I Fiori del Male

Traducendo Baudelaire #4

Da un semplice “esercizio”, le prove di traduzione per l’esame di letteratura francese del corso di laurea magistrale in traduzione (Università di Pisa) si sono trasformate in proposte stimolanti. Il corso dell’anno accademico 2013/14 era incentrato sullo studio della poetica della prima grande raccolta lirica francese “moderna”, Les Fleurs du Mal di Baudelaire. Durante il corso, è stato dato particolare risalto all’analisi e al confronto dei testi francesi con le più importanti traduzioni italiane. Gli allievi hanno subito a tal punto la fascinazione della scrittura baudeleriana da volersi cimentare a loro volta nella traduzione. Si tratta quindi di testi che sono nati in un contesto, per così dire, “scolastico” – non pensati in vista di una qualche forma di pubblicazione – e che mostrano, per certi versi, anche le ingenuità dell’esordiente. Ma nell’insieme testimoniano grande sensibilità e rispetto del testo di partenza, sempre con lo sguardo rivolto all’ipotetico lettore. (Helène de Jacquelot, Barbara Sommovigo)

baudelaire

Au lecteur

La sottise, l’erreur, le péché, la lésine,
Occupent nos esprits et travaillent nos corps,
Et nous alimentons nos aimables remords,
Comme les mendiants nourrissent leur vermine.

Nos péchés sont têtus, nos repentirs sont lâches;
Nous nous faisons payer grassement nos aveux,
Et nous rentrons gaiement dans le chemin bourbeux,
Croyant par de vils pleurs laver toutes nos taches.

Sur l’oreiller du mal c’est Satan Trismégiste
Qui berce longuement notre esprit enchanté,
Et le riche métal de notre volonté
Est tout vaporisé par ce savant chimiste.

C’est le Diable qui tient les fils qui nous remuent!
Aux objets répugnants nous trouvons des appas;
Chaque jour vers l’Enfer nous descendons d’un pas,
Sans horreur, à travers des ténèbres qui puent.

Ainsi qu’un débauché pauvre qui baise et mange
Le sein martyrisé d’une antique catin,
Nous volons au passage un plaisir clandestin
Que nous pressons bien fort comme une vieille orange.

Serré, fourmillant, comme un million d’helminthes,
Dans nos cerveaux ribote un peuple de Démons,
Et, quand nous respirons, la Mort dans nos poumons
Descend, fleuve invisible, avec de sourdes plaintes.

Si le viol, le poison, le poignard, l’incendie,
N’ont pas encor brodé de leurs plaisants dessins
Le canevas banal de nos piteux destins,
C’est que notre âme, hélas! n’est pas assez hardie.

Mais parmi les chacals, les panthères, les lices,
Les singes, les scorpions, les vautours, les serpents,
Les monstres glapissants, hurlants, grognants, rampants,
Dans la ménagerie infâme de nos vices,

Il en est un plus laid, plus méchant, plus immonde!
Quoiqu’il ne pousse ni grands gestes ni grands cris,
Il ferait volontiers de la terre un débris
Et dans un bâillement avalerait le monde;

C’est l’Ennui! L’oeil chargé d’un pleur involontaire,
Il rêve d’échafauds en fumant son houka.
Tu le connais, lecteur, ce monstre délicat,
– Hypocrite lecteur, – mon semblable, – mon frère!

.

Al lettore (trad. di Violetta Galgani e Federica Merati)

La stoltezza, l’errore, il peccato, l’avarizia,
Ci attanagliano l’anima e sfibrano i nostri corpi,
E alimentiamo i nostri amabili rimorsi,
Come i mendicanti nutrono i loro vermi.

Testardi sono i nostri peccati, fragili i pentimenti;
Alto è il prezzo delle nostre confessioni,
Allegramente imbocchiamo ancora il fangoso sentiero,
Credendo con vili pianti di lavar via ogni colpa.

Sul guanciale del male sta Satana Trismegisto
Che a lungo culla la nostra mente ammaliata,
E il prezioso metallo della nostra volontà
Vaporizza al tocco dell’esperto alchimista.

È il Diavolo a tirare i fili che ci muovono!
Siamo affascinati da ciò che ci ripugna;
Ogni giorno all’ Inferno scendiamo d’un passo,
Attraversando senza orrore fetide tenebre.

Simili a un povero debosciato che assapora e bacia
Il seno martirizzato d’ un’ antica puttana,
Rubiamo al passaggio un piacere clandestino
Che spremiamo fino all’ultimo come vecchie arance.

Serrato, brulicante, come milioni d’elminti,
Nel nostro cervello un popolo di Demoni festeggia,
E, quando respiriamo, la Morte nei nostri polmoni
Discende, fiume invisibile, con sordi lamenti.

Se lo stupro, il veleno, il pugnale, l’incendio,
Non hanno ancora ornato con gradevoli ricami,
Il canovaccio banale dei nostri dolorosi destini,
È solo perché, ahimé!, il cuore è poco ardito.

Ma tra sciacalli, pantere, cagne,
Scimmie, scorpioni, avvoltoi, serpenti,
Mostri uggiolanti, urlanti, mugolanti, striscianti,
Nell’infame serraglio dei nostri vizi,

Ve n’è uno più brutto, più cattivo, più immondo!
Benché non si scomponga in grandi gesti e grida,
La terra volentieri ridurrebbe in macerie
e sbadigliando inghiottirebbe il mondo;

È la Noia! L’occhio greve d’involontario pianto,
Sogna patiboli fumando la pipa.
Tu lo conosci, lettore, quel delicato mostro,
Ipocrita lettore, mio simile, fratello!

.

