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Giovanna Amato, La signora dei pavoni. Intervista di Anna Maria Curci

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Giovanna Amato, La signora dei pavoni, Edizioni Empiria 2016

Nota e intervista all’autrice di Anna Maria Curci

Grazia. Intuito. Intreccio. Sono le tre parole che hanno accompagnato la mia lettura de La signora dei pavoni di Giovanna Amato.
La grazia è talento che Giovanna Amato non spreca, non seppellisce, non butta via. Lo so, è difficile seminare e raccogliere grazia, scorgerla e schiuderla a chi sa accoglierla, nel tempo e in questo tempo, nella provincia e nella Grande Città (con la maiuscola, come nel racconto La cometa) che calpestano, stracciano, omettono e immiseriscono. Tener fede alla grazia, vestirla e curarla, affrontare i suoi colpi – la bellezza è tremenda – è impegno irto di fatiche e rischi. C’è questa consapevolezza nei sette racconti e nelle tre fiabe che compongono la raccolta, senza che, tuttavia, siano fatiche e rischi ad appesantire il passo della narrazione. Al contrario, è la misura, non una parola soverchia, non una lacuna nelle scelte lessicali e stilistiche, a guidare la grazia, spesso, esplicitamente, come avviene in Pavane, il racconto di apertura che non manca di farmi pensare all’omonima composizione di Gabriel Fauré, e in Odette, che si richiama al balletto Il lago dei cigni di Čajkovskij, intessuta e colma di musica e danza.
Intuito: Giovanna Amato in profondità, con lo sguardo che scrive, e anticipa, pre-vede. Era chiaro agli altri? Era palese? Essi pensano ad altro, scriveva Silvio d’Arzo. Giovanna Amato è consapevole che altri possono fare spallucce e voltare le spalle. Lei, invece, non teme la sosta, entra nell’iride, pura o screziata. Chi si ferma ad ascoltare il racconto del viaggio lì dentro è premiato. Tra le immagini che l’intuizione riesce a cogliere c’è, sommo fascino e sommo pericolo, quella speculare, tema dominante in Cantico dell’odio bianco e pur presente anche in altri testi.
Intreccio: qui intendo non solo la capacità solida di costruzione, ma anche quella di collegare mondi e prospettive lontani tra loro, Oriente e Occidente, fiaba e mito, cronaca e illuminazione.  Mettere in comunicazione generi, (arche)tipi, micro- e macro-galassie è congeniale a Giovanna Amato. Su questo punto, come ben individuato da Biancamaria Frabotta nella prefazione, l’affinità dell’intento con l’aspirazione all’assoluto dei romantici, si arricchisce della sempre romantica (mi riferisco al primo romanticismo di Jena, al romanticismo dei fratelli Schlegel, di Tieck e, soprattutto, di Novalis), fruttuosa e mai pasticciata fusione di ambiti: arti figurative, letteratura, musica, filosofia. La perizia sa condurre l’eterna “cerca”, la quête, fino sull’orlo di un abisso, senza mai precipitare. La corda, visibile, reiterata con argute variazioni, come avviene in La Porta dello Shen,  o impalpabile, resta ben tesa, e le conclusioni,  di ogni racconto, ogni fiaba, non sono chiusure, bensì varchi per possibili altre dimensioni.
Vorrei partire da quella ragazzina che osservava curiosa con il ginocchio incastrato nella ringhiera del balcone e andare a ritroso con alcune domande.

Quale passaggio c’è tra l’osservare, l’ascoltare e auscultare e la stesura narrativa?

