Il Saggiatore

Una frase lunga un libro #37: Filippo Tuena, Memoriali sul caso Schumann

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Una frase lunga un libro #37: Filippo Tuena, Memoriali sul caso Schumann, Il Saggiatore, 2015, € 19,00 ebook € 7,99

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Ha riferito anche che per tutto il mese ha espresso in maniera chiara e determinata la sua paura di diventare pazzo. Si può interpretare questo timore in vari modi, ma a me sembra sintomo di grande lucidità. Dunque, quando non è completamente travolto dall’ansia o dalle allucinazioni, quando il suo corpo non è scosso dai fremiti e la sua mente obnubilata dalle visioni, ha chiarissima la sua situazione: è un uomo che sta perdendo la ragione

 

Qualche giorno fa, Filippo Tuena, rispondendo a me che citavo una frase dal suo libro su un social network, scriveva: “Cos’è un libro se non un nascondiglio per fantasmi?”. Tuena ha ragione, naturalmente. Tutti i libri nascondono dei fantasmi, fantasmi che riguardano i personaggi, fantasmi che sono i personaggi, fantasmi che riguardano l’autore, fantasmi che sopravvivono alla letteratura stessa, che la letteratura fanno. Se un libro è tale nascondiglio, Memoriali sul caso Schumann di tale nascondiglio si nutre, attorno ai fantasmi gira. Badate, non parlo dei veri fantasmi, parlo dell’inquietudine, di ciò che porta un uomo, anche un genio, sul baratro, di ciò che conduce dall’esaltazione alla follia, di quel che porta un uomo a perdere la ragione quasi consapevolmente.

Tuena scrive questo romanzo attraverso i memoriali di sei figure più o meno vicine all’immenso Schumann, ognuna di queste riflettendo attraverso la scrittura, mette a punto il proprio ricordo e a fuoco il proprio punto di vista su ciò che ha portato il musicista alla reclusione in un manicomio alle porte di Bonn. Lettere, perché una volta individuato l’interlocutore cui raccontare o chiedere non ci sarà più bisogno di interrogare se stessi, si scrive una lettera facendosi delle domande, quando la si chiude per spedirla si comincia già a rispondersi. Chi sono i sei scrivani? (adoro questa parola, la usava mio padre per prendermi in giro, quando ero piccolo). Eccoli: Rosalie Leser, Elise Junge, Christian Reimers, Ludwig Schumann, Katarina, Johannes Brahms. Tuena da molti anni, una quindicina (per saperne di più leggete Qui) scrive libri che alternano sapientemente ricostruzione storica e invenzione, documentazione e fantasia, e la sua scrittura procura sempre su di me un effetto ipnotico. Lo scrittore romano ha il ritmo nel sangue e quando si comincia a leggere si viene, quasi immediatamente, trasportati altrove, a quel punto siamo lì nel giardino del manicomio, siamo lì e non importa più se chi scrive le lettere sia esistito o inventato come Katarina. Importa a noi lettori stare lì, rimanerci il più possibile, lasciarci affascinare, perderci e non capire, non capire tutto, per fortuna. Tuena vuole che alla fine di questo libro che è fatto di mistero non si risolva tutto, che il vero non si riveli. La musica è  uno dei più grandi misteri che esistano, mai risolto, sublime e impossibile da comprendere, mai del tutto.

