Il freddo e il crudele

Mary Barbara Tolusso – Il freddo e il crudele

il freddo e il crudele cover

Mary Barbara Tolusso – il freddo e il crudele – Ed. Stampa 2012

Il freddo e il crudele sono, con ogni probabilità, due modi di rapportarsi alle cose. Dove freddo è lo sguardo, crudele sarà l’analisi. Due accezioni nel caso di Mary Barbara Tolusso, totalmente positive. Guardare alle cose dalla giusta distanza, regolamentarne il distacco attraverso un rigore intellettuale assai poco comune, permette alla poetessa di metterle in versi per quello che sono. Cose che vengono, ci attraversano, contaminano  e poi se ne vanno. A volte penso che l’amore assomiglia a quelle cose / che deve assomigliare a qualcosa che muore. La crudeltà è lucidità (spesso ironica) messa in versi. Lucidità che sa usare il corpo (come nota M. Cucchi in prefazione) in maniera totale, quasi ossessiva, per arrivare a disfarsene. Si ha una piacevole sensazione di “impersonalità” dell’autrice, solo empatica però. Perché per restituire impersonalità, bisogna essere bravissimi e molto ispirati. Bisogna aver “visto” la vita e averla vissuta. Il freddo e il crudele è uno splendido percorso in versi, a più trame. Un libro sicuramente di questo tempo senza l’ossessione di doverne narrare i mali. Una perfetta miscela tra citazioni colte (Proust, Raboni) e linguaggio quotidiano. Da leggere.

Gianni Montieri

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Di nulla possiamo lamentarci.
Ci siamo fatti largo nell’angusto
passaggio verso la feritoia
per decidere, infine, un attivo
controllo della respirazione.
È una quiete distesa dove
ognuno conduce, senza volerlo,
questo leggero movimento del corpo
con silenziosa, commossa
partecipazione dal terzo pianeta del sole.

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Del resto, e per una quantità di ragioni
nessun periodo del passato ci è tanto
ignoto quanto i due o tre decenni
che dividono i nostri vent’anni
da quelli di nostro padre. Perciò
può essere utile ricordare che nei tempi
cattivi si fanno orribili abiti e pessime
poesie seguendo gli stessi principi
dei tempi buoni; e che ogni giovane
uomo si impegna a distruggere i buoni
risultati di un’epoca nella convinzione
di migliorarli. Sempre, invece, hanno
adorato il sole, la salute e il culto
degli eroi non è mai stato chiamato
«sottouomo». Ma stavolta, diciamolo,
le cose si mettono al meglio,
c’è uno spirito di riforma e di felice
coscienza. I tempi non sono più
quelli del babbo, uno sboccio,
un’aurora, una piccola resurrezione.
Non si sentono cani ululare, né si vedono
palizzate sulle strade. Oltre la siepe
un’orma stanca risale, brilla sola.

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Esame di coscienza

Molte cose sono davvero stupide.
Per esempio quando ti incontro per caso
sentire le palpitazioni come fosse la prima
volta e anche baciare i tuoi pullover, dopo
tutti questi anni, non è una cosa proprio
seria. Sarebbe molto più semplice
non averti mai incontrato, quindi cambio
prospettiva e ti osservo dal bordo
del desiderio e dal bavero del disappunto,
ma la situazione non cambia.
C’è da chiedersi, in una situazione come
questa, che senso abbia scrivere poesie.

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Case a ringhiera

Penso alla semplicità dei giorni
al sorriso degli architetti

I

Ora le comprano gli ingegneri le botteghe
umide di una febbre da piccioni. Pareti
che di notte ti portano da uno che preme
un interruttore, dall’altro che fa cadere
una chiave. Ma puoi vedere le rovine
del mercato, di notte, riscattarti dal sonno,
spiare quello con la scopa in mano, che guarda
a terra, per cancellare i rifiuti.

II

Sono indebitata fino al collo. Sì, succede
spesso. Sì, è sempre stato così. Sogno
con fatica di morire, ma questa
morte qui, con i corpi protesi e scomodi
e l’agente immobiliare, è una versione
migliore, una fine che gode
di naturali precedenze. L’altra
non s’intende di scherzi. Non manca
di guastarci o far cadere un moscerino
in volo. La cosa più astuta, si capisce,
è valutare un prestito come fosse una cosa
seria e la scritta «Vendesi bilocale»
un’epigrafe pazza, adeguata.

