Huxley

Anatomia dei Kleinkief: un’intervista a Thomas Zane

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Forse certe cose belle si comprendono con l’età e con un certo tipo di allenamento che chiamerei ‘training di consapevolezza’; ognuno compie il proprio, e il mio è contrassegnato dal ‘reverse’, che è anche la funzione di un pedale delay molto usato (ad esempio dai chitarristi) per ‘capovolgere’ il senso di ciò che si è suonato. Questa mia non è una captatio benevolentiae ma vuole essere una sincera dichiarazione di ‘ritardo’ (mi auguro proficua per voi lettori) che, da un lato giustifica il motivo di ciò che andiamo a leggere e dall’altro traccia delle linee guida. Oggi infatti ospitiamo su Poetarum un’intervista a Thomas Zane, voce, chitarra e autore dei KLEINKIEF, band che ha fatto la storia della musica underground in Veneto e non solo negli ultimi vent’anni e che ha pubblicato il quarto disco, gli infranti, a giugno 2013 per l’etichetta trevigiana Fosbury Records dopo undici anni da D’amortelocanto (2002). Otto tracce per un disco pop ben costruito sin dall’artwork di Matteo Scorsini che, con il suo ‘neoumanesimo’, ha dato un’impronta delicata ma pregnante alla copertina [la vedete qui sotto, n.d.r.]; la forma si annuncia sostanza, ed è proprio il caso di affermare che il gioco di immagini con cui il disco si mostra ha risvegliato, in me, rimandi e stratificazioni di senso molteplici, curiosità, che mi hanno portano a voler entrare (bussando!) nel laboratorio della band, utilizzando un mio personale taglio di lettura del loro lavoro maggiormente basato sulla scrittura. Il pop dei KLEINKIEF è un pop ‘colto’, di oggi: mi sento di dirlo senza che questa possa sembrare una rigida etichetta e mi auguro che questo aggettivo non appesantisca né snaturi l’anima della loro musica, prima fortemente noise nei primi lavori autoprodotti, Il sesso degli angeli del 1997, e Colori Dolciumi Fotocopie del 1999, poi diventata altro ossia quella che ascoltiamo oggi e che a me ha ricordato (vagamente) certo decadentismo baustelliano delle origini, forse più per i testi che per la musica in sé (ad esempio con qualche riferimento a La moda del lento, album dei Baustelle del 2003). Allora, spinta da una vorace curiosità ringrazio Thomas per la generosa partecipazione e anche Marco Annicchiarico di Poetarum per lo scambio di idee che mi ha condotta a questa intervista.

© Alessandra Trevisan

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1. Ciao Thomas e benvenuto, benvenuti! Parliamo un po’ di ‘letterarietà’ e scrittura se ti va. Il vostro lavoro è sempre stato costellato di personaggi letterari, sin dal vostro nome, che è l’unione di ‘Klein’ (dal romanzo Klein e Wagner di Herman Hesse) e di ‘Kief’ (che vuol dire pace dei sensi ed è tratto da dal racconto Il poema dell’hashish di Baudelaire), poi nei titoli di alcune delle vostre canzoni: Dostoevskij, doriansong, Margherita e il maestro; anche la poesia diventa canzone, e mi viene in mente Marghera Strasse di Ferruccio Brugnaro, nel secondo disco, anche titolo di uno spettacolo teatrale per il quale avete costruito le musiche dieci anni fa e più. Ci spieghi come la letteratura entra nelle vostre canzoni, quali sono le fonti maggiori d’ispirazione da quel magma?

Cara Alessandra, caro Marco, vi ringrazio dell’invito rivoltoci e delle belle parole usate per introdurci. In effetti la letteratura è passata e passa spesso nei nostri testi, ma ci tengo a dire che io che sono l’autore principale, non sono colto, non ho studi classici alle spalle e i libri sono entrati nella mia vita piuttosto tardi. Diciamo che poi ho recuperato e ne sono stato inesorabilmente travolto. Per un decennio ho letto praticamente per tutto il tempo, al lavoro, a pranzo, in bagno, mentre camminavo, durante la notte. Naturalmente ciò ha plasmato la mia realtà, che probabilmente, all’epoca, era poca cosa, o perlomeno inconsapevolmente mediocre. Passavo attraverso mille cose, i russi, i beat, Miller, Asimov, Huxley, Sartre, senza un minimo di prospettiva, senza difese, pugni in faccia, un ignorante incline al vaneggio con in mano cose più grandi di lui.

