Heinz Czechowski

Luca Pizzolitto, Dove non sono mai stato

 

Luca Pizzolitto, Dove non sono mai stato, Campanotto Editore 2018

Una fune che muta d’aspetto e di natura – elastica e tesa fino all’insopportabile, sottilissima e irta di nodi complessi – si aggira tra i poli dell’alba e dell’imbrunire, delle partenze e dei ritorni, dei distacchi laceranti e degli approdi lucenti di gratuità: questa l’immagine d’insieme che mi restituisce la lettura di Dove non sono mai stato, la raccolta di Luca Pizzolitto pubblicata in questo anno 2018 con i tipi della casa editrice Campanotto, il cui titolo, come precisa l’autore in apertura, è una libera interpretazione dei versi di Giorgio Caproni «il mio viaggiare/ è stato tutto un restare/ qua, dove non fui mai».
L’andirivieni tra poli e caratteristiche non solo è indizio di un andamento non rettilineo, ma si configura anche come movimento consapevolmente incurante di ogni linearità e, ancor più precisamente, non diretto a un punto d’arrivo. Non c’è un ‘punto e basta’, per dirla in parole semplici, bensì una prospettiva al di là di tutte le più oscure parvenze, come esplicitano i versi di Heinz Czechowski, riportati a mo’ di accesso alla prima sezione, intitolata Da qui dove non c’è vento: «Senza meta,/ Ma non senza speranza» (nell’originale: «Ziellos,/ Doch nicht ohne Hoffnung»; la traduzione riportata da Pizzolitto è di Paola Del Zoppo).
In tale prospettiva, varco di luce e rete e disegno pur nel vuoto incombente, ricorrono immagini, oggetti, concetti, atmosfere ‘familiari’ all’autore, presenze già rivelate e rilevate nella precedente raccolta, Il silenzio necessario, a iniziare dai «fiori secchi di nostalgia», che facevano già allora pensare a Wilhelm Müller di romantica memoria, per approdare ai «rami secchi/ delle tue assenze», passando per i corpi-terra straniera, dei quali si narra qui: «siamo diventati stranieri/ tra le macerie dei nostri corpi».
Se le tematiche delle quattro sezioni – della prima abbiamo già scritto, la II si intitola Il volto nudo, la III Le cose ci guardano, la IV Nel luogo sacro dell’attesa – sono introdotte da citazioni di versi in esergo, la I da versi di Heinz Czechowski, la II da versi di Milo De Angelis, la III da versi di Umberto Fiori, la IV da versi di Chandra Livia Candiani, i richiami alle letture poetiche amate sono percepibili sia in singoli passaggi e in singoli titoli, sia in una perseguita e riuscita musicalità. Tanta poesia italiana del Novecento, sempre a partire da Caproni, che torna anche nel corpo del testo (i miei amori in salita), insieme a un orecchio attento alla poesia in altre lingue, da altre culture, ivi compresa la poesia di Poco prima del temporale di Michael Krüger.
La predilezione per il componimento breve, talvolta un vero e proprio “idillio”, che sia quadro d’interno o particolare di un paesaggio esterno, si associa a una varietà di misure nella lunghezza del verso: senari, settenari, ottonari, novenari, decasillabi, endecasillabi, dodecasillabi, con rari sconfinamenti (quinari o versi di tredici sillabe) oltre queste forme metriche.
I versi finali di ogni componimento si congedano da chi legge con una riflessione, una constatazione, una massima. Proprio in alcuni di essi – «il livido candore dell’assenza», «L’incanto, la vertigine del vuoto», «di porgere carità alla bellezza» – la poesia giunge a un grado di compiuta universalità, testimonianza di una ragguardevole prosecuzione del cammino dell’espressione poetica di Luca Pizzolitto.

© Anna Maria Curci

 

Echi nella notte, spari.
Ti sposti poco più in là,
abbracci il cuscino sudato.
Sono pestato a sangue
da quest’afa che toglie il respiro.
Ci crolla addosso il tempo.
Un gesto crudele canta l’assenza,
il giorno precipita arreso,
non ricordo il tuo nome.

E tu rechi in dono al mio niente
fiori secchi di nostalgia.

 

INCONTRARSI

La mia città non ha nome;
al centro, vicino alla chiesa,
un unico dolore.

Ti ritroverò domani
nell’assedio di un tramonto,
nell’indugio della sera,
nel vino che rinfranca.