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Nota: questa breve recensione è già stata pubblicata sulla rivista QuiLibri nel numero novembre/dicembre 2012

Interviste credibili #7 – Mary Barbara Tolusso

Quale dovrebbe essere, a tuo avviso, la velocità in chilometri orari della Bora, per poterla definire accettabile?

Qui si dice che Rilke, passeggiando tra Duino e Sistiana in una giornata di gelida bora, abbia avuto l’ispirazione per i primi versi delle Elegie duinesi. Corrisponda o meno a verità, resta il fatto che il poeta la definì: “un vento di cosmico spazio che smangia la faccia”, o roba del genere. È un’aria che ti rende folle, da cui si arguisce la folle ipotesi d’ispirazione dei triestini.

Trieste, di tanto in tanto, viene definita: città vecchia. E se fosse il suo bello?

A me piace tantissimo, per carità, soprattutto d’inverno, intorno alle 22. Quando esci le uniche persone under 70 (non munite di cane al guinzaglio) sono le prostitute di Borgo Teresiano, sempre che la polizia non le abbia fatte sloggiare per riguadagnare il bello della città.

Basso impero una volta basso impero per sempre?

A praticarlo una volta sono capaci tutti. Io cerco di distinguermi.

Ho letto (più volte devo dire) il tuo ultimo libro “Il freddo e il crudele” e mi pare che la miscela (perfettamente riuscita) tra testi più recenti e testi di qualche anno fa (L’inverso ritrovato) conduca a una cosa che credo ti stia molto a cuore cioè il ripristino della giusta distanza. Mi pare sia una cosa che conti moltissimo per te, è così?

Non saprei dirti qual è la giusta distanza, sono due diversi esperimenti di scrittura. Da un certo punto di vista “L’inverso” è migliore, per freschezza d’ispirazione e coraggio. “Il freddo” è tecnicamente superiore. Quello che per me conta è avere una voce autonoma. Quando apro un libro delle ultime generazioni spesso mi pare di leggere Cucchi o De Angelis e sono intimorita di cadere in qualche trappola, di diventare un epigono. I maestri vanno rielaborati, non imitati. Oppure copiati spudoratamente, ma la tendenza all’imitazione dissimulata è davvero terrificante.

Secondo me i grandi poeti del passato si divertivano molto di più. Non trovi che esista una certa pesantezza di fondo, un prendersi troppo sul serio, soprattutto nei poeti giovani?

Ipotizzo che anche i grandi poeti del presente siano in grado di divertirsi. Ci perseguita una mitologia popolare inadeguata, come se il pessimismo cosmico non si conciliasse con un’idea sorprendente della vita. E del piacere. I giovani, si sa, sono “dominati” dal sacro fuoco, fastidioso quando si lega a un’idea di arroganza. Io sono stata abbastanza fortunata, ho conosciuto più approfonditamente quei giovani poeti che si sono distinti a premi come il Cetonaverde, ragazzi che si prendono sul serio con una certa salute, per intenderci: non parlano di poesia a cena.

Siamo usciti vivi dagli anni ottanta?

Ringrazio ogni giorno gli anni Ottanta. C’è stata una tabula rasa ideologica che ha permesso un incremento di creatività più schietta, senza seguire una moda politica o ideologica. Sono stati gli anni della leggerezza e del benessere, gli anni della vacuità, gli anni in cui c’era la possibilità di coltivare la propria sensibilità con autonomia, senza subire ricatti morali, non potevi attaccarti a nessun tram di denuncia sociale o politica per dimostrare il tuo “valore”. Naturalmente era anche più difficile non rimanerne mortificati, travolti, ma se lo scopo di qualcuno – tramite la vita o la letteratura – è stata la provocazione, ritengo sia più energica e onesta quella di chi è stato giovane negli anni Ottanta e Novanta. Negli anni Settanta “provocare” era la regola.

Se il Meridiano Mondadori di Alberto Bevilacqua costa (come gli altri) sessanta euro perché una scarpa di Jacobs non dovrebbe costarne trecento?

