Il Ponte del sale Editore

I poeti della domenica #305: Pasquale di Palmo, Quando sto male arrivo fino a qui…

 

Quando sto male arrivo fino a qui,
dove il vento delira intorno al faro
di Punta Sabbioni
e cammino pensando
intensamente di essere un ramo
dondolato dal vento,
uno dei macigni che arginano
gli schiaffi di cobalto delle onde.
In questi giorni di fine
gennaio non c’è molto sul molo,
troppo forte è il vento
che ti buttera il volto seminascosto
dal bavero del cappotto
con una miriade di piccoli spruzzi.
Quando sto male arrivo fino a qui,
cammino stringendo al petto
un quadretto di poveri appunti
e penso di essere qualcosa di inanimato,
sasso nuvola bottiglia
che qualcuno ha lasciato sulla battigia.

 

da Paquale di Palmo, Marine e altri sortilegi, Il Ponte del Sale, 2006

I poeti della domenica #244: Beppe Salvia, Lettera

salvia_i begli occhi del ladro

Lettera

Viene la sera, è vero, silenziosa
piove una luce d’ombra e come
fossero i nostri sensi inevitabili
improvvisi, noi lamentiamo
una più vasta scienza.

Aver di quella il frutto
appariscente, la bella brama,
e l’ombra perfino, di sussurri
e di giochi, come bimbi.

Ma io lo so Serena io non posso,
in questi tempi segnati dal segreto
di cui s’invade
la nostra intimità,
vivere adesso se non con tale affanno
e così lieve.

Di questo amaro stento già si fa più vero
un sentimento pago di letizia, al modo
che alla sera insieme
andando per le strade
chiare, l’ho visto, d’ombra
e di segreto,
noi siamo tra i perduti lumi
esseri più miti di chi
venuto prima di noi
ebbe solo a soffrire

salvi quasi per caso, e in questo prodighi.

I baci sono bellissimi doni.

 

© da Beppe Salvia, I begli occhi del ladro, a cura di Pasquale Di Palmo, Il ponte del sale, 2004

Una frase lunga un libro #42: Vito Bonito, Soffiati via

soffiati

Una frase lunga un libro #42: Vito Bonito, Soffiati via, Il ponte del sale, 2015, € 15,00

.

da bambina
seduta nel sangue
volevo sapere
cosa resta dei morti

alle manine che uccido
ora chiedo

cosa resta di me
che cosa non torna
mai più

Come fosse un racconto

Chi sono i bambini? Quelli di Bonito e poi tutti i bambini? E gli umani? Mi faccio queste e altre domande, mentre ripongo in libreria,  dopo la terza, quarta lettura, Soffiati via. Mi sono venuti in mente altri bambini, bambini reali e particolari, i bambini dei racconti di Silvina Ocampo (penso soprattutto a Un’innocente crudeltà, La nuova frontiera, 2010, traduzione di F. Lazzarato). I bambini di Ocampo sono fantasiosi più che mai, sono crudeli, sono sovvertitori di regole. Bambini che inventano, bambini che volano, bambini che imprigionano gli adulti in salotto, bambini che ammaliano altri bambini, bambini che dettano le regole del gioco e che del gioco fanno tutto il reale. I bambini della scrittrice argentina sono prossimi alla dimensione del sogno, ma sono reali. I bambini di Bonito sono Bonito stesso, e poi non sono, non possono essere, non saranno. Questi bambini sono prima della nascita, prima che il corpo cresca, prima che i pezzi si incastrino. Questi bambini sono oltre la morte, dove e quando tutto è già accaduto, dove niente è accaduto, perché niente accade. I bambini sono, poi, gli adulti, sono i vecchi, e in quanto tali destinati alla non esistenza. Sono di un’altra dimensione, dove vige l’innocenza e dove essere innocenti non è concesso. Si può scrivere in questo modo per raccontare uno dei libri di poesia più interessanti dell’ultimo anno, bisogna dimenticare qualche regola da recensore e tentare un racconto, provando a immaginare ciò che il poeta ha immaginato, lasciando spazio a ciò che ha voluto che il lettore vedesse.

