Idolo Hoxhvogli

Eccesso d’anima: Introduzione al mondo di Idolo Hoxhvogli – di Franca Alaimo (post di Natàlia Castaldi)

di Franca Alaimo

Idolo Hoxhvogli, Introduzione al mondo, Scepsi & Mattana, Cagliari 2012.

1. Allegria e pornografia

Libro di brutale disincanto, Introduzione al mondo di Idolo Hoxhvogli mette in scena un’umanità spogliata d’ogni valore, inebetita dalla persuasione occulta, funestamente pervasa da meschini pregiudizi, un’umanità che ha come unico e temporaneo sacrario quello della fanciullezza, ben presto data in pasto alla deflorazione violenta, fisico-psichica. Introduzione al mondo è un libro terribile come il Viaggio al termine della notte di Céline: è una condanna globale del sistema sociale, d’ogni religione, d’ogni clan politico-religioso, è un libro dal tono risentito e amaro, in grado di dare vita a immagini e storie al limite dell’assurdo, se non del tutto immerse in esso. La prosa di Introduzione al mondo somiglia alla pittura tedesca dell’Espressionismo, in particolare a quella di Grosz. Le immagini utilizzate da Hoxhvogli ricordano il teatro di Beckett e Jonesco, sono spesso violente e crudamente pornografiche, rimandano a simboli dal significato evidente, come i porci che impediscono alla «Legge» di avvicinare il sindaco – chiamato Bunga – della città. La città contemporanea che Hoxhvogli descrive è disseminata di altoparlanti che mandano in cancrena la libertà di pensiero con l’urlo reiterato di «Allegria».

2. Realismo allegorico

L’autore cita nella nota conclusiva alcune fonti letterarie, tra cui Kafka, al quale Hoxhvogli si può accostare per la capacità di raccontare con ricchezza di dettagli realistici eventi del tutto simbolici, i quali assumono una dimensione verosimile, tragica e inquietante grazie all’accumulo ossessivo delle cose. Hoxhvogli descrive atmosfere intollerabili, da incubo notturno, da immaginario noir di certa produzione cinematografica. Non manca nessuna tinta aggressiva, nessuna immagine truculenta, né il fetore degli escrementi come in certi testi penitenziali del medioevo. Tale stile narrativo diventa per Hoxhvogli lo strumento necessario per sottolineare l’assurdità della società contemporanea, il cui giudizio morale è affidato a due punti di vista diversamente «out»: lo straniero e la bambina. Dallo straniero l’autore trae l’esperienza di dolore, umiliazione e solitudine. Nello straniero descritto in Introduzione al mondo si possono ravvisare eventi traumatici e discrepanze psichiche vicine alla biografia dell’autore, la cui formazione è ampiamente occidentale più che italiana, vicina alla sensibilità statunitense – per il desiderio di una patria di stranieri – ed ebraica – per la consapevolezza di essere ovunque straniero, lui che non è albanese né italiano, ma semplicemente europeo. L’esperienza dello straniero è immersa nella dimensione di incomunicabilità con l’altro e di persecuzione violenta e traumatica. L’esperienza della bambina è immersa in un luogo personale solo occasionalmente felice, ma ben presto invaso dal dolore e dalla scoperta del sesso: Allegra, prima di crescere ed essere «introdotta al mondo», scrive una lettera a Babbo Natale perché avvicini il Cielo e lo ridisegni. Allegra finirà, una volta diventata traumaticamente donna, con il partorire «un piccolo cadavere di nome Dio», frutto della violenza della pedofilia: «La trafigge. La solleva. La solleva a pochi centimetri da terra. Il sangue cola giù per l’asta. La lancia l’infilza».
Nessuno si salva dalla condanna: la politica, la chiesa, le autorità, la letteratura, la comunicazione mass-mediale, perché, come racconta la prosa Introduzione a un altro mondo, è proprio la Vita ad essere il boia di ciascun vivente. La figura di Gesù viene deformata da una pietà grottesca, da un ironico compatimento: l’ingenuità, la fiducia, la generosità sono qualità che determinano disastrose conseguenze nella vita quotidiana e sociale dei nostri tempi. È chiaro come tanta deformazione corrisponda alla più cocente delusione morale, alla condanna dei farisei di oggi come di ieri, che decretarono la condanna del Messia, apparentemente pro Barabba, in realtà pro potere politico e religioso. La parola viene data spesso, come nelle favole, ad animali e oggetti, che nella loro insipienza sembrano poter giocare la carta dell’indipendenza di giudizio: il cavallo che non vuole essere ammaestrato ma preferisce morire pur di salvaguardare la propria libertà; l’oggetto che filosofeggia sul rapporto soggetto-oggetto per dimostrare la preponderanza del secondo e la sua capacità decisionale di metamorfosi in potere distruttivo: «Mi trasformo in energia. Li spingo alla guerra. Cado da un aereo e ne polverizzo centomila».

