Il giorno perfetto

La felicità del giorno prima – di Milena Prisco

foto di Antonio La Grotta

foto di Antonio La Grotta

La felicità del giorno prima

Il giorno perfetto

Ore nove e ventiquattro del nuovo giorno. Potrei avere tanta paura, potrei abbracciare il cuscino e non alzarmi. Testa sotto il piumone potrei piangere e sentire quel cuscino avere la forma di un corpo di uomo, con la presa dei muscoli delle braccia a tenermi stretta al sicuro. Potrei ma non lo faccio. Qualcuno dal mondo dei morti ha disegnato per me questo giorno perfetto con sessanta minuti  in più per l’ora solare, con il silenzio delle domeniche d’autunno, con la pioggia fitta e verticale, con un freddo inaspettato caduto dal Monviso, con la mia solitudine cercata. Oggi mi vesto di rosso e voglio vivere di rosso a cominciare dalla colazione con uno yogurt di ciliegie rosse, da domani potrei non riuscire a vedere colore neanche in un acquario di pesci pagliaccio.

Dalle pillole quotidiane ho imparato l’ordine dal mattino, il controllo della mia distrazione che sa ancora di sogno dopo il suono della sveglia e l’elenco di sventure del primo telegiornale: mi adeguo rispettosa anche stamane, una subito prima e l’altra subito dopo la colazione. Un’ora in più per vivere da sola il decimo giorno dell’attesa e devo partire a gambe larghe con il rito di disinfestazione delle mie parte basse. La tintura marrone diluita nella soluzione del flacone spara tutta la sua amarezza che diventa bruciore, fiamma ossidrica, fiamma che mangia le pareti della piaga nel collo dell’utero, dove la spruzzo attraverso questo tubo duro che mi penetra da dieci giorni ogni santo mattino. Mi dico: mi sta curando. Mi dico: il bruciore sta disinfettando la lacerazione. Mi dico: mi sta pulendo dal burro degli ovuli di ogni sera prima. Mi dico: mi sta mangiando le cellule morte che vogliono mangiarsi le vive. Mi dico: non sarà niente. Da dieci giorni la mia rosa-vagina ha perso la morbida classe della sua natura, è una bocca slabbrata e macchiata di marrone, occasionale passaggio del tubo che sale per venti centimetri lungo il canale senza farmi godere, senza farmi pulsare le vene nel collo, senza aprirmi le branchie del seno come in ogni solita notte d’amore affamata di respiro. Ho smesso di guardarla tanto mi fa pena, da dieci giorni non la depilo neanche tanto mi fa schifo.

Devo oggi godermi il tempo senza un pensiero ed allungarlo fino alla stanchezza estrema del mio corpo quando la notte sarà veramente notte.

Vado a memoria per trovare il capo in questo bordello di pezze sparse e sovrapposte. Comincio dal rosso della mia camera da letto, sepolta dopo l’armadio esploso, le scatole aperte e svuotate con la frenesia per quella gonna nera longette smarrita nell’ultimo cambio di stagione. L’ho voluta e bramata e trovata all’ultimo minuto utile prima che partisse il treno per Milano giovedì mattina, di corsa preso al volo con ancora la parte larga della cravatta che mi pendeva sotto il nodo, con ancora il mascara da spazzolare sulle ciglia sudate come il mio corpo per l’indecisione di questo tempo di merda che il venticinque di ottobre ancora non sapeva se accaldarmi o raffreddarmi.  Riparto da lei, dalla longette che ripongo per un paio di stagioni come una veste sacra, mi ha nascosto i dolori venerdì mattina, mi ha slanciato sui tacchi con la mia solita scioltezza nel parlare ad un pubblico che l’ha ammirata per quello che era: la mia eleganza, la mia forza di bastare a me stessa quando mi sento bella. Ti ricordi mamma quando mi raccontavi delle lacrime di quella mattina quando a soli due anni con un pianto disperato ti feci capire che volevo indossare un altro vestitino? Certo che ti ricordi. I want to break free. Mi fa troppo ridere l’interno rosato del video con Freddy Mercury vestito da donna, la ballo con Ciro in braccio mentre lo stanno dando, oggi proprio tutto torna.   

