ieri e oggi

IL COMANDANTE EVARISTO

Nestor Cerpa Cartolini

Si faceva chiamare Evaristo, ma il suo vero nome era Nestor, Nestor Cerpa Cartolini, per esser precisi. Non è passato molto tempo dalla sua morte, solo quattordici anni. Il comandante Evaristo fu ucciso insieme ai suoi compagni il 22 Aprile del 1997 da unità speciali del governo peruviano. Con un gruppo di fidati compagni, il 17 dicembre 1996, alle 20,25 ora locale, il combattente del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru, MRTA, assaltò la residenza dell’ambasciatore giapponese a Lima durante una sontuosa festa affollata di personalità locali ed internazionali: politici, diplomatici accreditati in Perù, militari, imprenditori. Lo scopo dell’azione fu sintetizzato nel loro primo comunicato:

La direzione nazionale del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru si rivolge al popolo peruviano per rendere noto che il giorno martedì 17 dicembre alle ore 20,25 la Unità delle Forze Speciali “Edgard Sanchez” della nostra organizzazione, ha occupato militarmente la residenza dell’ambasciatore del Giappone e ha preso come prigionieri diverse personalità politiche, imprenditoriali e membri del corpo diplomatico accreditati in Perù.

Abbiamo denominato questa operazione: ” Oscar Torre Condesu ” con la parola d’ordine “rompendo il silenzio, il popolo li vuole liberi”, questa operazione e’ incaricata dal comandante dell’MRTA HEMIGIDIO HUERTA LOAIZA. Rendiamo noto che dall’occupazione militare della residenza dell’ambasciatore giapponese in Perù si sono prese tutte le precauzioni del caso per rispettare l’integrità fisica e morale delle personalità catturate. Quest’occupazione militare è stata realizzata come protesta per l’ingerenza del governo Giapponese nella vita politica del nostro paese, avallando in tutti i momenti i metodi di violazione dei diritti umani applicati dal governo del signor Fujimori, cosi come la sua politica economica che ha prodotto miseria e fame per la maggioranza del popolo peruviano.

Riaffermiamo che ci siamo trovati costretti a queste misure estreme per preservare la vita di decine di militanti e dirigenti della nostra organizzazione che sono prigionieri in condizioni inumane e sottoposti ad una politica carceraria che cerca il loro annichilimento fisico e mentale, rinchiusi in veri e proprie “carceri tombe ” cosi come confermato dal sig. Alberto Fujimori con le seguenti parole: ” là imputridiranno e usciranno solo morti “, mostrando una persecuzione irrazionale contro coloro che lottano e che si sono alzati in armi lottando per il benessere del nostro popolo.

In questo senso riaffermiamo il totale rispetto dell’integrità fisica delle personalità catturate e che verranno liberati solamente quando il governo acconsentirà alle seguenti richieste:

1) Impegno a cambiare direzione della politica economica verso un modello volto al benessere di tutti.

2) La liberazione di tutti i prigionieri appartenenti all’MRTA e accusati di appartenere alla nostra organizzazione.

3) Trasferimento del commando intervenuto nella residenza dell’ambasciatore giapponese insieme con tutti i compagni prigionieri dell’MRTA verso la selva centrale. Come garanti sarà inclusa parte delle personalità catturate e una volta nella zona guerrigliera saranno liberati.

4) Pagamento di una tassa di guerra.

L’MRTA e’ stata sempre una organizzazione disposta a proposte di dialogo incontrando però solamente il rifiuto e l’inganno del governo. Deve essere chiaro a tutti che qualsiasi soluzione militare che ponga in pericolo di vita le personalità catturate sarà di assoluta responsabilità del governo, così come qualsiasi altro comportamento cui ci costringa il governo se non accetterà le nostre proposte.

Nestor non era un terrorista, non avrebbe mai torto un capello a nessuno, e infatti non lo fece. E nessuno degli ostaggi liberati dichiarò di aver mai avuto paura di lui, paura di essere ucciso. I combattenti del MRTA rispettavano la vita. Non si poteva dire altrettanto di “ El chino”, il presidente del Perù Alberto Fujimori. Dietro suo ordine il commando di “Tupamaros” fu trucidato praticamente a sangue freddo, come testimoniarono alcuni degli ostaggi che assistettero al massacro. Le feroci teste di cuoio spararono su alcuni membri del commando che avevano deposto le armi e avevano le braccia alzate, mentre altri miracolosamente sopravvissuti furono trucidati poco più tardi ed i loro corpi massacrati.

