Il gufo ignorante

STORIE VENUTE DAL FREDDO (cronache di dissenso e critica antisovietica) – di Maurizio Ceccarani

San_Basilio_Ceccarani

Mosca – Cattedrale di San Basilio. Foto di Maurizio Ceccarani

STORIE VENUTE DAL FREDDO

(cronache di dissenso e critica antisovietica)

Prima dello scoppio della Grande guerra l’arretrato sistema produttivo della Russia non riusciva a soddisfare il fabbisogno nazionale di grano. I grandi proprietari terrieri trovavano più redditizio esportare il raccolto e dei circa 160 milioni di abitanti solo un’esigua minoranza viveva agiatamente o poteva permettersi uno stile di vita diverso dalla miseria. La situazione si aggravò ulteriormente con l’impegno della Russia sul fronte orientale, impegno che, oltre a procurare la nota mattanza, fece precipitare il paese nella fame e nella disperazione. Ce n’è abbastanza per giustificare e capire, per quanto sanguinosa, una rivoluzione. Poi, nel ’22, nacque l’URSS che, con un regime totalitario, avviò la ripresa economica del paese; riorganizzò una sterminata landa di terra difficile e inospitale in strutture sociali e politiche; diede dignità, scuole e ospedali a villaggi persi nella steppa; unificò sotto una sola bandiera etnie dimenticate nelle pianure asiatiche; ricompattò un territorio in cui, andando da ovest e est, bisogna rimettere l’orologio per undici volte. Nel giro di venti anni quello che era il paese più arretrato d’Europa diventa la seconda potenza mondiale, sconfigge il nazismo e pone un argine all’imperialismo americano.

I frutti del sistema economico comunista son ben delineati e studiati da Eric Hobsbawm nel suo famoso saggio Il secolo breve. Hobsbawn mette a confronto i risultati raggiunti dall’URSS con quelli deludenti del sistema capitalistico colpito della crisi tra le due guerre. Infatti parafrasando lo storico britannico l’unico paese a essere immune dalla crisi era proprio quello che aveva rinunciato al capitalismo. La produzione industriale sovietica nel giro di un decennio triplicò mentre quella di paesi occidentali come USA, Gran Bretagna e Francia continuava a calare. L’URSS era l’unico paese senza disoccupazione e in piena crescita, un paese che, oltre a svilupparsi economicamente, stava dando vita a strutture sociali che i sudditi dello Zar non avevano mai conosciuto. Tra il ’30 e il ’35, molti osservatori stranieri visitarono l’Unione sovietica, attratti più dal fenomeno economico e dalla società che si stava costruendo, che dai metodi brutali con cui certi risultati erano stati raggiunti.

Dopo il secondo conflitto l’URSS dividerà ideologicamente l’occidente. Tra gli anni Cinquanta e Settanta in molti hanno visto l’Unione Sovietica come un modello politico a cui tendere, o come la realizzazione dell’utopia socialista. Dopo il ’91 molte di quelle persone hanno rivisto alcune posizioni, rinunciando all’ideologia e conservando magari un’idea più moderata o, se vogliamo, più occidentale di socialismo. Molti altri, forse nostalgici, o troppo romantici, o semplicemente per convinzione politica non lo hanno fatto. Ecco, questi ultimi potrebbero incredibilmente soffrire nella lettura di alcuni dei libri più antisovietici che mi siano capitati tra le mani. Quel successo industriale, quell’acquisita potenza sul piano internazionale ebbero un prezzo altissimo di vite, di sofferenze, di libertà. Poiché, come sosteneva Vittorini, il compito dell’intellettuale non è quello di suonare il piffero alla rivoluzione, ma forse, tra l’altro, quello di dare parola alla sofferenza, propongo  un percorso di letture di autori che mostrarono la loro contrarietà al regime, che ne denunciarono gli abusi e subirono le conseguenze del loro gesto, e di autori che, pur non essendo direttamente coinvolti, ebbero la capacità di raccontare  storie che quel regime hanno in qualche modo stigmatizzato. Si tratta di letteratura di una qualità straordinaria che, comunque la si pensi sull’Unione Sovietica, non può essere ignorata o semplicemente liquidata come faziosa. In questo percorso vi sono molte lacune, alcune involontarie altre volute. Mancano infatti i dissidenti più famosi come Pasternak e Solženicyn, che meriterebbero un’attenzione a parte. (altro…)