Il nano e la puttana

Il nano e la puttana

Fece qualcosa e lei rise di gusto, buttando indietro la testa. Poi, lui le tagliò la gola.

Iniziò dalla testa. Sembrava una abat-jour, appoggiata dritta sul tavolo in cucina, con la lunga chioma di capelli castani arruffati che scendevano fino ad annegare le punte nella pozza di sangue alla base del collo. Gli occhi sgranati color coca-cola e quelle labbra gonfie e rosa… Oh, era davvero la più bella puttana che avesse mai visto. Era in piedi davanti al tavolo e la fissava, mentre alcune gocce di sangue non ancora rappreso colavano dal bordo del ripiano, scoppiando contro il pavimento. Il disco con Love Me Tender era ancora su, dalla finestra semiaperta entrava la brezza fresca.

Scese a comprare la scorta di vino rosso dall’indiano sotto casa. Era più caro del supermercato, ma rimaneva aperto fino a tardi la notte. Avevano fatto un patto: avrebbe comprato il vino con uno sconto e non lo avrebbe denunciato al centro di immigrazione. L’indiano accettò. Iniziò a farci la spesa perché era comodo: da quando si era rinchiuso in casa in un esilio volontario dal mondo nel mondo, non sopportava più gli iper, le piazze, i bar, la gente. Né pro né contro, né dentro né fuori: aveva limitato il suo rapporto con la vita reale ai pochi metri quadri di un appartamento al quinto piano di un palazzo in periferia, dove viveva clandestinamente la sua vita. Sempre più spesso, ascoltarsi parlare lo disorientava. Sentiva che quello che diceva gli apparteneva sempre meno quanto più diventava degli altri. Così, per evitare che le sue parole diventassero quelle di tutti, evitava di parlare. Imparò a fidarsi solo della sua immaginazione quando scoprì che a sua insaputa, per sopravvivere, qualcosa uccideva la verità. Mai interrompere quella condizione di clandestino della vita. Credeva di perdere i sogni, se fosse uscito.

Undicesimo comandamento:

Di notte non si perdano

le stelle

come i sogni non si dovrebbero

di giorno.

Aveva paura che il giorno li avrebbe uccisi, schiacciandoli come un’ombra contro l’asfalto che tutti avrebbero calpestato con quell’ottusa disinvoltura della quotidianità. Così imparò a vivere in una stanza dove ciò che immaginava riusciva ad essere più reale di ciò che accadeva al di la della finestra sempre aperta sulla strada. Passava il tempo a sfilarsi i sogni dalla testa con il pollice e l’indice: se li faceva passare tra le dita, se li avvolgeva alla lingua o li faceva scorrere tra i denti, lasciava che gli pendessero da un orecchio, li mischiva ai capelli, ne faceva una collana o una corda da saltare e, quando ne arrivava un’altro, il primo lo appendeva ad un muro o lo legava ai piedi di una sedia, ci imbottiva un cuscino. Il pensiero di incontrarsi con qualcuno lo atterriva. Raccontargli dei suoi sogni appesi al muro del suo appartamento avrebbe tolto loro la dignità che tra quelle pareti conservavano. Per non rinunciare a sé aveva perduto l’affetto di chi gli stava intorno, e l’amore quando cercò di spiegarsi senza sembrare un pazzo. Ma tu che ne sai, pellerossa senza piume né cavallo, che riesci a raggiungere quei luoghi preclusi alle mie gambe, gli ripeteva tutte le volte che l’indiano si arrampicava su qualche scaffale per servire il suo piccolo cliente. Non potendo sapere che aria tirasse al di sopra del livello del tavolo che aveva in cucina, imparò a scoprire i luoghi dell’uomo che gli era dentro, di fronte a un vino rosso, le gambe penzoloni dalla sedia. Esplorazioni dei posti più reconditi della mente umana con cui riempiva le giornate vuote degli altri.