Erano le 15,30 del 22 aprile. Ha squillato il mio cellulare, era il comandante Cerpa Cartolini: “L’assalto all’ambasciata è cominciato. Ci uccideranno tutti, fratello. Moriamo per il Perù e per l’America latina”

“Quando a Lima erano le 15,30 del 22 aprile, meno di un giorno fa, ero all’aeroporto di Monaco di Baviera e ha suonato il mio cellulare. Era Nestor Cerpa Cartolini, ovvero il comandante Evaristo, che mi chiamava. Qualcuno, un giornalista tedesco forse, gli aveva dato il mio numero e gli aveva fatto sapere che ero disponibile a fare parte di uno scudo umano per interporsi fra i sequestratori dell’Mrta, che da 126 giorni occupavano la residenza dell’ambasciatore giapponese a Lima, e la follia di Fujimori, un discendente di giapponesi che, per quanto ci costi riconoscerlo, rappresenta la peggior spazzatura giunta su un continente che ha sempre accolto bene gli emigranti.”

Luis Sepùlveda

 

Il presidente Fujimori e la polizia ingannarono le famiglie dei guerriglieri uccisi e non permisero a nessuno dei familiari di vedere i corpi martoriati. Le salme furono seppellite in gran segreto in cimiteri periferici, lontano dagli occhi dei peruviani per i quali avevano combattuto. Solo alla zia di Nestor, sorella della madre, fu concesso di vedere e ricomporre la salma del nipote. Lei raccontò di aver rinvenuto chiari segni di strangolamento e che il viso era spappolato da trentuno colpi di arma da fuoco. Il comandante Evaristo fu seppellito anch’egli come i suoi compagni e le autorità proibirono a chiunque di visitare la sua tomba. La madre di Nestor Cerpa Cartolini non vedeva suo figlio dal 1984, data in cui il guerrigliero decise di entrare in clandestinità. Insieme alla sorella di Nestor furono costrette dopo quella data a riparare in Francia, a Nantes. Lei, e sua figlia dopo di lei, stanno ancora chiedendo giustizia.

 

8 settembre 1943: Il lavoro della festa

Pignola (PZ): veduta aerea

                                 Pignola

Il lavoro della festa

di Anna Maria Curci

Papà sentenzia: “Non vi illudete, ora cominciano i guai!”. 8 settembre 1943: è un mercoledì e a casa si festeggia l’onomastico di mamma. Sì, lo so: la ricorrenza del nome di Maria è il 12 settembre, oggi si ricorda Maria Bambina, ma papà così ha deciso e stabilito. A tavola, è come se fosse domenica: strasc’nat’ col sugo di capretto, perché la festa va celebrata con la pasta fatta in casa, dalla donna, Carmela, o, preferibilmente da noi figlie. So di non essere la preferita di papà: questa, per me, sarà una ferita sempre aperta.
Chissà quali piani avesse per me, quando mi ha fatto battezzare con quel nome improbabile: Costanza! Forse pensava a un futuro di matura e regale maternità, come quello che toccò a Costanza d’Altavilla, di cui Dante – che papà, scrupoloso autodidatta, non manca mai di citare – scrisse nel Paradiso: “Quest’è la luce de la gran Costanza che del secondo vento di Soave generò ‘l terzo e l’ultima possanza”. Forse mi vedeva, ancora in fasce, già laureata. Qui a Pignola, a otto chilometri da Potenza, don Ruggero di Lauria è famoso per la sua mentalità severa ma ardita per i tempi. Per lui, le figlie devono, questo sì, saper sfaccendare e aiutare in cucina, ma a loro non va precluso lo studio per il solo fatto di essere donne. Per questo la sua preferita è Dina, Dina la dotta, Dina la calma, Dina la studiosa. Questa poi! A me appioppa questo nome ingombrante, che non si può accorciare, che non ha un vezzeggiativo e mia sorella, nata un anno dopo di me, lui decide di chiamarla Dina. Dina non è il diminutivo di Geraldina, né, come sarebbe più naturale qui da noi in Lucania, di Gerarda. Dina è stata battezzata Dina e basta. (altro…)

Altre due poesie di S. Dobyns

Ripropongo anche qui altri due testi di Stephen Dobyns, stavolta tradotti da Francesco Randazzo (su Mirkal qui e qui), che ringrazio.