Non sto invecchiando o forse sì, sento questo un controsenso se guardo nel bianco e nero di quella specie di polaroid quella massa più chiara di utero che si direbbe strozzata e ferita nel suo collo. Io non mi sento niente a parte il bruciore della tintura marrone sulla lacerazione, che mi dura solo qualche ora fino a mezza mattina. Io non capisco se il mio corpo si sta consumando, fra dieci giorni compie il suo trentottesimo compleanno, i fatti medici direbbero di sì ma io non ci credo, io non mi sento niente. Non morirò fra due o tre anni, ho troppe cose da fare, quella piaga non è un tumore ma solo il finale di una storia d’amore, o solo il tradimento dovuto alla perdita di un lavoro decennale, o solo il tormento per un’amicizia sbattuta e buttata in un cesso. Io non mi sento niente, da due settimane ho smesso di godere non per sintomatologia ginecologica o prescrizione medica ma per libera scelta: era una storia finita; a pensarci ora sembra quasi una convergenza astrale o un richiamo ancestrale alla mia carne ferita, che solo le mie mani possono toccare e penetrare per curarne la piaga giorno dopo giorno.

Torno al rosso della mia stanza.

Metto un pantalone sgargiante che ha la sfrontatezza dei vent’anni napoletani, mi sta ancora e sorrido. Mi spoglio e mi peso, ho la stessa carne di dieci anni fa e me ne vanto allo specchio. Mi vesto di nero elegante da sera, il lungo è sempre bello. Mi spoglio e guardo il seno, è sodo come dieci anni fa con la sua forma e il suo peso che sta tutto nella mano di un uomo: mi piace tanto quando viene mangiato da una bocca che affamo. Mi vesto da avvocato e mi trasformo in un attimo. Mi vesto di vesti destrutturate, ormai le amo mi danno il senso del vento in una forma di stoffa. Mi spoglio e mi metto nuda davanti allo specchio. Come sempre non mi piaccio a parte braccia, collo, spalle, schiena, viso e ascelle buone a tenere calde le mani di un altro. Ciro mi guarda, me lo prendo in braccio, lo stringo è caldo, mi piace sentirlo sulla pelle, si accuccia sul mio seno, lo bacio, lo carezzo e gli parlo paroline senza un senso e lui mi fa fusa. Su tacchi dieci sostituiscono le sete d’estate con le lane del prossimo lungo inverno, per un attimo alzo la testa al soffitto quattro metri centro volta: ma quale inverno? potrei non star bene, potrei dovermi curare, potrei dovermi operare, potrei dovermi fermare, potrei soffrire ma questo è il meno perché sopporto il dolore senza una soglia. È il telefono che squilla, è mamma come sempre a mischiare la cronaca politica a vicende familiari, lamentele su mio fratello sempre assente e tutto questo al tempo “… fa freddo, piove tanto, ieri sera è andata via anche la corrente, tu come ti senti oggi, hai dormito bene?” Le rispondo appena e poi ridiamo delle gelosie di Ciro verso Oscar il Telegattone, adottato senza il suo consenso. Mamma non sa niente. Sono invecchiata: ho la capacità maniacale di sdoppiarmi con lei e papà per tenerli al riparo da ogni mia preoccupazione, ci riesco ormai senza nessun senso di colpa. Le lascio un bacio.

In fondo il rosso mi vuol bene e non mi fa pensare.  

Oggi mangio sugo al pomodoro, mezzo cotto e mezzo crudo ma non ho il basilico. Lo metto subito a preparare per cambiare stanza, prendere una boccata di verde e viola nella mia cucina che è sempre assolata anche quando fuori piove. Lo mangio a crudo sul pane nero con un filo di olio, lo mangio mentre lo preparo e rido con cento cose contemporaneamente nella testa e ce ne è una, una sola che il mio ottimismo ogni tre giorni non sa contagiare: è l’ira funesta che mi piglia la pancia a pensare che c’è una sola percentuale che è un tumore a strozzarmi la vita nel collo dell’utero. Una sola percentuale a cui non credo, che non vedo, su cui sputo sopra ma che è talmente distruttiva per quell’istante che dura un anno di sconforto e che apre porte di pronto soccorso, lacci emostatici e flebo, ferite da leccare, dolori e pressioni, preoccupazioni e commiserazioni, finte parole e cordoglio, preghiere e rosari, un utero marcio, un utero asportato, un utero di troppo, un utero da dimenticare come il seme delle mie ovulazioni come il sogno segreto di fare un bambino tutto mio, solo mio, che abbia la mia pelle, il colore castagna dei miei occhi e il desiderio di finire ogni anno d’estate con un tuffo nel mare. È un corto circuito che mi blocca impotente. Non so da quanti minuti sono qui a fissare il vuoto, il pomodoro frigge troppo per essere di prima cottura. Ho perso la cognizione del tempo. Torno nel rosso che forse è meglio.

