Hohenstaufen

Andrea Leone, Ricongiungimento (inedito)

berlin6

Recente vincitore del Premio Internazionale di Letteratura Città di Como per la poesia edita, Andrea Leone ci regala questo inedito. La ragione del Premio è contenuta nella seguente dichiarazione ufficiale: «In una lingua fatta di ripetizioni e liturgie, l’autore alza il suo canto folle, la sua invocazione perché un altro mondo abbia luogo, perché risplenda un’altra verità, la terribile verità della condizione umana, l’orgoglio coraggioso della nostra solitudine e del nostro essere creature».
Con questo inedito, Ricongiungimento, Leone procede da Hohenstaufen (L’arcolaio, 2016), proseguendone la traiettoria disegnata, che in lui continua a disegnarsi. Una congiunzione e una conferma di orizzonte e di visione, «dove è iniziato/ l’intero entusiasmo». (CP)

Ricongiugimento

Dico il Dio giovanissimo.
Dico il nuovissimo
spettacolo, calcolo,
il beato massacro,
il miracolo spietato,
il mio esercito esatto.

Canto in alto il calendario,
la prima data di tutto,
fondo l’anno,
chiamo i nuovi
convivi invisibili,
contemplo il compleanno
del giovane contagio,
ritorno al fuoco
dove conosco,
oso il corpo luminoso.

Inizio la scienza,
invito la prima
vita definitiva
alla frana divina.

Invento l’incendio,
esalto il racconto e il metronomo,
formo il nuovo crollo.
Evento perfetto
stermino.
Figlio dell’anno d’acciaio
avanzo in un altro
attacco matematico.

Salvo il diario,
le sue infinite
lingue antiche,
ferite dove sto per fiorire.

Metallo ed attimo appaio
compleanno del secolo,
anniversario del genio,
splendore crudele,
creature e distruzione.

Eseguo il mio infinito spavento.
Creo il mio sterminio simultaneo.
Divento il palco dove è iniziato
l’intero entusiasmo.

Sto spaventando
le carneficine eccelse,
le cronache elettriche dell’essere.
Sto diventando
un altro teatro.

Raccontato dal compito esatto
sto ricordando
ciò che accadrà in questo attimo.

Vita
finalmente spietata,
stai per diventare la data massacrata
da un’ algebra esatta,
l’allarme dell’arte,
l’allarme dell’istante,
le beate età della strage,
le pagine della mia immagine,
le algebre salve,
gli spaventati
istanti ritrovati,
il nuovo
corpo del capolavoro.

Adesso, nel martello, io sono
gli animali degli annali,
i diari drammatici,
gli infiniti felici,
i palcoscenici dei secoli,
una febbre di feste concrete,
una febbre di regole perfette,
una febbre nel celebre
cielo di idee dell’essere,
le mie scene segrete,
le mie prime
enciclopedie degli incendi,
l’estasi di esempi,
tutti gli spaventi adolescenti,
e gli Dèi
che hanno amato ancora una volta.

.

“Salgo sul palco che un giorno ho contemplato”. Hohenstaufen, di Andrea Leone

hohenstaufen

 

Venti poesie, un distillato. Una fermezza speciale nel testo, una forza che deriva, io credo, da un tremore a lungo appartenuto all’autore. Una poesia “grossa”, vasta, alta e solenne, quella di Hohenstaufen, larga, capiente: un dettato che possiede senz’altro molta grandezza, e molta vertigine. La scrittura di Leone ha in questo un fascino terribile, e invita continuamente, profondamente, all’analisi del testo, quasi richiamasse il lettore in un vortice analitico, piena di festa e di sacrificio com’è, capace come in pochi casi di una voce che non si risparmia: «Invado i documenti e i demoni, il metro e l’esito, il sepolcro e l’esordio».
L’oggi del mondo si fissa nel presente delle epoche passate: lo spirito moderno (l’eco di Hölderlin); l’età medievale (gli Hohenstaufen appunto, i duchi di Svevia imperatori e re di Sicilia tra XII e XIII secolo); l’antichità soprattutto, la sua prospettiva che in noi continua a riformarsi, quella luce nella quale ci troviamo costantemente risospinti: «Non so chi tu sia,/ mia età nuovissima./ Non so quale Dea/ stia preparando la mia età antica». L’intendimento dell’autore è questo: legare anni, età, epoche, ere.
Un’opera d’arte ci fa pensare, sempre. Ci sono immagini e termini in questo libro che sono categorie della mente, che “spietatamente”, vorrei direi, fanno da collante poematico: Dèi, teatri, matematica e musica (la musica, assolutamente, i suoni che emergono ad esempio in questo passaggio: «Sto per essere/ abbandonato al sacro/ massacro del calendario e del miracolo»). E poi nascite e dinastie, sentenze, mattatoi, mentre s’inscena di continuo la rincorsa tra esordio ed estinzione.
Già, s’inscena: è una messa in scena infatti, quest’io. In teatro, sul palco, la pronuncia dell’io è l’unica via per poter rappresentare il mondo, sembra volerci dire Leone, l’unico sguardo che può mettere a fuoco il noi e il voi del mondo. Un io-linguaggio, la costruzione del linguaggio che è la casa dell’essere.
Ci sono due luoghi indicati con precisione, Martina Franca, Pizzo del Vento, Viale Jenner, Via del Duomo. Ma c’è di più, di più ampio e di difficile definizione: c’è l’Europa, c’è l’Occidente dietro e dentro quest’io, un io alato che si muove nel tempo e nello spazio, un io sovrano che incorona. Non a caso in copertina campeggia la Siegessäule di Berlino, la Colonna della Vittoria che svetta nel Tiergarten.
È una voce che non si risparmia, dicevo, quella di Leone. Si nota un uso ripetuto del vocativo, quei «vocativi incantati e terribili», come giustamente evidenziato dalla preziosa prefazione di Lorenzo Chiuchiù, e con il vocativo vediamo l’iterazione, l’anafora e la costruzione progressiva del verso, i motori di questa poesia. Un esempio: «Questo è l’innamoramento./ Questo è il monumento del momento./ Questo è l’immens / segreto che recito». O ancora, più chiaramente: «O storie/ o storie delle colpe/ o storie delle colpe io vissi/ o storie delle colpe io vissi per estinguervi». Un nascere e un rinascere ininterrotti, meccanismo all’interno del quale troviamo non nascosta la lezione di un maestro come Milo De Angelis, del quale a tratti assume il medesimo respiro. In versi come: «L’adolescente, immortale/ nelle frane della frase» o in una formulazione come: «corte marziale dell’istante», lo sentiamo quel respiro, lo riconosciamo bene, insieme ad altre lezioni, antiche e sempre nuove e mai scontate, che l’autore ha imparato e porta in sé. Per nascere nuovamente, certo: «esaltato dal sacro// spettacolo in cui nasco», scrive. E rinascere, in un passato pronto a iniziare, in un presente che è sempre stato, ed è «il miracolo contemporaneo».

Cristiano Poletti