Tomatoes

A woman travels to Brazil for plastic
surgery and a face-lift. She is sixty
and has the usual desire to stay pretty.
Once she is healed she takes her new face
out on the streets of Rio. A young man
with a gun wants her money. Bang, she’s dead.
The body is shipped back to New York,
but in the morgue there is a mix-up. The son
is sent for. He is told that his mother
is one of these ten different women.
Each has been shot. Such is modern life.
He studies them all but can’t find her.
With her new face, she has become a stranger.
Maybe it’s this one, maybe it’s that one.
He looks at their breasts. Which ones nursed him?
He presses their hands to his cheek.
Which ones consoled him? He even tries
climbing into their laps to see which
feels more familiar but the coroner stops him.
Well, says the coroner, which is your mother?
They all are, says the young man, let me
take them as a package. The coroner hesitates,
then agrees. Actually it solves a lot of problems.
The young man has the ten women shipped home,
then cremates them all together. You’ve seen
how some people have a little urn on the mantle?
This man has a huge silver garbage can.
In the spring, he drags the garbage can
out to the garden and begins working the teeth,
the ash, the bits of bone into the soil.
Then he plants tomatoes. His mother loved tomatoes.
They grow straight from seed, so fast and big
that the young man is amazed. He takes the first
ten into the kitchen. In their roundness,
he sees his mother’s breasts. In their smoothness,
he finds the consoling touch of her hands.
Mother, mother, he cries, and flings himself
on the tomatoes. Forget about the knife, the fork,
the pinch of salt. Try to imagine the filial
starvation, think of his ravenous kisses.

 

Pomodori

Una donna fa un viaggio in Brasile
per un intervento di plastica e un lifting.
Ha sessant’ anni ed ha il solito desiderio
d’ essere carina.
Una volta aggiustata, porta la sua nuova faccia
fuori, per le strade di Rio. Un giovane
con una pistola vuole i suoi soldi. Bang, lei muore.
Il corpo viene imbarcato per tornare a New York,
ma all’ obitorio fanno confusione. Il figlio
viene chiamato. Gli viene detto che sua madre
è una di quelle dieci differenti donne.
Ognuna è stata uccisa con un colpo di pistola.
Così è la vita moderna.
Lui le studia tutte, ma non riesce a trovarla.
Con la sua nuova faccia è diventata un’estranea.
Potrebbe essere questa o forse quest’altra.
Guarda i loro seni. Quali sono quelli che lo allattarono?
Preme le loro dita sulla sua guancia.
Quali sono quelle che lo consolarono? Prova anche
ad arrampicarsi nel loro grembo per vedere
quale sente più familiare ma
il coroner lo ferma.
Bene, dice il coroner, qual è sua madre?
Tutte lo sono, risponde il giovane, lasciatemi
prenderle tutte in blocco. Il coroner esita
poi accetta. In realtà ciò risolve un mucchio di problemi.
Il giovane riceve a casa le dieci donne,
dopo che sono state cremate tutte insieme.
Avete visto come certa gente ha una piccola urna sopra il camino?
Quest’ uomo ha un’ enorme scatola di latta argentata.
A primavera porta la scatola di latta
fuori in giardino e comincia a mescolare i denti,
la cenere, i pezzettini d’ ossa nel terreno.
Poi ci pianta pomodori. Sua madre amava i pomodori.
Crescono dritti dai semi, così veloci e grossi
che il giovane ne è stupito. Prende i primi
dieci e li porta in cucina. Nella loro rotondità
egli vede i seni di sua madre. Nella loro levigatezza
trova il tocco consolante delle sue dita.
Madre, madre, egli grida, e si avventa
sui pomodori. Dimenticandosi il coltello, la forchetta,
il pizzico di sale. Provate a immaginarvi la filiale
famelicità, pensate ai suoi voraci baci.