(altro…)

Simone Cattaneo – Peace & Love (alcuni estratti)

cattaneo

Nome e soprannome

Me ne stavo sdraiato sul pavimento del bagno
a cantare l’unica canzone in inglese
che conosco e a sputare cercando di colpire
un piccolo ragno sul muro,
quando la forma indecisa del mio braccio mi è parsa
simile alla bacchetta di un rabdomante che si piega
in prossimità di una qualsiasi sorgente d’acqua ormai prosciugata,
e allora ho deciso che non sarei morto soffocato dalle parole
che incendiano la giornata e ci frustano il viso senza motivo
avrei bene o male tirato a campare ancora per un po’,
il tempo necessario per non regalare
tutti i fiori di legno che offuscano la mia casa
a donne amate da anni e non incontrate mai.

***

Scarpe, lattine, una porta blindata e
delle posate si muovono nei campi
di grano a sud di Solaro
scintillanti carte da gioco nuove.
Non c’è bisogno di nessun sacrificio,
la memoria del sangue qui non cicatrizza
alcuna ferita.

***

Non venirmi a parlare d’amore né di lavoro
non so nemmeno paragonarti al vento
figurati se mi può succedere qualcosa,
potrei svegliarmi di soprassalto dal rumore
del vetro sbriciolato e trovarmi riempito
di cinghiate chiuso nel baule della tua Alfa,
sarebbe un sogno, sbiadire piano nella mattina
in un lampo liquido di metallo.

***

Stanotte di fronte al televisore spento
mi sono messo a ballare con una canna da pesca
un lento tragico e romantico, ho spostato i mobili
del soggiorno e al centro del pavimento ho ammucchiato
quotidiani vecchi, cartoni di latte e qualche
fazzoletto sporco. Poi ho dato fuoco a tutto
e mi sembrava di partecipare a uno di quei veri balli
studenteschi pieni di gioia e di speranza nella vodka
con un chiasso infernale che mi riempiva le orecchie
con il rumore del mare.
Spento il fuoco, qualche ombra fiera e dura
incisa sulle mura, la canna da pesca incrinata
sono rimasto a suonare su una tastiera sgraziata
chissà poi cosa
aspettando di riprendere fiato
e ho pensato di uscire all’aria aperta ma chiudendo
gli occhi il rosso del fuoco divideva ancora
il mio pavimento e non colava a picco,
rimaneva lì fisso a marchiare il territorio
in attesa di tutta la mia miseria.

***

Made in Italy

La madre di un mio compagno delle scuole medie
mi ha bloccato in una strada del vecchio quartiere
dicendomi che suo figlio era morto.
Non si è sbilanciata più di tanto e mi ha invitato al funerale.
Mi è parso buona educazione accettare.
Una settimana dopo mi ha fermato sotto casa e con aria decisa
mi ha confidato che calzo lo stesso numero di piede del suo
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::[povero figlio,
così mi ha regalato due paia di scarpe e un giubbotto giallo.
Qualche sera fa sono finito in un bar di Milano e
ho abbordato una ragazza sudamericana molto sensibile
al mio nuovo giubbotto canarino. Ho stretto gli occhi
e le ho sussurrato che per i particolari non bado mai a spese.

***

Si è buttato sotto la metropolitana di Milano
linea rossa, fermata Cairoli. Ha urlato che il cielo
aveva bisogno di un’iniezione di rosa, lui di un lavoro e
che la Madonna si era scordata di aiutarlo.
Quand’ero ragazzino pregavo la Madonna che si occupasse
di quei porci che mi bucavano le gomme della bicicletta
ma visto che non smettevano ho preferito affidarmi
ai puntati della ‘ndrangheta. Anche loro in fondo
pregano la Madonna.