Questo è il mio giorno ideale, ho un’ora in più per vivere e programmare le cose che farò e che faranno migliore il mondo. Non è pazzia la mia, io lo so che posso ancora provare e che passato questo periodo di merda potrò riuscire a cambiare l’approccio di una certa finanza al sociale. Le teorie esistono, le bisogna applicare. Mi siedo al mio unico tavolo e in inglese spiego al mio pubblico immaginario i meccanismi, il piano di crescita per una finanza sostenibile e lo faccio mettendomi su una t-shirt da notte la collana di turchese il mio amuleto portafortuna. Poi attacco in napoletano a parlare di businèss, il pubblico mi capisce. Nessuno osa obiettare, sento la gente applaudire, nessuno può smentire, deridere, sminuire la potenza di ogni mia parola. Io lo so che c’è un Dio che mi sta guardando e che sa che non sto vaneggiando ma passo solo in rassegna i prossimi anni e quello che desidero fare, lui mi guarda e sorride dandomi le spalle con il culo scoperto, proprio come nella Cappella Sistina di Michelangelo.  Smetto il comizio e mi fermo a pensare.

Neanche so quanti sono i risultati delle analisi che domani mi dovranno dare, l’elenco era esauriente ha detto la dottoressa. Li prenderò alle diciassette e scatterò per un consulto dai medici, poi riposerò tutto nella busta di plastica fino al prossimo anno che impone alle donne la cadenza dell’esame coatto che scongiura la morte del nostro apparato almeno per un altro anno.  Non ho mai capito la matematica e i suoi segni, confondo il maggiore dal minore, a stento so collegare sulle pagine dei referti i numeri della colonna di sinistra con quelli di destra. I numeri di domani si accavallano, si sbiadiscono, si dilatano se provo a legarli come ora, ora che, invece, sto solo lacrimando inavvertitamente mentre spolvero le cornicette sul soppalco. C’è Didi da piccolo, com’ era bello. Ho da fare troppe cose con lui, gli ho appena dato da leggere Il vecchio e il mare, Fahrenheit e La fattoria degli animali; ho da fare troppe cose per lui, lo devo portare via da quella terra di camorra.

Oggi è una domenica apparentemente come le altre, dicono al TG che la Juve ha ancora rubato una partita, la cosa non mi fa incazzare, sorrido anche di questo e cambio canale.

Mangio seduta sul divano, ho troppo sonno e voglio dormire accostando le imposte e voglio svegliarmi quando lo vorrà il mio corpo e vorrei sognare un paio di occhi azzurri nel rosso riflesso dalla pioggia che cade nel silenzio del mio quartiere. Sono stanca e voglio saziarmi dormendo e senza incubi e senza telefoni che squillano, e-mail che arrivano, appuntamenti che saltano, senza dovermi svegliare senza riposo. Da piccola pensavo che l’ora solare mi desse un’ora di più al giorno, ancora oggi non capisco perché, invece, la notte arriva prima. Mi abbraccio al cuscino, non ho paura di che sarà domani: chi pensa al buono si porta il buono e se mi fossi ammalata almeno vivrò convinta di non morire.

Dormo, dormo tanto. Mi sveglio che ho dato un ordine, per caso, al mio armadio, è forse il segno che oggi è il giorno perfetto. Fino a sera me lo vivo in silenzioso contegno, ci sarà il tempo per le parole. La felicità mi ha riempito la pancia di rosso che durerà finchè saprò di essere sopravvissuta a tutto.

 (c) Milena Prisco

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo