I figli dei cani

Enrico Marià, da I figli dei cani

 

La resa delle onde
nel farsi mare calmo,
l’ultima supplica
morire di te
in un’innocenza d’infanzia.

 

 

Mamma non umiliarti con le guardie
non giurare loro di non vedermi da giorni
né di non avere idea di dove sia,
non raccontargli della tossicodipendenza
del Sert, che sono scappato dalla comunità,
tanto mi sai a Carignano
ad afferrare i manici di una borsa
il tirarli così forte da far cadere
e trascinare a terra
una donna che avrà i tuoi anni;
che penso al frigorifero
l’anima della casa
ai nipoti che lo aprono
al loro sorriso
alle bibite
quel recinto di luce:
eroina che altro non ti chiedo
iniziami alla pietà,
allo sguardo dei bambini
fratelli dei cani.

 

 

Schiuma di fiori
sugli scogli
con mia madre
io bambino restavo
primo orizzonte
il labbro del mare.

 

 

È ancora dare la bocca il culo
per un giubbotto un passaggio
qualche maglione,
ché il giorno è la notte più fredda
abbracciami forte come il mare:
tu il cielo scavata trincea,
tu la vita il morire
assedio d’amore.

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