Oltre al fatto che Jacobs lascerà molte più tracce.

Antonio Moresco è davvero il più bravo degli scrittori italiani? L’unico destinato a restare? Cosa c’è nella sua scrittura che lo rende diverso dagli altri?

Oltre il talento e la disciplina? Il coraggio. Ma sinceramente mi auguro che altri siano destinati a restare. Me lo auguro per Arbasino per esempio.

So che anche tu (come me) ami molto Giovanni Raboni e Giovanni Giudici, in che maniera la loro scrittura in versi li rende simili? E in cosa, invece, li differenzia?

Il passo verso la prosa li rende simili, ma a mio avviso c’è una statura ideologica diversa, in qualche misura il secondo ha osato di più, la sua morale si serve anche di una dimensione cinica che Raboni non ha, nonostante l’ironia appartenga a entrambi. Giudici ci conduce a osservare le mortificazioni della vita quotidiana con crudeltà, senza perderne in lirismo, per dirla con le sue parole: “quel che verrà, verrà da questa pena”.

Ultimamente si fa un gran parlare di una poesia che dovrebbe “vendere di più” “arrivare alle masse”. Stabilito che meriterebbe maggior spazio (quotidiani, librerie) tu pensi che una poesia che raggiunga tutti sia possibile?

Non lo è per principio. La poesia trae la sua forza dalla sua “inutilità”. Una volta che arrivasse alle masse farebbe la stessa fine della narrativa, fermo restando che per me la letteratura è una, che sia in versi o in prosa, ma la massificazione, appunto, ha inquinato e costretto alle distinzioni. Il giorno che sotto qualche ombrellone oltre a “Cinquanta sfumature di grigio” dovessi vedere anche una raccolta di Eliot inizierei a preoccuparmi. O penserei di essere precipitata in uno di quei racconti di Amis da realtà capovolta, come in “Passaggi di carriera” dove i poeti vengono vezzeggiati con consistenti assegni mentre gli sceneggiatori sono costretti a piazzare i loro testi in rivistine sconosciute.

So che dopo “L’imbalsamatrice” stai scrivendo un nuovo romanzo puoi anticiparmi qualcosa?

La cosa terrificante della prosa è la velocità. Indubbiamente è anche una questione di talento e io non ne ho abbastanza per essere rapida. D’altra parte è un vizio che ho anche in versi, solo che in poesia non c’è alcun problema se tra un libro e l’altro passano nove anni. Ti posso anticipare che è un romanzo dell’assurdo, sulla scia dell’“Imbalsamatrice”, ma va riscritto e devo raccogliere il coraggio.

Che ne pensi de “l’etica della comprensibilità” in poesia di cui parla spesso Anna Maria Carpi?

Sono d’accordo, ma bisogna essere all’altezza dell’obiettivo. Lo sforzo tecnico necessario per rendere una poesia “comprensibile” è maggiore rispetto a un testo ermetico o orfico, nonostante spesso si pensi il contrario. Comunque sia io procedo su binari paralleli: più sperimentale in prosa e più lineare in poesia, come se l’una avesse bisogno di complicarsi e l’altra di semplificarsi, un criterio autolesionista, contrario alle esigenze del mercato da una parte, e alla nicchia poetica dall’altra (i poeti amano le cose complicate). In due parole: un suicidio letterario.

Si può pensare a una vita senza Marcel Proust e senza Mojito?

Sì, si può anche pensarla, ma se poi la si vive davvero così, va a finire che non si pensa più.

(c) Gianni Montieri

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Mary Barbara Tolusso vive tra Trieste e Milano dove lavora come giornalista. Ha pubblicato le raccolte l’Inverso ritrovato (Lietocolle, 2003. Premio Pasolini 2004), Il freddo e il crudele (Stampa, Premio Fogazzaro 2012) e il romanzo l’Imbalsamatrice (Gaffi, 2010). Ha curato il volume di Trieste per Le antologie degli scrittori del Nordest (Biblioteca dell’Immagine editore, 2012). Dal 2005 si occupa di una rubrica di poesia per l’Almanacco dello Specchio (Mondadori).