Tu hai citato la bambina con il ginocchio incastrato nella ringhiera che osserva il protagonista del racconto, e io lo trovo incredibilmente interessante perché hai trovato un punto che per me è una vera e propria monade. Contestualizzo un attimo. Questo piccolo brano viene da La cometa; il protagonista è un astronomo che viene invitato a parlare a una festa per l’arrivo della cometa Hale-Bopp ma a questa stessa festa subisce un brutto torto. La cometa è un racconto sulla provincia, non sulla sua bellezza ma sulla sua cattiveria, sul lato asfissiante della sua natura. Soprattutto, La cometa è un racconto autobiografico. Io, che nel racconto sono la bambina che osserva il protagonista, in realtà sono stata l’oggetto del torto osservato. Ma quel giorno, tornando a casa con la voglia di scrivere un racconto sull’assurdità di quello che mi era successo, ho saputo con precisione che non mi andava di scrivere nulla in prima persona: per me la letteratura non è sfogo, semplicemente mi è successo qualcosa e quel qualcosa è diventato uno stimolo interessante. Ed è significativo che io abbia deciso di inserirmi come testimone, dall’alto del mio ginocchio incastrato nella ringhiera. Sembra uno schermo, invece è un forte segnale di partecipazione. Quindi ti rispondo così: ascolto, osservo quello che mi succede ma mi rifiuto di stenderlo così come accade, ho bisogno di elaborare, ho bisogno che quello che mi è successo sia di tutti. La letteratura per me non è una confessione né un modo per consolarsi, è offerta continua di tutto quello che mi accende. Mi piace pensare di essere tramite per tutto quello che i miei occhi riescono a vedere e le mie orecchie a sentire, perché sono cose che purtroppo accadono a me, soltanto a me, ma potrebbero diventare di chiunque. Basta che la mente riesca a rielaborarle abbastanza da togliere tutto quello che è personale. Quindi il passaggio direi che è questo, è la mente che si sforza di escludere tutto quello che è intimo e proprio per andare a raggiungere gli altri. Spesso è vano, perché anche la mente è tutta impregnata di se stessi. Ma se anche uno solo mi dice “è successo anche a me”, oppure “ho capito quello che hai detto, lo sento mio”, so di avere fatto il mio mestiere.

Quale incanto ha esercitato e continua (o no) ad esercitare il primo sguardo incatenato, a bocca aperta, sensibile alla minima variazione nel tono di voce, alla rivelazione in un moto incontrollato, sulla creazione di intrecci?

Più che un incanto è una guerra. A volte mi chiedono se mi piace scrivere. Anzi, lo affermano. Mi vedono scrivere per ore e ne deducono che mi piace. Io vado nel pallone: mi piace passare ore e ore e slogarmi i polsi perché uno stimolo che mi è arrivato ha portato a questa catena di eventi e situazioni che devo assolutamente stendere altrimenti la perderò? Una volta mia madre mi disse che ero ispirata, io ho risposto che ero in piena fase ossessivo-compulsiva. Il punto è questo: non ci si mette a tavolino nel tempo libero a godersi una sessione di scrittura, ma quando va benissimo ci si trova sfasciati da tutta una serie di intrecci che si costruiscono da soli, perché la mente è allenata; nel caso peggiore si impazzisce dietro un’idea che comunque non ti lascerà in pace finché non sarà stesa. Credo che scrivere sia un modo di funzionare del cervello. È una forma d’arte come è una forma d’arte fare il proprio lavoro al meglio, qualsiasi lavoro sia. Tutto questo è stremante quanto magnifico. E il più delle volte i momenti in cui il cervello è più disposto a scrivere sono quelli in cui si hanno più impegni esterni, meno tempo. Quindi dovrei rispondere che scrivere non mi piace; invece stare lì a guerreggiare con gli intrecci e le parole è una sensazione simile a pochissime altre, solo alcune forme di innamoramento possono starle accanto per potenza e bellezza.

Quanta parte occupa la concezione dell’agire umano come in un teatro permanente (penso a un racconto dell’autrice austriaca Ilse Aichinger, intitolato appunto Das Fenstertheater, il teatro alla finestra)?