Questa è la celebre dedica al lettore, che apre Les Fleurs du Mal e costringe chi legge a schierarsi in anticipo con tutto quello che seguirà. Il ritratto impietoso degli uomini, la loro complicità con il Male che Satana riassume, i vizi raffigurati secondo allegorie animali, tutto conduce al finale lungo un climax solo in apparenza discendente. L’Ennui annuncia già la serie degli Spleen, la perdita di ogni riferimento emotivo e morale, il supremo disgusto della vita e del mondo. Per la prima volta proponiamo una traduzione a quattro mani. Violetta Galgani e Federica Merati restano fedeli all’originale, distaccandosene per alcune sottigliezze. Un rincaro doloroso di colpa alla prima strofa (“occupent” diventa “attanagliano”, “travaillent” si fa “sfibrano”), la riattivazione implicita di una formula lessicalizzata (“il tocco del diavolo”) alla fine della terza. Nel finale, la famosa definizione di “monstre délicat” viene invertita in “delicato mostro”, indulgendo a un certo poetichese, ma creando anche una simmetria perfetta con il titolo, l’ossimoro che attraversa l’intera opera. Il Male ha anche i suoi fiori, le sue delicatezze, la sua parte di Bene e di felicità. (A. A.)

Traducendo Baudelaire #3

Da un semplice “esercizio”, le prove di traduzione per l’esame di letteratura francese del corso di laurea magistrale in traduzione (Università di Pisa) si sono trasformate in proposte stimolanti. Il corso dell’anno accademico 2013/14 era incentrato sullo studio della poetica della prima grande raccolta lirica francese “moderna”, Les Fleurs du Mal di Baudelaire. Durante il corso, è stato dato particolare risalto all’analisi e al confronto dei testi francesi con le più importanti traduzioni italiane. Gli allievi hanno subito a tal punto la fascinazione della scrittura baudeleriana da volersi cimentare a loro volta nella traduzione. Si tratta quindi di testi che sono nati in un contesto, per così dire, “scolastico” – non pensati in vista di una qualche forma di pubblicazione – e che mostrano, per certi versi, anche le ingenuità dell’esordiente. Ma nell’insieme testimoniano grande sensibilità e rispetto del testo di partenza, sempre con lo sguardo rivolto all’ipotetico lettore. (Helène de Jacquelot, Barbara Sommovigo)

.

albatros2 (1)

.

L’albatros

Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.

A peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d’eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!
L’un agace son bec avec un brûle-gueule,
L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!

Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.

.

L’albatro (trad. di Enrico Spadaro)

Sovente, per diletto, gli uomini d’equipaggio
Prendono gli albatri, vasti uccelli dei mari
Che seguono, indolenti compagni di viaggio,
La nave librante sugli abissi amari.

Sul ponte, appena li hanno gettati,
Umili e inetti, questi re dell’azzurro
Le grandi ali bianche calano ormai rifiutati
Come remi reietti accanto al loro sussurro.

Com’è goffo e maldestro, il viaggiatore alato!
Comico e brutto, un tempo di beltà brillava!
Gli solleticano con la pipa il becco spennato,
E mimano, arrancando, l’infermo che volava!

Il Poeta assomiglia al principe del cielo
Che abita la tempesta e deride l’arciere;
Esule sulla terra, deriso con tanto zelo,
Le ali da gigante qui lo debbon trattenere.

.

Uno dei testi più celebri dei Fiori del male. Baudelaire rende memorabile l’immagine del poeta nella seconda metà dell’Ottocento, non più riconosciuto come guida per la gente, ma divenuto corpo estraneo e sterile nella moderna società borghese. L’albatro è il simbolo perfetto di questa condizione drammaticamente ambigua: maestoso e dominatore nei cieli, precipitato sulla nave degli uomini comuni ne diventa lo zimbello. Il sogno muore così travolto dall’azione, le ali si fanno ingombro pesante. Per la prima volta dall’inizio di questa rubrica, il traduttore si cimenta nel difficile compito di ricreare le rime nel testo di arrivo. Per riuscirci, Enrico Spadaro aggiunge anche termini assenti nell’originale: è il caso del “sussurro” della seconda strofa, che tiene insieme sia il verso ormai spento dell’animale che il canto senza più forza del poeta (entrambi restano inascoltati). Lo “zelo” derisorio della fine aggiunge una cifra ironicamente professionale alla cattiveria dei marinai, rendendocela ancora più odiosa. (A. A.)


Traducendo Baudelaire #1

Da un semplice “esercizio”, le prove di traduzione per l’esame di letteratura francese del corso di laurea magistrale in traduzione (Università di Pisa) si sono trasformate in proposte stimolanti. Il corso dell’anno accademico 2013/14 era incentrato sullo studio della poetica della prima grande raccolta lirica francese “moderna”, Les Fleurs du Mal di Baudelaire. Durante il corso, è stato dato particolare risalto all’analisi e al confronto dei testi francesi con le più importanti traduzioni italiane. Gli allievi hanno subito a tal punto la fascinazione della scrittura baudeleriana da volersi cimentare a loro volta nella traduzione. Si tratta quindi di testi che sono nati in un contesto, per così dire, “scolastico” – non pensati in vista di una qualche forma di pubblicazione – e che mostrano, per certi versi, anche le ingenuità dell’esordiente. Ma nell’insieme testimoniano grande sensibilità e rispetto del testo di partenza, sempre con lo sguardo rivolto all’ipotetico lettore. (Helène de Jacquelot, Barbara Sommovigo)

.

The Denial of St Peter

.

Le reniement de Saint Pierre

.
Qu’est-ce que Dieu fait donc de ce flot d’anathèmes
Qui monte tous les jours vers ses chers Séraphins?
Comme un tyran gorgé de viande et de vins,
Il s’endort au doux bruit de nos affreux blasphèmes.

(altro…)