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Una frase lunga un libro #27: Joan Didion, The White Album

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Una frase lunga un libro #27: Joan Didion, The White Album, Il Saggiatore, 2015, € 20,00, ebook 10,99. Traduzione di Delfina Vezzoli

Noi ci raccontiamo delle storie per vivere. La principessa è imprigionata nel consolato. L’uomo con le caramelle porterà i bambini in fondo al mare. La donna nuda sul cornicione fuori dalla finestra del sedicesimo piano è vittima dell’accidia, oppure la donna nuda è un’esibizionista, e sarebbe «interessante» sapere qual è delle due. Ci raccontiamo che fa una differenza se la donna nuda sta per commettere un peccato mortale o sta per esprimere una protesta politica o, in una visione aristofanesca, sta per essere riportata alla condizione umana dal pompiere in abito talare che s’intravede nella finestra dietro di lei, quello che sorride al teleobiettivo. Cerchiamo la predica nel suicidio, la lezione sociale e morale nell’omicidio di cinque persone. Interpretiamo ciò che vediamo, selezioniamo la più praticabile delle scelte multiple. E, soprattutto se siamo scrittori, viviamo grazie all’imposizione di una linea narrativa sulle immagini più disparate, alle «idee» con cui abbiamo imparato a congelare la mutevole fantasmagoria che costituisce la nostra esperienza effettiva.

È proprio come dice Joan Didion: “selezioniamo la più praticabile delle scelte multiple”. Significa, tra le altre cose, che non solo non valutiamo tutte le possibili varianti, ma che nemmeno le vediamo. Le escludiamo, inconsciamente, per comodità. Lo facciamo tutti e lo fa lo scrittore, imponendo “la linea narrativa sulle immagini più disparate”. La Didion è una grande ragionatrice, leggendola si ha l’impressione che lasci poco all’improvvisazione perfino quando si concede una battuta. Il brano che ho scelto per introdurre la recensione è anche l’incipit di The White Album, tra le molte frasi sottolineate, queste sono le più preziose. La prosa è bellissima e il libro comincia così, quale lettore resisterebbe a una pagina del genere? Cos’è The White Album? Sicuramente è reportage, ma è anche diario, è anche saggio, è pure storia del costume, è, per fortuna, prosa dal passo incredibile. Il libro uscì negli Stati Uniti nel 1979 e raccoglie scritti di, più o meno, un decennio (dagli ultimi anni dei sessanta agli ultimi dei settanta).

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Troppo poco zucchero può (anche) dare fastidio: Camillas, istruzioni per l’uso. Parte II

In tempi non sospetti vi avevo avvisato che con certe parole, quando c’è musica certa a darne il portamento, c’è veramente poco da scherzare. Vi avevo anche ammonito dal considerare il “fastidio” esclusivamente come un temporaneo accidente delle vostre relazioni, ma accoglierlo come un gioco a cui partecipare volontariamente. A questo punto quindi, se ritenete ancora fortemente vero l’assioma per cui importanti sono le Parole, allora provate ad immaginarle libere, sguscianti dalla oveità delle crome e assistere “birichine” al concerto prima di fuggire per i vicoli, nelle birre e molto più spesso nel mare.
Siete mai stati ad un “concerto” dei Camillas?
Avvertenza n° 1
Mai imparare a memoria una canzone dei Camillas, perché vi dimenticherete immediatamente il vostro nome.
Avvertenza n° 2
Non date mai per scontato il fatto che voi stiate veramente assistendo a un concerto dei Camillas, probabilmente sono loro che stanno assistendo voi.
Avvertenza n° 3
… dopo.
Dopo, perché adesso avete tra le mani il libro dei Camillas.La-rivolta-dello-zuccherificio1 In realtà tutti sappiamo che eravate ancora lì tranquilli tranquilli sul divano bello dei vostri suoceri in attesa che arrivasse il frastuono, ed ecco invece che l’amichetta della fidanzata appoggia un pacchetto sul tavolino con un ghigno poco rassicurante che non può che sviscerare il peggio del vostro orgoglio quando scoprite, in questo subdolo modo, che i Camillas hanno davvero scritto un libro. Loro però giurano che non ne hanno colpa, no, no.
Non è colpa loro se una tournée li porta in Antartide a un memorial per Alberto Lupo e non può essere colpa loro se passeggiando tra ghiacci zuccherini si imbattono in una scatola di piombo larga un ettaro e non è ovviamente colpa loro se nell’aprirla, 150000 mattine di temi scolastici, conservati da attenta e severa maestrina, prendono vita ma solo per buggerare il tempo che sfinito si arrende davanti al fatto che poi, alla fine, sono e saranno tutte le mattine del mondo quelle che riescono a sfuggire dalle penne dei bambini.
Niente di più e niente di meno.
Storie che rincorrono parole e parole che rincorrono storie ed è qui che inevitabile vi pongo l’avvertenza n° 3.
Ogni volta che sfogliate il libro e iniziate a leggerlo, controllate bene sotto il letto: potrebbe essere che ci sia uno di loro a leggervelo con la vostra voce; io ho provato ad addormentarmi lasciandolo sotto il cuscino e in un eco di comprooro, bigliettini della fortuna e accordi diminuiti, mi è comparso in sogno Marc Leyner, che mi ha rivelato che un giorno o l’altro li sfiderà a duello su una spiaggia di Pesaro. Non so se sono stato convincente a sufficienza, ma questo è un libro che lascia confusi se mescolato troppo prima dell’uso e allora in attesa che il vortice delle parole si riappacifichi con la tazzina del caffè, le lascio a Loro le ultime parole (…che fine ha fatto la fine?):

