I meridiani

proSabato: Luigi Pirandello, Candelora – La carriola

Fausto Pirandello, Ritratto di Luigi Pirandello (1936)

Quand’ho qualcuno attorno, non la guardo mai; ma sento che mi guarda lei, mi guarda, mi guarda senza staccarmi un momento gli occhi d’addosso.
Vorrei farle intendere, a quattr’occhi, che non è nulla; che stia tranquilla; che non potevo permettermi con altri questo breve atto, che per lei non ha alcuna importanza e per me è tutto. Lo compio ogni giorno al momento opportuno, nel massimo segreto, con spaventosa gioja, perché vi assaporo, tremando, la voluttà d’una divina, cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica di tutto.
Dovevo essere sicuro (e la sicurezza mi parve di poterla avere solamente con lei) che questo mio a o non fosse scoperto. Giacché, se scoperto, il danno che ne verrebbe, e non soltanto a me, sarebbe incalcolabile. Sarei un uomo finito. Forse m’acchiapperebbero, mi legherebbero e mi trascinerebbero, atterriti, in un ospizio di matti.
Il terrore da cui tutti sarebbero presi, se questo mio atto fosse scoperto, ecco, lo leggo ora negli occhi della mia vittima.
Sono affidati a me la vita, l’onore, la libertà, gli averi di gente innumerevole che m’assedia
dalla mattina alla sera per avere la mia opera, il mio consiglio, la mia assistenza; d’altri doveri altissimi sono gravato, pubblici e privati: ho moglie e figli, che spesso non sanno essere come dovrebbero, e che perciò hanno bisogno d’esser tenuti a freno di continuo dalla mia autorità severa, dall’esempio costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a tutti i miei obblighi, uno più serio dell’altro, di marito, di padre, di cittadino, di professore di diritto, d’avvocato. Guai, dunque, se il mio segreto si scoprisse!
La mia vittima non può parlare, è vero. Tuttavia, da qualche giorno, non mi sento più sicuro. Sono costernato e inquieto. Perché, se è vero che non può parlare, mi guarda, mi guarda con tali occhi e in questi occhi è così chiaro il terrore, che temo qualcuno possa da un momento all’altro accorgersene, essere indotto a cercarne la ragione.
Sarei, ripeto, un uomo finito. Il valore dell’atto ch’io compio, può essere stimato e apprezzato solamente da quei pochissimi, a cui la vita si sia rivelata come d’un
tratto s’è rivelata a me.
Dirlo e farlo intendere, non è facile. Mi proverò.

Ritornavo, quindici giorni or sono, da Perugia, ove mi ero recato per affari della mia professione.
Uno degli obblighi miei più gravi è quello di non avvertire la stanchezza che m’opprime, il peso enorme di tu i i doveri che mi sono e mi hanno imposto, e di non
indulgere minimamente al bisogno di un po’ di distrazione, che la mia mente affaticata di tanto in tanto reclama. L’unica che mi possa concedere, quando mi vince troppo la stanchezza per una briga a cui attendo da tempo, è quella di volgermi a un’altra nuova.
M’ero perciò portate in treno, nella busta di cuojo, alcune carte nuove da studiare. A una prima difficoltà incontrata nella lettura, avevo alzato gli occhi e li avevo volti verso il finestrino della vettura. Guardavo fuori, ma non vedevo nulla, assorto in quella difficoltà.
Veramente non potrei dire che non vedessi nulla. Gli occhi vedevano; vedevano e forse godevano per conto loro della grazia e della soavità della campagna umbra. Ma io, certo, non prestavo attenzione a ciò che gli occhi vedevano.
Se non che, a poco a poco, cominciò ad allentarsi in me quella che prestavo alla difficoltà che m’occupava, senza che per questo, intanto, mi s’avvistasse di più lo spettacolo della campagna, che pur mi passava sotto gli occhi limpido, lieve, riposante.
Non pensavo a ciò che vedevo e non pensai più a nulla: restai, per un tempo incalcolabile, come in una sospensione vaga e strana, ma pur chiara e placida. Ariosa. Lo spirito mi s’era quasi alienato dai sensi, in una lontananza infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia che non gli pareva sua, il brulichio d’una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora, ma là, in quell’infinita lontananza; d’una vita remota, che forse era stata sua, non sapeva come né quando; di cui gli alitava il ricordo indistinto non d’atti, non d’aspetti, ma quasi di desiderii prima svaniti che sorti; con una pena di non essere, angosciosa, vana e pur dura, quella stessa dei fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il brulichio, insomma, di una vita che era da vivere, là lontano lontano, donde accennava con palpiti e guizzi di luce; e non era nata; nella quale esso, lo spirito, allora, sì, ah, tu o intero e pieno si sarebbe ritrovato; anche per soffrire, non per godere soltanto, ma di sofferenze veramente sue. (altro…)

proSabato: Vincenzo Cardarelli, Trasformazioni

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proSabato: Trasformazioni di Vincenzo Cardarelli

L’animale ferito è una preda difficile da riavere. Così, a poco a poco, ho finito anch’io per sentirmi nel mondo: un essere malizioso sempre in pericolo e in sospensione. I miei gusti sono inquieti. Il mio modo di vedere e di partecipare è supremamente evasivo. tutti i miei istinti più forti, i miei esperimenti più sani, non sono che fughe verso altre arie e scorci di prospettive.
..L’amore non ammetto ormai più che mi si dichiari. Direi quasi che non le pèrdono. Mi piace la simpatia che arrossisce di sé e scappa borbottando. Gradisco le attestazioni presupposte e dimenticate. Non tollero che rare apparenze. Giudico impresentabili tutte le commozioni.
..Perché io ho ecceduto nella carne fino all’ironia. Ho bevuto come se non mi dovessi più risvegliare. Perché io so cosa vuol dire fare esperienza d’una tentazione e liberarsi dal male a prezzo di tante cadute.

