Hemingway

Festlet #4: Umano

George Saunders (al centro) a Palazzo Castiglioni

Saunders ci dice immediatamente che Lincoln, all’apice della sua notorietà, era anche un uomo all’apice della sua sconfitta. L’uomo che negli anni sessanta dell’800 diceva che ogni guerra era civile perché riguardava l’uomo, doveva «coniugare l’immane dolore della perdita di un figlio piccolo con il dovere di mantenersi saldo nel suo ruolo». Marco Malvaldi, che lo intervista a proposito del suo romanzo (appunto Lincoln e il Bardo, dove il Bardo è il luogo buddista di intervallo tra la morte e la rinascita), gli domanda come sia riuscito anche lui, da autore, a gestire una contraddizione: quella di poter scrivere su registri commoventi senza perdere mordente negli inserti di ironia. Saunders risponde che dovrebbe sempre essere, nella scrittura, come con la bicicletta: saper pendere da un lato e saper riequilibrare dall’altro. Nel caso di Lincoln aveva cominciato, continua, in un tono troppo tragico, e solo dopo qualche lettura ha deciso di iniettare delle dosi di ironia. Come del resto da giovane, quando «tendevo a togliere ogni passo ironico quando volevo essere tragico e in altri casi a far ridere a ogni costo: non avevo capito che il segreto era l’equilibrio». (altro…)

Quattro volte libro

abete

Comprare un libro è davvero solo girare per librerie andando a naso o provvisti di nota della spesa? Leggere un libro è davvero solo spaccarsi un polso nel tentativo di reggere I Miserabili a letto? Amare un libro è davvero solo lisciare la giusta fermata di metro perché non si può lasciare a metà la sfuriata di Jane Eyre? Scrivere un libro è davvero solo ridursi psicologicamente a dover tornare a controllare sei volte di aver chiuso il gas?
Quattro recenti esperienze mi hanno convinta di no. Da un anno a questa parte, sono certa che poche cose nutrono la solitaria attività del lettore (e dello scrittore) quanto una robusta interazione, e poche superano in risultato smagliante l’intenzione quanto una bella dose di serendipità.

1. MERCATINO

Faccio parte della schiera di coloro che, squattrinati più che affezionati all’atmosfera, vanno in giro per mercatini a procacciarsi libri di seconda mano. Quando un giorno potrò pagare una bolletta con le royalties dei miei libri, il cielo ricorderà quest’attitudine e farà sì che la società del gas non abbia registrato l’autolettura, ma non prima che io mi sia ritirata a casa depressa per aver trovato su una bancarella una copia del mio libro. Con dedica.
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Davide Zizza – La tentazione della poesia

La tentazione del verso

Una riflessione tratta da un vecchio articolo

Diciamolo subito, senza mezze misure: è il verso che fa il romanzo! È la tentazione della poesia nella narrativa – frase, descrizione o pagina capace di riprodurne l’andamento, di contenere la direzione di una scrittura poetica.

Ho sempre creduto in questa idea, ma da lettore disordinato quale ero nella mia gioventù credevo di sbagliare, o comunque le mie letture non sembravano solide abbastanza per sostenere la tesi. Poi un articolo di Giorgio Calcagno recentemente ripescato fra le mie carte – pubblicato il 30 settembre 1995 su “TuttoLibri” dal titolo È il verso che fa il romanzo – centrava proprio il quid. È bello leggere di un esperto del settore su un argomento che senti tuo. Calcagno, in occasione della pubblicazione dell’Album Italo Calvino, riportava il seguente aneddoto: il traduttore tedesco di Palomar aveva fatto notare all’autore che determinate pagine del suo romanzo potessero passare per poesie. Di qui l’affermazione di Calvino: “La nostra letteratura ha sempre avuto come asse la poesia” richiamandosi ad una imprescindibile e felice tradizione dantesca. Nell’articolo ritroviamo un bilancio del rapporto fra scrittura poetica e scrittura narrativa, sottolineando una sorta di permeabilità fra i due generi tale da far oscillare verso la poesia il senso del discorso; fra gli scrittori citati ritroviamo Tabucchi il quale ebbe modo di affermare “Credo di aver spesso umilmente sfiorato la poesia” (suoi testi li chiamava perfino prose in prosa). Se leggiamo il suo Si sta facendo sempre più tardi possiamo definire le sue pagine dei veri poemetti.

