Il Saggiatore

Dante Virgili: l’apologia dell’apocalisse e il rifiuto dell’umano – di Federico Zumpani

Non esiste progettualità nell’universo di Dante Virgili. La progressione di segni e immagini si dilata solo attraverso l’ossessione delle parole. Un torrente spinoso di pensieri travolge il ragionamento, lo umilia fino a ridurlo ad estrema demolizione di istinti, fino ad un baratro emotivo. La costituzione autodistruttiva che pervade l’autore non è dannazione, ma quasi una logica conclusione del processo storico. Il tempo in cui si impone La distruzione non è un futuro immaginato o anche solo profetizzato dall’autore, ma la quotidianità intrisa di umiliazione nella visione di un nazista italiano. I fantasmi della Seconda guerra mondiale, all’umanità proposti come monito di orrore, rappresentano una gioia sontuosa per l’anima nera di Virgili, il cui desiderio di sterminio supera la ragione e tocca il midollo e i nervi del nichilismo. La condizione di straniero del protagonista si impone in modo antitetico all’alienazione totalizzante che Camus trasmetteva in modo immediato nell’uomo inadeguato; la visione di Virgili costruisce, diversamente, la condizione emotiva dell’uomo contro l’umanità, che rinnega ogni virtù e abbraccia la violenza come desiderio necessario.
Non c’è nessun disagio che giustifichi o ideale esistenzialista che bilanci questa percezione dell’autore, ma soltanto un razionale coinvolgimento emotivo nel ritorno all’inferno, unico percorso accettabile.
Il rifiuto della libertà – anzi della Liberazione – rispecchia il pensiero di Virgili, che compendia in un’opera unica differenti universi umorali, stati progressivi di sentimenti demoniaci, tutti accomunati da un odio puro, che scorre e si fortifica in se stesso, senza mai cercare perdono, ma divenendo rifiuto della società post-bellica.
La trama narrativa si evolve senza alcuna prospettiva specifica, se non l’annullamento. Questa progressione di pensieri oscuri sul concetto di ritorno alle armi, al sangue, rievoca un nulla quasi necessario, celebrazione del terrore che non conosce limite morale, ma si contrae nell’autocondanna di una realtà opprimente. Virgili non racconta un punto di vista, sentenzia la maledizione del fallimento umano, dannando se stesso e la sua stessa stirpe. Voler morire non è mai stato così reale, soprattutto in queste parole, che si scardinano dall’ordine logico, annullando un’idea precedente per favorire il caos emotivo successivo. (altro…)