Torno alla bambina con il ginocchio incastrato perché c’è una cosa che non ho detto. Lei sta osservando il protagonista del racconto dall’alto di un balcone, e ho già detto che è un racconto autobiografico. Quello che non ho detto è che anche la questione del ginocchio è autobiografica. È uno dei miei primi ricordi. Ho incastrato volontariamente il ginocchio in una ringhiera perché come la bambina nel racconto voglio fingere di essere intrappolata in una miniera per salvare i miei compagni di scuola che fino a quel momento mi avevano trattata male. Da bambina mi difendevo dai torti che mi facevano fingendomi un’eroina; ero una snob di prima categoria. Erano i miei primi intrecci, forse. Sfruttavo quello che mi succedeva per fare epiche narrazioni. A costo di lasciare un ginocchio nella ringhiera. Adesso sono più cresciuta e spero meno snob, e se guardo a tutti i racconti di questa raccolta sono poche le persone realmente esterne che descrivo. Tutti sono modulazioni di quello che potrebbe accadermi, a volte dialoghi con me stessa. È che ho imparato a osservare quello che fanno gli esseri umani, non li giudico mai, mi piace guardare le manifestazioni più estreme della loro umanità. Le registro. Mi impegno a fare quello che disse un grandissimo: niente di quello che è umano giudico alieno.

Da lettrice onnivora e insieme rigorosamente selettiva, quali tributi senti di dover ‘denunciare’ alle voci della narrativa di tutti i tempi?

Ho degli amori, delle persone che mi hanno cambiato la vita. I più grandi sono tutti citati nelle opere che scrivo, perché mi hanno impregnato talmente tanto che sarebbe facilissimo scovarne i debiti; preferisco denunciarli esplicitamente e li denuncio con gioia. Ma gli amori più folli non sono di narrativa. In questa raccolta nomino due francesi con le loro splendide opere di saggistica, Frammenti di un discorso amoroso di Barthes e Lo spazio letterario di Blanchot. Ma forse l’uomo che ha inciso di più nella mia crescita è stato Girard con tutta la sua opera, da La violenza e il sacro in poi. Sul suo pensiero ho costruito due libri che aspettano quieti quieti nel cassetto. Poi ci sono due poeti che mi sembra quasi strano siano umani, Emily Dickinson e Rilke. Se dovessi dire un solo nome per la narrativa, anche se non amo tutti i suoi libri, direi la Woolf per il suo rapporto sapientissimo e lieve con la scrittura. Se invece dovessimo fare il gioco di “salviamo un solo libro”, non avrei dubbi: Moby Dick. La grandezza di quel libro è di essere di una bellezza costante e totale, con dei giri di frase capaci di dare le vertigini. Ha un tema, quello della hybris, che è forse il mio preferito al mondo; credo si veda anche dai racconti che popolano questa raccolta, tutti variazioni dell’impossibilità di raggiungere l’oggetto del proprio desiderio. Eppure è percorso da sacche intere di inutilità narrativa, e questo paradossalmente fa risplendere la sua bellezza. Non amo la bellezza fine a se stessa, ma Melville è capace di mandarmi nella delizia anche quando si prendi lunghe ferie dal tema incredibile che sta trattando. È inarrivabile. Qual è invece secondo me il più grande artista che abbiamo ora e qui, in Italia, grande per quello che fa e per come lo fa? Cecilia Bartoli.

Quale ruolo rivestono i tuoi talenti e le tue passioni musicali nella narrativa ‘in proprio’?