Lasciate stare i bambini, quando scrivono poesie.
Non disturbate gli operai se giocano con le parole. Riempite di poeti le scuole serali, quelle per i diplomi di recupero, per i somari di ogni epoca.
Fate scorrere le parole vicino all’inutile, liberatele dai ricorsi, dalle rimostranze, dagli appelli di salvataggio…

Ecco sì, proprio così! stamattina ripartite tutti da qui: lasciatele scorrere le parole. ma veramente di fianco all’inutile e poi, verso l’imbrunire, correte a un loro concerto, il risultato non cambierà, Vi cambierà.

© Iacopo Ninni

Giancarlo Liviano D’Arcangelo – Gloria agli eroi del mondo di sogno

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Giancarlo Liviano D’Arcangelo – Gloria agli eroi del mondo di sogno – Il Saggiatore, 2014 – € 16,00 – ebook € 10,99

Non c’era alcuna differenza sostanziale per me, se ci rifletto bene, tra Camelot e l’Old Trafford di Manchester.

Prendiamo la seguente formazione: Dasaev – Briegel –Cabrini – Passarella – Butcher – Scirea – Matthäus, Platini, Hugo Sánchez, Maradona, Rummenigge. Allenatore Lobanovskij.

E contrapponiamola alla Grande Ungheria (la squadra più forte di sempre? Se non lo è, poco ci manca): Grosics, Buzánsky, Lantos, Bozkis, Lóránt, Zakariás, Czibor, Kocsis, Hideguti, Puskás, Budai, (Tóth). Allenatore Sebes.

Facciamo sì che le due squadre (la prima è Il Resto del Mondo 1985, secondo l’autore) si affrontino tutti i pomeriggi, in un regno chiamato Futbolandia (come il sogno del libro di Valdano), in un mondo che è uno stadio. Uno stadio (denominato Maracanà, si capisce) costruito da un bambino. I calciatori sono gli omini della Playmobil, l’erba è un pezzo di moquette ritagliata – dal salotto – di nascosto, gli spalti sono costruiti con i libri, con i volumi delle enciclopedie (non riesco a immaginarne un uso migliore). Qui comincia il mondo del sogno, fatto di partite infinite, ripetute per centinaia di pomeriggi, e di gol impossibili. E quindi indimenticabili. Siamo nella prima parte del libro di Giancarlo Liviano D’Arcangelo, e avremo già riportato indietro il nostro orologio del tempo, a quando i bambini, sui tappeti, nelle camerette, eravamo noi. Quando la nostra fantasia si liberava e applicavamo al calcio tutto quello che eravamo in grado di sognare. Il calcio era il sogno e l’estensione di un sogno. Era la magia. Le piccole camerette, i salotti, i corridoi diventavano i luoghi dove riprodurre e, soprattutto, amplificare quello che vedevamo in Tv. Prima ancora che potessimo cominciare a scendere in strada, a giocare col pallone, inventavamo il calcio tra la scrivania e l’armadio.