 

 

Confession

The Nazi within me thinks it’s time to take charge.
The world’s a mess; people are crazy.
The Nazi within me wants windows shut tight,
new locks put on the doors. There’s too much
fresh air, too much coming and going.
The Nazi within me wants more respect. He wants
the only TV camera, the only bank account,
the only really pretty girl. The Nazi within me
wants to be boss of traffic and traffic lights.
People drive too fast; they take up too much space.
The Nazi within me thinks people are getting away
with murder. He wants to be the boss of murder.
He wants to be the boss of bananas, boss of white bread.
The Nazi within me wants uniforms for everyone.
He wants them to wash their hands, sit up straight,
pay strict attention. He wants to make certain
they say yes when he says yes, no when he says no.
He imagines everybody sitting in straight chairs,
people all over the world sitting in straight chairs.
Are you ready? he asks them. They say they are ready.
Are you ready to be happy? he asks them. They say
they are ready to be happy. The Nazi within me wants
everyone to be happy but not too happy and definitely
not noisy. No singing, no dancing, no carrying on.

 

Confessione

Il Nazista dentro di me pensa sia il momento di farsi carico.
Di tutto il disastro del mondo; la gente è pazza.
Il Nazista dentro di me vuole sbarrare le finestre,
mettere nuove serrature alle porte. C’è troppa
aria fresca, troppo andare e venire.
Il Nazista dentro di me vuole più rispetto. Vuole
un’unica telecamera, un unico conto bancario,
l’unica ragazza veramente bella. Il Nazista dentro di me
vuole essere padrone del traffico e dei semafori.
La gente guida troppo veloce; prendono troppo spazio.
Il Nazista dentro di me pensa che la gente stia diventando
impunita. Vuole essere il boss degli impuniti.
Vuole essere il boss delle banane, il boss del pane bianco.
Il Nazista dentro di me vuole uniformi per tutti.
Vuole dir loro di lavarsi le mani, sedersi dritti,
esige una rigorosa attenzione. Vuole essere certo
che dicano di sì quando dice sì, non quando dice no.
Immagina tutti dritti su sedie dritte,
la gente di tutto il mondo seduta su sedie dritte.
Siete pronti? chiede loro. Dicono di essere pronti.
Sei pronto per essere felice? chiede loro. Dicono
che sono pronti per essere felici. Il Nazista dentro di me vuole
che tutti siano felici ma non troppo felici e decisamente
non rumorosi. Non cantare, non ballare, niente indecenze.

(Traduzioni di Francesco Randazzo).

di lato, verso il nord

georges la tour

e con il favore del buio

oltre la siepe   dei cardinali  inizierò a (altro…)

O vos omnes (poiché l’ultimo non è mai l’ultimo uomo)

.

O vos

omnes  qui transitis   per viam

attendite     et videte

si est dolor similis     sicut dolor meus.

Attendite

universi      populi      et videte

dolorem meum       si est dolor

similis

sicut dolor    meus.

( Dalle Lamentazioni di Geremia)

O voi

tutti       voi

voce di una  voce  di soli

voi che passate

per la via e    siete transitanti

fermatevi  e   guardate

ascoltate

se c’è

un dolore     simile      al mio

dolore che ritorna

da un secolo all’altro.

Fermatevi

popoli

tutti noi stiamo di guardia

ai limiti   del mondo

oltre      sta il baratro

è  lì

quel vuoto  che sussulta   in noi     ribalta

mille stelle che bruciano    il  deserto

il mio dolore     è una brace che consuma

brucia nel cuore  tutti

tutti noi che abbiamo la vita di un attimo

guardate        ascoltate    tutti

voi    che passate

in questa via che ci lascia    sempre

nello stesso scoglio     ditemi

ditemi  se c’è

un dolore simile

al mio che è il vostro

oggi

uguale a ieri

quando caino uccide abele

che non aveva armi  nella mano

e lieto correva dal fratello

.

per ricordare il luttuoso omicidio dei  19 volontari appartenenti alle  ong internazionali  morti finché erano diretti verso la striscia di Gaza per portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese -31 maggio 2010

Tutto fu. Ieri non esiste più. – f.f.

.

La storia è caduta.

Precipitata dalla rupe di questa primitività nuova: di zecca

le farse   studiate a tavolino per un ventunesimo secolo senza vergogna.

La parola

è morta.  Trucidata da avventori che hanno tradito

la sua semplicità

sta sul fondo della discarica sotto quintali di immondizia

e tossici     rifiuti sociali.