Non riesco a misurare quello che devo alla musica perché probabilmente le devo gran parte delle mie attitudini e delle mie capacità, se ne ho qualcuna. Ho cominciato prestissimo, verso i cinque anni, e quindi non ho mai dovuto letteralmente imparare: conoscevo assieme all’alfabeto le regole matematiche della musica, e questo vuol dire cervello ben strutturato per tutte le abilità analitiche; ho ascoltato ogni tipo di musica da subito, sono stata in grado di riprodurla, sono stata messa in condizione di distinguere un barocco da un romantico e questo vuol dire sviluppare l’orecchio per i tipi di espressione, per le voci più che umane, per i contenuti strettamente legati alle forme. Ho conosciuto un linguaggio che unisce la matematica all’espressione. Tutti dovrebbero avere questa possibilità. Come ho consapevolmente usato questo bagaglio nella mia narrativa? In tanti modi. Mi vengono in mente due esempi in questa raccolta: ne La porta dello Shen, il protagonista assiste cinque volte alla medesima giornata, come nel Giorno della marmotta; ho ascoltato variazioni, passacaglie, sarabande, tutta quella musica che doveva cambiare la propria struttura per proporre lo stesso tema in maniera diversa. In Odette, invece, che è comparso per la prima volta su Poetarum Silva, ho fatto un esperimento: ho preso un passo a due per violino dal Lago dei cigni, il mio adorato Tchaikovskij, e ho studiato tutte le battute e la linea melodica, e ho cercato di convertire tutti gli elementi – le pause, le altezze delle note, il ritmo – in un monologo per voce umana. Dove ovviamente a parlare era Odette, il cigno bianco, nel momento in cui sapeva di star perdendo il suo principe. Un romanzo che sto finendo invece è basato su un brano musicale leggendario. E mi piacerebbe molto lavorare su un altro autore amato, Vivaldi. Ma questi sono tutti tributi d’amore. Cosa devo davvero alla musica, non lo posso sapere.

I libri che abbiamo preferito nel 2014 (non è una classifica)

Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2014. Quella che segue conterrà libri letti nel 2014 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2015 (gm)

parigi - foto gm

parigi – foto gm

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Giovanna Amato

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, C. E. Gadda, ed. Garzanti 2000 – Fosse anche solo la pagina sugli alluci. La pagina sugli alluci, diamine. Fa miracolo a sé.

Ovunque, proteggici, E. Ruotolo, Nottetempo 2014 – “La narrazione, al giorno d’oggi, quanto mordente ha perso, non ci sono più quei libri che ti fanno saltare sulla sedia a ogni pagina, non trovi cara?”, “No.”

Novantatré, V. Hugo, ed. Mondadori 1993, trad. F. Saba Sardi – Nella terna di capolavori di quel capolavoro di uomo che era Victor Hugo.

Almanacco del giorno prima, C. Valerio, Einaudi 2014 – Di Elena Invitti ci si innamora, punto. Tanto per complicarmi le cose, obbedisco in pieno. E con orgoglio: lei è più vera del vero.

Solaris, S. Lem, ed. Sellerio 2014, trad. V. Verdiani – (se del perché non sono venuti a capo a bordo, non vedo come potrei farlo io qui.)

(altro…)

Mai più senza # 4 – Speciale

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.

I classici verranno rigorosamente evitati. Le citazioni saranno rigorosamente ridotte al minimo. Ciascun libro talmente assoluto da imporre di essere semplicemente lasciato a dire se stesso verrà abbandonato in partenza.

Ma «esistono iniziative per le quali il metodo corretto è un adeguato disordine».

libro

per M.G., perché non si privi di niente
considerando quanto ancora c’è da amare.

Capisci, adesso, Bulkington? Non ti sembra di cogliere dei barlumi di quella verità mortalmente intollerabile: che ogni pensiero serio e profondo non è che l’intrepido sforzo dell’anima per mantenersi nell’aperta indipendenza del proprio mare, mentre i più sfrenati venti del cielo e della terra cospirano per gettarla sull’infida e servile riva?
Ma poiché solamente nella mancanza di approdi risiede la verità suprema, senza rive e indefinita come Dio, così è meglio perire in quell’urlante infinito che venir ingloriosamente scaraventato sottovento, anche se quella fosse la salvezza! Perché, come un verme, allora, oh!, chi mai vorrebbe strisciare vigliaccamente a terra? Orrore degli orrori! Tutto questo supplizio è dunque invano? Animo, animo, Bulkington! Punta al largo risoluto, semidio! Su dagli spruzzi della tua oceanica rovina, su, dritta, balza la tua apoteosi!