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© Vincenzo Cardarelli, Trasformazioni in Opere, a cura di Clelia Martignoni, Milano, Mondadori (i «Meridiani»), 1981

proSabato: Anna Banti, Un sogno

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Un sogno

Attraverso le persiane chiuse il mare arriva con una brezza leggera e, smorzando le fiamme mattutine del sole d’agosto, si china a lambire, sul pavimento, le lame dei riflessi. Nell’aria pulita della cameretta quella brezza batte sulle mura bianche e rimbalza al soffitto, sollevando invisibili riccioli che s’impennano e ricadono a risucchio silenzioso sul letto dove Paola dorme supina, coperta fino al mento dalle lenzuola fresche. Frustatine di piuma, quelle colate di vento sulla fronte: il sonno ne diviene più liscio, quasi trasparente.
Il sole è già alto, ma nel sonno di Paola albeggia appena: bianco riposo che accoglie le immagini ma non se ne lascia guidare ancora e non le lega. Vi compare la sabbia grigia, e quella cara lievissima orma dell’onda; né mancano il brivido dell’acqua verdolina e il sospetto, dietro quel vetro, del sasso che brilla, della tellina, della sogliola opaca. La mano ricorda, da sola, come si scremi il pelo dell’acqua, e il peso denso che all’immersione si fonde in freschezza e in vacuità. Il respiro tranquillo batte il tempo al sonno e alle immagini.
Quelle larve si illuminano a un tratto, in prospettiva. Una pupilla mascherata si è scoperta, un sipario si è rialzato: nell’aria suonano le campane. Il sogno appena nato scivola sulla gran pianura marina che allarga e distende il suono. Coll’eco tocca la spiaggia deserta, la timida lingua delle onde e sorpassa le prime limpidità, scorrendo poi sul verde e sull’azzurro. E incontra quattro vele bianche, ma le guarda già vicinissime, di sotto in su, non cogli occhi del vento e del suono. Sono vele di forma strana, rigide e delicate, intatte e sensibili. «Sono ali bianche» riconosce Paola, convinta dalla realtà della sua posizione di dormente, dirigendo cauta il suo sogno. Due angeli che sorvegliano il mare, a prua e a poppa, e hanno i dorsi nivei ripidi come montagne. La legge del sogno ha già tolto alla dormente la vista delle acque. Distesa, essa ha gli occhi sul cielo tagliato da quelle grandi ali; e la mano appoggiata al bordo del vascello, riconosce lo scabro di un margine marmoreo. Del resto la memoria lavora per conto suo, liberamente, e suggerisce in un cantuccio: “San Giuliano traversò il mare in un sarcofago, portato dagli angeli alla sepoltura”: ma ormai il sogno è gonfio di verità e sfida ogni controllo.
Viaggia così, nel marmo miracoloso, una martire inedita, convinta, attentissima. Nel sogno è possibile esser martiri senza ricordo di martirio, e senza merito sentirsi su una palma divina, scelti per merito certo; e intanto distinguere con occhi di spettatore, nella tomba eccezionale, un nobile corpo di alabastro, un sangue che è corallo schietto, le lagrime, perle fine. Attenti a non muoversi, a respirar piano e profondo come in convalescenza. Il privilegio è sicuro, il trionfo solenne, ma la percezione di questi beni ha una pienezza un po’ fragile e tesa, un po’ pericolosa. E infatti: ecco la coscienza della brevità del sogno tingere di umana melancolia l’estasi della viaggiatrice: soltanto una viaggiatrice, ormai, turbata al pensiero del porto. Navigando navigando in qualche luogo si arriva sempre, ragiona la ragazza che si deve destare; e la memoria a insistere “portato dagli angeli alla sepoltura”. Allora il brivido della mortale allarma la sicurezza della martire che, ferma nella sua morte, si mette angosciosamente a pregare. Non prega Dio; prega gli angeli che son vicini e forse le daranno retta come due marinai obbedienti. Dice: “Angeli, voltatevi un pochino, anche senza guardarmi, e manovrate le ali verso il largo. Sento che la riva è vicina perché le onde si fanno più grosse. La sabbia sarà infocata, e sotto l’altare dove mi metteranno non c’è un filo d’aria. Voi che volate, queste cose non le sapete. Portatemi ancora un po’ per questo mare verde come i campi del paradiso: fatemi vedere il brillio del mezzogiorno, la bonaccia delle tre e un bel tramonto: un bel tramonto solo. Di notte ci si potrà anche fermare sotto la luna. E poi non ho visto bene, stamani, come si leva il sole…».
Gorgogliano le parole, opprimendo il silenzio; ma il vento si fa denso e attrae le vele con un risucchio sonoro. Un urto definitivo: e l’immobilità del primo istante è già durata un secolo. (altro…)