proSabato: Virginia Woolf, Pensieri di pace durante un’incursione aerea

I tedeschi sono passati sopra questa casa ieri sera e la sera prima. Eccoli un’altra volta. È una strana esperienza, questa di stare sdraiata nel buio e ascoltare il ronzio di un calabrone che in qualsiasi momento può pungersi mortalmente. È un rumore che non permette di pensare freddamente e coerentemente alla pace. Eppure è un rumore che dovrebbe costringerci − assai più che non gli inni e le preghiere − a pensare alla pace. Poiché se non riusciamo a forza di pensare, a infondere esistenza a questa pace, continueremo per sempre a giacere − non questo corpo in questo letto bensì milioni di corpi non ancora nati − nello stesso buio ascoltando lo stesso rumore di morte sulla testa. Facciamo tutto il possibile per creare il solo rifugio antiaereo efficace, mentre là sul colle sparano i cannoni e i riflettori tastano le nuvole; e qua e là, a volte vicino, a volte lontano, cade una bomba.
Lassù in cielo combattono giovani inglesi contro giovani tedeschi. I difensori sono uomini, gli attaccanti sono uomini. Alla donna inglese non vengono consegnate armi né per combattere né per difendersi. Ella deve giacere disarmata, questa sera. Eppure se ella crede che quel combattimento lassù in cielo è una lotta da parte degli inglesi per proteggere la libertà, da parte dei tedeschi per distruggere la libertà, ella deve lottare, con tutte le sue forze, dalla parte degli inglesi. Ma come può lottare per la Libertà senza armi? Fabbricandole oppure fabbricando vestiti e alimenti. Ma c’è un altro modo di lottare senza armi per la libertà. Possiamo lottare con la mente; fabbricare delle idee, le quali possono aiutare quel giovane inglese che combatte lassù in cielo a vincere il nemico. Ma perché le idee siano efficaci, dobbiamo essere in grado di accendere la loro miccia. Dobbiamo metterle in azione. E quel calabrone in cielo mi sveglia un altro calabrone nella mente. Ce n’era uno questa mattina, che ronzava nel Times; era la voce di una donna che protestava: «Le donne non possono dire una parola sulle questioni politiche». Non c’è nessuna donna nel Gabinetto; né in nessun posto di responsabilità. Tutti i fabbricanti di idee in grado di attuare queste loro idee sono uomini. Ecco un pensiero che soffoca Il pensiero, e incoraggia invece l’irresponsabilità. Perché non sprofondare allora la testa nel cuscino, otturarsi le orecchie, e abbandonare questa futile attività di fabbricare idee?Poiché ci sono altri tavoli, oltre ai tavoli dei militari e i tavoli delle conferenze. Potrebbe darsi che se noi rinunciamo al pensiero privato, al pensiero del tavolo da te, perché esso ci sembra inutile, stiamo privando quel giovane inglese di un’arma che potrebbe essergli utile. Non stiamo esagerando la nostra incapacità solo perché la nostra capacità ci espone forse all’insulto, al disprezzo? «Non cesserò di lottare mentalmente», scrisse Blake. Lottare mentalmente significa pensare contro la corrente, e non a favore di essa.
E quella corrente scorre veloce e violenta. Straripa in parole dagli altoparlanti e dai politici. Ogni giorno ci dicono che siamo un popolo libero, il quale combatte per difendere la libertà. Quella è la corrente che ha trascinato nei suoi turbini quel giovane aviatore fino al cielo, e che lo fa girare incessantemente tra le nuvole. Quaggiù, protetti da un tetto, con una maschera antigas sotto le mani, è nostro dovere sgonfiare questi palloni d’aria e scoprire qualche germe di verità. Non è vero che siamo liberi. Questa sera siamo tutti e due prigionieri: lui nella sua macchina con un arma accanto, noi sdraiati nel buio con una maschera antigas accanto. Se fossimo liberi saremmo all’aperto, a ballare, o in un teatro, o seduti davanti alla finestra, conversando. Che cosa ce lo impedisce? «Hitler!» esclamano unanimi gli altoparlanti. Chi è Hitler? Che cosa è Hitler? L’aggressività, la tirannia, l’amore forsennato del potere, rispondono. Distruggetelo, e sarete liberi. (altro…)

Simone Weil, Sulla guerra

Simone Weil, Sulla guerra, traduzione di D. Zazzi, Il Saggiatore (nuova edizione 2017); € 18,00

di Sandro Abruzzese

 

In Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale lo sforzo continuato di Weil è volto contro le forme di dominio, contro la parte di società che opprime spiritualmente e moralmente i suoi sottoposti. Weil vuole semplicemente difendere chi è più debole da chi comanda, e in generale l’individuo dalla collettività. Per questo, nel tentativo di pensare una società più giusta, finisce, a volte rasentando l’anarchismo, per concludere che solo nelle società con un livello basso di produzione, dove la divisione del lavoro è quasi del tutto assente, l’oppressione si affievolisce. Via via che la società si specializza però, che si passi dai riti religiosi alla tecnica al servizio della produzione, si avvia il monopolio degli specialisti e con esso la diseguaglianza. Ecco che l’equilibrio diviene una chimera, mentre la lotta per il potere pone subito il dominio e l’oppressione. Che siano la ricchezza, la produzione, la guerra a guidare una società, sostiene Weil, ciò che la compromette è il rovesciamento “del rapporto tra mezzo e fine”.

“Non è possibile concepire nulla di più grande per l’uomo di una sorte che lo metta direttamente alle prese con la necessità nuda, senza che egli possa attendersi nulla se non da se stesso, e tale che la sua vita sia una perpetua creazione di se stesso da parte di se stesso”, scrive a un certo punto la filosofa. Il fatto è che la società, la collettività, non consentono all’uomo di agire e determinare in toto la propria vita. Allora l’ideale di libertà sarà avere la possibilità di agire sulla società, di controllarla affinché ci renda indipendenti. A tal proposito la cultura è chiamata a incidere “sulla vita reale”.