3. Montaggio e costellazione

Idolo Hoxhvogli nella nota conclusiva fa cenno a Walter Benjamin come alla fonte del testo L’impianto del porco, ma l’influenza dello scrittore berlinese appare dominante nell’intera struttura di Introduzione al mondo, così da diventare un preciso metodo narrativo. Si potrebbe citare, per meglio comprendere Introduzione al mondo, un passo della Premessa gnoseologica di Benjamin a Origine del dramma barocco tedesco: «Le idee non si rappresentano in se stesse, ma solo e unicamente in una coordinazione di elementi reali nel concetto. E cioè come configurazione o costellazione di questi elementi». Le idee di Hoxhvogli vengono fuori grazie al montaggio d’immagini e dettagli utili alla costruzione di allegorie, le quali raggiungono uno straordinario effetto di surrealismo. I testi di ogni sezione del libro possono essere considerati come unità di una stessa costellazione significante, il cui il messaggio finale può essere il medesimo di Benjamin: «La tradizione degli oppressi ci insegna che lo stato d’emergenza in cui viviamo è la regola». Per tornare al testo da cui questa digressione è stata alimentata, potremmo mettere a confronto la tesi numero nove delle tesi Sul concetto di storia di Benjamin con L’impianto del porco di Hoxhvogli per scorgervi delle somiglianze, ma anche delle differenze, almeno nelle conclusioni.
Leggiamo in Benjamin: «C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo progresso è questa tempesta».
Leggiamo in Hoxhvogli: «Un angelo rovescia lo sguardo sulla Borsa. Mentre a noi si mostra una serie di derivati, egli scorge un unico disastro cha accatasta banche su banche. L’angelo chiede a Dio di poter catturare i banchieri per farli a pezzi. Chiede a Dio di poter squartare gli avidi intestini con la spada della giustizia: una spada lunga come l’universo e larga come la storia: la spada fiammeggiante del Messia. Dio lo delude: è debole e precario. Dai palazzi scoppia una tempesta. È scaturita dal grugnire schizofrenico del porco. L’angelo è travolto. La gola ingorda dei notabili di corte sbrana l’ultima polpa».
In entrambi i passi la creatura alata, trascinata via dalla tempesta della storia, è priva dell’aiuto celeste. Mentre in Benjamin la paura dell’angelo non arresta il futuro ignoto e non esclude un’alternativa apocalittica di sapore messianico, per Hoxhvogli il futuro, consegnato per sempre al porco «incontenibile», è senza alcuna possibilità di redenzione. Mentre lo sguardo dell’angelo di Benjamin si volge al passato per comprenderne la legge immutabile della disintegrazione, l’angelo di Hoxhvogli è rivolto al presente e al disastro voluto dai centri del potere economico, contro cui invano chiede giustizia a un Dio ormai debole, perché lasciato in agonia nel cuore degli uomini.

4. Avanguardia, ripetitività e ritmo

Quanto ad Eluard, chiamato in causa dall’autore come fonte della prosa Rovesciando, più che istituire parallelismi con qualche testo del poeta francese, sarà meglio dire che il suo influsso su Hoxhvogli è da ricercare nell’atteggiamento di perenne protesta contro lo stato dell’uomo offeso nella sua dignità e libertà. L’uomo non può essere privato delle sue necessità in nome di un assoluto morale: è questo un atteggiamento condiviso da Eluard con gli artisti del surrealismo. Per questo motivo Hoxhvogli potrebbe sottoscrivere la dichiarazione del 25 gennaio 1925 stilata, insieme a Breton, dal poeta francese: «Il surrealismo non è una forma poetica. È un grido dello spirito che ritorna verso se stesso». Se si volesse trovare in Hoxhvogli qualche procedura stilistica comune a Eluard e ai surrealisti, si potrebbe indicare la funzione della ripetitività come creatrice di ritmo, che nel testo Rovesciando dell’autore di Introduzione al mondo assume una connotazione quasi fiabesca per l’apparente infantilità del narrare, infantilità vistosamente contrastante con l’auspicata apocalisse o catastrofe del mondo.