2. Ascoltandovi spesso mi son sentita oscillare tra due poli, la realtà e il sogno; molte delle vostre canzoni contengono una pregnanza di immagini oniriche, quasi come fossero trascrizioni di sogni, forse perché le metafore sono tante. È probabilmente una mia interpretazione ma ci vuoi dire come nascono i brani? Inoltre, tu ti firmi autore nell’ultimo disco e allora vorrei capire chi sono ‘l’io’ e ‘il tu’ a cui pensi quando scrivi e se questi io-tu son mutati nel corso degli anni, dunque com’è cambiata la vostra idea di autorialità.

Non sono un autore molto prolifico scrivo poche canzoni e di quelle poche solitamente mi innamoro, ci lavoro costantemente per trovargli l’abito adatto. La cosa migliore che mi possa capitare è che la canzone nasca da sé, mentre suonicchio con la testa tra le nuvole, o nel fango, purtroppo succede di rado, ma ho imparato ad accontentarmi e quando accade, la lascio così come è venuta senza cambiar nulla, costi quel che costi, adoro sentirne la genuinità, anche quando mi mette troppo a nudo. Ma nella maggior parte dei casi le mie canzoni sono un gioco, sono la mia fuga dalla realtà, dove posso dire tutto, immaginarmi qualsiasi cosa. Con il tempo mi sono costruito il mio dogma, imposto dei limiti, nei dischi passati ho spesso usato immagini e parole con troppa irruenza e scarsa umiltà. Per l’ultimo, “gli infranti” come stimolo, ho provato il gioco opposto, cercando ovviamente di stare lontano dal banale, ed è stato molto più complicato di quanto pensassi.

3. Il titolo dell’ultimo album richiama, a mio avviso, due immagini: la prima è quella delle onde del mare, la seconda è uditiva; questo è, come dire, il piano di lettura ‘sensibile’ del titolo. Pensandoci bene però, mi è venuto in mente che ogni generazione ha avuto i suoi protagonisti -anti o -enti: per Moravia erano Gli indifferenti nel 1929, per Francesco Maselli Gli Sbandati nel ’55, per Michele Serra sono Gli sdraiati nel 2013. Dove ci trascina e cosa rappresenta gli infranti e chi sono?

La domanda è molto affascinante ma francamente fatico a vedere specchiato ne “gli infranti” il protagonista della mia generazione, forse forse il non-protagonista. Più semplicemente “Gli infranti” è una dedica ai vecchi elementi della band. Infranti erano un gruppo padovano attivo nei primi ’90 di cui eravamo devoti ammiratori e si chiamava gli infranti l’ultima canzone che facemmo insieme prima di mollare tutto ormai 15 anni fa. Ahimè è tutto qui

4. Il secondo album è fortemente legato al territorio in cui è nato (oltre al brano Marghera Strasse, mi ricordo Indastria); i successivi invece forse prendono le distanze, aprendo a una prospettiva più globale. Una cosa che mi piace chiedere sempre a chi incontro è: cosa significa ‘fare musica’ in provincia e come vedi la scena musicale veneta odierna, tu che ci sei cresciuto dentro?

Più che della scena veneta ti posso dire la mia su quanto vedo qui, qui vicino, ahimè negli ultimi anni non ho potuto toccare con mano con sufficiente attenzione quanto accadeva, la mia famiglia è cresciuta e il tempo a disposizione è quello che è. Ad ogni modo posso dirti che qui intorno le cose sono piuttosto frizzanti, ci sono gruppi coraggiosi, progetti particolari e piccole etichette piuttosto laboriose, credo si resista bene all’inquietante caduta verso il basso che anche la musica “non-mainstream” sta subendo! Ci sono pochi gruppi e personalità forti, ma ci sono e spero riescano a continuare ad evolversi, che non vuol necessariamente dire incidere per una major, o suonare prima dei Pink Floyd, vuol dire far qualcosa di particolare, di autentico, di sentito! Io ormai compro solo questi dischi, le cose grandi, vaffanculo, le scarico se proprio le voglio ascoltare!

5. E quindi, come mi ricorda Marco Annicchiarico, la Fosbury è un’etichetta che negli anni zero è stata capace di rilanciare un gruppo della scena rock del Nordest come i Cod di Emanuele Lapiana (ora N.A.N.O.). La vostra prima comparsa con questa label è avvenuta con L’anarcosentimentale per la compilation #Fosbury10 nel 2012, con la quale hanno festeggiato i loro 10 anni di attività. Vi conoscevate già? Com’è nato l’incontro?