 

POCO PRIMA DELLA PIOGGIA

Brilla ovunque l’infinito.
La morte respira sull’erba
nuda del mattino.

Voglio solo cose immense,
sogni disperati.

 

Notte di veglia di fianco al mare.
Qui si confonde la disperazione
con le grida dei pescatori e
venti luci che segnano l’orizzonte.

La pioggia ti avvicina al sonno
nell’ossessione di un silenzio
che non sai sopportare.
L’incanto, la vertigine del vuoto.

 

La nebbia si posa sull’alba
e appiccica il viso, rallenta
lo sguardo. Una donna
in pigiama passeggia col cane,
tace il cuore e quel che ne avanza,
i miei amori in salita,
naufragio nel nulla.

Anna Maria Curci, ABC del passeur

ABC del passeur

Trasportare senso, liberarlo da una cattività babilonese che appare permanente, trasbordarlo oltre le cortine del fumo soporifero e mendace, spacciato per “sentimento popolare”, è attività che pone chi la esercita in una condizione di passeur, di chi organizza trasporti di clandestini oltre confine. Chi corre consapevolmente questo rischio può trovare in precedenti ‘passatori’ conforto, esempio, esercizio di disincanto. Procedendo in ordine alfabetico, con un mio personale ABC, comincio con tre autori: Rose Ausländer, Gottfried Benn, Heinz Czechowski. Traghettando le loro poesie nella striscia di terra nel quale l’italiano è riconosciuto come lingua materna, sono nate alcune composizioni.

 

A

Traducendo Rose Ausländer 

Una chiusa che sbarra
e i cordiali saluti
lanciati come sfida
all’offerta di aiuto

Keine Delikatessen
si diceva in poesia

E se il ghiaccio ci morde
tu Rose io straniera
ricerco la tua strada
tendo l’orecchio al canto

 

(altro…)

Coriandoli a Natale #11: Heinz Czechowski, Natale

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NATALE,
e pioggia
lungo

l’intera
Via Senese:
già al mattino

ero ospite
del piccolo bar
per bere

e telefonare.
«Tu
non hai più una patria»,

disse asciutta
e io
provai

a procurarmi
dietro il muro
che sudava sangue

un kalashnikov.

.

NATALE,
und Regen,
die ganze

Via Senese
hinunter:
Morgens schon

war ich zu Gast
in der kleinen Bar,
um zu trinken

und zu telefonieren.
»Du
hast keine Heimat mehr«,

sagte sie kühl,
und ich
versuchte

hinter der Mauer,
die Blut schwitzte,
eine Kalaschnikow

zu erwerben.

.

Heinz Czechowski, dal ciclo Inferno, in: H.C., Il tempo è immobile. Poesie scelte. Cura e traduzione di Paola Del Zoppo, Del Vecchio editore 2012

Heinz Czechowski, Sic transit gloria mundi

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Contro l’inanità: Sic transit gloria mundi di Heinz Czechowski

 

Traducendo Sic transit gloria mundi di Czechowski

 

Lo struggimento mi lascio alle spalle,
percorro la mia strada nella storia.
La lama che mi pende sulla testa
non separa colpevoli e innocenti,
l’alba del giorno una sollevazione
contro speranze dalla voce querula.
Tutto è già stato detto? Non lo so.
Più degli omissis temo le omissioni,
le sommosse mancate contro l’inanità.

Anna Maria Curci

 

Sic transit gloria mundi

 

Einmal muß
Beglichen werden die Rechnung:
Auch die Liebe
Ging ihren Weg in die Massengräber Asche
Häuft sich zu Asche,
Und selbst die schwache Stimme der Hoffnung
Kennt kein Erbarmen.
.                                         Vor den Gittern
Hebt sich der Tag
Mit Vogelgezwitscher und
Dem Scheppern der Müllcontainer.
Schuldige, Unschuldige –
Also auch wir –
Den Blick vom Pont des Arts
Auf die Apsis gerichtet,
Sind gezeichnet: von Angst, beispielsweise,
Daß alles gesagt ist, oder
Der Angst, daß das, was gesagt werden müßte,
Niemals gesagt warden kann.
.                                                     So verinnerlicht sich
Auch die Geschichte, Charlemagne
Tritt vors Portal des Domes zu Aachen,
Robespierre fällt Danton, Napoleon
Flieht aus dem brennenden Moskau,
Lenin warnt vor Stalin, Herr Hitler
Schickt seine Stukas nach Coventry,
Un irgendein Harry S. Brown aus St. Paul, Minnesota,
Klinkt seine Bomben aus über Rosenstraße,
Wo die Bilder des Malers Querner verbrennen.

