Il viaggiatore oscuro

Una frase lunga un libro #9: Josephine W. Johnson – Il viaggiatore oscuro

Una frase lunga un libro #9

Viaggiatore

Josephine W. Johnson, Il viaggiatore oscuro, Del Vecchio editore (trad. Stella Sacchini), € 15,00

Tutto ciò molto presto sarebbe finito e lui, comunque, non se lo meritava. L’avrebbero scoperto e stanato. Era sempre un gioco da ragazzi stanarlo. Dio aveva smesso di interessarsi a lui da tanto di quel tempo, e aveva lasciato il cancello aperto e non aveva chiuso a chiave la porta. Talvolta aveva persino indicato, con un gesto indolente della sua grande mano: «Da quella parte».

Non si sa mai bene da quale luogo vengano a cercarci i libri e in che modo, poi, ci trovino. Non avevo mai sentito parlare di Josephine W. Johnson (come la maggior parte di voi,immagino), viene tradotta adesso in Italia per la prima volta. Nata nel 1910, morta alla fine degli anni ottanta. Un premio Pulitzer vinto a soli 24 anni, molti romanzi scritti, romanzi di successo, e non ne sapevamo nulla. Di cosa parliamo quando parliamo di scrittori americani? Parliamo di quella minima parte di autori che conosciamo, scelti tra i tradotti e non tradotti (in minima parte), perciò il nostro campo è sempre ristretto. Da qualche giorno ne conosco una in più, una molto brava, spero vogliate conoscerla anche voi, Il viaggiatore oscuro esce oggi.
La Johnson sceglie di raccontare molte storie attraverso quella di un ragazzo schizofrenico, Paul.  Il romanzo è del 1963, gli anni di ambientazione sono quelli, l’America delle piccole cittadine, della campagna. Paul, ha perso un fratello in guerra, il prediletto di Angus, il suo terribile e severissimo genitore. Perderà anche la madre. Suo zio Douglass lo ama profondamente e con una faticosissima trattativa lo strappa ad Angus. Convincendolo a non rinchiuderlo in un manicomio, convincendolo che l’amore della sua famiglia potrà salvarlo. Lo porta via con sé. Lo porta a casa da Lisa, sua moglie, e da Norah, Tom e Christopher, i loro tre figli. Per Douglass l’amore e la serenità salveranno Paul, glielo dicono le convinzioni da uomo buono, glielo dice la sua fede in Dio. Ecco un primo – importante – aspetto da tener presente: la fede.  Tutti qui credono in Dio, eppure credere non è per tutti la stessa cosa. La Johnson ama giocare sul doppio binario, ogni cosa raccontata ha due facciate, ogni posizione è mutabile, basta cambiare visuale. La fede per Angus è la forza di sopportare il dolore per la perdita del figlio prediletto,  e, allo stesso tempo, è il non sapersi spiegare perché Dio, a suo avviso, abbia portato via il figlio sbagliato. Se era scritto da qualche parte, lì ci deve essere un errore. La fede per Douglass: nessuno decide niente sul serio, decide Dio. Tutto è deciso da prima, non resta che affidarsi a Dio. Ma Douglass è buono, ed è quella bontà che lo guida, che lo rende solido e gli fa scegliere di salvare il nipote, la fede gli darà la forza. La fede di Lisa è quella delle domande. È più indecisione che certezza, più sorriso che forza. Douglass e Lisa insieme e i loro figli, la somma delle loro forze farà la differenza.
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