Il dialogo

è caduto in un attentato di terrore.

Si è trattato di un  assassinio (in) pubblico

e  nessuno può parlarne perché  ora

la parola è morta.

Quelle che uso le ho raccattate per strade di campagna

e da  pozzi d’acqua in disuso     da deserti luoghi

dai respiri risparmiati     tessuti come lenzuola di canapa ruvida e nodosa

dove i popoli   sfruttati

consumati come  miniere  da estrazione

nei campi da mietere e sotto le pietre delle loro storie

hanno lasciato sillabe di fame   hanno lasciato le braccia  e le gambe

hanno lasciato    una bocca che non tace.

La guerra è oggi

non è sulla linea di un fronte o alla frontiera.

Circola di casa in casa a far fronte all’ immortale immorale

barbarie del forte

cresciuta oltre ogni  misura: dissangua

chi di sangue non ne ha più e lavora lavora

sgravandosi del corpo

crepando di cancro

prima che il favore gli sia restituito.

Tutto fu: ieri

quando la storia dice  con chiarezza cosa

succede. In tutti i tempi del tempo succede.

In questi frangenti i salvagenti non sono i valori

commerciali

non sono i conti in banca

qui crolla l’uomo si uccide

la sua fragilissima sostanza

fatta

di un fiato di vento e qualche sogno alla rinfusa.

.

f.f.- inedito – Il due giugno 2010 la RES non è più pubblica.

Manovra da due soldi per andare alla fine del secchio.

E’ di oggi l’affermazione di Letta, http://www.ilgiornale.it/interni/letta_sacrifici_tutti_lappello_napolitano/25-05-2010/articolo-id=447856-page=0-comments=1,  riguarda la manovra per produrre ulteriori sacrifici senza per questo innescare alcuna ripresa, perchè il problema non ha la minuscola ampiezza della visione limitata degli economisti,non si risolve con questo genere di tagli e taglieggiamenti, soprattuto all’educazione, ma ha proporzioni ben più vaste,richiede scelte ben più mirate. Non sarà certo aumentando la produzione di auto che vanno ancora a idrocarburi che si sanerà la situazione attuale. Non è il danaro il problema fondamentale ma la salute del pianeta, in questi tempi, devastato da inquinamenti che non si riesce a tenere sotto controllo e avranno pesanti ripercussioni . Non è solo l’inquinamento da petrolio ma l’ideologia connessa che si deve sanare, si deve cambiare direzione altrimenti sarà impossibile uscire dal vortice. Non quartieri, ma foreste, non acquarium, ma il risanamento degli oceani, ci sarà necessità di biologi più che di ingegneri ed economisti,si devono trovare sistemi per il risanamento della poverissime aree della terra,non si può continuare con l’assillo della fame da un lato e la dispersione delle risorse dall’altro.

f.f

Rae Armantrout – Due, tre

Rae Armantrout (1947 -) è la poetessa americana che quest’anno ha vinto il premio Pulitzer. È stata senza dubbio una delle voci più interessanti del fenomeno “L=A=N=G=U=A=G=E poets”, movimento che prendendo il nome della rivista omonima è emerso tra gli anni ‘60 e ’70, portando avanti un discorso iniziato con Gertrude Stein e Louis Zufofsky, poi praticato dai New American Poets. Propongo un testo in cui è evidente l’enfasi anti-lirica e auto-referenziale che rende affascinante una poesia che a prima vista sembrerebbe contenuta ma che poi finisce col travolgere il lettore, trascinandolo al fondo della sua vertigine.

  (altro…)

Te(in)tris gratis

Le voglio mettere
un fuoco dentro
una brace

che bruci la gola e la lingua s’interri
in un eterno di parole friabili

legni della terra radici di cielo
rami bracci fiumi consacrati del dio mai conosciuto

linfa dello stesso mutevole corpo pane
che parla e che ride linfa che scrive

multiple parole senza classifica non merci
ordine o lignaggio linguaggio catena

parola nata per donarsi o bolo
incenerito nella soglia di un bacio

vicinanza domestica del dio che si fa lievito e crepita
divino esce dalla fronte

nasce dalla fonte nel battere del cuore
labirinto di innocenza e di destrezza grande

pronto a ferirsi morirsi e duro e durevole
quanto la pietra di una parola dura

o d i o

dio della guerra e della miseria
della sepoltura e della distanza

dio dell’oblio e della maschera
dell’oro delle fauci della bestia

scannata parola osannata e messa
a catenaccio nell’uscio di ogni casa

spersa là dove resto in ginocchio
esposta ai mille lumi di una sola sapienza

terra intorno all’asse disposta in quel fitto
campidoglio del cielo
dove la luce è sparsa.