5. Eccesso d’anima e società contemporanea

Queste considerazioni su Introduzione al mondo di Hoxhvogli sarebbero incomplete e mancherebbero del loro fulcro più importante se tralasciassero la sorgente intima di tanta veemenza verbo-immaginativa, che va individuata nella prosa che intitola l’intero libro, in cui si immagina un dialogo fra il malato Leo e il medico Canarini, il quale, ascoltati pazientemente i sintomi, emette una strana diagnosi: «Lei soffre di eccesso d’anima». Il dottor Canarini prescrive come cura una pastiglia dal nome altrettanto bizzarro di Introduzione al mondo, spiegando che la malattia del paziente conduce ad una «lenta e progressiva paralisi della vita, il non riuscire a fare nulla». Questo passo spinge a tessere relazioni con altre opere letterarie, come La coscienza di Zeno di Italo Svevo, che si fonda sull’inettitudine alla vita di Zeno Cosini e si conclude anch’esso con una visione apocalittica; così come con L’uomo senza qualità, capolavoro di Musil. Perché l’eccesso d’anima sia una colpa, una malattia che conduce alla paralisi della volontà, è comprensibile se pensiamo alle qualità richieste all’uomo contemporaneo, il quale è sempre più indirizzato all’utile, alla prassi acritica e all’obbedienza al pensiero mediatico. L’utile, la prassi acritica e i media trasformano la vita umana in una non-significante esistenza persa nel corpo opaco della massa. Possedere un tessuto interiore troppo spirituale rende Leo dissonante, difforme e perciò inadatto alla società in cui vive, privo di un ruolo necessario. È da «questa malattia», dunque, che si origina la scrittura amara di Idolo Hoxhvogli, la quale, però, finisce col rivelare – in virtù dell’accumulo di impressioni che la lettura progressivamente convoglia nella mente – una diversa e preziosa filigrana che l’attraversa: una sensibilissima tensione emotiva; una qualità spesso lirica, che s’insinua come la voce più profonda dell’anima, tesa, mentre considera il male, al possibile Bene; una fierezza che l’accosta all’angelo combattivo che conosce bene il presente e che tiene la spada sempre sguainata, pronto alla lotta, per quanto solitaria e apparentemente vana possa essa apparire. La spada di Hoxhvogli è la Parola.

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Di Franca Alaimo ricordiamo i volumi Impossibile luna (Antigruppo siciliano), Lo specchio di Kore (Tracce), Il giglio verticale (Bastogi), Il luogo equidistante (Domenico Cara Editore), Samâdhi (Bastogi,), Magnifici Dispetti (Editrice Eugenia Miano), Il messaggero del fuoco (Spiritualità & Letteratura), L’uovo dell’Incoronazione (Serarcangeli), Giorni d’aprile (Thule), Le utopie del viaggio (Vallecchi), Lo splendore imperfetto (Thule), La polpa amorosa delle poesia (Lepisma), Corpo musico (Il bisonte), Amori, amore (La lampada di Aladino), Una vita come poema (Lepisma).

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Idolo Hoxhvogli (1984) è nato a Tirana e vive a Porto San Giorgio. I suoi scritti sono presenti in numerose antologie e riviste italiane e straniere, tra cui «Gradiva International Journal of Italian Poetry» (State University of New York at Stony Brook) e «Cuadernos de Filología Italiana» (Universidad Complutense de Madrid). Tra i suoi lavori ricordiamo Introduzione al mondo, Scepsi & Mattana.

[Novità editoriali] Idolo Hoxhvogli, Introduzione al mondo. Notizie minime sugli spacciatori di felicità, Scepsi & Mattana Editori, recensione di L.F. Clemente (post di Natàlia Castaldi)

