“Il fuoco e il racconto”

Giorgio Agamben, “Il fuoco e il racconto” (una minima nota di lettura)

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C’è un’andatura, nella prosa di Agamben, che dispone il lettore alla consegna di ogni altro atto mentale.
Anche nei suoi momenti più scorrevoli – perché di questo si tratta, nel nostro caso, di dieci saggi densi e complessi ma dall’incredibile limpidezza di lettura – una potenza ben dosata preme la pagina contro la retina, e si concede, senza nessun vezzo, di sfoderare, al momento giusto, l’unghiolo.
Cuore del libro è il saggio eponimo in apertura. È lui che segna il discorso intero, gli imprime spinta e da lì lo osserva ruotargli intorno. Il fuoco e il racconto sono i due poli che, secondo un racconto riportato da Scholem, aprono e chiudono un’apparente evoluzione: il primo, il fuoco, è il mistero, l’enigma, il mito; il secondo, che lo rimpiazza quando l’altro è perduto, è la storia. Ma che la perdita del mistero in virtù dell’affrancamento della storia (la sua “secolarizzazione”) sia, in letteratura, un progresso, è immediatamente escluso: non può appagare ciò che dimentica di essere, soprattutto, modo per testimoniare che si è perso il fuoco, quello stesso fuoco che, da solo, non potrebbe essere detto:

Il fuoco e il racconto, il mistero e la storia sono i due elementi indispensabili della letteratura. Ma in che modo un elemento, la cui presenza è la prova inconfutabile della perdita dell’altro, può testimoniare di quell’assenza, scongiurarne l’ombra e il ricordo? Dov’è il racconto, il fuoco si è spento, dove c’è mistero, non ci può essere storia.
Dante ha compendiato in un solo verso la situazione dell’artista di fronte a questo impossibile compito: “l’artista / ch’a l’abito de l’arte ha man che trema” (Par. XIII, 77-78). La lingua dello scrittore – come il gesto dell’artista – è un campo di tensioni polari, i cui estremi sono stile e maniera. “L’abito de l’arte” è lo stile, il possesso perfetto dei propri mezzi, in cui l’assenza del fuoco è perentoriamente assunta, perché tutto è nell’opera e nulla può mancarle. Non c’è, non c’è mai stato mistero, perché esso è interamente esposto qui e ora e per sempre. Ma, in questo gesto imperioso, si produce a volte un tremito, qualcosa come un’intima vacillazione, in cui bruscamente lo stile tracima, i colori stingono, le parole balbettano, la materia si aggruma e trabocca. Questo tremito è la maniera, che, nella deposizione dell’abito, attesta ancora una volta l’assenza e l’eccesso del fuoco. E in ogni vero scrittore, in ogni artista vi è sempre una maniera che prende le distanze dallo stile, uno stile che si disappropria in maniera. In questo modo il mistero disfa e allenta la trama della storia, il fuoco gualcisce e consuma la pagina del racconto.

Entra così in gioco l’elemento che attraverserà i saggi – l’oscillazione, il tremito, l’equilibrio, la lotta serrata dell’uomo con le spinte e controspinte che lo avvicinano all’opera. Una volta insinuato, il tema riemerge in quello che del filo è la perla, il saggio Che cos’è l’atto di creazione?. Partendo dalla definizione di Deleuze di atto di creazione come “atto di resistenza”, Agamben desidera qui proseguire il discorso, inserirsi in una sacca di possibilità del pensiero, chiarire di cosa si possa star parlando quando si parla di “resistenza” e creazione. “Resistenza” e “potenza” (a sua volta poter-fare e poter-non-fare, “signoria su una privazione”) diventano allora un altro esempio di forza bipolare il cui equilibrio è la grazia dell’opera:

Colui che possiede – ho ha l’abito di – una potenza può tanto metterla in atto che non metterla in atto. […] L’architetto è potente, in quanto può non costruire, la potenza è una sospensione dell’atto. […] La potenza è, cioè, un essere ambiguo, che non solo può tanto una cosa che il suo contrario, ma contiene in se stessa un’intima e irriducibile resistenza. Se questo è vero, dobbiamo allora guardare all’atto di creazione come a un campo di forze teso fra potenza e impotenza, potere e poter-non agire e resistere. […] La duplice struttura di ogni autentico gesto creativo, intimamente ed emblematicamente sospeso fra due impulsi contraddittori: slancio e resistenza, ispirazione e critica.

Ciò che si perde, in caso di disubbidienza alla perfezione di queste forze, è chiaro: “l’artista ispirato è senz’opera”; “la potenza-di-non non può essere a sua volta padroneggiata e trasformata in un principio autonomo che finirebbe con l’impedire ogni opera”; infine, “chi manca di gusto non riesce ad astenersi da qualcosa, la mancanza di gusto è sempre un non poter non fare”.
A sottolineare il limine sottile tra l’opera e ciò che non lo è (o che smette di esserlo), la parola “potenza”, con tutto il suo carico di delicato equilibrio, ritorna nell’ultimo saggio (Opus alchymicum), dedicato all’Opera alchemica come aggancio tra lavoro su di sé e produzione di un’opera. Si è già detto altrove (Dal libro allo schermo. Il prima e il dopo del libro) che “un’opera in cui la potenza creativa fosse totalmente spenta non sarebbe un’opera, ma cenere e sepolcro dell’opera”. Qui lo sguardo si allarga, tocca l’interazione tra l’opera e i suoi creatori, o tra l’opera e i suoi guardanti:

Un soggetto che cercasse di definirsi e di darsi forma soltanto attraverso la propria opera si condannerebbe a scambiare incessantemente la propria vita e la propria realtà con la propria opera. Il vero alchimista è, invece, colui che – nell’opera e attraverso l’opera – contempla soltanto la potenza che l’ha prodotta. […] Ciò che il poeta, divenuto “veggente”, contempla è la lingua – cioè non l’opera scritta, ma la potenza della scrittura. […] Certo contemplazione di una potenza si può dare soltanto in un’opera; ma, nella contemplazione, l’opera è disattivata e resa inoperosa e, in questo modo, restituita alla possibilità, aperta a un nuovo possibile uso. Veramente poetica è quella forma di vita che, nella propria opera, contempla la propria potenza di fare e di non fare e trova pace in essa.

Ma questa nota di lettura è minima, e si è aggrappata a un solo filo. Tante le eco interne a mostrare, in questo libro, il telaio di una mente al lavoro su più fronti, il cui ragionamento si espande, con il battuto di una stessa terra, su più di un sentiero. Con un capo sempre ben stretto a “ciò che ci resta ancora e sempre da capire – il nostro essere parlanti” (Parabola e Regno). Perché

è sulla lingua che gli intervalli e le rotture che separano il racconto dal fuoco si segnano implacabili come ferite. I generi letterari sono le piaghe che l’oblio del mistero scalfisce sulla lingua: tragedia ed elegia, inno e commedia non sono che i modi in cui la lingua piange il suo perduto rapporto con il fuoco. […] Scrivere significa: contemplare la lingua, e chi non vede e ama la sua lingua, chi non sa compitarne la tenue elegia né percepirne l’inno sommesso, non è uno scrittore.