Und immer noch stirbt
Tristan an Isolde oder Isolde an Tristan,
Und die Götter steigen herab zu Shen Te,
Und Herr B. empfiehlt uns,
Nicht gut zu sein, sondern dafür zu sorgen,
Eine gute Welt verlassen zu können.
.                                                                               Wie aber,
Wo doch täglich ein neues
Damoklesschwert über unsere Köpfe
gehängt wird?
.                                                                               Sic transit gloria mundi,
Begleitet von den Masurken Chopins,
Maschinengewehrsalven, Rauchpilzen,
Dem brennenden Kaisersarschen,
Der a-Moll-Fuge oder
Diesem Gedicht, geschrieben
Gegen die Vergeblichkeit.

 

Heinz Czechowski
(in: H.C., Die Zeit steht still. Ausgewählte Gedichte. Grupello Verlag, Düsseldorf 2000, 108-109; precedentemente la poesia era apparsa nel volume di liriche di Heinz Czechowski, Kein näheres Zeichen, Halle, Leipzig 1987, 52-53)

 

Sic transit gloria mundi

 

Una volta dovrà
Essere pareggiato il conto:
Anche l’amore
Ha percorso il suo tragitto nelle fosse comuni: cenere
Si ammucchia a cenere,
E anche la voce flebile della speranza
Non conosce misericordia.
.                                       Davanti alle inferriate
Si leva il giorno
Con cinguettio d’uccelli e
Lo sferragliamento dei cassonetti.
Colpevoli, innocenti –
Quindi anche noi –
Lo sguardo volto
Dal Pont des Arts all’abside,
Sono segnati: da paura, ad esempio,
Che tutto sia stato detto, oppure
Dalla paura che ciò che dovrebbe essere detto
Non possa mai essere detto.
.                          Così si interiorizza
Anche la storia: Carlomagno
Si para innanzi al portale del duomo ad Acquisgrana
Robespierre abbatte Danton, Napoleone
Fugge da Mosca in fiamme,
Lenin mette in guardia da Stalin, il signor Hitler
Manda i suoi Stuka a Coventry,
E un certo Harry S. Brown di St.Paul, Minnesota,
Sgancia le sue bombe su Rosenstraße,
Dove vanno al rogo i quadri del pittore Querner.

E ancora torna a morire
Tristano per Isotta o Isotta per Tristano,
E gli dei scendono sulla terra da Shen Te,
E il signor B. ci raccomanda
Di non essere buoni, ma di far sì
Che si possa lasciare un mondo buono.
.                                                                            Come, però,
Se ogni giorno una nuova
Spada di Damocle viene sospesa
Sulle nostre teste?
.                                                                            Sic transit gloria mundi,
Accompagnata dalle mazurche di Chopin,
Salve di mitra, funghi atomici,
Kaisersaschern in fiamme,
La fuga in la minore o
Questa poesia, scritta
Contro l’inanità.

 

Heinz Czechowski
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Fronteggia il tempo e i tempi la poesia di Heinz Czechowski, nel lungo componimento che sceglie come titolo la frase che, dai cortei trionfali dell’antica Roma alla cerimonia per il pontefice neoeletto, risuona come memento perenne alla transitorietà, pur spettacolare, delle cose del mondo: Sic transit gloria mundi. Le epoche e le personalità, gli eventi rievocati tra frasi lapidarie e pennellate al ritmo rapido di «mazurche di Chopin» si intrecciano a figure che, dalla mitologia (Damocle), dall’epos cavalleresco e dalla classicità moderna (Shen Te da L’anima buona del Sezuan di Bertolt Brecht), non si stancano di riproporre il contrasto tra destino e scelta, tra resa alla fatalità e resistenza, lucida e conscia dell’imparità nello scontro immane con chi usa armi di distruzione, sempre rinnovate, queste, e sempre rigorosamente improprie. (altro…)

Gli anni meravigliosi #7: Heinz Czechowski

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La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

