Ignazio Silone

proSabato: Ignazio Silone, Il segreto di Luca

proSabato: Ignazio Silone, Il segreto di Luca

«La verità» disse il prete «assai spesso è inverosimile.»
«Veniamo al presente» disse il maresciallo. «In tutta sincerità, non considera anche lei l’imminente ritorno di Luca, qui, a Cisterna, con qualche trepidazione?»
Il prete rifletté a lungo.
«Mentirei se lo negassi» egli rispose infine con un filo di voce.
«Ha qualche timore particolare?» insisté il maresciallo «Dietro il mistero stesso della sua condotta davanti ai giurati, non potrebbe nascondersi qualche motivo di risentimento?»
«Non so» rispose il prete. «Sento un’ansietà che non so esprimere. Certo, essendo innocente, egli ha diritto alla libertà. Ma che cosa farà qui? Il mondo che egli conosceva, ormai, non esiste più. Incontrarlo sarà per me, e per qualche altro vecchio suo coetaneo, come l’appuntamento con un risuscitato… Ma, scusate, queste sono considerazioni egoistiche. C’è un altro aspetto, quello materiale della sua situazione qui, dopo il ritorno, per cui non so come si provvederà. Lo Stato gli pagherà un’indennità per gli anni d’ergastolo ingiustamente sofferti?»
«La nostra legge non lo prevede» disse il maresciallo.
«Non prevede gli errori giudiziari?»
«La legge» spiegò il maresciallo «non sancisce alcun obbligo per lo Stato d’indennizzare le vittime degli errori giudiziari… Luca non ha parenti? Non ha beni di famiglia?»
«Nessuno» disse il prete.
Mentre la conversazione tra il maresciallo e il prete si avviava così alla conclusione, era arrivato sul piazzale un ragazzetto scalzo, con una giacca militare che gli scendeva fino ai ginocchi, che spingeva davanti a sé, a calci, una vecchia scatola di latta, facendo uno strepito del diavolo.
«Toni» gli gridò don Serafino «ti farai male ai piedi.»
Subito Toni abbandonò la scatola e fingendo di essere azzoppato andò a sedersi accanto al prete.
«M’è venuta un’idea» disse don Serafino riprendendo il discorso col
maresciallo. «Prima ancora che Luca torni qui, il comune non potrebbe chiedere il suo ricovero nell’ospizio provinciale dei vecchi? Mi pare che quell’infelice abbia tutti i requisiti per essere ricoverato.»
«È una buona ispirazione» disse il maresciallo. «Mi rendo conto che è un’ispirazione della Provvidenza. Vado subito a parlarne col sindaco.»
Appena il maresciallo sparì dietro la chiesa, Toni mormorò al prete:
«Ero venuto per darvi una notizia che pensavo vi avrebbe dato una grande contentezza.»
«Quale notizia?» domandò il prete incuriosito.
«Ora non ne vale più la pena» disse il ragazzo imbronciato.
«Suvvia, parla, che notizia era?»
Il ragazzo bisbigliò qualcosa all’orecchio del prete e vide sul suo volto i segni d’un improvviso turbamento.
«Egli è già qui?» gli domandò. «Da quando?»
«Da ieri.»
«Dov’è?»
«Non so se faccio bene a dirvelo. Beh, a casa sua.»
«Tra le macerie?»
«Gli ho procurato un pagliericcio, qualche oggetto.»
«Nessuno l’ha visto in giro?»
«Fin’ora non ha voluto mostrarsi.»
«È stato lui a mandarti da me?»
«Egli non vuole mostrarsi, m’ha detto, prima di sapere come sta ora il paese, chi sia vivo, chi sia morto, e così di seguito. Ma come potevo io rispondere a tutte le sue domande? Anche la sua storia non la conosco mica bene. Ho solo capito che non è un uomo come gli altri. Allora gli ho proposto di andare a chiamare qualche suo amico dei tempi passati, e di condurlo da lui. Ma lui stesso non sapeva chi indicarmi. Una volta c’era qui un prete, un certo don Serafino, m’ha detto; anzi, arrivando l’ho cercato in sacrestia, ha aggiunto, ma mi pare d’aver capito che è morto. No, gli ho spiegato, don Serafino non è più parroco perché vecchio, ma è ancora vivo. Avreste dovuto vedere com’era contento a questa notizia… Invece voi vorreste farlo rinchiudere di nuovo. Adesso capisco che ho fatto male a dirvi che è tornato. Sì, sono stato molto stupido a fidarmi di voi.»
Toni non proseguì, perché s’avvide che don Serafino aveva gli occhi pieni di lacrime.
«Andiamo» disse il prete alzandosi bruscamente. «Conducimi da lui.»

