Il giorno del giudizio

Quattro passi #2 – Epifania

Pietro Annigoni, "Apollo e Dafne"

Pietro Annigoni, “Apollo e Dafne”

Quella che segue è una piccola rubrica che per quattro lunedì, ad agosto, proporrà altrettanti brani di celebri libri attorno a un unico tema, introdotto da un’opera di Pietro Annigoni. Oggi, “l’epifania”. Buona lettura.

 

«Mio padre ha quest’effetto su quasi tutte le persone» spiegò a Lucy. «Ma cerca solo di esser gentile.»
«Tutti cerchiamo di esser gentili» disse Lucy, con un sorriso nervoso.
«Perché pensiamo di migliorare così il nostro carattere. Lui invece è gentile perché la gente gli piace. E la gente lo sa, lo intuisce, e si offende, o si spaventa.»
«Che sciocchi!» disse Lucy, sebbene in cuor suo simpatizzasse con la “gente” «Io credo che una gentilezza fatta con tatto…»
«Tatto!»
George alzò di colpo la testa con gesto sprezzante. Evidentemente Lucy aveva risposto a sproposito. Osservò la singolare creatura camminare su e giù per la cappella. Aveva una faccia segnata, troppo, per una persona così giovane, e dura, fino a quando le ombre non la velarono. Allora si fece tenera. Lucy lo avrebbe rivisto, a Roma, sul soffitto della Cappella Sistina, con una cesta di ghiande. Sano e muscoloso, emanava nondimeno un senso di grigiore, di tragedia, che poteva trovar soluzione solo nella notte. La sensazione svanì quasi subito. Non era da Lucy provarne di così sottili.

(Edward Morgan Forster, Camera con vista, Mondadori 1997, traduzione di Marisa Caramella, I ed. or. 1908)

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La Domenica (il giudizio) e Salvatore Satta

san paolo 2013 - gm

Don Sebastiano Sanna Carboni, alle nove in punto, come tutte le sere, spinse indietro la poltrona, piegò accuratamente il giornale che aveva letto fino all’ultima riga, riassettò le piccole cose sulla scrivania, e si apprestò a scendere al piano terreno, nella modesta stanza che era da pranzo, di soggiorno, di studio per la nidiata dei figli, ed era l’unica viva nella grande casa, anche perché l’unica riscaldata da un vecchio caminetto.
Don Sebastiano era nobile, se è vero che Carlo Quinto aveva distribuito titoli di piccola nobiltà agli autoctoni sardi che avevano innestato gli olivastri nelle loro campagne (la grande nobiltà con tanto di predicato era quasi tutta cagliaritana, ed era praticamente straniera all’isola): ma il doppio cognome era solo un’apparenza, altro non essendo il Carboni che il nome della madre, aggiunto al Sanna, il vero e unico nome di famiglia, un poco per l’usanza spagnola, un poco per la necessità di distinguere le persone, nella poca varietà dei nomi determinata dalla scarsa popolazione. Ogni bifolco in Sardegna ha due cognomi, anche se poi sull’uno e sull’altro prevale di solito un soprannome, che, se la fortuna aiuta, diventa il contrassegno temuto di una pastorale dinastia. Tipico esempio i Corrales. Il tempo e la necessità han finito col dare una certa legittimità al doppio cognome, e infatti «Sebastiano Sanna Carboni» circoscriveva in lettere tonde lo stemma sabaudo nel timbro ufficiale d’ottone, che Don Sebastiano chiudeva ogni sera gelosamente in un cassetto della scrivania. Poiché Don Sebastiano era notaio; notaio nel capoluogo di Nuoro.
Chi fosse poi questa Carboni che aveva lasciato il suo nome in un timbro, nessuno avrebbe potuto dire. La madre di Don Sebastiano doveva essere morta presto, e nulla è più eterno, a Nuoro, nulla più effimero della morte. Quando muore qualcuno è come se muoia tutto il paese. Dalla cattedrale – la chiesa di Santa Maria, alta sul colle – calano sui 7051 abitanti registrati nell’ultimo censimento i rintocchi che dànno notizia che uno di essi è passato: nove per gli uomini, sette per le donne, più lenti per i notabili (non si sa se a giudizio del campanaro o a tariffa dei preti: ma un povero che si fa fare su toccu pasau, il rintocco lento, è poco men che uno scandalo). L’indomani, tutto il paese si snoda dietro la bara, con un prete davanti, tre preti, l’intero capitolo (poiché Nuoro è sede di un vescovo), il primo frettoloso e gratuito, gli altri con due, tre, quattro soste prima del camposanto, quante uno ne chiede, e veramente l’ala della notte posa sulle casette basse, sui rari e recenti palazzi. Poi, quando l’ultima palata ha concluso la scena, il morto è morto sul serio, e anche il ricordo scompare. Rimane la croce sulla fossa, ma quella è affar suo. E infatti nel cimitero, meglio nel camposanto dominato da una rupe che sembra una parca, non c’è una cappella, un monumento. (Oggi non è più così: da quando la morte ha cessato di esistere è tutto pieno di tombe di famiglia: sa’ è Manca, quella di Manca, come si chiamava, credo dal nome del proprietario anticamente espropriato, è diventata oltre le costose muraglie, oltre gli assurdi colonnati, la continuazione della città imborghesita.) E così questa Carboni si era dissolta nel nulla, nonostante i cinque figli che aveva messo al mondo, e di lei non ricordavano neppure il nome di battesimo, protesi com’erano ciascuno nell’avventura della propria vita. Del resto, oltre questa faticosa avventùra, erano vivi essi stessi, sentivano come vive le persone che il destino aveva legato al loro carro, mogli, figli, servi, parenti?

