Il Guardiano dei morti

Il Guardiano dei morti di Giuseppe Merico (Lettera all’autore con premessa)

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Giuseppe Merico – Il guardiano dei morti – Perdisa Pop 2012

Premessa: Mi chiedo se si possa recensire un libro nel quale l’autore ti abbia inserito nei ringraziamenti. Me lo chiedo dopo aver letto questo libro per la seconda volta, dopo essere arrivato in fondo e aver esclamato: Cazzo! Mi domando se sia giusto. Mi domando, però, anche il contrario. Avendone l’opportunità, posso non scrivere di un libro che mi sta molto a cuore, che ho visto nascere dalle fondamenta, diventare storia man mano che l’autore la inventava? Forse no. Perché sono stato testimone (con altri amici) di un’esperienza rara, che si è trasformata in uno dei migliori romanzi italiani del 2012. Un romanzo uscito per una piccola e ottima casa editrice, libro che si fatica a trovare sugli scaffali, libro che – probabilmente – non passerà dalle parti dei critici che contano. Tra domande e non risposte mi sono convinto che sarebbe più disonesto non scriverne che scriverne. Quel che segue non sarà una recensione. Leggerete le mie impressioni, le emozioni che questa storia ha provocato in me. Leggerete, molto probabilmente, me che in maniera, in parte, immaginaria discuto con l’autore.

Chi sono queste persone Giuseppe? Da quale posto della tua immaginazione, da quale anfratto del cuore vengono? Mi sono fatto un’idea, vediamo se riesco a spiegarla. I tuoi personaggi ricordano un po’ noi. Sono le nostre fatiche, le nostre decisioni mai prese. Quelle subite. I nostri destini, canalizzati dal via. Racconti una storia di un Sud piccolo e sconfinato, un meridione malato. Basta, però, leggere poche pagine per capire l’universalità di questa storia. Tu lo sai, tra la provincia di Brindisi e certi paesini sperduti dell’Arizona, Alabama o del Messico, non c’è alcuna differenza. La predisposizione a subire la vita, le prepotenze, la consapevolezza fumosa che se qualcosa cambierà lo farà in peggio. Chi è Mimino, il ragazzo segnato dalla morte del padre? Cerca davvero lui quando profana i morti? E Mirko chi è? Perché l’hai immaginato così? Lui che non capisce tutto, lui che è buono, lui che uccide e salva. Mi viene da pensare che, con le sue debolezze psichiche, sia il tuo angelo. Un bambino. Al poliziotto, ricorderai, ho sempre voluto bene. Un uomo privo di tutto tranne che della sua malinconia e della sua (inconscia) umanità. Un altro uomo solo. Poi ci sono tutti gli altri: Il malato, la mamma di Mimino, il signor Salvatore, il fratello, l’Animale. Carmela no, di Carmela ti dico due parole quando arrivo in fondo. Tu li salvi tutti. Di una salvezza che non c’entra niente col perdono. Ma molto con la terra arida, con la morte, con il paese di quattro case dove nemmeno quello che comanda ha scelto fino in fondo di essere un bastardo. Penso, ad esempio, all’Animale, il più solo di tutti. Brutto, sporco, un orribile orco, senza famiglia, senza nessuno. La macchina per uccidere. Tu lo salvi, mettendogli in fondo alle tasche la più nascosta tenerezza. Lo salvi perché sai che nel marcio, in fondo allo schifo, c’è qualcosa, ci deve essere. Tu scrivi attaccato a quel qualcosa. A questo punto, però, è necessario dire alcune cose sulla tua scrittura. La tua prosa è limpidissima. Talento, ecco come si chiama. Scrivi dei periodi molto lunghi, struggenti, densi di miracoloso respiro; e poi, di colpo, tagli a fette chi legge con due mezze frasi. A volte con una parola sola. Credimi, non c’è molta gente dalle nostre parti che sappia scrivere così. “E i giorni portano le cose che non sanno stare ferme, che anche quando sembra che niente si muova è solo un preparativo, un sobbollire sotterraneo. Una slatentizzazione delle ansie prima o poi arriva e allora non rimane altro da fare che scappare, per chi ne è capace, o ripararsi la testa con entrambe le mani per non sentire il boato, o chiudersi gli occhi perché ingannati dal pensiero infantile che se non lo guardiamo il male non ci guarda.”. Cos’è questa storia? Un intreccio di vite perdute, abbandonate, tra un dove e un niente, dalla nascita. In posti dove pare che anche la pioggia e il sole vengano a comando, perché qualcun altro (non certo Dio) l’ha deciso. E quando tu non decidi mai, puoi solo provare a stare in piedi. Fai finta di niente, se serve spari, ti nascondi. Se devi: muori. Eppure tutte queste pene, nel tuo romanzo, sono radunate, di pagina in pagina, in una sorta di commozione collettiva, che chiuderà il cerchio quando un uomo camminerà lentamente su una spiaggia. Adesso devo dirti di Carmela. L’hai creata che sa sopportare, disprezzare, amare. Che sa ringraziare. Carmela “tiene” la testa alta. Bella come solo certe donne del Sud sanno essere, col carbone vivo che brucia dietro agli occhi. In questo sud perduto, dove le macchine sono le Ritmo, le Alfa 75, le Uno truccate. Un sud dove l’odore del mare può stordire, dove tutti i personaggi vivono come una pallottola che colpisce di rimbalzo. Gente viva di striscio. Tra le tue pagine tu salvi chiunque, chi con una carezza, chi con la morte. Ma più di tutti salvi un bambino e una puttana. E fai bene. Vedi come succede, il ragionamento che volevo fare è diventato quasi una lettera, o una telefonata, ma io non ci so stare al telefono e, secondo me, nemmeno tu. Mi piacerebbe che questo romanzo, dove sto nei ringraziamenti, lo leggessero in tanti. Questo romanzo per il quale ti ringrazio.

(c) Gianni Montieri