da: Ignazio Silone, Il segreto di Luca, Mondadori, Milano 1956

Una frase lunga un libro #88: Giuliano Gallini, Il confine di Giulia

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Una frase lunga un libro #88: Giuliano Gallini, Il confine di Giulia, Nutrimenti, 2017; € 15,00, ebook € 7,99

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È il rancore di un credente, mi scusi. Sono uscito da due chiese, lei non può capire, lei è entrata nella casa di Dio solo per buona educazione quando era bambina e ne è uscita subito subito, è diventata atea, se ho inteso. Agnostica, lo corresse Giulia, non sono atea, sono agnostica, neutrale, siamo in Svizzera. Va bene, agnostica, neutrale, ma insomma, chiuse Silone con insofferenza, non ha mai dovuto tradire, e non è mai stata tradita.

Ignazio Silone e Giulia Bassani si sono appena conosciuti, a Zurigo, l’anno è il 1931, è gennaio, fa molto freddo. Siamo nella Zurigo degli esiliati, dei borghesi rifugiati in alberghi di lusso, di uomini e donne in fuga con documenti falsi dal fascismo italiano o dalla Germania. Ignazio Silone e i suoi mille nomi e cognomi, i passaporti falsi che conserva insieme ai libri e alle lettere. Silone il traditore o il tradito. In fuga dai fascisti, distante ormai dai comunisti. Incompreso, a suo avviso, da Longo e da Togliatti che lo accusano di doppiogiochismo. Silone povero in canna che vive in una soffitta fredda, Silone senza cappotto, Silone malato e depresso, Silone che ha già scritto ma non ancora pubblicato Fontamara, libro su cui apparentemente punta tutto, il suo riscatto, la fine di ogni problema. Silone non più comunista, ma credente, ma comunque ancora alla ricerca di una verità, di una giustizia, un uomo in preda ai dubbi e alle domande. Silone che va in cura da Jung.

Giulia Bassani, milanese, poeta, animo sensibile, donna di intelligenza straordinaria. Laureata in lettere a Milano e poi studiosa a Berlino, e lì è amante di un ragazzo poi fatto sparire dai nazisti, ed è lì che resta incinta. Giulia Bassani indifferente (apparentemente) a tutto ciò che accade, Giulia che riempie taccuini, Giulia che incanta tutti compresa una ragazzina che vive nel suo stesso Hotel. Ragazzina che diventerà la nostra narratrice. Giulia colta, Giulia senza problemi economici, Giulia e i suoi abiti, il suo portamento. Giulia e la sua bellezza. Eppure, Giulia e il suo dolore, il suo tormento che tutto le fa tenere a distanza, che ogni cosa le fa accettare come se accadesse ad altri. Giulia Bassani a Zurigo, nel gennaio del 1931, anche lei in cura da Jung. Jung che vuole essere sempre pagato, che non ama perdere tempo.

Giulia Bassani su una panchina attende l’orario di visita da Jung, ha cura di arrivare qualche minuto prima perché è incuriosita dall’uomo che finisce la visita prima della sua, ne è affascinata. L’uomo è Ignazio Silone, reduce da Davos e dalle sue cure. Le pene di Silone, il fratello in carcere in Italia, accusato di qualcosa che non ha commesso (l’attentato alla Fiera di Milano) per arrivare a Ignazio, per farlo collaborare, per farlo tradire. Silone tradisce e ritradisce, e in fondo va patta, e infatti non piace più ai comunisti, non convince i fascisti e si ritrova solo e fuori dal partito, col fratello sempre in carcere. Silone che è diventato credente. Ed è quest’uomo che si innamorerà di Giulia e ne sarà ricambiato, anche se questo amore consumato in esilio è la somma di altre mancanze e delusioni, e non può essere amore vero, ma affetto sì, passione anche, riconoscimento delle ambizioni e del talento dell’altro sì.