***

La cagna ha cambiato canile, mia moglie ha cambiato marito.
Così una sera di novembre, il mio amico Pino mi ha descritto
la sua vita sentimentale sdraiato sulla poltrona di plastica verde
della mia cucina. Poi ha spento la lampada al magnesio
macchiata dalle mosche, mi ha chiesto come stavo e
senza aggiungere altro se ne è andato.
E’ rincasato camminando sulla striscia a linea continua
della provinciale sperando che la notte si potesse tagliare.

***
Peace & Love

Avevi il viso e l’arroganza del fallito
latravi qualche cosa di incomprensibile riguardo certi calcinacci e
cercavi l’oroscopo e il peso esatto, volevi andartene da questa
casa tirata su al centro del paese.
Non è una malattia ereditaria ma prima o poi doveva succedere:
estorsioni, agguati e ritorsioni.
Tutti uomini vestiti da porno attori che gettano incaprettato
nello Jonio un altro uomo in cambio di un bazooka con razzi
anticarro in canna. Un buon baratto.

***

La mia donna crea dipinti con i suoi capelli castani
sul mio petto scuro,
aspetta sulla soglia della mia carne ogni suo errore,
mi conforta dicendomi che soffrirò da solo,
cadrò e non mi solleverò,
ucciderò sette persone e avrò tanti giorni di carità
quanti un cane in un canile, rimarrò solo senza più denti,
farmaci né sentimenti
finirò come quello straniero incontrato un lunedì pomeriggio
in un caffè di Milano centrale.
Più o meno la sua vita era andata così – I had a woman,
she left me -.
Nulla più di questo.

***

A fine agosto il tuono morde i lampi prima che piova e
il cielo sembra sempre avere bisogno di un’autopsia,
cammino sulla strada crivellata di buche come fosse
un costoso tappeto cinese, la neve gialla è ancora lontana,
la luce pare un caleidoscopio difettoso ed io vado
dove i ragazzi hanno denti d’oro larghi come gonne a fiori
e nessuno mi potrà più servire da bere vino tagliato con il
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::[solfato di rame.
Ormai è un furto ogni prospettiva di fuga.

 

_____
Nota biografica: Simone Cattaneo (Saronno 1974-2009) ha pubblicato Nome e soprannome (Atelier 2001) e Made in Italy (Atelier 2008). I due libri vengono in questa edizione di Il ponte del sale riproposti con l’inedito ultimo libro Peace & Love

IL CERVO APPLAUDITO di Leopoldo Maria Panero

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Autore: Leopoldo Maria Panero

Titolo: Il cervo applaudito

Introduzione e traduzione: Ianus Pravo

Editore: Edb Edizioni, 2013

È uscito da poco per l’editore milanese Edb, nella collana “Poesia di ricerca”, diretta da Alberto Pellegatta, il nuovo libro di Leopoldo Maria Panero Il cervo applaudito. Introdotto e tradotto da Ianus Pravo, il libro è inoltre arricchito da due disegni di estrema raffinatezza firmati da Massimo Dagnino.

Il cervo applaudito è un’opera molto particolare: un’opera “dettata” dall’autore stesso a Ianus Pravo durante i loro incontri a Las Palmas di Gran Canaria, l’esilio solare dove da più di dieci anni Panero vive, ospite dell’ospedale psichiatrico. È solo da qualche anno che il pubblico italiano di poesia conosce meglio l’opera di Panero; sono stati pubblicati per l’editore romano Azimut Narciso nell’accordo estremo dei flauti nel 2005 e Dal manicomio di Mondragon nel 2007, sempre a cura di Ianus Pravo, che ne ha tradotto i testi. Un paio di anni fa è invece uscito Peter Pan non è che un nome per l’editore “Il Ponte del Sale” con traduzioni e curatela di Sebastiano Gatto e Ianus Pravo.  Nel 2011 è inoltre stato pubblicato il libro Senz’arma che dia carne all’imperium da Società Editrice Fiorentina, che contiene alcune poesie inedite in Italia di Leopoldo Maria Panero e di Ianus Pravo. In ultimo, è apparso nel mensile di Crocetti “Poesia”, Luglio/Agosto 2012 N. 273, un bellissimo saggio e traduzione di Alessandro De Francesco alla poetica della “crudeltà” di Panero.
Il cervo applaudito si conferma una piccola novità editoriale: il libro infatti è inedito sia in Italia che in Spagna.