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Osip Mandel’štam, La pietra (e la parola). Recensione di Pietro Russo

Osip Mandel’štam, La pietra (e la parola)

La pietra. Testo russo a fronte Osip Mandel'Stam Il Saggiatore Le silerchieTesto russo a fronte.
Traduzione ed edizione a cura di Gianfranco Lauretano
Il Saggiatore, Milano, 2014
€ 14,00

 

 

 

«Amate l’esistenza della cosa più della cosa stessa e il vostro essere più di voi stessi». Così Mandel’štam ne Il mattino dell’acmeismo, terzo manifesto in ordine cronologico (dopo quelli di Nikolaj Gumilëv e Sergej Gorodeckij) in cui si ritrovano teorizzate le linee-guida del movimento letterario sorto nella Russia del 1911 con il dichiarato intento di soppiantare gli ultimi rantoli di un simbolismo che del resto aveva dato i suoi esiti migliori nella stagione precedente. Anche se verrà pubblicato solo nel 1919, la stesura risale al 1913, annus mirabilis per il poeta russo che a questa altezza cronologica pubblica il suo primo libro, Kamen´ (La pietra), da poco riproposto in Italia per i tipi del Saggiatore.
Sulle intricate vicende di ricostruzione filologica di quest’opera si rimanda alla Nota finale di Gianfranco Lauretano, che di questo volume è traduttore e curatore. Qui si dica solo che la presente edizione è esemplata sul testo del 1916 (seconda edizione) che a differenza del primo recupera un buon numero delle poesie del periodo preacmeista (1908-1912). Precisazioni, queste, certamente puntigliose ma utili a comprendere la struttura nonché, se è passabile il termine, l’anima di questa raccolta, la quale in effetti mostra una cesura piuttosto evidente tra i testi composti prima del 1912 e quelli scritti successivamente.
Quella degli esordi di Mandel’štam è una poesia caratterizzata da un forte afflato che si potrebbe definire senza tanti indugi creaturale, tutta incentrata come è su una dialettica, espressivamente feconda, rumore/silenzio («Il rumore prudente e sordo/ del frutto, caduto dall’albero/ tra il canticchiare continuo / del silenzio profondo del bosco…»); sulla dimensione nostalgica della memoria («Che dondolavo in un lontano giardino/ […]/ mi ricordo in un delirio annebbiato»); su immagini e metafore eteree, senza spessore, non di rado unite da concatenazioni analogiche («Forse ciò che ho di più caro/ è una croce sottile e una strada segreta»; «E la barca frusciando con le onde/ come con le foglie»; «Il mattino, tenerezza senza fondo,/ semirealtà e semisogno/ assopimento indissetato»); sulla portata universale di sentimenti essenziali («Un’inesprimibile tristezza/ ha aperto due enormi occhi»; «Non occorre dire niente/ non occorre insegnare niente»; «il destino che bussa con ardore/ alla porta proibita per noi»); su una religio da intendere, desanctisianamente, alla stregua dell’Infinito di Leopardi, ovvero come stupore dell’essere umano di fronte al miracolo dell’essere e dell’esserci:

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I 5 (+1) libri da leggere quest’estate (e anche dopo) (secondo me)

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Non è una classifica; l’ordine è causale. Leggeteli tutti!

