Herta Müller

proSabato: Herta Müller, La lingua ladra

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Non mi fido della lingua. So bene, per esperienza personale, che essa, per farsi precisa, deve prendere sempre qualcosa che non le appartiene. Non so perché le immagini evocate dalla lingua siano così ladre, perché la similitudine più riuscita si appropri, con il furto, di qualità che non le spettano. La sorpresa nasce solo con l’invenzione e abbiamo continue prove che la vicinanza alla realtà inizia solo con la sorpresa inventata. Solo quando una percezione deruba l’altra, quando un oggetto si impossessa del materiale di un altro, per poi utilizzarlo – solo quando ciò che nel reale si esclude è diventato plausibile nella frase, la frase si può imporre alla realtà come realtà autonoma, come realtà in un certo modo fattasi parola, ma valida in quanto parola.

Herta Müller
(dalla prima delle lezioni tenute a Zurigo nel 2007; traduzione di Anna Maria Curci)

Herta Müller e la dittatura: “Il desiderio di poterlo dire”

di Anna Franceschini

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E il re s’inchina un po’
e a piedi viene di solito la notte
e dal tetto della fabbrica nel fiume
brillano due scarpe
alla rovescia e così presto bianche come neon
e l’una ci rompe la faccia
e l’altra ci rompe morbida le costole
e spente al mattino le scarpe di neon
il melo selvatico lunatico l’acero arrossisce
le stelle in cielo passano come popcorn
e il re s’inchina e uccide.

(Herta Müller, il re s’inchina e uccide, trad. di Fabrizio Cambi, 2011)

.

Quando penso ad Herta Müller, ho in mente una stanza in assetto confusionario, una stanza al limite dell’esclusione, di passaggio, con libri e giornali senza un proprio luogo di appartenenza e forbici che tagliano e ricompongono. Una confusione ammaestrata dalle parole, dalla vivacità dei significati, dalle lingue; dove non esiste una direzione, un modo di dire o per dire qualcosa, ma infiniti e infiniti modi che consumano la vita stessa. La vita e la scrittura di Herta Müller sono un continuo avvicinarsi alla morte e risalire con dettagli e oggetti minuti, essenziali, di salvezza e precisione.
È un mondo alla rovescia, capovolto, dove le definizioni sono state rubate da un re di legno, che si muove in una scacchiera (“Era un re che si distribuiva negli altri e si sceglieva una materia sempre nuova in cui poter vivere: il re di legno nel gioco degli scacchi, il re di latta nel galletto, il re di carne nel pollo. Guardare la materia, con cui sono fatti gli oggetti, accentuava i suoi tratti inducendo la mente a vagare follemente […] Inevitabilmente dipendevo dal potere ora bonario ora malvagio del re”, Herta Müller, Il re s’inchina e uccide, 2011), o morte in un’ideologia – quella della dittatura che appiana tutti i livelli, cancella le sfumature, e cambia i significati a suo piacimento; o, ancora, inibite dalla paura, quella stessa che, tuttavia, viene presentata dalla Müller come il momento in cui la nostra esistenza si manifesta in tutta la sua vitalità. Ed è a tale riguardo che la scrittrice commenta con le parole di Cioran:

“Emil Cioran diceva che i momenti di panico ci avvicinano più di ogni altro all’esistenza. La ricerca improvvisa del senso, la febbre nervosa, i brividi dell’anima alla domanda: che valore ha la mia vita.” (Herta Müller, Il re s’inchina e uccide)

(altro…)

Reloaded (riproposte estive) #3: Gli anni meravigliosi – 18 – Oskar Pastior

Pastior_copertina

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

***

 

La diciottesima tappa della rubrica “Gli anni meravigliosi” si sofferma su una poesia di Oskar Pastior, che il pubblico dell’emittente tedesca NDR 3 ebbe modo di ascoltare nel corso di una trasmissione il 13 dicembre 1972. Qualsiasi testo di Oskar Pastior, appartenente alla comunità di lingua tedesca in Romania, è una sfida per chi voglia affrontarne la resa in un’altra lingua. In special modo rispolverature conferma la veridicità di questa affermazione. L’allusione alla consuetudine, farsa quotidiana delle ‘rispolverature’ ha un crescendo che culmina nel riferimento al misticismo di Jakob Böhme (1575-1624), “Philosophus teutonicus” ricorrente nelle operazioni di recupero (alla moda?).