*

“Parla, immensa e veneranda testa,” bisbigliò Achab, “tu che, sebbene sguarnita di barba, pure qua e là ti mostri canuta di muschi, parla, poderosa testa, e dicci il segreto che è in te. Di tutti i tuffatori, tu ti sei tuffata più a fondo. Questa testa su cui adesso brilla alto il sole, s’è mossa tra le fondamenta del mondo. Dove immemori nomi e flotte arrugginiscono, e taciute speranze e àncore marciscono; dove nella sua stiva letale questa fregata, la terra, è zavorrata d’ossa di milioni d’annegati; là, in quell’orrendo regno d’acqua, era la tua più intima dimora. Tu sei stata dove né capanna né palombaro son mai giunti; hai dormito a fianco di tanti marinai, dove madri insonni avrebbero dato la vita per coricarsi. Tu vedesti gli amanti avvinghiati saltare dalla nave in fiamme, e cuore a cuore affondare sotto l’onda esultante: autentici l’un altro quando il cielo con loro apparve falso. Tu vedesti nella mezzanotte i pirati gettare dal ponte il secondo assassinato, che per ore discese nella mezzanotte ancor più fonda dell’insaziabile strozza, mentre i suoi assassini veleggiavano incolumi… e rapide saette squassavano la nave rimasta nei paraggi, quella che avrebbe portato un onesto marito fra protese e anelanti braccia. Oh testa! Tu hai visto abbastanza da schiantare i pianeti e far d’Abramo un miscredente, e non sei capace di una sola sillaba!”

*

C’è una saggezza che è sofferenza, ma c’è una sofferenza che è follia. E in certe anime c’è un’aquila dei Catskill che può sia tuffarsi nelle forre più nere sia innalzarsi da esse e farsi invisibile negli spazi assolati. E persino se restasse a volare per sempre dentro alla forra, quella forra è comunque tra le montagne; cosicché persino quando piomba più in basso l’aquila di montagna è sempre più in alto degli altri uccelli nella pianura, persino quando questi s’innalzano.