 

1) Davide Orecchio – Stati di grazia – Il Saggiatore – € 16,00 – ebook € 10,99

Quanto mi piacerebbe saper raccontare questo libro, ma non sono in grado, no. Per scrivere di questo libro bisognerebbe essere in possesso di una certa grazia, diversa da quella del titolo e diversa da quella che tocca l’autore, ma comunque una grazia, una leggerezza e una profondità di sguardo capaci di attraversare l’oceano parola per parola. [continua a leggere la recensione Qui]

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2) Felicitas Hoppe – Johanna – Del Vecchio editore, 2014 – € 14,00 – ebook € 9,99 – traduzione di Anna Maria Curci

Si può raccontare la Storia inventando una storia. Si possono prendere le documentazioni, interi archivi, libri, certificazioni e metterle al servizio di una nuova narrazione. Si può inventare e allo stesso tempo raccontare la verità, così si dovrebbero fare le biografie, così si dovrebbero fare i romanzi. Questo è quello che ha fatto Felicitas Hoppe in Johanna, da poco uscito per Del Vecchio editore, e, tradotto in maniera splendida da Anna Maria Curci. La meraviglia, però, non sta soltanto nel cosa ma nel come. Il come con cui la Hoppe ha raccontato la pulzella d’Orleans è straordinario. [continua a leggere la recensione Qui]

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3) David Means – Il punto – Einaudi 2014 – € 16,00 – ebook € 9,99 – traduzione di Silvia Pareschi

Faccio un’ammissione di stupore e meraviglia all’inizio, promettendo di usare le due parole il meno possibile nella scrittura di questa nota. Sono colpevole, dunque, di essermi stupito e meravigliato moltissime volte durante la lettura di questa nuova raccolta di racconti di David Means: Il punto(titolo originale The Spot, 2010); gli “Oh” e gli “Andiamo” si sprecavano. È passato un mese da quando ho terminato di leggere, mi sono ricomposto e posso scriverne fingendo di non essere il tifoso che sono. [continua a leggere la recensione Qui]

4) Francesca Serafini – Di calcio non si parla – Bompiani 2014 – € 10,00

Di mio nonno che se la prendeva sempre con Beppe Savoldi perché ai tempi era il più forte, e non gli andava perdonato nulla. A Savoldi non bisognerebbe perdonare mai d’aver voluto cantare, qualche rigore sbagliato ci può stare. Di radioline attaccate all’orecchio, e le voci di Ameri e Ciotti e gli scusa Ciotti ma il Napoli si è portato in vantaggio. Di mia madre che ripete all’infinito: «E mo’ basta cu stu pallone». Di tutte le volte che almeno qui, almeno a cena, insomma è Natale, qui di calcio non si parla. [continua a leggere la recensione su Fútbologia]

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5) Donald Barthelme – La vita in città – Minimum fax 2013  – € 11,00 – ebook € 5,99 – traduzione di Vincenzo Latronico

Ho finito di leggere il libro di pomeriggio. La sera sono arrivato a casa e i ponteggi dei lavori in cortile non c’erano più, ma in bilico, su un davanzale, erano ricomparse le mie scarpe sparite da mesi. Allora ho scritto una poesia, questa:

e quindi un cantiere nel palazzo
scarpe da tennis che scompaiono
polvere, impalcature, operai infine
e io che li accuso mentalmente
voi, voi, voi ladri di vecchie adidas
e la racconto e la dimentico
poi è marzo, i lavori finiscono
i ponteggi smontati in un giorno
cortile pulito, lenzuola stese
adidas più sporche che mai,
come in un racconto di Barthelme,
riapparse sul bordo del balcone
di un vicino, do l’acqua ai fiori
in questa vita in città, di ringhiera.

[continua a leggere la recensione Qui]

 

libro jolly: George Saunders – Dieci dicembre – Minimum fax – € 15,00 – ebook € 7,99 – traduzione  di Cristiana Mennella

La versione di Andrea 

Ho letto Dieci dicembre di George Saunders (Minimum Fax, traduzione di Cristiana Mennella) su suggerimento di Gianni Montieri. Gianni era talmente preso dai racconti di Saunders da dimenticarsi di scendere alla fermata giusta della metropolitana. Mi sono detto che in un libro non può esserci niente di più promettente di questo.