Per quanto riguarda la vita contemporanea, il dominio quantitativo della tecnica sulla razionalità e la giustizia diventa totalitario. Gli stati centralizzati concentrano nelle loro mani un potere schiacciante sulla massa dei cittadini. Per vivere, gli uomini necessitano della società e del denaro e qualsiasi saggezza o buon senso è soppiantato dal criterio scientifico dell’efficacia, dello sviluppo, non dell’utilità sociale.

Weil, nel ’34, a poco più di vent’anni è già in grado di descrivere un mondo caotico di sprechi e stoltezza, dove la pubblicità e la speculazione regnano incontrastate opponendo le opinioni alla verità e facendo del mondo un luogo di debiti, di “spese folli”. È il capitalismo, ma anche la società totalitaria (Hitler vince le elezioni tedesche nel ’33), è il potere a incidere sul pensiero. Ne nasce una umanità addomesticata dalla scomparsa di idee chiare, disavvezza ai procedimenti logici, ragionevoli; una società che nulla può contro chi possiede i mezzi di produzione, le armi, la tecnica, i media. Ma pur trovandosi di fronte a quesiti insolubili, Weil ricorda “che la vita sarà tanto meno inumana quanto più grande sarà la capacità individuale di pensare e agire”.

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Joyce Carol Oates, I ricchi

Joyce Carol Oates, I ricchi (traduzione di Bosetti, Gorla, Pieretti, Reggiani)
Il Saggiatore, 2017; € 18,00, ebook € 8,99

 

Ho a lungo pensato di scrivere un unico pezzo dopo che avessi letto tutti e quattro i romanzi di Epopea americana, di Joyce Carol Oates e pubblicati da Il Saggiatore; ma dopo aver riflettuto ho deciso di scriverne libro dopo libro, trattandosi di quattro storie autonome, così come le ha immaginate Oates. Quattro storie che raccontano l’America, una certa America, certi anni e certe famiglie, ma tra loro profondamente diverse; il punto è in comune è l’America, il punto in comune è il tratto dei protagonisti, il punto in comune è quel genio di Joyce Carol Oates. Comincio, perciò, dal primo che ho letto: I ricchi, che è il secondo romanzo della quadrilogia (gli altri tre sono Il giardino delle delizie, Loro e Il paese delle meraviglie).

Ci trasformiamo in persone di mezza età senza troppa fatica e, da silenziosi che eravamo durante l’infanzia, con la vecchiaia iniziamo a fare un sacco di storie: per il cibo, per le correnti d’aria in arrivo da finestre solo apparentemente chiuse e per i tempi che cambiano.

Questa frase è qui per far capire subito il passo di scrittura che tiene Oates, il ritmo, la scelta dei termini; noi di questa frase percepiamo perfino il suono, ne vediamo il colore. Oates scrive così, non ha eguali, la sua arma migliore non è la dolcezza, la sua arma migliore è la precisione. Con quell’arma può permettersi qualunque carezza, qualunque delitto. La prosa di Oates è come un colpo di fucile sparato da non troppo lontano, da un tiratore fenomenale, non c’è modo di non essere colpiti, non c’è modo di scamparla. E non scamparla significa entrare con lei nel cuore delle cose, guardare l’America – nel caso di questi romanzi – attraverso ogni fessura, muovendosi di spigolo in spigolo; significa passare attraverso le apparenze, significa guardare sotto il tappeto, sotto un tappeto di lusso. Significa far luce con un candelabro pregiato, significa descrivere uno stato d’animo soltanto facendo scendere uno dei personaggi principali da una Cadilllac gialla.

È come guardare la luce di stelle che non ci sono più, che hanno abbandonato le loro orbite misteriose o sono esplose tramutandosi in polvere. L’universo è incrostato della polvere di cose che non sono più qui con noi.