Recensione di Luigi Francesco Clemente

Introduzione al mondo. Notizie minime sugli spacciatori di felicità

  Già presente in numerose riviste italiane e straniere, con Introduzione al mondo. Notizie minime sopra gli spacciatori di felicità (Scepsi & Mattana Editori, Cagliari 2012), Idolo Hoxhvogli, classe ’84, giunge alla sua opera prima. Si tratta di un libro di racconti e prose brevi, dal registro allegorico e grottesco, che tradisce una maturità compositiva inedita e, per certi versi, in controtendenza col panorama letterario italiano degli ultimi anni – panorama cui calza perfettamente quanto l’Autore dice del romanzo di successo, che è «un po’ radical, un po’ chic, a volte radical-chic. E’ attento al sociale mentre strizza l’occhio ai potenti. Usa un linguaggio politicamente scorretto, ma in maniera corretta».
Proprio la questione del linguaggio può rappresentare un’utile chiave di lettura per avvicinarsi a un libro come questo. Come è possibile dire, con verità, una realtà integralmente falsa? Come dire veramente il falso? Quale parola può dire adeguatamente, ovvero senza velleità moralistiche o retoriche, un mondo capovolto – quello, tanto per esser chiari, del godimento autistico e della speculazione finanziaria?
Prendiamo la prima parte del libro: La città dell’allegria (le altre due sono La civiltà della conversazione e Fiaba per adulti). Vi si narra la “storia” di una città «piena di altoparlanti che gridano “Allegria”», a ogni ora del giorno, a ogni istante e in ogni luogo, nelle strade, dentro e fuori i negozi, alle finestre delle case; megafoni fortemente voluti dal sindaco Bunga, convinto che  grazie ad essi avrebbe finalmente offerto la felicità ai suoi concittadini. Ma a forza di moltiplicare gli altoparlanti, «è giunta l’assuefazione, tanto che l’ “Allegria” lo sentono soltanto i forestieri in un fragore confuso». Dalla città vicina giunge, perciò, uno straniero, che «si avvicina come un lesto gatto a un megafono a caso” e, per il gran fragore, ne è buttato fuori. Ma non è solo il forestiero a mettersi alla volta della città dell’allegria. Ci prova anche la Legge. Arrivata al palazzo del governo, si trova davanti un maiale che le sbarra l’ingresso avvertendola che è solo «il primo tra i novecentoquarantacinque maiali a guardia del palazzo”, cosicché al suo posto entrerà una signorina che vuole lavorare in televisione. C’è poi chi, come Leo, scrive inutilmente al sindaco perché faccia rimuovere il megafono che, posto dov’è, proprio fuori del suo balcone, gli ha tolto quel sonno necessario a curarsi dell’allegrite, «pericolosissimo morbo che percuote pochi sfortunati». C’è solo un modo, tuttavia, per guarire davvero da questa malattia. Si chiama Introduzione al mondo, un potente farmaco grazie al quale è possibile «non sentire più nulla» e vivere «una vita normale, senza controindicazioni», al riparo dall’«eccesso d’anima», che «conduce a una lenta e progressiva paralisi della vita, il non riuscire a far nulla».
Ora, dopo aver letto questa ricostruzione della prima parte del libro, non vi resta che dimenticarla. Perché si tratta proprio di una “ricostruzione”, di una ricomposizione di frammenti allergici alla sintesi, un’operazione esterna al testo – in altre parole: la sua neutralizzazione in una “lingua corretta”. Quella di Hoxhvogli è, infatti, una scrittura breve, ricca di immagini dialettiche, sempre al limite dell’assurdo e del grottesco, in cui si sente risuonare la lezione di autori come Kraus, Benjamin o Kafka – lezione stilistica e, soprattutto, conoscitiva. Come nel caso del Piccolo saggio sugli altoparlanti, un vero e proprio manualetto tecnico, con tanto di diagrammi e formule, per comprendere perché «la nostra città si fonda sull’altoparlante». Oppure si pensi a testi come Popoli e altri animali, Il noi, L’altro, Il guardone, al limite del saggio filosofico, dove i concetti – il “noi” e l’“altro” – diventano attori, personaggi di una messa in scena senza conciliazione né sintesi: «Il noi è morto e l’altro non l’ha scampata» .
Nella seconda parte del libro questa istanza conoscitiva refrattaria alla sintesi si fa addirittura fenomenologia del tempo presente e dei suoi orrori quotidiani, grazie a una galleria di mostri e figure più o meno umane, passate attraverso una lente allucinata e deformante che, lungi dallo sfigurarle, le consegna alla loro verità. Qui, trattandosi della civiltà della conversazione, tutto prende voce, dalle persone alle cose, a intonare un monologo del disordine in cui le parole sembrano aver preso il posto delle cose e delle persone:  «In piazza un uomo gioca da solo a conversazione. Recita le due parti necessarie al dialogo. Finge di salutare. “Come sta?”, chiede. Si spoglia e riveste. Gira la testa e strizza l’occhio. “Bene”, risponde».
Hoxhvogli non nutre alcuna vicinanza per le situazioni e i soggetti che rappresenta; nella sua prosa non c’è compassione né pietà, ma disprezzo e rifiuto. La civiltà della conversazione, sembra dirci l’Autore, è, alla fin fine, la civiltà del letame – spacciato per cibo, ovviamente: «Un uomo, credendo si tratti di cioccolata, si getta a fauci spalancate su di un cassone, invece pieno di letame. Mangiando, si accorge che non è cioccolata, ma così c’è scritto e pensa: “Ben venga”. Un secondo uomo vede il primo ingozzarsi, scorge il cartello Cioccolata, e si unisce al primo».
E, più avanti, proprio il letame viene individuato come il rovescio osceno dello spettacolo, quella chier spectaculaire al centro di una esilarante selezione televisiva che vede scontrarsi «un intellettuale e il prestante Ano. Il confronto sviluppato nella sede legale non stabilì alcuna supremazia. L’intellettuale prevaleva negli argomenti degni di nota, il vigoroso Ano era imbattibile in tutto il resto». Alla fine, dopo mesi di accurate ispezioni, Ano – vi lasciamo immaginare come – vince il provino e garantisce alla trasmissione il pieno d’ascolti: «Il picco di chier arrivò durante un confronto sulla capacità dei media di migliorare la società. Cercando di proferire parole ponderate, Ano fu colto da un brusco attacco di tosse petodefecante. Le telecamere vennero travolte dal letame. I telespettatori aprirono sorpresi la bocca bramosa».
E’ così che dove viene strappato un qualche sorriso, si tratta di un misto di amarezza e vergogna per le vicende narrate e, forse, anche per noi che leggiamo, giacché l’assurdo rappresentato è anche il nostro assurdo quotidiano. Qualche esempio: «Ha un sorriso per tutti i giorni e uno per la festa. Quello di tutti i giorni l’ha preso al discount. L’altro, il sorriso che indossa nelle occasioni speciali, in una boutique […] La sua gamma di sorrisi soddisfa l’arco di relazioni con l’altro. Quando è con se stesso e l’altro è lo specchio di fronte, non sorride» (I sorrisi del capitano Polvere Bagnata); «Ho incontrato un tale che rapina quotidianamente il prossimo. Credo fosse dipendente pubblico o banchiere. L’ho incontrato in libreria. Chiedeva un euro di sconto su un capolavoro, L’uomo senza qualità» (Conversazione 5). «All’inizio sembrò una disgrazia. Quando il giornalista aggiunse che si trattava di stranieri, mio padre, inizialmente scosso, tirò un sospiro di sollievo: “Ah”. Come a dire: “Ora capisco”. Erano stranieri. Che ci facevano degli stranieri a quell’ora? Deve aver pensato che se l’erano cercata. “Meglio così”, come mio padre, esclamarono in molti sulle tavole da pranzo. “Meglio così”: questa esclamazione, però, non uscì dalla televisione, come la notizia: “Cinque giovani morti in un impatto tra vetture”» (Conversazione I).
Ben diverso è il registro della terza parte del libro, dove il grottesco cede il posto al tragico e la fenomenologia delle situazioni fa spazio alla descrizione delle singolarità, dal topolino Chubby alla bambina Allegra. Quella narrata è una fiaba per adulti – «la storia abortita di un piccolo cadavere» – che mette la parola fine una volta per tutte alla città dell’allegria, e non perché minacciata dalla malinconia o dall’eccesso d’anima, sentimenti ancora in qualche modo neutralizzabili, ma per ragioni molto più radicali e terribili, in cui la vita e la morte finiscono per coincidere, come se l’iniziazione al mondo degli «spacciatori di felicità», opinionisti politici economisti predicatori di ogni sorta o colore, fosse – in ultimo – un solco scavato dagli adulti nel grembo di una vita innocente, la ferita insanabile di un’esistenza macchiata di sangue.