IN SPECIAL MODO RISPOLVERATURE sarebbero da fare
giornalmente pare che se ne sia entusiasti esse
avrebbero un che di tanto generoso in sé
soprattutto le stagioni in tutte le
misure si vorrebbero in sé considerare esse
portano il futuro in casa e cuore
e soltanto lo sgombero quotidiano preserva ciò che
altrimenti cadrebbe a pezzi la si farebbe magnanimamente
finita si prenderebbe nota del grido di raccolta
ci si vorrebbe vedere per tempo si ri-
correrebbe a jakob e  ci si illuderebbe
di rispolverature di böhme in aree industriali di vaste pro-
porzioni

BESONDERS ENTSTAUBUNGEN seien täglich
vorzunehmen man sei davon angetan sie
hätten etwas so großmütiges an sich
vornehmlich die jahreszeiten in allen
größen wolle man an sich beachten sie
bringen die zukunft in herz und heim
und nur tägliche räumung erhält was
sonst zerfiele man tue sich großmütig
etwas an man merke den sammelruf vor
man wolle sich sehen beizeiten man neh-
me jakob in anspruch und mache sich
böhmes entstaubungen industrieller groß-
flächen vor

Oskar Pastior (da: »… sage, du habest es rauschen gehört«,  Werkausgabe Band 1, Hanser, München-Wien 2006, 353)

(traduzione di Anna Maria Curci)

_____________________________________________

Oskar Pastior nacque a Sibiu (il nome tedesco della città è Hermannstadt) il 20 ottobre 1927. Appartenente alla comunità di lingua tedesca in Romania, Pastior frequentò nella città natale, dal 1938 al 1944, la scuola secondaria, sempre nella lingua tedesca, la lingua che si parlava in famiglia, la lingua dei libri che leggeva. Nel 1945, proprio perché appartenente alla comunità di lingua tedesca,  fu deportato nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina, dove rimase internato fino al 1949.  Al ritorno nella città natale, iniziò dapprima a lavorare e solo nel 1953 poté conseguire la maturità; nel 1955 intraprese il corso di studi in  lingua e letteratura tedesca presso l’università di Bucarest. Dopo la laurea, conseguita nel 1960, lavorò per otto anni a Bucarest come redattore di un programma radiofonico in lingua tedesca. Nel 1968, durante un soggiorno per motivi di studio nella Repubblica Federale Tedesca, decise di non ritornare in Romania.  Dopo un breve periodo a Monaco di Baviera, si trasferì a Berlino.  Dal 1969 alla morte, avvenuta il 4 ottobre 2006, Pastior ha svolto esclusivamente l’attività di scrittore. Come Georges Perec e Italo Calvino, anche Oskar Pastior ha fatto parte dell’OuLiPo, Ouvroir de Littérature Potentielle, fondato nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais. Tra i premi letterari dei quali fu insignito figurano i seguenti: 1965, in Romania, Premio per la Nuova Letteratura di Romania, nel 1969 Premio Andreas Gryphius,  nel 2006, postumo, il Premio Büchner. Nel 1981 Pastior soggiornò a Roma, all’Accademia Tedesca di Villa Massimo, in qualità di vincitore di quella borsa di studio che viene annualmente assegnata ai migliori giovani artisti della Repubblica Federale Tedesca. Nella poesia lirica sperimentale così come nella prosa, argomento centrale della scrittura di Pastior è il rapporto con lingua e linguaggio.  Una lingua ‘liberata’ dalla camicia di forza della costruzione logica è in grado di creare nuovi mondi di esperienza e di conoscenza: questo vuole dimostrare la sua ricchissima produzione lirica. Alcuni titoli: Fludribusch im Pflanzenheim (1960), Vom Sichersten ins Tausendste (1969), Gedichtgedichte (1973), Höricht (1975), An die Neue Aubergine. Zeichen und Plunder (1976), Ingwer und Jedoch (1985). Anagrammgedichte (1985),Modeheft (1987), Kopfnuß Januskopf (1990), Vokalisen & Gimpelstifte (1992), Das Unding an sich (1994), Eine kleine Kunstmaschine (1994), Das Hören des Genitivs (1997), Villanella & Pantum (2000). La casa editrice Hanser ha pubblicato dal 2003 al 2008 l’edizione completa delle sue opere in quattro volumi. Fu Herta Müller (premio Nobel per la letteratura nel 2009) a raccogliere le testimonianze di Pastior sulla deportazione della minoranza tedesca romena nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina.  Il romanzo Atemschaukel, Altalena del respiro, era stato progettato come un’opera a quattro mani, che Herta Müller decise di proseguire e concludere da sola dopo la morte di Pastior.

© Anna Maria Curci

L’articolo è apparso la prima volta il 18 luglio 2013, qui.

Gli anni meravigliosi #18: Oskar Pastior

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute – su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Pastior_copertinaLa diciottesima tappa della rubrica “Gli anni meravigliosi” si sofferma su una poesia di Oskar Pastior, che il pubblico dell’emittente tedesca NDR 3 ebbe modo di ascoltare nel corso di una trasmissione il 13 dicembre 1972. Qualsiasi testo di Oskar Pastior, appartenente alla comunità di lingua tedesca in Romania, è una sfida per chi voglia affrontarne la resa in un’altra lingua. In special modo rispolverature conferma la veridicità di questa affermazione. L’allusione alla consuetudine, farsa quotidiana delle ‘rispolverature’ ha un crescendo che culmina nel riferimento al misticismo di Jakob Böhme (1575-1624), “Philosophus teutonicus” ricorrente nelle operazioni di recupero (alla moda?).