Coglie nel segno l’incipit dell’introduzione al volume di Ianus Pravo, che cita il verso di T.S. Eliot, tratto da i Quattro Quartetti, «In my end is my beginning»: nessun altro poeta contemporaneo come Panero conosce e soffre l’impossibile identità artistica, incarna la figura del poeta prosciugato del suo stesso senso, la non figura. Proprio lo stesso Panero parla di sé, di come «Noi, gli scrittori ultimi o postumi, non siamo altro che correttori di bozze»: quindi si tratta di scrivere il già detto, la grande parola, il grande “Poema”, l’ultimo.
Panero è un maestro della citazione altrui, lo fa continuamente con frasi o autori come Pound, Yeats, Eliot, Novalis, Whitman, Dante Alighieri, Gimferrer, che sicuramente vivono nella sua tensione poetica, nel suo dizionario del plagio.
«Figura di Dio / un porco tra i rami / un porco che cade una volta ancora / al suolo sospirando / ferito dalla freccia del silenzio / Chi si aggirò tra viola e viola, lo disse Eliot, / facendo enorme la primavera / e distruggendo il sogno.»

La riscrittura è anche questo: è ordinarsi nel caos, è riproporre costantemente la propria fine attraverso tortura, crudeltà e follia. «Che pesci boccheggiano sulla spiaggia / invocando un fiume che non esiste / e disfacendo il dolore in piccole lamine /che solo sanno piangere / come il freddo nella tomba / la tomba perfetta del poema / fatta solo per urlare /per giocare con le dita della notte / e ricordo mia madre che morì senza le sue tette / e che il signore del mare accarezza / cercando una rovina più compiuta della rovina / più crudele del verso / che invoca se stesso / e ormai non piange.»

Nella sua poesia Leopoldo Maria Panero non solo cita, ma intesse una scrittura accesa, moderna; la riscrittura riparte anche da qui, dall’inglobare ogni cosa, ogni riferimento, ogni influenza. Nei testi, la forza e il magma surrealista rimangono la fonte principale dell’autore: il suo sguardo sul mondo, il suo andare oltre, verso il “poema”, verso questa Babilonia di significati e precisione: «Oh diamante ancora intatto / di cui sono il ricordo / perché sono solo il ricordo di me stesso / sulla sottile riva mi attraversano gli elefanti / e come un elefante cresce il poema / e come un serpente si contorce nella mia mano / cercando un palazzo che non esisteva / ed ero solo nella mano che scrive / dicendo / Dio vive nel palazzo della mia mano / nell’ombra crudele della mia mano / che aizza i suoi cani / come Diana i suoi cani / Diana sa la mattina per quanto valgono i suoi cani.»

La libertà del verso di Panero spazia da testi lunghi, complessi, che sono pura materia lavica e fantastica, alla precisione millimetrica di testi molto più brevi, che rendono ancora di più l’idea della mostruosità della mente umana, di quell’applicazione che il reale ha sul surreale, sul non visto, sull’immaginato. «Il mio grande amore si chiamava Maiz Blanco / fu torturata e stuprata sulle colline / vicino al lago dove bevevano gli elefanti / e una voce sputa nel mio cervello / la parola ieri.»
Questo è un percorso nel buio più profondo della mente, nella propria rovina e in quella del mondo, che può procedere nel sottosuolo dello spirito, sfinito, schiavo delle manie e delle sensazioni. «Il bambino è lo schiavo dell’uomo / e l’infanzia è soltanto / una rovina tra le mie labbra / tra le mie labbra chiuse alla vita.»
E ancora: «Una mano scrive sull’agenda / domani ucciderò una donna / e leccherò la capigliatura / morta della sua testa / e farò canzoni per spavento dell’uomo / e parlerò all’udito delle ceneri / che non mi ascoltano.»