Con i ragazzi di Fosbury ci conoscevamo, quando hanno saputo che avevamo ricominciato a suonare ci han chiesto se volevamo partecipare alla loro compilation, e poi, visto che stavamo per entrare in studio, se ci andava di uscire per loro. È stato piacevolissimo lavorar con loro, con la grande tranquillità necessaria ai Kleinkief, con la passione da sempre marchio di fabbrica dell’etichetta trevigiana. Purtroppo come probabilmente avrai saputo la Fosbury chiude i battenti, per fortuna senza patemi, anzi, con la consapevolezza di aver svolto in piu’ di dieci anni di attività un lavoro importante a supporto della musica “piccola”! [questa notizia mi è stata data dagli stessi Kleinkief di persona, la scorsa settimana, n.d.r.]

6. La formazione attuale vi vede in sei sul palco. Avete mantenuto le due chitarre delle origini e una la suoni tu, però oltre al basso e alla batteria c’è il rhodes di Claudio Favretto. Cosa comporta arrangiare per sei e quale direzione sta prendendo il vostro suono?

Suonare con la attuale formazione per me è talmente entusiasmante che ancor oggi, dopo migliaia di prove, non vedo l’ora di andare in sala prove e vedere cosa succede. Ma non è solo il fatto di essere in tanti, è soprattutto l’alchimia che si è formata, ancor più ultimamente, dopo l’arrivo di Erik [Erik Ursich, anche bassista della band Grimoon, n.d.r.], ad essere stuzzicante, è un po’ come se avessimo trovato una specie di parola magica che ci permette, quando prendiamo in mano gli strumenti, di partire all’impazzata, di vaneggiare senza remore, di ritornare bambini, di farci schizzare le orbite, per poi tornare, senza difficoltà a rimetterci in macchina e tornare a casa. È per me un periodo felicissimo, la band è affiatata e suoniamo con una naturalezza che non avevamo da tempo! Essere in 6 è elettrizzante, è stimolante, può succedere di tutto, anche perché più della metà di noi 6 è pazza, non solo musicalmente parlando…

7. Vuoi parlarci dei vostri progetti per il futuro e dei prossimi live?

Dal vivo, dopo la data di venerdì scorso a Venezia con voi UnkNwn [la giovane band in cui suono ha avuto il piacere di condividere il palco con i Kleinkief due volte già, n.d.r.] e quella di venerdì prossimo all’Altroquando [che dal 1991 porta in Veneto tutto il rock indipendente italiano, e lo fa in una piccola osteria di provincia, a Zero Branco (TV)] con i Verbal, non abbiamo altre date fissate; so che il 30 Maggio si saluta la Fosbury a Galliera Veneta e magari sarem lì. Ad ogni modo l’epopea kleinkieffiana continua, non vedo l’ora sia il 25 per suonar dal vivo, ma non vedo anche l’ora sia mercoledì, un qualsiasi mercoledì, per provare in saletta, con i miei compagni! Questo per me è la miglior prerogativa per un futuro roseo e gratificante, ricco e bizzarro, con Samu, Nico, Claudio, Fabio ed Erik mi sento come fossi nella band più fica che c’è e penso che prima o poi faremo scoppiare un botto che si sentirà fino ad Alfacentauri!!!!! Yo!