Nel lusso e nell’incuria
nazioni e nozioni
case
case
e poi ancora
case e case
un sacco di strade e cose sparse
sicuramente sperse in quei nodi
senza orizzonte chiusi
rinchiusi in matasse di serpi arse
periferie di città e regioni
nazioni di ragioni
testi di disumanazione e ferocia.
Stanze di raccolta
in serie ciò che non serve ciò che si rifà
come una riga di scrittura radiata
cancellata e poi di seguito annerita:
sillabe senza domande.
Una resa disarmante l’eccesso
l’accesso a quelle
forniture di macerie
vernici di oscuro e vertici
di agonia dei soli chiusi dentro
anelli di una specie disarmata
in matrimoni avariati dal consumo
di sesso e vita a cottimo i rimossi sogni
racconti estirpati da stazioni locali      pensieri
stanze amare in cui ci si fa
l’amore in posizioni ambigue in quotidiani inferni
atrio in cui si abita la morte già
grande soglia spoglia porta della casa.
Senza scampo la cancrenosa
malattia: l’incurabile vivere
un tempo mortale
nell’arco della penombra e
ora riflesso dell’oscurità del corpo
questa carne in cui si spillano concetti
gli arditi aforismi pensieri svolti sì in linguaggi
ma nudi e senza incanto
solo macerie e macellate ossa
d’altro fatto di una sabbia
antica frode che strappa quel poco che resta
che brilla la vita in un solo
r e s p i r o.
Là dove stava in gabbia
intrappolato luogo
il corpo non è più.

mi è capitato

di vedere uomini
trasformarsi in topi
e mi è capitato di vederli
banchettare tra loro
con la carne della loro specie
solo perché erano cavie
di altri animali ingordi
avidi e tenaci rapaci della peggior specie
ammalati di febbri antichissime
Nessuno era riuscito a estirpare quel vorace morbo
che ancora infetta la razza
e la lascia in preda alla sua sete
alla sua fame e alla sua svuotata presenza.
Sintomo di questa alienazione è la vitalità nel pretendere di porsi alla luce
in vista sotto i riflettori è il porgere il corpo perché
le ombre lo adattino alla cecità degli altri
di tutti quelli che lo guardano. E’ così che si propaga il contagio.
Ozio e noia
davanti ai mediatici culti
ai riti cui si sottopongono e le droghe
dalle più lievi alle più forti tra cui la detenzione di uno stupefacente
potere con cui erigersi sopra ogni altro fallo.
Parlamentare con questa specie non è possibile
e non è possibile cercare un luogo che non ne sia infetto.
Solo in sé chiusi in se stessi e in silenzio
senza rispondere ai loro continui richiami
forse il primato
decadrà
finirà il banchetto delle svendite globali.

basta un clic per vedere il crac!

In direzione dell’acqua.

Ci spostavamo verso la vita.

Ricordo che  cercammo per giorni e giorni.

Era buio,  la notte dentro quella sabbia

non cedeva mai di un passo il nostro cammino.

– Noi siamo il mare.

Ripetavamo spesso

– Noi siamo il mare.

Come onde che dicono  e ripetono il loro nome alla terra   mute

noi lo dicevamo a noi stesse.

Noi eravamo un mare.

Una lunga carovana di ombre     date

disseminate in giorni senza fine

tuniche che hanno lasciato il corpo tra i campi

e come  lievissime tracce  si disperdono

come semi     in  sentieri senza orme

turbolenze  in raccolti d’aria    segni  diari degli uccelli

e più in basso ascoltando le vibrazioni che  assalivano le piante

dai piedi       attraversando anche  il nostro corpo

riconoscevamo

dalle tante nostre paure   le voci della terra

parole dimenticate   da troppo tempo   devastate frantumate

dall’ignoranza degli uomini.

Avevamo lasciato le nostre case  di notte

in una notte che durava ormai da mesi    da anni   addirittura da secoli.