C’è un continuo ribaltamento del soggetto, uno straniamento che non ha conclusione, nemmeno alla fine della poesia, nel punto di termine. I significati dell’opera di Panero vanno oltre la pagina, oltre la calligrafia stessa e oltre tutte quelle regole che reggono la letteratura, e la fanno schiava della retorica e della stagnazione formale.
«Walt Whitman è una donna che cade sopra il poema / e striscia lungo il verso / come ogni mattina / per parlare all’udito del sole / all’udito atroce del mattino / che non mi aspetterà.»
Leopoldo Maria Panero combatte contro se stesso, contro la sua stessa opera, che non vale il silenzio delle biblioteche e nemmeno il silenzio dei manicomi; perché la sua poesia è resistenza pura, continuo oltraggio ai doveri della vita, alle regole imposte, che sono strumenti e offese alla libertà della parola.

Per questo il non luogo della mente, dove si muove la poetica di Leopoldo Maria Panero, è una regione sconosciuta, sola, che non può essere affrontata con la ragione. Viene dalle profondità, si sposa con gli effetti delle parole, resta sulla pagina come l’ultima frase, come il “poema” da riscrivere, che conosce solo i territori più stretti e ostici. Il cervo è la figura chiave, la metafora, il simbolo dell’altezza estetica, della bellezza che non può guarire l’uomo e i suoi mali. La vera e unica bellezza dell’essere. «Il poema è un lago / dove finisce il cervo / applaudito soltanto dalla pagina / dalla pagina in silenzio dove muore il cervo / il cervo atroce della pagina / dove non ci sono io né c’è l’uomo.»

In questa perdita totale di se stessi, Panero chiude, lascia che il mondo si spieghi da sé, senza congetture e proclami, senza misure e limiti. Non c’è nessuna ragione per andare avanti, non c’è nessuna volontà di voler essere salvati, rimane solo la forza del pensiero, la parola viva, libera e il cadavere di se stessi da guardare con estrema osservanza.
«Non c’è misura, non c’è limite / dove non c’è nessun luogo / e dove il tempo non ha tempo / e il cadavere è / verde / Oh Alighieri, mon semblable, / mon frère che vuoi volere il crocifisso / e non sai sapere la volontà che muore / come un pane tra le labbra.»

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Andrea Longega: poesie

Da Finìo de zogar, edizioni Il Ponte del sale 2012

 

Da picolo no go mai scavalcà i mureti
né slargà da sóto le redi
par entrar ne i orti a rubar l’ua
o i àmoli rampegà su i alberi.
E sì che l’orto quelo più grando
lo gavevo là – de là da i véri
alti de la fornasa – ma dopo le quatro
a giugno niente me fasseva saltar
zo tra le erbe alte, restavo invense
a vardar dentro
ne i forni el fògo, a ‘scoltar
quel so bel rumor che imaginavo
dovesse far anca de nòte le stéle
e tuto intorno i scagni, i séci, le càne lustre
e nel cantón dove i se spogiava
le canotiere, le savàte nere de i operai
el straniamento par la prima volta
davanti a le copertine tacae su i muri
le pagine de i Skorpio,co le done nue.

Da piccolo non ho mai scavalcato i muretti | né slargato da sotto le reti | per entrare negli orti a rubare l’uva | o le susine arrampicato sugli alberi. | E sì che l’orto più grande | l’avevo là – di là dai vetri | alti della fornace – ma dopo le quattro | a giugno niente mi faceva saltare | giù, tra le erbe alte – restavo invece | a guardare dentro | nei forni il fuoco, ad ascoltare | quel suo bel rumore che immaginavo | dovessero fare di notte anche le stelle | e tutto intorno gli scanni, i secchi, le canne lucide | e nell’angolo dove si spogliavano | le canottiere, le ciabatte nere degli operai | lo straniamento per la prima volta | davanti alle copertine attaccate sui muri | le pagine di Skorpio,con le donne nude.

 

Sédese giorni a Venessia miss Nancy
with the dollar very weak te vedo
incantàda davanti ai quadri in giro
par ciése e musei ti disi a 81 ani
sarà par l’ultima volta ma chi lo sa
ti me par cussì bela miss Nancy
in the morning having breakfast
co le man che te trema
al Floriàn.