Calcagno poneva inoltre una domanda: Perché in Italia ci sono tanti poeti – anche in prosa – e così pochi narratori? e con molto probabilità quell’ “anche in prosa” è un’accentuazione fatta proprio per annullare una distanza talvolta ridondante fra i due generi. Oggi è ancora valido il concetto insinuato dal nostro critico? Ci sono più poeti che narratori o con molta probabilità stiamo osservando il fenomeno inverso? E se la sua riflessione sembra auspicare, alla maniera di Alfredo Giuliani, un incontro delle due antiche distinzioni, non si ha la sensazione che questa distanza si stia attualmente accentuando?

Diciamolo subito, il presente intervento non è specialistico! Solo una personale riflessione da lettore – personale in tutta la sua provvisorietà – intende esprimersi a favore dell’articolo per cui credo che il pensiero espresso da Calcagno possa esser ancora attuale.

Fra romanzieri e narratori che definiremmo convinti sostenitori del loro genere troviamo chi ha scritto e tradotto poesia. Un inatteso Nabokov ha dedicato sue poesie ad Alexander Blok, ora in fase di riedizione per la Knopf Publishing House, ma già avevano visto la stampa in una edizione italiana nel 1962 per Il Saggiatore (Nabokov tradusse inoltre poeti russi in lingua inglese). Il Premio Nobel Saramago pubblicò le sue Poesie possibili all’epoca della dittatura di Salazar. Paul Auster – per passare a un narratore vivente – ha pubblicato un’unica raccolta di poesie, per ora irreperibile e dal titolo importante, Affrontare la musica. Su territorio italiano ritroviamo un Erri De Luca che riguardo a poesia e prosa è in un certo senso “ambidestro”.

Se da una parte i narratori si sono cimentati nella dilettevole arte della poesia, dall’altra i poeti si sono avventurati nella sottile misura della prosa. Il tanto amato Pavese esordì da poeta e non abbandonò mai la scrittura in versi, eppure ha scritto diversi racconti e, secondo me, due dei romanzi brevi più significativi, La casa in collina e Il compagno; Iosif Brodskij ha scritto pagine impressionanti come Fuga da Bisanzio e Fondamenta degli incurabili. A Montale con la sua Farfalla di Dinard un articolo del Corriere della sera del ’94 intitolava “E il poeta diventò narratore” e, tanto per citare un poeta contemporaneo, Paolo Ruffilli (già avvezzo alla prosa) l’anno scorso ha pubblicato un romanzo dedicato alla figura di Ippolito Nievo.

Dove si vuole arrivare con questi esempi? La letteratura, nel rivelarci la vita, fa incontrare le persone, in un atto di libertà chiamato scrittura, azione sovversiva che uccide il silenzio. La scrittura stessa contribuisce a ridurre la differenza fra narrativa e poesia, non l’annulla, ma ne accorcia a volte la distanza. Quindi se la scrittura racconta i giorni e i momenti, se in un flash cattura l’istantanea del tempo, è quanto di più autentico possa comunicarci e ce lo fa apprezzare sia se tratti di una narrazione sia se si tratti di versi.

A prescindere dai nomi finora elencati, pur se trovassimo casi unici e isolati, tipo un Leonardo Sciascia che ha scritto solo due o tre poesie nella sua vita o un Paul Celan che ha realizzato pochissime prose (Il meridiano a noi noto), ciò rappresenterebbe la prova per cui una rara sensibilità ha per un attimo gettato lo sguardo verso un altro giardino.

Come questa poesia di Hemingway con la quale vorrei concludere.

Tutti gli eserciti sono uguali
È quel che sembra e non quel che vali
L’artiglieria fa il solito rumore
Attributo dei giovani è il valore
Stanchi sono gli occhi dei vecchi soldati
Gli rifilano le solite menzogne
Le mosche han sempre amato le carogne

Ernest Hemingway, Parigi 1922 circa (tratta da 88 poesie)

 

Davide Zizza