Ti piace il vino? Lei rispose superando la soglia del portone tenuto aperto con la spalla, dando un paio di occhiate con scatti repentini della testa dietro di se. Hai paura?, mentre salivano le scale. Lei sorrise, ma solo con le labbra. Bevve un sorso direttamente dalla bottiglia e aprì la porta. Dovresti   Sei una troia fortunata tu, lo sai? Almeno questo… Bevve un altro sorso e le passò la bottiglia. Lei accennò un nuovo, timido sorriso imbarazzato e bevve. Questo posto non esiste, ma oggi potrebbe con te. Li vedi i sogni appesi alle pareti?    Bevve    E quei cuscini che brillano se si muovono sotto la luce della lampada, li vedi?    Bevve    Lei fissava il pavimento con la faccia un po’ di lato, appoggiata sulla spalla. Con un piede si tolse una scarpa. Non li vedi, eh?    Bevve   Sei solo una puttana, si pulì con il braccio il vino che gli colava dalla bocca impastata, Ma stasera niente cazzi, stasera solo sogni    D’accordo?     Le tese la bottiglia e lei fece un piccolo sorso guardando il soffitto scuro e senza lampadario. Andò in cucina a prepararsi quella fetta di carne che stava marcendo in frigo da una settimana. Tornò e le si sedette di fronte a mangiare la sua bistecca. Proprio non li vedi allora? Lei dondolava la scarpa nel vuoto con il piede, ora guardava verso la finestra ma non fuori. Se non li vedi, te li racconto così puoi sentirli almeno. Iniziò a raccontarle i sogni che per tanti anni aveva appeso alle pareti, uno ad uno e senza un ordine preciso, interrompendosi solo per sorseggiare dalla bottiglia o dal bicchiere. Ascolta bene questo, è il mio preferito. La voce gli si fece seria. Il viso, fin’ora contratto in una specie di smorfia tra il dolore e la rabbia, gli si appianò sotto le ciglia alzatesi sugli occhi che guardavano tutto il vuoto che c’era nel vuoto. Lo raccontò di nuovo, e ancora una volta, e di nuovo ancora e ancora, riempiendo con le lacrime il bicchiere che continuamente si svuotava. Poi si pulì le labbra e si alzò. Nessuno è all’altezza di certe cose, alla mia altezza. Nemmeno tu. Dovrò tagliarti le gambe per questo. Lei continuò a fissare l’angolo del pavimento che era rimasta a guardare per tutto il tempo del racconto. Andò in cucina barcollando, era ubriaco. Tornò nella stanza con un coltello, le si avvicinò e cadde a terra cercando di sedersi accanto a lei sul letto troppo alto. Lei rise di gusto buttando indietro la testa.

Con le mani inzuppate di sangue, si avvicinò alla testa poggiata sul tavolo. Le aprì la bocca e la riempì di sperma.

Ed ora sgorghino parole a fiotti come flutti di figli di puttana tutti frutti riprodotti dalla stessa vergine e feconda parola madre e troia fecondata e tutti riproducano il mio canto osceno che queste orecchie sorde come il legno pieno delle teste che dividono ambulanti si ostinano a non vedere mendicando un po’ di vita ogni giorno d’ora in ora  che tutta assieme è una vergogna e poi rossi come fanno a tirar dritto a testa alta con l’imbarazzo che gli chinerebbe il capo in basso nell’abisso dentro il quale perderebbero la testa ma non sé se solo ci guardassero sguazzassero nel tempo come in una pozza di fango bianco che è la luce del mattino quando il giorno sgocciola sulla sera come un rubinetto nel buio la notte che non parla ma parla foss’anche per dir niente che è una settimana che non dormo per tener l’orecchio teso alla crepa del silenzio che si tende e non smette di dirmi altro che silenzio e non si sente niente a parte l’eco delle persone che muoiono quando spengono la sveglia il mattino ancora caldo sfornato come un pane francese in Polonia da questo immenso inferno sempre acceso ad ardere i ricordi appesi come appendici ad un passato che non c’è stato mai se non hai avuto tempo per un racconto

Affannato, si accasciò a terra con la schiena appoggiata ai piedi della sedia. Lei non parlò, il suo silenzio lo uccise.