplice “Apparätchen”, che andava enfatizzato, bisognava notare che era un diminutivo particolare, ed è diventato “apparatucolo”. Spesso il testo mi ha costretto, come tu noti, a rischiare molto, a coniare alcuni moderati neologismi, e di certo, come già avevo dovuto fare con Apostoloff, a ricreare fratture linguistiche e lessicali, eventualmente compensando e sistemandole dove si poteva senza che al lettore italiano apparissero come errori. La parte che mi ha impegnato di più, però, credo sia stato il capitolo Egitto. In particolare nell’evocazione del sogno e delle armonie, ho studiato Spitzer e ne sono uscita spossata e molto arricchita. E credo che sia una caratteristica tipica della scrittura della Lewitscharoff, l’arricchimento per mezzo la sfida.

AMC – La lingua è «strumento magistrale per accostare al pensiero» le manifestazioni più disparate della realtà e dell’irrealtà. Ho preso in prestito qui un passaggio dal tredicesimo capitolo, che porta il nome del «bardo redivivo» Hansi e che ruota intorno a una questione fondamentale, la questione della lingua. Il punto di partenza è rappresentato dalle frasi di Blumenberg sul congiuntivo tedesco: «Gerhard capì solo le prime frasi di Blumenberg. Trattavano del congiuntivo tedesco come strumento magistrale per accostare al pensiero diversi tempi dell’irrealtà, per poi, con l’aiuto di strumenti di misurazione, incrociare il tempo catturato, ciò che nei ricordi era tempo trascorso, e ciò che in essi si era evidentemente depositato come dato di fatto, e trasporlo poi in altri schemi.» La mia domanda riguarda ora proprio l’impresa del trasporre non solo singole espressioni, coppie di aggettivi inusuali o climax allitteranti, ma anche strutture delle quali non esiste il diretto equivalente nella lingua italiana: in quali casi questa impresa si è rivelata particolarmente ardua?

PDZ – Guarda, quella del congiuntivo tedesco è stata una delle montagne più difficili da scalare. Inizialmente volevo rendere la cosa trasponendola completamente, cioè, trattandola come se si stesse parlando del congiuntivo in generale, a prescindere dalla lingua, per agevolare in questo caso il lettore. Ma purtroppo avrebbe eliminato troppo del testo, e quindi ho scelto di segnalare che si trattava di un diverso sistema grammaticale – che dunque permette diversi ragionamenti di filosofia del linguaggio – tramite l’indicazione del “congiuntivo tedesco”. E anche qui il Faust aleggia sia sul testo di Lewitscharoff che sulla mia scelta. Forse più difficoltà si è creata nei casi in cui andavano resi dei suoni specifici, per esempio la R e la S sono simboli, nel libro, del leone e del serpente, e spesso associati a Gerhard e Mehliss. All’inizio del capitolo Optatus, dedicato a Gerhard, c’era per esempio tutto il gioco di parole tra Baur e Bauer, e lì ho dovuto necessariamente inserire una glossa intertestuale. Il suono della R, invece, non è stato un problema, perché mentre a chi parla tedesco appare inconsueto che la R in fine di parola sia arrotata, per noi italiani può essere normale, e lo è anche nel dialetto di Stoccarda, e quindi in molti casi nella pronuncia della Lewitscharoff. Invece, poco più avanti nello stesso capitolo c’era un gioco di parole con la parola Schneckenburger che ho semplificato molto, perché diversi giochi di parole “alti” – ecce homino, dallowayizzata –  sono disseminati per il capitolo e lì era più utile rendere la presa in giro in modo immediato, anche perché quell’incipit è forse uno dei più divertenti e amari in assoluto. Altre sfide: le citazioni da Wittgenstein, in un caso rese con la frase esatta, nota al lettore italiano, altre volte prediligendo il testo di Lewitscharoff. Ah, sì, è poi quell’“ala della finestra” che si spinge verso l’esterno nel capitolo Il leone III. Me la ricordo bene perché se n’è discusso nell’ambito del seminario con l’autrice. È un punto, quello, denso di tutti i richiami parodici al romanticismo tedesco e anglosassone, luna, notte, steli, spine, morte, solitudine e solipsismo e anticipa altri sviluppi. Non volevo assolutamente perdere quell’immagine, anche se in italiano l’“ala” della finestra non è nel linguaggio comune. Ma sono stati delle sfide anche tutti i richiami alla Bibbia disseminati nel testo, dalla roccia che sanguina al sostegno divino, e i riferimenti alla letteratura tedesca forse un po’ meno conosciuta. Se «Kein Löwe, nirgends», che ricalca Kein Ort, nirgends di Christa Wolf un pochino riecheggia semplicemente in “Nessun leone, da nessuna parte”, tutto il richiamo a Knöpfe (Bottoni), il famoso radiodramma di Ilse Aichinger, va probabilmente perso. Per esempio lì è stato davvero difficile rinunciare a delle note, che però in questo testo avrebbero tradito l’intenzione dell’autrice. Credo che siano difficoltà di ogni traduzione, scegliere e scartare, e credo o magari è la suggestione, che l’actio per distans sia richiamata anche in questo modus di lettura, anche in questa conoscenza di un testo tramite una lettura che non lo possiede del tutto, e anche a questa idea mi sono ispirata. Nel testo di Lewitscharoff tutto è coerente, e tutto infatti ritorna nel capitolo finale, a chiudere il cerchio della conoscenza. L’ho trovato un libro magnifico.

L’intervista è stata pubblicata il 25 novembre 2013 sul blog della casa editrice Del Vecchio, qui. Un vivo ringraziamento alla casa editrice e alla redazione del blog “Senza zucchero”.

Paola_Del_Zoppo

Paola Del Zoppo (foto di Spartaco Coletta)

AMC_con_PDZ

Anna Maria Curci (foto di  Spartaco Coletta)

Paola Del Zoppo e Anna Maria Curci all’Associazione Culturale “Villaggio Cultura – Pentatonic”, Roma. Foto di ©Spartaco Coletta.

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Paola Del Zoppo, nata nel 1975, insegna all’Università della Tuscia ed è traduttrice e direttore editoriale di Del Vecchio Editore. Si occupa prevalentemente di teoria della traduzione letteraria, studi comparatistici e culturali, letteratura poliziesca. Ha pubblicato una monografia sulle traduzioni italiane del Faust di Goethe (Faust in Italia, Artemide), curato alcune antologie di poesia contemporanea tedesca e tradotto poesia e prosa contemporanee dal tedesco e dall’inglese (Gwyneth Lewis, Lutz Seiler, Heinz Czechowsky, Deborah Willis, Max Frisch).