[Youtube http://www.youtube.com/watch?v=HVTmNpJbtz8%5D

I Kleinkief sono nati nel 1995; nel ’96 registrano il loro primo brano S’klero per la compilation Stop stereotipi, mentre ne ’97 vincono il concorso Q13 a Mestre e iniziano a registrare il loro primo disco, Il sesso degli angeli, autoprodotto e distribuito da Srazz Record. Nel ’98 partecipano a No playback a L’Aquila vincendo il premio come ‘miglior autore’, e a Ritmi Globali classificandosi primi; nello stesso periodo scrivono le musiche per lo spettacolo teatrale Marghera Strasse per la regia di Ulderico Manani. Il secondo disco, registrato in una casera delle Dolomiti bellunesi in mezzo al nulla, esce nel ’99 e si intitola Colori Dolciumi Fotocopie (Dischi Woland); qui la band cerca e trova un suono viscerale e isterico, e il video di Woland di Massimiliano Corò – pezzo tratto dall’album –, si aggiudica il premio miglior regia al MEI di Faenza. Quindi, dopo un lungo tour e allargamento della formazione [ricordiamo che inizialmente nel gruppo ci sono anche Elena Vianello (in foto qui sotto), e Gianluca Casabianca, n.d.r.] cominciano a pensare ad un suono nuovo, fatto da vecchi synth e dall’eliminazione delle distorsioni: si tratta di un esperimento che li porta a incontrare godevoli stimoli e a spostarsi da quel rock tipicamente noise esplorato in precedenza. Nel 2002 esce D’amortelocanto, il terzo album per Srazz Records, che esprime una visione personale del pop: si tratta di un disco surreale e onirico, iperprodotto e deviato, con orchestrazioni impossibili, movimenti senza apparente filo conduttore e voci che incontrollabili vagano qua e là, che ottiene un’ottima risposta dalla critica ma la band, da lì a poco, si smembra. Dopo una decina d’anni di silenzio e in tempi recenti, i Kleinkief sono ritornati sul palco con organico, canzoni e suono rinnovati; il gruppo è formato infatti da Samuele Giuponi, batteria, Thomas Zane, chitarra e voce, Nicolò De Giosa, chitarra, Claudio Favretto, rodhes, e Fabio Barlese, chitarra, Erik Ursich, basso. Nel 2012 hanno partecipato con il pezzo L’anarcosentimentale alla compilation che festeggia il decennale della Fosbury Record e, proprio per l’etichetta trevigiana, è uscito a giugno 2013 il loro quarto lavoro Gli infranti, ancora un disco bizzarro che è stato definito in questi termini: “il sound appare abbondantemente riveduto e corretto, con un parziale ritorno alle origini ma con un’inedita freschezza pop mai banale – accantonati estremismi noise, deliri no wave e divagazioni onirico-surreali – e una inalterata attitudine alla sperimentazione di nuove e insolite soluzioni sonoro-melodiche e come sempre al di fuori di mode e tendenze, dentro un percorso di ricerca del tutto personale.” (Marco Salanitri, Outsidermusic).

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***Le immagini utilizzate, in ordine, sono di proprietà di Francesco Burlando (prima e terza, fatte l’11 aprile @ Laboratorio Morion a Venezia) e Matteo Scorsini (la copertina di gli infranti). Li ringraziamo.***

Paolo Triulzi, Il televisore di Orwell e il telecomando di Huxley (Le liane #1)

dettaglio di affiche n. 76 di Elisa Blanc Bernard

dettaglio di affiche n. 76 di Elisa Blanc Bernard

Il televisore di Orwell e il telecomando di Huxley

di Paolo Triulzi

Da anni mi diverto, per modo di dire, cercando nel nostro presente quali aspetti dei futuri distopici descritti da Orwell e Huxley sembrano essersi avverati. In particolare torno spesso sulle riflessioni circa la televisione. Più o meno ogni mattina mentre aspetto il treno che mi porta a lavorare e vedo la piccola stazione di provincia dalla quale parto corredata di un cospicuo numero di schermi grandi e piatti che trasmettono a ciclo continuo.
George Orwell, nel capitolo iniziale di 1984, fornisce una descrizione del “teleschermo”. Largo e piatto, appeso al muro – e già troviamo l’estetica odierna dell’oggetto perfettamente preconizzata. La differenza tecnica principale con i nostri è quella che il “teleschermo” di 1984 funziona anche da ricevente, da occhio acceso dentro ogni casa. Non si viene guardati costantemente, dice Winston, che è l’unica voce di cui il lettore dispone dentro il romanzo, ma in linea teorica ne esiste la possibilità. I governati sono portati a crederlo, in ogni caso, e sono suggestionati  da un’idea di controllo costante che fa della televisione un vero e proprio strumento di governo.
Non si può negare che anche nel nostro mondo i poteri suggestivi della televisione siano molto ampi. Questa infatti svolge una funzione determinata nei meccanismi che portano alla formazione e al consolidamento del potere politico e – tolta naturalmente la funzione del controllo – si può assimilare effettivamente a uno strumento di governo. Basti considerare il ruolo che l’opinione pubblica e l’informazione dovrebbero svolgere nel funzionamento delle teorie democratiche. Basta osservare le infinite discussioni politiche per la regolamentazione degli spazi televisivi concessi ai candidati in campagna elettorale.
La suggestione dei governati è molto importante anche ne Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Ma qui la televisione non “guarda” gli spettatori – tecnicamente nemmeno esiste – ma li stimola, li rapisce, li intrattiene completamente. Ne Il mondo nuovo non si parla mai di televisori ma esistono invece macchine che profumano l’aria, apparecchi da musica che inducono gli stati d’animo, cinema odoroso e tattile che fornisce un’esperienza “completa” del film che si sta guardando. Come dice lo stesso Huxley in uno dei saggi che compongono Ritorno al mondo nuovo: in 1984 il potere è mantenuto dal controllo e dalla minaccia, mentre ne Il mondo nuovo dal piacere.
Anche in questo caso il paragone con il presente risulta possibile. Guardiamo ad esempio l’evoluzione che l’intrattenimento ha subito nell’ultima decina di anni. Superato il mero rapporto di maggiorità che la televisione instaurava con lo spettatore, stiamo ora in una dimensione improntata all’interattività in cui è l’utente stesso a scegliere i contenuti da fruire in un panorama vasto e che ne offre per ogni gusto, coinvolto in una vera e propria liason con i propri fornitori di intrattenimento. I contenuti sono, ovviamente, prodotti a monte di una catena di interessi e dunque “orientati”, dall’altra parte il consumo degli stessi è spontaneo, standardizzato, continuo.
Entrambi scrittori di “romanzi di idee”, di testi a tesi, Orwell e Huxley partono però da presupposti completamente diversi, che sono forse specchio di opposti modi di vedersi e viversi nel mondo. Orwell è fortemente coinvolto, è appassionato: ritiene di dover combattere contro qualcosa. Huxley è distaccato: prende l’uomo, guarda le “forze impersonali” alle quali è sottoposto, e cerca delle leggi generali.