Sedici giorni a Venezia miss Nancy | with the dollar very weak ti vedo | rapita davanti ai quadri in giro | per chiese e musei dici a 81 anni | sarà per l’ultima volta ma chissà | mi sembri così bella miss Nancy | in the morning having breakfast | con le mani che ti tremano | al Florian.

 

«Dighe che ‘l vada pian
                                      che me manca ancora un ocio»                                 

De matina presto in batèlo
le done se dà
el truco sul viso
ingrotoìe dal fredo le briga
svelte co specéti e penèli
e mi là davanti sentà
speto che riva
el momento crucial
co le ga da tirar – contro onde
e atràchi sbagliai –
drita quela riga fina
a la base de i oci.

Di mattina presto in motoscafo | le donne si truccano | il viso | intirizzite dal freddo armeggiano | svelte con specchietti e pennelli | e io là di fronte seduto | aspetto che arrivi | il momento cruciale | quando devono tracciare | – contro onde | e attracchi sbagliati – | dritta quella linea sottile | sotto gli occhi.

 

Forse da picolo
i me tirava su par el còlo
invense che par sóto i scagi
forse xe sta tuto quel umido
le matine presto a pescar
gambe e brassi
a mògie nei ghèbi

ma me so messo a girar
de nòte par l’isola
(sóra i ponti me fermo
un poco a vardar)

«ti farà la fine
de un can senza parón»
me ga dito un pèr de volte
mia mama a oci bassi
prima de star mal.

Forse da piccolo | mi tiravan su tenendomi per il collo | invece che per sotto le ascelle | forse è stato tutto quell’umido | le mattine presto a pescare | gambe e  braccia | immerse nei canali || ma mi sono messo a girare | di notte per l’isola | (sopra i ponti mi fermo | un poco a guardare) || «farai la fine | di un cane senza padrone» | mi ha detto mia mamma | un paio di volte a occhi bassi | prima di star male.

 

::::::::::::::::::::::::::::::::::a Diego

In fondo al campo
porsèi e cani serai insieme
da drio le rédi, più zo le galine
a rassolar tra le piere,
tra le gambe el gato rosso
co na recia scortegada e intorno la casa,
la vècia dise, le péste de la vólp
e ‘l pensier de l’orso.

Tuto un inverno
– na vita? – che xe un miracolo
fato solo de bestie
e de neve, e mi che so bon solo
a pensar e veder
che le savàte bele
de feltro ai pìe, qua fora,
a far fatùre, ghe deventa nere.

In fondo al campo d’erba | cani e maiali chiusi insieme | dietro le reti, più giù le galline | a razzolare tra le pietre, | tra le gambe il gatto rosso | con l’orecchio scorticato e intorno alla casa, | la vecchia dice, | le orme della volpe | e il pensiero dell’orso. || Tutto un inverno | – una vita? – che è un miracolo | fatto solo di bestie | e di neve, e io che riesco solo | a pensare e vedere | che le ciabatte belle | di feltro ai piedi, qui fuori | a far mestieri, le diventano nere.

 

Che stupido l’ocio del poeta
che co ti te alzi dal lèto
finìo de zogàr
de ti varda i pìe bianchi
el segno
de i calzéti su le caviglie.

Che stupido l’occhio del poeta | che quando ti alzi dal letto | finito di giocare | di te guarda i piedi bianchi | il segno | dei calzini alle caviglie

 

Ancora quasi a quaranta ani
fasso le scale drio de ti.
La braga che se alza ad ogni scalìn
te segna la gamba magra, gamba de chi
ga fato poco sport, e mi – diverso
anca in questo – sèro la fila,
drio de ti.