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Idolo Hoxhvogli

Idolo Hoxhvogli (1984) è nato a Tirana e vive a Porto San Giorgio. Si è formato all’Università Cattolica di Milano. I suoi scritti sono presenti in numerose antologie e riviste italiane e straniere, tra cui «Gradiva International Journal of Italian Poetry» (State University of New York at Stony Brook) e «Cuadernos de Filología Italiana» (Universidad Complutense de Madrid). Tra i suoi lavori ricordiamo Introduzione al mondo, Scepsi & Mattana, Cagliari 2012.

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Luigi Francesco Clemente è dottore di ricerca in Filosofia e Scienze umane presso l’Università degli Studi di Perugia. Le sue ricerche vertono soprattutto sulla fenomenologia e la psicoanalisi. Tra le sue pubblicazioni: Un idealismo senza ragione. La fenomenologia e le origini del pensiero di Emmanuel Lévinas, Ombre Corte, Verona 2008; Giobbe, Cristo e l’impotenza divina. Alcune considerazioni sulla riflessione teologica di Slavoj Žižek, in «Davar», vol. 5, 2010, pp. 105-127; Controversie. Sul senso della razionalità fenomenologica nel giovane Lévinas, in «Smerilliana», vol. 12, 2011, pp. 161-182. Attualmente sta lavorando, per i tipi di Orthotes, sulla traduzione dall’inglese di A. Zupančič, Etica del Reale. Kant, Lacan.