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Non c’è il minimo dubbio che Pietro Catte in astratto non sia una realtà, come non lo è alcun altro uomo su questa terra: ma il fatto è che egli è nato ed è morto (lo attestano quegli irrefutabili atti), e questo gli dà una realtà nel concreto, perché la nascita e la morte sono i due momenti in cui l’infinito diventa finito, e il finito è il solo modo di essere dell’infinito. Pietro Catte ha tentato di sottrarsi alla realtà impiccandosi all’albero di Biscollai: ma la sua è stata una vana speranza, perché non si può annullare il proprio essere nati. Per questo io dico che Pietro Catte, come tutti i miseri personaggi di questo racconto, è importante, e deve interessare tutti: se egli non esiste nessuno di noi esiste.

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Salvatore Satta – Il giorno del giudizio – Adelphi

in-side stories #6 – Limba

biennale arte 2011 - foto gm

in-side stories #6  – -Limba

(ad Andrea Parodi, in memoria, e a Bruno Lai)

C’era questa cosa della Sardegna e dei sardi. C’era questa cosa di cui aveva sentito parlare, qualcuno glielo aveva raccontato. Questa cosa ricordava da molto vicino un luogo comune, eppure sembrava non esserlo. Questa cosa diceva, più o meno, che i sardi (specie quelli delle zone interne) sono riservati, silenziosi, solitari. Diceva che i sardi ci mettono molto a concederti fiducia e quindi la loro amicizia, ma che quando questo accade poi è per sempre. Sapeva questa cosa della Sardegna e, poi, che fosse una terra di rara e selvaggia bellezza. Quando gli proposero il trasferimento a Orosei, in provincia di Nuoro, per coordinare l’apertura di una nuova filiale della banca per cui lavorava, sapeva quelle due cose della Sardegna e che aveva una gran voglia di andar via da Roma. Gli sembrò sufficiente e (ci mise ventiquattr’ore a rispondere) accettò. Le informazioni minime che riuscì a reperire gli dicevano che Orosei era a un paio di chilometri dal mare. e che le spiagge presenti nel suo territorio erano bellissime. Il conforto del mare gli sembrò la cosa decisiva da conoscere sul territorio. Due mesi dopo partì. Passarono i primi sei, forse sette, mesi in cui i suoi rapporti con altre persone si limitarono soprattutto a quelli lavorativi o di sopravvivenza: la spesa, l’acquisto dei giornali, la colazione al bar. Il tempo libero lo trascorreva a leggere, o a fare lunghe passeggiate sulla spiaggia, era inverno, e gli andava bene così. C’era un uomo della sua stessa età con il quale si incrociava ogni tanto al bar, si salutavano e basta. Aveva notato che l’uomo portava sempre un libro con sé, leggeva seduto a un tavolino del bar. Alcuni li aveva letti anche lui, ma fu un libro che lo convinse a rivolgergli la parola e a fargli pensare che potessero diventare amici. L’uomo stava leggendo Bambini nel tempo di Ian Mc Ewan, un libro doloroso, che aveva molto amato. Si avvicinò, gli parlò del libro, l’uomo, Pietro si chiamava, gli rispose, scambiarono qualche parola e si salutarono. La loro amicizia cominciò così, chiacchiere da un paio di minuti, soprattutto sui libri, sulle letture del momento di entrambi. Decise di andarci cauto, ricordava della cosa che sapeva sui sardi. Intanto aveva aggiunto i Tazenda ai suoi ascolti musicali, trovava che il sardo fosse una lingua molto musicale e che la loro musica non fosse affatto banale. Il cantante, poi, aveva una voce meravigliosa. Chiese a Pietro se avesse voglia di aiutarlo con la traduzione dei testi.  Pietro sorrise, un sorriso sincero, aperto e disse: <<Il sardo non si traduce ma se vuoi posso aiutarti a comprenderlo. Ricorda, però, che per comprenderlo devi imparare ad amarlo.