La versione di Gianni

Quella che segue potrebbe essere una recensione appassionata, ma sarà obiettiva, ve lo garantisco. Ho letto Dieci dicembre due volte. Alla prima lettura saltavo le fermate della metropolitana, alla seconda prendevo appunti. La prima volta, come si fa con un libro di racconti, ho cominciato dall’inizio e ho seguito l’ordine dettato dall’indice. La seconda volta ho cominciato dalla fine, dal racconto che ha lo stesso titolo del libro e che mi aveva commosso particolarmente [continuate a leggere Qui]

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© gianni montieri

 

Davide Orecchio – Stati di grazia

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Davide Orecchio – Stati di grazia – Il Saggiatore – € 16,00 – ebook € 10,99

 

Quanto mi piacerebbe saper raccontare questo libro, ma non sono in grado, no. Per scrivere di questo libro bisognerebbe essere in possesso di una certa grazia, diversa da quella del titolo e diversa da quella che tocca l’autore, ma comunque una grazia, una leggerezza e una profondità di sguardo capaci di attraversare l’oceano parola per parola. Per Davide Orecchio le parole sono un po’ come le onde, e come le onde fanno avanti e indietro, si sollevano, si ritraggono, fanno schiuma, sbattono sugli scogli, muoiono sulla battigia, lì dove lo scrittore mette il punto. Questo libro è pieno d’acqua, acqua salata che va dalla Sicilia all’Argentina, dall’Argentina a Roma e racconta una storia terribile e meravigliosa, tragica e d’amore. Orecchio ha scritto una storia di abbandoni, dove ogni abbandono è legato all’altro; dove ogni personaggio è perduto e ritrovato, e tra la sparizione e la ricomparsa c’è il mutamento, c’è, come quando si ricompone un silenzio, lo stato di grazia.

Uscito con Pietro per fumare e fianco a fianco m’ha chiesto: «Allora come va la vita?»; questione che s’è staccata da me per colare lontano, dov’era peraltro la mia risposta.

Eccolo il primo abbandono. Un uomo che non c’è più parla a un uomo che non vuole più esserci. Uno fingerà di partire e un altro partirà al posto suo. Qualcuno abbandona la scuola, qualcuno la famiglia, qualcuno la propria storia. Dove una vita smette ne comincia un’altra. Un documento d’identità indossa un altro nome e così cambia pure la pelle. Si può sparire senza fare un metro oppure attraversando l’oceano, ed eccola l’Argentina, che da immagine su una rivista diventa luogo, posto, diventa mondo nuovo. Vecchio e nuovo sono, però, poli interscambiabili e questo romanzo ce lo dimostrerà. Pietro, Paride, Angela, Bartolo, Aurora, Diego, Arturo, Rosa, Johnny, Matilde: questi i personaggi principali. Anime che si incroceranno, si legheranno e spariranno scaraventate via. La Sicilia degli anni cinquanta, l’Argentina delle dittature, delle sparizioni. L’Argentina del dolore e della fuga. Poi Roma, dove forse sta la salvezza ma non la pace. La morte, il tradimento, l’amore perduto, la malinconia, la durezza e la Dittatura, tutto partecipa all’abbandono, alla solitudine degli attori di Orecchio. Eppure a nessuno di questi manca mai la forza, a nessuno viene meno la tenerezza. Dove tutto si ricompone, anche se solo per un attimo, lì si manifestano gli stati di grazia.

dove iniziano ad affiorare gli scomparsi: gente sparita da mesi torna a farsi vedere e i testimoni assistono al ricomporsi delle fattezze.

