Ida Omboni

Una frase lunga un libro #3 – Bernard Malamud – L’uomo di Kiev

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Bernard Malamud – L’uomo di Kiev – Minimum fax, 2014 – traduzione di Ida Omboni – € 14,50 – ebook 8,99

 

La sua giovinezza scorreva via. Era in prigione da quasi tre mesi, un periodo tre volte più lungo di quanto avrebbe predetto Bibikov e solo Iddio sapeva quando sarebbe finito. Yakov quasi impazziva a cercare di capire che cosa gli stesse capitando. Che ci faceva in galera un tuttofare inoffensivo? Che cosa aveva fatto per meritarsi quella terribile prigionia di cui non si vedeva la fine? Non aveva già avuto più della sua porzione d’infelicità, in un mondo men che giusto? Yakov provava disperatamente a riordinare in una sequenza comprensibile gli eventi che lo avevano portato, senza remissione, dalla partenza dallo shtetl alla prigione di Kiev, ma pensare a tutte quelle quelle esperienze strane e imprevedibili come al prodotto significativo di una serie di eventi concatenati lo mandava in confusione. Certo, il mondo era quello che era. La pioggia spegne gli incendi e provoca le inondazioni. Tuttavia, erano successe troppe cose che non tornavano. Lui aveva commesso alcuni errori, e li aveva pagati a usura. In una notte buia, una fitta ragnatela nera era caduta su di lui per il semplice motivo che vi stava sotto, e per quanto corresse in ogni direzione non riusciva a districarsi dalle sue spire appiccicose. Chi era il ragno, se era vero che si teneva nascosto? A volte Yakov pensava che Dio lo punisse del suo ateismo.

Questo paragrafo lo incontriamo intorno alla metà de L’uomo di Kiev, il capolavoro (anzi, uno dei capolavori) di Bernard Malamud. Yakov, il protagonista, è già rinchiuso in carcere. Reclusione della quale non comprende il motivo, è accusato di qualcosa che non ha commesso, e il motivo che non comprende è il perché dell’accanimento. Non si sa se e quando si effettuerà un processo. Non esiste l’atto ufficiale d’accusa. Esiste Yakov soltanto, incarcerato. Yakov che riflette sulla sua esistenza, Yakov che prova a ragionare, ma ogni tentativo di pensiero è destinato al corto circuito. Questa mezza pagina evidenzia la bellezza della scrittura di Malamud e mostra con una serie di domande quanto può lacerarsi un uomo, quando è chiamato – in solitudine costretta − a chiedersi perché sia arrivato in quel punto e la risposta non può essere soltanto l’accusa di un crimine commesso.

Che ci faceva in galera un tuttofare inoffensivo? Che cosa aveva fatto per meritarsi quella terribile prigionia di cui non si vedeva la fine? Non aveva già avuto più della sua porzione d’infelicità, in un mondo men che giusto?

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