1984 è stato pubblicato nel 1948, scritto, pare, nei due anni precedenti. L’Europa aveva conosciuto l’avvento dei regimi totalitari e assistito alla configurazione stalinista del potere sovietico. Si minava, da una parte, la fede socialista che aveva animato gran parte degli intellettuali dell’epoca e si prefiguravano, dall’altra, gli effetti della divisione del mondo nei due blocchi della guerra fredda. Orwell, scrittore quintessenzialmente politico, giornalista da sempre sul fronte delle tensioni sociali, delle lotte di classe come della guerra civile spagnola, restituiva una profezia di un mondo dominato da macropotenze perennemente in guerra fra loro e annichilenti rispetto alle coscienze individuali.
Il mondo nuovo, invece, è del 1932. Huxley, iniziato alle lettere a causa di un problema di salute che arrestò sul nascere i suoi studi in medicina, è forse portatore di uno sguardo meno ampio sul mondo esterno ma più concentrato sull’umano in quanto essere e i suoi meccanismi. Il sistema di governo ne Il mondo nuovo non è improntato su di un modello politico bensì produttivo: il fordismo. Huxley vede chiaramente un futuro pacificato, popolato da consumatori ideali, condizionati al conformismo e all’edonismo e infine soddisfatti in ogni bisogno dal potere che li governa. Il potere preserva l’ordine preservando i governati dalle proprie tensioni interiori, dalla consapevolezza di sé.
Per quanto i temi trattati ne Il mondo nuovo sembrino attualissimi e i principi della società lì descritta siano molto vicini a quelli che muovono le nostre “democrazie di mercato”, è a 1984 che penso ogni mattina, sulla banchina del treno. Anche se il sistema in cui viviamo preferisce blandirci con i condizionamenti piuttosto che irreggimentarci con le punizioni, e molti dei presupposti alla base della società di 1984 siano ormai Storia, troppe condizioni mancano ancora alla realizzazione del “mondo nuovo”.
Così, mentre dagli schermi della stazione la compagnia ferroviaria si premura di raccontarmi di tutti i nuovi chilometri di rotaia posati, delle riparazioni effettuate alle linee, delle nuove stazioni iper-tecnologiche costruite, e  il mio treno fa un ritardo di venti minuti come ogni giorno, penso che per il momento la televisione si deve ancora limitare a mentirci e ripeterci continuamente le sue verità nella speranza di penetrare quanti più cervelli possibile. Ma repetita juvant, lo dicevano i latini ed è la base di ogni catechismo e di ogni campagna elettorale.
Le tecniche utilizzate per il condizionamento degli infanti ne Il mondo nuovo saranno più o meno identiche a quelle che la televisione ha sviluppato nel suo percorso fino a oggi, a partire dalla propaganda mediatica dei regimi totalitari. Solo che l’applicazione sarà sistematica e preventiva. Per dirla con Huxley: è solo questione di organizzazione.
Un passo alla volta, quindi.