*

I. W. Taber – Moby Dick (1902)

“Oh! Tu limpido spirito di limpido fuoco, che su questi mari io un tempo adorai come un persiano, finché all’atto sacramentale tanto mi bruciasti da portarne tuttora sfregio, adesso ti conosco, limpido spirito, e adesso so che la sfida è il giusto modo d’adorarti. Né amandoti né riverendoti sarai benevolo, e anche odiandoti tu non puoi che uccidere; e tutti uccidi. Non è uno sciocco impavido colui che ora t’affronta.
Io riconosco il tuo indicibile, insituabile potere; ma fino all’ultimo rantolo della mia tellurica vita io contrasterò il suo incondizionato, incompleto dominio su di me. Nel mezzo dell’impersonale personificato, qui sta una personalità. Sebbene al più soltanto un punto, da qualsiasi luogo provenga, in qualsiasi luogo vada, nondimeno, nel mio viver terreno, la regale personalità vive in me e si rende conto dei suoi regi diritti. Ma la guerra è sofferenza, e l’odio dolore. Vieni nella tua più umile forma d’amore, e io m’inginocchierò e ti bacerò; ma, nella tua più altera, vieni come puro potere celeste, e per quanto tu possa varar inter flotte di mondi a pieno carico, c’è qui dentro quella che continua a restar indifferente. Oh, tu, limpido spirito, del tuo fuoco mi facesti, e, da vero figlio del fuoco, io alitandolo te lo rendo. […]
Io riconosco il tuo indicibile, insituabile potere; non ho forse detto così? Né m’è stato estorto; né ora mollo queste maglie. Tu mi puoi accecare; però io posso procedere a tentoni. Tu mi puoi consumare; però io posso essere cenere. Ricevi l’omaggio di questi poveri occhi, e delle mani che fan loro coperchio. Io non l’accetterei. Il fulmine mi saetta nel cranio; le pupille mi dolgono e dolgono; l’intero mio prostrato cervello è come se mi si staccasse dal collo e rotolasse per un intronante terreno. Oh, oh! Pur bendato, pur così ti parlerò. Sebbene tu sia luce, tu guizzi dalla tenebra; ma io son tenebra che guizza dalla luce, che guizza da te! Cessano i dardi; apritevi, occhi; vedete o no? Ecco arder le fiamme! Oh, tu magnanimo! Della mia genealogia ora mi glorio. Ma tu non sei che il mio infocato padre; la mia dolce madre, non la conosco. Oh, crudele! Di lei che ne hai fatto? Ecco il mio enigma; ma il tuo è maggiore. Tu non sai donde venisti, perciò ti dici non procreato; certo non sai il tuo principio, perciò ti dici non principiato. Io so di me ciò che di te tu non sai, o tu, onnipotente. Al di là di te, limpido spirito, c’è qualcosa che non soffonde, per cui tutta la tua eternità non è che tempo, tutta la tua creatività, meccanica. Attraverso di te, attraverso il tuo io fiammeggiante, i miei occhi abbruciati indistintamente lo scorgono. Oh, tu, fuoco trovatello, tu, immemorabile eremita, tu pure hai il tuo incomunicabile indovinello, la tua non compartecipe afflizione. E qui, di nuovo, in quest’altezzoso supplizio, vi leggo il genitore. Guizza! Guizza in alto, e lambisci il cielo! Io guizzo con te, io ardo con te, e volentieri con te mi fonderei: sfidandoti io t’adoro!”
“La lancia! La lancia!” gridò Starbuck. “Guardate la vostra lancia, vecchio!”
Il rampone d’Achab, quello forgiato al fuoco di Perth, rimaneva saldamente assicurato alla sua cospicua forcola, di modo che sporgeva oltre la prua della lancia baleniera; ma il colpo di mare che l’aveva sfondata ne aveva fatto cader il fodero di cuoio slegato, e dall’acuminato barbiglio d’acciaio scaturiva ora uniforme una fiamma di pallido fuoco forcuto. Mentre silenzioso il rampone ardeva come una lingua di serpente, Starbuck agguantò Achab per il braccio. “Dio, Dio è contro di voi, vecchio: finitela! Questa traversata è malevola! Mal cominciata, mal continuata. Lasciatemi bracciar in croce i pennoni, finché possiamo, vecchio, e guadagnato un vento favorevole dirigiamo a casa, per mettersi in una traversata migliore di questa.”
Afferrate le parole di Starbuck, l’equipaggio in preda al panico corse immediatamente ai bracci, sebbene a riva non fosse rimasta una sola vela. Sul momento tutti i terrorizzati pensieri dell’ufficiale parvero i loro ed essi gettarono un grido quasi d’ammutinamento. Ma scagliate sul ponte le maglie tintinnanti di un parafulmine e ghermito il rampone ardente, Achab lo brandì in mezzo a loro come una torcia, giurando di trafiggere con quello il primo marinaio che soltanto si provasse a slegare una cima. Pietrificati dal suo aspetto, e vieppiù rifuggendo il dardo infocato ch’egli impugnava, gli uomini costernati rincularono, e Achab parlò nuovamente.
“Tutti i vostri giuramenti di cacciare la Balena Bianca vi vincolano allo stesso modo del mio; e cuore, anima, corpo, polmoni, vita, tutto il vecchio Achab s’è vincolato. E perché sappiate su quale tono gli batte il cuore, guardate: così io spengo l’ultima paura!” E con un solo impetuoso soffio estinse la fiamma.
Come nell’uragano che spiazza la pianura gli uomini fuggono la vicinanza d’un gigantesco olmo solitario, la cui altezza e vigorìa lo rendono tanto più malsicuro in quanto miglior bersaglio per la folgore, così a quell’ultime parole d’Achab molti dei marinai scapparono via da lui atterriti per lo sgomento.

Herman Melville, Moby Dick – traduzione di Alessandro Ceni, ed. Feltrinelli, 2007.

Frontespizio della prima edizione di "Moby Dick", Harper&Collins, 1859

Frontespizio della prima edizione di “Moby Dick”, New York, Harper&Brothers, 1851