Il narratore di questo libro è Richard, detto Dickie. Il modo che leggeremo è quello del memoir. Richard è molto deciso e netto fin dalle prime parole. Ci fa capire che qualcosa è accaduto durante la sua infanzia, qualcosa di grave: un delitto. Noi lettori non sappiamo che tipo di delitto possa aver commesso un bambino poco più che decenne, ma sappiamo – Oates ce ne convince – che un bambino può essere capace di commettere atti orribili se orribile è il mondo che lo circonda. Se orribile è ciò che lui percepisce. (altro…)

Bambini soli

È successo di nuovo, qualche giorno fa, e dopo la consueta, necessaria, sfilacciata discussione su colpe, cause e concause, stabiliti i colpevoli, circoscritte le regole non rispettate; anche dopo calato il velo del silenzio sull’evento nessuno è stato in grado di soffermarsi su un piccolo significativo particolare. I bambini, anche loro, muoiono e non sarà il definirne colpa e colpevole ad assolverci e a continuare a immaginarci come una società protettiva e tutelante, perché è solo una grossa imperdonabile bugia.
Mi fermo subito però, perché non vorrei si cadesse nell’equivoco del ritenere il testo di cui voglio parlarvi, Il libro dei bambini soli, esordio di Enrico Sibilla, una sorta di rimedio taumaturgico, un manuale per la tutela dell’infanzia. No!, Il libro dei bambini soli, il cui titolo già lascia immaginare un regesto delle possibili infinite solitudini, dà solo ed esclusivamente la voce ai bambini e come è giusto che sia, è una voce in diretta, che cresce; non ci sono finali prevedibili. Ogni solitudine è raccontata nel suo evolversi, nel suo lento strisciare sotto pelle o nel suo presentarsi improvvisa e la narrazione incessante e fortemente ritmica ma coerente in tutti i sei racconti. oltre a tutelarsi da possibili interpretazioni autobiografiche, nel suo incedere che non è naturale e lineare  spesso costringe il lettore a fermarsi per riprendere il filo e il respiro. In realtà la scelta stilistica, musicale e ossessiva non è altro che la traduzione adulta di un flusso del pensiero infantile, animista, quasi magico, che avanza per tentativi e che è poi l’origine della prima solitudine, la comunicazione del dolore.  Qui sta la grande sfida affrontata dall’autore: entrare nella mente del bambino, cercare le avvisaglie, i dubbi che circoscrivono la paura dello stare soli e così come la definizione e lo sviluppo delle conseguenti strategie per presentarli così, puri, con una lingua che si alterna tra narrazione continua e brevi frasi, sentenze, atte a marcare il terreno del possibile, per paura di perdersi ancora. La morte, la paura della perdita in maniera diretta o indiretta è una costante necessaria in tutti i 6 racconti perché è costante necessaria nell’esperienza quotidiana di ogni bambino. Ogni piccolo trauma, ogni piccola delusione o dubbio rappresentano sempre una soglia tra vita e morte: che sia l’arrivo di una sorellina, un saluto frettoloso o il terrore costante della perdita di un genitore. Enrico Sibilla doppia così con la sua lingua fortemente poetica e ritmica quelle paure piccole a cui guardiamo con inconsapevole tenerezza ma che in realtà rimangono impresse al punto tale da lasciarci sempre e comunque disarmati davanti a un mondo che non solo è fatto di ripetute solitudini, ma che crediamo di affrontare solo perché pensiamo di delimitare e rendere comprensibile e risolvibile con razionalità. Ma alla fine la vera provocazione di Sibilla forse sta proprio nel ricordarci che la soglia tra mondo adulto e mondo bambino sta solo nel linguaggio e che la paura della solitudine e della morte sia solo mediata se non anestetizzata da un pensiero razionale che tende a delimitare tutto. Ma appena è la lingua, quella libera, primordiale, quella delle domande a prendere il sopravvento, allora dobbiamo rassegnarci all’idea che chiunque di noi è stato e sarà un bambino solo.

Enrico Sibilla, Il libro dei bambini soli, il Saggiatore, 2016, pp. 192, € 21,00

Filippo Tuena, Com’è trascorsa la notte

Filippo Tuena, Com’è trascorsa la notte, Il Saggiatore 2017, € 20,00, ebook € 8,99

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Questo libro è una storia d’amore, e come tutte le storie d’amore viene raccontato attraverso la biografia, attraverso il sogno, attraverso quella sottile linea di confine che si muove tra sogno e realtà. Sempre di orizzonte si tratta, e lo si può raggiungere o lo si può guardare. Possiamo guardare, come abbiamo spesso fatto, il sole calare sul mare, possiamo aspettare che faccia notte e in quella notte riprendere a sognare. Tra sogno e finzione c’è differenza ma anche qui ci troviamo in presenza di un labile confine, di una posizione controversa da sostenere di fronte alla suggestione.