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Intervista a Francesco Di Bella

Calvanese e Dibella foto di Mauro Coruzzolo

Calvanese e Di Bella
foto di Mauro Coruzzolo

Raffaele Calvanese intervista Francesco Di Bella

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Vi capita mai di entrare in un negozio per comprare una cosa e poi uscire con un acquisto  completamente diverso tra le mani?  A me capita molto spesso, ed è un po’ quello che mi è successo dopo aver passato qualche ora a parlare con Francesco Di BellaFofò, alias Alfonso Bruno, vero e proprio alter ego di Francesco, la loro collaborazione risale a prima di Ballads e continua ancora adesso anche con il primo disco solista di Di Bella.  Capita così che anche se il motivo dell’incontro era presentare il nuovo album Nuova Gianturco si finisca a parlare di Angelo Mai, e di tutta la gente che da lì si è fatta un nome nella musica italiana e non solo. Capita di ritrovarsi a parlare di libri e cyberpostpunk, di Carver e di Social Network. Succede di ritirare fuori Metaversus, e di uscire da quella chiacchierata con qualcosa di diverso da quello che si credeva di andare a prendersi, ma che a conti fatti è molto più prezioso ed interessante. Il primo album di inediti di Francesco dopo Ballads, è un concept album, una sorta di Antologia di Spoon River della periferia industriale napoletana.

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RC: C’è quel famoso passaggio del libro di Cesare Pavere La luna e i falò che dice «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese  vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». La tua Gianturco mi ricorda quel paese di cui parla Cesare Pavese. Ecco perché anche il titolo Nuova Gianturco, un luogo che è un ritorno alle origini.

FDB: La nuova Gianturco di cui parlo è un augurio di rinascita di quel quartiere, anche se io non vengo da lì, è grazie a Gianturco che ho mosso i primi passi nella musica, tramite il centro sociale Officina 99, dove ho incontrato tante persone e visto quanta energia c’era in quello scambio di esperienze. Tanto è vero che ancora oggi raccogliamo i frutti, musicalmente e non solo, di quegli anni, ecco perché auspico una “Nuova Gianturco”. 

RC: In Aziz tratti il tema dei migranti, insieme a Luca dei 99 Posse. Un autore napoletano  in un suo libro sull’accoglienza a Napoli, Terzo Settore in Fondo, la racconta come una città che nonostante i mille problemi strutturali, la cronica mancanza di fondi e le tante persone che credono di aiutare ma sono soltanto “accoglienti di facciata” riesce ad essere una città ancora umana sotto questo punto di vista. Che ne pensi? Come è nata la collaborazione con O’ Zulù?

FDB: Ignazio Silone, nel suo libro Fontanamara, dice che i poveri, i pezzenti, riescono a parlare lo stesso linguaggio, fatto di cose semplici ed essenziali. Probabilmente è per questo che a Napoli l’accoglienza è un gesto più naturale che altrove. Inoltre la storia della città porta con sé un’esperienza da sempre abituata alla promiscuità. La collaborazione con Luca è l’ennesimo richiamo alla Gianturco dei centri sociali e mi è anche piaciuto il doppio volto che siamo riusciti a dare alla canzone, fatto di morbidezza e durezza con le nostre due parti. 

RC: Il primo singolo dell’album, per certi versi mi ha ricordato una canzone di Brunori Sas, Il giovane Mario, in cui si parla di una persona che tramite la ricerca di una vincita vuole svoltare la sua vita con una scorciatoia. Che tipo di messaggio volevi rivolgere con questo brano?

FDB: A differenza della canzone di Brunori io voglio dire che la sorte gioca una buona parte ma non fondamentale nella vita di una persona che vuole svoltare. Il lavoro, anche se sempre più svuotato del suo significato, resta ancora una parte importante da non mettere in secondo piano nella vita. 

RCNa bella vita è una storia di droga. Stavolta vista da una prospettiva diversa, c’è l’idea di poter perdere una vita “normale”, io ci vedo un cambio di visione che probabilmente deriva anche da una persona diversa che si trova a scrivere dei testi. Magari dieci anni fa non avresti scritto una canzone del genere o sbaglio? Quanto ha influito la tua crescita personale in questo modo diverso di scrittura?

FDB: Con gli anni ho sempre cercato di scrivere qualcosa che si smarcasse dal solito binario storia d’amore semplice o di temi già usati. Certamente crescendo e vivendo anche esperienze familiari la prospettiva cambia, mi è piaciuto anche creare un contrasto tra l’amarezza della storia e l’arrangiamento che appare tutt’altro che triste. 

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