>> Presero a vedersi di sera a casa dell’uno o dell’altro. Pietro era molto organizzato, aveva libri in lingua logodurese, poesie in lingua. Soprattutto aveva le proprie origini e storie da raccontare. Presero a confidarsi, erano due solitudini di origine diversa, quella di Pietro era quasi naturale, la sua, invece, era indotta. La scelta della Sardegna era semplicemente l’unica possibilità di sopravvivere che gli era rimasta. Facevano qualche passeggiata in spiaggia anche se Pietro non amava il mare e giravano spesso in paese e in qualcuno di quelli più piccoli della zona. Pietro diceva che per imparare la lingua di quella terra, avrebbe dovuto imparare la gente, avrebbe dovuto ascoltare le loro storie. Pietro gli domandava di Roma, la capitale del continente, la chiamava così, diceva che un giorno avrebbe voluto andarci, per via della bellezza, e poi a Milano che lì suonavano il jazz. Lui, invece, cominciava a sentirsi a casa in quei luoghi del silenzio, in quella vitalità aspra e respingente. Una sera a cena, il giorno dopo essere stati al Carassecare , ancora euforici per aver visto le maschere, gli antichi riti della Barbagia, Pietro disse che entro pochi giorni sarebbe partito per Londra, aveva un fratello che viveva lì da molti anni e che aveva problemi di salute, si sarebbe fermato da lui per un po’. La notizia fu pesante da digerire ma fece finta di niente, continuò a mangiare e a bere vino come se niente fosse., facendo brindisi e augurando a Pietro qualunque cosa. Mentre facevano due passi verso casa, e si promettevano di scriversi, Pietro mise la mano nella tasca del giaccone e tirò fuori un libro, Il giorno del giudizio di Salvatore Satta. <<Per quando sarò via.>> E aggiunse mentre glielo porgeva: <<Qui dentro c’è tutta la Sardegna che ti serve, ma non solo. Qui dentro c’è tutto.>> Pietro partì due giorni dopo, non si rividero mai più. Si scrivevano, Pietro aveva deciso di restare a Londra: si era innamorato di una donna tedesca che stava lì. Si promettevano visite che poi all’ultimo momento nessuno dei due portava a compimento. Dopo un po’ non si scrissero più, perché così vanno le cose. Ma non si dimenticarono mai l’uno dell’altro, proprio come fanno i sardi. Non si mosse più dalla Sardegna, aveva imparato l’alba sulla Marina di Orosei, aveva imparato la gente.

Nota al testo: Limba in logodurese significa: lingua

© Gianni Montieri

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Tazenda – Carassecare (album Tazenda 1988 – di P. Marras e L. Marielli)

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Deus, ses in s’aera?
Deus fattu a bisera
Cras a mandzanu bo’ lasso sa vida e micch’ando
Cras a mandzanu su mundu affanculu che mando

Deus, bessi dae domo
Fachemi morrere como
Chi morza biende
Sos anzoneddos brinchende

Balla chi commo benit carrasecare
A nos iscutulare sa vida
Tando tue podes fintzas irmenticare
Tottu s’affannu mannu ‘e sa chida
E su coro no, no s’ispantada
E sa morte no, no chi no b’intrada
E sa notte fraga’ ‘e bentu de beranu
Ses cuntentu?

Deus, a mala ‘odza
Soe solu che foza
Chito su entu a mandzanu at a benner cantende
Amus a facher muttetos in paris riende
Deus bessi dae domo
Fachemi morrere como
Chi morza biende
Sos anzoneddos brinchende
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TRADUZIONE IN ITALIANO

—— Carnevale ——

Dio, sei nell’aria?
Dio reso ridicolo
Domani mattina vi lascio la vita e me ne vado
Domani mattina mando il mondo affanculo

Dio, esci di casa
Fammi morire adesso
Che muoia guardando
Gli agnellini saltare

Balla che adesso viene il carnevale
A scuoterci la vita
Allora potrai anche dimenticare
Le grandi preoccupazioni della settimana
E il cuore no, non si stupisce
E la morte no, non c’entra
E la notte sarà invasa dal vento della primavera
Sei contento?

Dio, per forza
Sono solo come una foglia
Di mattina presto verrà il vento cantando
Canteremo insieme ridendo
Dio esci di casa
Fammi morire adesso
Che muoia vedendo
Gli agnellini saltare

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