Davide Orecchio scrive in maniera splendida e unica, inventa e padroneggia un nuovo linguaggio, in cui le parole dondolano, giocano di sponda, rimbalzano. Un linguaggio che vede i verbi a volte ridotti all’osso, ma che non perde mai il ritmo. Un linguaggio che è il filo che lo scrittore ha tessuto per noi, annodando fatti reali alla pura, fantastica, finzione. Può succedere, per fortuna, ancora, di innamorarsi prima del suono delle parole e poi di quello che raccontano e di provare una sincera ammirazione. Anche per il lettore sono previsti degli stati di grazia, come quando durante il viaggio appare, dietro una curva, qualcosa di non previsto, una luce inattesa.

Poi la corriera ha suonato l’ora di ripartire e m’alzo e scopro che mi sono appena messa al mondo, lì sulla sabbia del fiume dove ho deciso di nascere. E, partoritami, sono tornata al sedile. Sono tornata al viaggio.

 

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© Gianni Montieri

Filippo Tuena – Ultimo parallelo

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Filippo Tuena – Ultimo parallelo – Il Saggiatore

Pag. 294, 15,00  e-book 5,99

 

Ultimo parallelo è un libro ipnotico. Ipnotico e meraviglioso. È un libro difficilmente collocabile. Non è un saggio, non è un romanzo, non è un racconto di viaggio, o meglio è tutte tre le cose. È un Hors Catégorie come certe vette diventate celebri per i traguardi ciclistici, quando c’era ancora il ciclismo, s’intende. Filippo Tuena racconta la storia della spedizione al Polo Sud del Capitano Scott e dei suoi compagni, spedizione in cui morirono lo stesso Scott e gli uomini che fecero le ultime miglia con lui. Questi uomini cominceranno a morire quando giungeranno all’ultimo parallelo. La scoperta di essere stati preceduti dalla spedizione norvegese di Amundsen fiaccherà le ultime energie, mentali soprattutto. Energie che avrebbero dovuto sostenerli nel viaggio di ritorno. Ma questo libro non è la storia di una sconfitta perché se Scott e i suoi uomini morirono fu soprattutto per una serie di scelte tecniche sbagliate, come quella di preferire i pony ai cani da slitta. La solitudine e il senso del vuoto del sentirsi dispersi in un luogo estraneo e irreale sono resi talmente bene dall’autore che ogni tanto si perde il fiato leggendo, e, come la voce fuori campo che accompagna i viaggiatori, pare di trovarsi  lì. Di avere, in qualche modo, partecipato al viaggio. Chi parla fuori campo è qualcuno che non c’è, qualcuno che c’è stato prima. Quella voce risuona come un canto tra le pagine. Suona come il Blizard che sferza quelle terre di nessuno a volte e altre come una nenia sussurrata al riparo precario delle tende. “Erano gentlemen che avevano qualcosa da dimenticare piuttosto che da conquistare e che andavano a consumare i loro desideri ai confini del mondo.” E ancora: “Erano questi gesti che me li rendevano vicini perché erano uomini che recitavano addii. Avevano una singolare predisposizione a dire addio.” L’addio, dunque, l’addio che comincia con la partenza da casa e si diluisce lungo il percorso fino al suo consumarsi. Un addio struggente e doloroso disegnato sul bianco, segnato da bandierine lasciate lungo il percorso, firmato passo dopo passo dagli scarponi sul ghiaccio. Chi parte per un viaggio del genere non lo fa per brama di conquista, lo fa per cercare (inconsapevolmente), e questo libro insegna che ciò che cerca è qualcosa di piccolo, interiore, che – forse – potrà apparire solo in mezzo al nulla, nella terra dove il tempo si ferma. Il libro uscì per Rizzoli nel 2007 e vinse il Premio Viareggio, la scelta de Il Saggiatore di ripubblicarlo è stata encomiabile, speriamo generi emulazione per altri libri meritevoli di una riedizione.  Giunti alla fine della storia si resta smarriti per un bel pezzo, come ipnotizzati, appunto. A lungo  resteranno in fondo al cuore frasi  come questa: “e i versi dei poeti amati che durante le marce avrebbero recitato a bassa voce.”

Gianni Montieri

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