Ancora quasi a quarant’anni | salgo le scale dietro a te. Il pantalone che si alza ad ogni scalino | ti segna la gamba magra, |gamba di chi | ha fatto poco sport, ed io – diverso | anche in questo – chiudo la fila, | dietro a te

 

Inediti

 

::::::::::::::::::::::::::::::::::venezia-monaco, dicembre 2011

Dal ponte de la ciésa te vedevo
venir vanti par la riva longa
e da come ti movevi i brassi
capivo tuto – estri e novità

Beati i tempi
de finìa la guera (a casa tua
gera pena rivada la corénte)
e mi abituada a vardar
fora da balconi che butava
sul scuro de na cale
desso de inverno me svegiavo
co davanti el spetacolo
de le montagne coverte de neve
e a un palmo de luce
el campanil storto
de Buran.

Dal ponte de la ciésa ti vedevo | avvicinarti lungo la riva longa | e da come muovevi le braccia | capivo tutto – umori e novità || Beati i tempi | finita la guerra (a casa tua | era appena arrivata l’elettricità) | e io abituata a guardare | fuori da finestre che davano | sul buio di una calle | adesso d’inverno mi svegliavo | con davanti lo spettacolo | delle montagne coperte di neve | e ad un palmo di luce | il campanile storto | di Burano.

 

CANDELÒRA

So ‘ndada dabasso a tòrme
do litri de late e na bòssa
de varechìna (e diséme in che altra cità
ti pol girar par la strada in savàte
senza esser ciapàda par mata)

go tirà zo le tende
go netà le lastre co aqua e aséo
(le gaveva propio bisogno
de na bela desgossàda)
go messo tuti i pitèri sul pèrgolo
ghe go dà na passada
al pàto de le scale

gero cussì stufa
de piove e aque alte
che stamatina co go visto el cielo
e tuto sto bel sol
anca se xe pena scominzià febraio
(ma no sarà minga ancùo
la madona candelòra?)

go fato primavera.

CANDELÒRA.   Sono scesa a comperare | due litri di latte e una bottiglia | di varechina (e ditemi in quale altra città | puoi girare per strada in ciabatte | senza esser presa per matta) || ho tolto le tende | ho lavato i vetri con acqua e aceto | (avevano proprio bisogno | di una bella pulita) | ho messo i vasi da fiori sul poggiolo | ho spolverato | il corrimano || ero così stufa | di piogge e acque alte | che stamattina quando ho visto il cielo | e tutto questo bel sole | anche se è appena iniziato febbraio | (ma non sarà mica oggi | la madonna candelora?) || ho fatto primavera.

 

Dentro sta aqua so nata
e dentro sta aqua morirò –
semo lontre nuialtri venessiani
semo rane, e no stene creder
co se lagnemo de l’aqua che cresse –
co le fondamenta va soto
co va soto le cali
dentro quel aqua se inpianta
le nostre raìse
e co serve come i sorzi trovémo
senpre na piera più alta – na sfesa
che ne salva.
Dentro quest’acqua sono nata | e dentro quest’acqua morirò – | siamo lontre noialtri veneziani | siamo rane, e non credeteci | quando ci lamentiamo dell’acqua che sale – | quando le fondamenta affondano | quando affondano le calli | dentro quell’acqua si piantano | le nostre radici | e quando serve come topi troviamo | sempre una pietra più alta – una fessura | che ci salva.

 

Andrea Longega è nato a Venezia nel 1967 e vive a Murano. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: Ponte de mèzo (Campanotto, 2002), Fiori nòvi (Lietocolle, 2004), El tempo de i basi (Edizioni d’if, 2009), Da staltra parte de la riva (tre poesie e un’incisione, Edizioni dell’Ombra, 2010) e Finìo de zogàr (Il ponte del sale, 2012). Sue poesie sono contenute nel libro fotografico venicevenezia di Leonard Freed e Claudio Corrivetti (Postcart, 2006) e nelle seguenti riviste di poesia: “L’Ulisse” di Lietocolle (n. 7-8), “Poeti e Poesia” (n.10, aprile 2007), “Tratti” (n.78, estate 2008 e n.83, inverno 2010), “Il monte analogo” (n.8, novembre 2008).

Per chi volesse ascoltare Andrea Longega leggere i suoi testi:  Virgole di poesia – Longega