Indossavamo lunghe vesti nere

noi eravamo sconosciute   a noi stesse

le une addossate alle altre quasi a formare un  corpo solo

di frammenti . Non  era facile per noi così rapprese vedere

la compagna     madre    amica      sorella

ma dal profondo l’una con l’altra     noi

ci sentivamo una sola frontiera e da quella

cresciuto nel buio nascevamo    ora per ora   un corpo   il nostro

che con fatica tentava di mostrarsi

tentava di affacciarsi al nostro sguardo impaurito e sottomesso

ma non aveva ancora  luce sufficiente.

Una specie di follia ci teneva sveglie

i sensi tesi protesi a sentire anche il più lieve fruscio di una veste

un battito    il respiro di una fonte.

Il vento     era l’abito comune  e  la casa

da giorni       ci portava con sé impetuoso e forte

Noi    un popolo in lutto

ci sentivamo una parete   su cui segnare un cielo  terso

una fuga di valli e lune     morbide  mattine    oasi d’estate

gigli densi di bianco  e  scritture di pollini    un mare di colombe fattisi volo

dentro le onde.    E fu così      che avvenne

che finalmente raggiungemmo   il cielo

in un liquido tramonto valicando l’infiammata

montagna della nostra costernazione

là       come  grida di uccelli       noi

liberi  azzurri sul limite di un orizzonte    finalmente nostro.

.

f.f.

sono andata lungo l’argine- f.f.

.

per starmene un poco con il fiume

con le cose che ti parlano con calma

dentro un silenzio che non dorme mai e   sa dove sta andando.

Volevo scendere ai ricordi

ancora  umidi dentro la mia  terra

che arriva  fino al limite dell’orto

in giornate come questa. Lei non voleva

uscissi a scorazzare di palo in frasca

come adesso faccio qui tra una parola e l’altra.

Oggi    volevo ascoltarvi     volevo toccarvi

erbe della mia infanzia

raccogliervi   è impossibile

vi nutrite dei veleni che anch’io vi infliggo

e restate là

come una linea di resistenza contro la frode

questa nostra incivile vuota ricchezza

è una miseria tinta di bugia è una parola  senza un senso

senza un dove

senza vita.

Eppure sotto le nuvole di oggi siete così belle

in ogni goccia vi flettete

riflettete il cielo dentro una sfera

una piccola misura per quell’immensità

che per voi si è capovolta.

.

f.f.

gaetano bevilacqua-il golfo

C’è un’altra uscita?

lilya corneli- dreaming of a heart

– C’è      un’altra uscita.

– C’è      ancora altra strada dopo questa

in cui mi ostino a guardare il sole la sua lanterna latente

le sue illusioni mirabili?

Quanto lontano conduce il torrente

che mi scorre in petto e nella luce si popola

di insetti come la(r)ve che lacerano il legno di un corpo

abitato e sempre

in ogni labirinto del pensiero abbandonato?

Quanto ancora le nuvole fil(tr)eranno le voglie

dei miei desideri verdi come tutte le cime

di questi pioppi allineati  in corsie di ospitali

dolorosamente radicati in ciò che inquina le nostre vite?

– Salutare

sembra essere l’unica azione concessa.

– Se ne vanno tutti     come stormi

amici e compagni     fogli scritti in un tempo che era la casa del lupo

e aveva in sé l’odore dei campi   in un notturno saluto

non l’abbandono.

– Salutare

quel ritrovare finalmente la terra

riempirsi di semi    nuovamente verdi

in un  ventre infiammato di fiori e profumi

in un corpo senza altro peso che il corpo

celeste nella densità  del silenzio nello smalto incorrotto del cosmo.

– Salutare questo crescermi in bocca del seme      la soglia del giardino

amore senza interesse e tessile piacere che genera

dalle sue notti case e popoli      fiumi

di suoni      esseri senza peccato

segreti      piantati nell’abito nuziale     nel ventre sfattosi

preghiera senza mittente e ancora corpo nel corpo di un altro

senza re-

missione.

– Rivoltata la zolla tutto cede

– Ancora?

– Ancora.

.

A  C. F.   1 aprile 2010- f.f.

http://fernirosso.wordpress.com/2010/04/01/c%E2%80%99e-un%E2%80%99altra-uscita/