 

IN SPECIAL MODO RISPOLVERATURE sarebbero da fare
giornalmente pare che se ne sia entusiasti esse
avrebbero un che di tanto generoso in sé
soprattutto le stagioni in tutte le
misure si vorrebbero in sé considerare esse
portano il futuro in casa e cuore
e soltanto lo sgombero quotidiano preserva ciò che
altrimenti cadrebbe a pezzi la si farebbe magnanimamente
finita si prenderebbe nota del grido di raccolta
ci si vorrebbe vedere per tempo si ri-
correrebbe a jakob e  ci si illuderebbe
di rispolverature di böhme in aree industriali di vaste pro-
porzioni

BESONDERS ENTSTAUBUNGEN seien täglich
vorzunehmen man sei davon angetan sie
hätten etwas so großmütiges an sich
vornehmlich die jahreszeiten in allen
größen wolle man an sich beachten sie
bringen die zukunft in herz und heim
und nur tägliche räumung erhält was
sonst zerfiele man tue sich großmütig
etwas an man merke den sammelruf vor
man wolle sich sehen beizeiten man neh-
me jakob in anspruch und mache sich
böhmes entstaubungen industrieller groß-
flächen vor

Oskar Pastior (da: »… sage, du habest es rauschen gehört«. Werkausgabe Band 1, Hanser, München-Wien 2006, 353)
(traduzione di Anna Maria Curci)

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Oskar Pastior nacque a Sibiu (il nome tedesco della città è Hermannstadt) il 20 ottobre 1927. Appartenente alla comunità di lingua tedesca in Romania, Pastior frequentò nella città natale, dal 1938 al 1944, la scuola secondaria, sempre nella lingua tedesca, la lingua che si parlava in famiglia, la lingua dei libri che leggeva. Nel 1945, proprio perché appartenente alla comunità di lingua tedesca,  fu deportato nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina, dove rimase internato fino al 1949.  Al ritorno nella città natale, iniziò dapprima a lavorare e solo nel 1953 poté conseguire la maturità; nel 1955 intraprese il corso di studi in  lingua e letteratura tedesca presso l’università di Bucarest. Dopo la laurea, conseguita nel 1960, lavorò per otto anni a Bucarest come redattore di un programma radiofonico in lingua tedesca. Nel 1968, durante un soggiorno per motivi di studio nella Repubblica Federale Tedesca, decise di non ritornare in Romania.  Dopo un breve periodo a Monaco di Baviera, si trasferì a Berlino.  Dal 1969 alla morte, avvenuta il 4 ottobre 2006, Pastior ha svolto esclusivamente l’attività di scrittore. Come Georges Perec e Italo Calvino, anche Oskar Pastior ha fatto parte dell’OuLiPo, Ouvroir de Littérature Potentielle, fondato nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais. Tra i premi letterari dei quali fu insignito figurano i seguenti: 1965, in Romania, Premio per la Nuova Letteratura di Romania, nel 1969 Premio Andreas Gryphius,  nel 2006, postumo, il Premio Büchner. Nel 1981 Pastior soggiornò a Roma, all’Accademia Tedesca di Villa Massimo, in qualità di vincitore di quella borsa di studio che viene annualmente assegnata ai migliori giovani artisti della Repubblica Federale Tedesca. Nella poesia lirica sperimentale così come nella prosa, argomento centrale della scrittura di Pastior è il rapporto con lingua e linguaggio.  Una lingua ‘liberata’ dalla camicia di forza della costruzione logica è in grado di creare nuovi mondi di esperienza e di conoscenza: questo vuole dimostrare la sua ricchissima produzione lirica. Alcuni titoli: Fludribusch im Pflanzenheim (1960), Vom Sichersten ins Tausendste (1969), Gedichtgedichte (1973), Höricht (1975), An die Neue Aubergine. Zeichen und Plunder (1976), Ingwer und Jedoch (1985). Anagrammgedichte (1985), Modeheft (1987), Kopfnuß Januskopf (1990), Vokalisen & Gimpelstifte (1992), Das Unding an sich (1994), Eine kleine Kunstmaschine (1994), Das Hören des Genitivs (1997), Villanella & Pantum (2000). La casa editrice Hanser ha pubblicato dal 2003 al 2008 l’edizione completa delle sue opere in quattro volumi. Fu Herta Müller (premio Nobel per la letteratura nel 2009) a raccogliere le testimonianze di Pastior sulla deportazione della minoranza tedesca romena nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina.  Il romanzo Atemschaukel, Altalena del respiro, era stato progettato come un’opera a quattro mani, che Herta Müller decise di proseguire e concludere da sola dopo la morte di Pastior.

© Anna Maria Curci