Ho sognato o ho visto qualcosa? La mia casa è un teatro e qualcuno è venuto a recitare per me? Ho soltanto sognato o qualcuno mi ha raccontato una storia d’amore? E i protagonisti del racconto chi sono? I personaggi, i folletti di Sogno di una notte di mezza estate oppure sono coloro ai quali la storia viene narrata?

Sono domande che forse si è posto Filippo Tuena quando ha deciso di scrivere Com’è trascorsa la notte, ma sono – senza dubbio – le domande che mi sono posto io dopo aver terminato la lettura del romanzo. Ogni volta che leggo un libro di Tuena entro in una sorta di sfasamento temporale, entro in quell’indeterminatezza di cui l’autore scrive nell’ultima parte del libro.

Perché c’è un’indeterminatezza in questa recita che fa sì che le identità si confondano, i ruoli si alternino.

L’indeterminatezza, il principio che la regola, è comune a tutte le storie che Tuena ha scritto, ed è ovviamente il punto focale di Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare.

La voce narrante convoca la donna amata, la convoca all’immaginazione e al sogno. La invita a immaginare dalla prima pagina, un palazzo, un giardino, un luogo altro; e la avverte che nella notte in arrivo, una notte di mezza estate, qualcuno arriverà a mettere in scena una rappresentazione privata della commedia di Shakespeare.

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I poeti della domenica #164: Elio Pagliarani, La ragazza Carla (II)

Elio Pagliarani, La ragazza Carla, prima edizione Mondadori 1962, ultima edizione Il Saggiatore, 2016

*

Quanto di morte noi circonda e quanto
tocca mutarne in vita per esistere
è diamante sul vetro, svolgimento
concreto d’uomo in storia che resiste
solo vivo scarnendosi al suo tempo
quando ristagna il ritmo e quando investe
lo stesso corpo umano a mutamento

Ma non basta comprendere per dare
empito al volto e farsene diritto:
non c’è risoluzione nel conflitto
storia esistenza fuori dell’amare
altri, anche se amore importi amare
lacrime, se precipiti in errore
o bruci in folle o guasti nel convitto
la vivanda, o sradichi dal fitto
pietà di noi e orgoglio con dolore.

I poeti della domenica #163: Elio Pagliarani, La Ragazza Carla (I)

Elio Pagliarani, La ragazza Carla, prima edizione Mondadori, 1962. Ultima edizione Il Saggiatore, 2016

*

1

Di là dal ponte della ferrovia
una traversa di viale Ripamonti
c’è la casa di Carla, di sua madre e di Angelo e Nerina.

Il ponte sta lì buono e sotto passano
treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina
i camion della frutta di Romagna.

::::::::::Chi c’è nato vicino a questi posti
::::::::::non gli passa neppure per la mente
::::::::::come è utile averci un’abitudine

::::::::::Le abitudini si fanno con la pelle
::::::::::così tutti ce l’hanno se hanno pelle

Ma c’è il momento che l’abitudine non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::o fa contatto
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::o prende la tangente

allora la burrasca
:::::::::::::::::::::::::periferica di terra,
il ponte se lo copre e spazza e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto

:::::::::::::::::::::Solo pudore non è che la fa andare
:::::::::::::::::::::fuggitiva nei boschi di cemento
:::::::::::::::::::::o il contagio spinoso della mano.

Un libro al giorno #25: Franco Fortini, Composita solvantur (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Considero errore…

Considero errore aver creduto che degli eventi
(“meglio non nominarli!” mi soffiano i piccoli dèi)
di questo ’91 non potessi parlare o tacere
se non per gioco, per ironia lacrimante.

I versi comici, i temi comici o ridicoli
mi parvero sola risposta. Come sbagliavo!
Ho guastato quei mesi a limare sonetti, a cercare rime bizzarre. Ma la verità non perdona.

Chi mai potrà capire che tempo fu quello? Credevo
scendere in un mio crepuscolo. Ahi gente! Invece
altro era, incomprensibile e senza nome. Guardavo

la luna di aprile sullo Eichhorn a mezzanotte,
e la stellina d’oro dello Jungfraujoch, Disneyland.
(Nulla era vero. Voi tutto dovete inventare).

