Il paradiso degli animali

Cinque pezzi facili: racconti

di Gianluca Wayne Palazzo

Cinque cose, cinque opere, cinque pezzi. I più importanti, per qualche motivo, per me, senza criterio, senza ordine, senza obiettivo e senza pensarci troppo. I miei cinque pezzi facili per cinque minuti di lettura.

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Ernest Hemingway: I quarantonove racconti 

La prima volta fu una selezione di una sola decina, al liceo, un prestito che mi costrinsi a restituire a un compagno che non apprezzava: l’incanto. E pensare che quel dannato vecchio col suo marlin, anni prima, aveva rischiato di rovinare tutto. Poi a quasi trent’anni tutto il resto, e Le nevi del Kilimangiaro, il flusso di coscienza e il momento in cui mi lesse nel pensiero: «Ora non avrebbe mai più scritto le cose che aveva rimandato a quando avesse avuto l’esperienza sufficiente per scriverle bene. Ecco, così non avrebbe nemmeno corso il rischio di fallire nel tentativo. Forse non saresti mai stato capace di scriverle, ed era per questo che le rimandavi e non ti decidevi mai a cominciare» – una verità che conoscevo bene e che è così faticoso imparare, soprattutto se non sei destinato a un Nobel e se non ti sta marcendo una gamba ai piedi di un vulcano. Poi i titoli migliori di un titolista magnifico – Colline come elefanti bianchi, Un posto pulito, illuminato bene – e i dialoghi che risolvono un’esistenza: «Adesso lo chiamano così? Una puttana, sei.» «Be’, tu sei un vigliacco.» «Va bene» disse lui. «E allora?» (La breve vita felice di Francis Macomber). La morte incomprensibile di Paco in La capitale del mondo. L’attacco maestoso di In un atro paese: «In autunno c’era ancora la guerra, ma noi non ci andavamo più». E l’eredità più grande: milioni di noi che si sforzarono di scrivere come lui. (altro…)

Una frase lunga un libro #38: David James Poissant, Il paradiso degli animali

 

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Una frase lunga un libro #38: David James Poissant, Il paradiso degli animali, NN editore, 2015. Trad. di Gioia Guerzoni. € 17,00, ebook € 8,99

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Il suo corpo nell’aria era una palla, e la palla fece una, due rotazioni. Poi la palla si aprì e il corpo di Lily si tese. Colpì l’acqua come una bacchetta magica – mano, testa, torso, gambe, piedi per ultimi. Dove due mani avrebbero potuto incontrarsi ce n’era soltanto una, dritta e sicura come la lama di un coltello. Si infilò nell’acqua perfettamente, con uno schizzo piccolo che era quasi invisibile.

Questa sequenza di frasi la troviamo nel racconto Il braccio, il secondo della sorprendente e molto bella raccolta dello scrittore americano David James Poissant. L’ho scelta per introdurre la recensione per due motivi, il primo è scontato, si capisce subito la bellezza e la chiarezza della prosa di Poissant. Il secondo motivo è decisivo. Quelle frasi – simbolicamente – agiscono sul lettore nella stessa maniera in cui agiscono tutti i racconti de Il paradiso degli animali, svolgono esattamente il compito che, secondo me, Poissant vuole che la sua narrativa faccia. Poissant è poetico e deciso, non perde tempo ma non accorcia se non serve, arriva in fondo quando occorre, e a volte non lo fa immediatamente, come nel caso dei protagonisti del primo racconto, L’uomo lucertola, che torneranno in quello di chiusura (che ha lo stesso titolo del libro), a muoversi in quella che per noi sarà sia una nuova storia, sia il prosieguo – anni dopo – della prima. Il corpo nell’aria come una palla e poi la palla che fa una o due rotazioni prima di aprirsi e tendersi, ritornando Lily, la protagonista. Ipotizziamo che il corpo raccolto nell’aria siano le storie di Poissant, siano tutti gli elementi che lo scrittore americano raccoglie all’interno della trama, quando tutto sarà pronto, alla storia senza inutili orpelli, basterà una rotazione, al massimo due, un accadimento, una frase, un ritorno, un sentimento, per farla aprire, tendersi, dispiegarsi. L’acqua, ossia il lettore, verrà colpita come la lama di un coltello, come sa fare la penna. La storia, o Lily, o la palla di prima, si infilerà nell’acqua, con uno schizzo piccolo, quel quasi invisibile che è la perfezione del tuffo, è la differenza. Il piccolo spiraglio che avrà trovato il racconto, che sarà entrato e avrà fatto il suo lavoro, dentro di noi.

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