 

da Franco Fortini, Composita solvantur, Il Saggiatore, 2015

Un libro al giorno #25: Franco Fortini, Composita solvantur (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Franco Fortini nella sua casa di Milano, anni ottanta. (Giorgio Lotti, Mondadori Portfolio)

 

Italia 1977-1993

 

Hanno portato le tempie
al colpo di martello
la vena all’ago
la mente al niente.

Per le nostre vie
ancora rispondevano
a pugno su gli elmetti.

O imparavano nelle cantine
come il polso può resistere
allo scatto
dello sparo.

Compagni.

Non andate così.

Ma voi senza parlare
mi rispondete: «Non ricordi
quel ragazzo sfregiato
la sera dell’undici marzo 1971
che correva gridando
“Cercate di capire
questa sera ci ammazzano
cercate di
capire!”

La gente alle finestre
applaudiva la polizia
e urlava: “Ammazzateli tutti!”

Non ti ricordi?»

Sì, mi ricordo.

 

da Franco Fortini, Composita solvantur, Il Saggiatore, 2015

Un libro al giorno #25: Franco Fortini, Composita solvantur (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Qualcuno è fermo…

Qualcuno è fermo, lontano riparte dove
la strada svolta nel bosco tra pietre e siepi.
Poi rieccolo, tra le vigne, più lontano. Non vede
o, se vede, non conosce più.
Che sera
senz’ombre, erbe, la vostra. Enorme è l’albero
in aria, su chi va…
E mai non era nostra
la schiuma dello stagno
o il ruvido lentischio, nulla avevamo compreso,
non il sentiero, non il paese chiuso
dove non c’era anima viva
e tocca invano ai selci il passo
del segnato da Dio.

Fra poco sarà buio, sarà l’urlìo
d’aria, dei cani alla catena e
delle piccole fiere le veloci
le disperate imprese.
Ma prima di rispondere di no,
ecco guardiamo prima, vi prego, i prati
dove in pianto eravamo passati,
le vigne e di alti nidi immenso l’albero!
e fedeli chiediamo di portare
un’altra volta ancora
ai mormorii della fedele mezzanotte
l’intelletto delle erbe e il nostro.

 

da Franco Fortini, Composita solvantur, Il Saggiatore, 2015

Vittorio Sereni, Un venticinque aprile

gli immediat dintorn

Un venticinque aprile

Tardi, anche tu li hai uditi
quei passi che salivano alla morte…
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Geme da loro in noi nascosta una ferita
e le dà voce il vento dalla pianura,
l’impietra nelle lapidi.

.

.

Nota
Come riportato nella nota presente in tutte le edizioni di Gli immediati dintorni (il Saggiatore, 1983 [2013]), ripresa anche nel volume La tentazione della prosa (Mondadori, 1998), sotto il titolo Un venticinque aprile Sereni ricompose i versi iniziali e finali della poesia Nel sonno, prima poesia della sessione Il centro abitato nella raccolta Gli strumenti umani (1965), apportando una leggera variazione alla struttura originale della sequenza conclusiva. La lunga gestazione della poesia in sei parti, datata “1948-1953”, e testimoniata dalla tormentata stesura, come documentano le pagine di varianti riportate nell’Apparato critico del ‘meridiano’ Poesie (Mondadori, 1996), ci racconta, ancora una volta, ce ne fosse bisogno, il sentimento serienano dell’appuntamento mancato con la Storia, e nello specifico con la Resistenza, conseguente alla prigionia.
Il lungo taglio, simboleggiato dalle due file di puntini, operato per includere i cinque versi negli Immediati dintorni, andrà perciò letto anche alla luce dei non pochi versi omessi, e soprattutto di quelli che compongono tutto il quinto movimento; è in questo, infatti, che Sereni cala la poesia, prendendo come riferimento la datazione, nella nuova dimensione politica italiana venutasi a creare dopo il 18 aprile 1948 (data nella quale riverbera un altro componimento sereniano della stessa raccolta, ossia Saba), dove molti avvertirono tradite le conquiste del Fronte Popolare, ma che nel poeta acuisce i «sospetti e pensieri di colpa» (Nel sonno, V 13) per via di quella che Sereni stesso, in una tarda intervista (settembre 1982), definisce «la crisi dello scrittore borghese» che nella sconfitta riconosce i segni «dell’involuzione della democrazia in Italia» (Apparato critico, cit., p. 582). [fm]