In questa settima tappa torno a occuparmi di Heinz Czechowski, autore del quale ho presentato qui su Poetarum Silva, qualche mese fa, l’antologia Il tempo è immobile, uscita in questo anno 2012 per i tipi di Del Vecchio editore. Nella mia nota di lettura, che, citando Czechowski, portava il titolo Miti e ostinati scorrono versi lungo i fiumi,  proposi, tra l’altro, la mia traduzione di un suo sonetto dei primissimi anni Sessanta, An der Elbe (Sulle rive dell’Elba).
Poeta e scrittore un tempo molto famoso e apprezzato soprattutto nella DDR, tanto da ricevere, nel 1976, il premio “Heinrich Heine” e nel 1984, su proposta di Christa Wolf, il premio “Heinrich Mann”, Czechowski si spense in una clinica nei pressi di Francoforte nell’ottobre 2009, dimenticato quasi da tutti. La sua produzione poetica offre la possibilità di conoscere la ricca e complessa esistenza del poeta che, nato nel 1935, appartiene a quella generazione che ha vissuto il nazismo in età infantile e la cui età adulta si è realizzata in gran parte nella Germania divisa. In Czechowski, definito dai più un poeta “soggettivo e storico” insieme, lo sguardo della poesia, così legata agli eventi, è sempre fortemente filtrato dalla soggettività, la poesia stessa è un’interrogazione sull’Io: «Dietro alle domande che devo pormi si cela il problema dell’identità del soggetto con se stesso e con la società in cui vive». E la risposta a queste domande è ancora una volta compito della poesia.
La poesia proposta oggi, Schafe und Sterne, dà il titolo alla raccolta di Czechowski, pubblicata nel 1975 dalla casa editrice Mitteldeutscher Verlag. Nella traduzione di Paola Del Zoppo, il titolo, Pecore e pianeti,  conserva l’allitterazione del titolo originale, che letteralmente significa “Pecore e stelle”.

PECORE E PIANETI

Pecore e pianeti: la notte
Li mantiene uniti, un cane
È il vento, su zampe senza suono,
Carezza le acacie, un pastore
Siede sotto, duemila anni
Vede nell’acqua bruna di limo
Pensa ai turchi,
Vede degli armeni
Le case sul pendio, li vede salire
Sulle scale
Su nella notte.

Pecore e pianeti sono i suoi pensieri,
In fondo alle sacche
Fruga tra aglio e
Tabacco grigio.

Pecore e pianeti
Li porta a unirsi nei suoi pensieri
Li conduce, li guida
Ne conosce i segni
Ne vede l’orbita notturna
Intorno alla città.

Pecore e pianeti,
Zar e visir,
Cacciati e cacciatori.

Una volta i partigiani vennero,
Spartì quello che aveva con loro.
Per settimane stettero via tra i monti,
Giù nella valle lui vide le auto in colonna,
Vide le tracce: fucilati, impiccati,
Vide il fiume ingrossarsi e prendere con sé
Morti e morte, detriti di montagna.

Pecore e pianeti gli sono rimasti.
Pecore e pianeti. Chi distingue
Pecore e pianeti, quando abbuia? La notte si
Propaga nella valle,
Strappa via le pecore
Strappa via i pianeti.

Pecore e pianeti.

Pecore e pianeti:
Nel cielo un ariete
Abbassa le corna
Sbatte, sbatte nel vuoto.
Il vento è un cane
E segue cacciando.
E il fiume è il visir,
Lo zar e la SS e mantiene la legge marziale.

Pecore e pianeti gli sono rimasti,
Siede, e li vede,
Li mantiene uniti.

(da Heinz Czechowski, Il tempo è immobile – Poesie scelte. Cura e traduzione di Paola Del Zoppo, Del Vecchio 2012, pp. 102-107)

 

SCHAFE UND STERNE

Schafe und Sterne: die Nacht
Hält sie zusammen, ein Hund
Ist der Wind auf lautlosen Pfoten,
Er streift die Akazien, ein Hirt
Sitzt unter ihnen seit zweitausend Jahren,
Sieht in die lehmbraunen Wasser,
Denkt an die Türken,
Sieht der Armenier
Häuser am Hang, sieht sie steigen
Über die Treppen
Hoch in die Nacht.

Schafe und Sterne sind seine Gedanken,
Tief in den Taschen
Sucht er sie zwischen Knoblauch
Und grauem Tabak.

Schafe und Sterne
Treibt er zusammen in seinen Gedanken,
Führt sie und lenkt sie,
Kennt ihre Zeichen,
Sieht ihre nächtliche Runde
Rings um die Stadt.

Schafe und Sterne,
Wesire und Zaren,
Gejagte und Jäger.

Einst Partisanen, sie kamen,
Er teilte das, was er hatte, mit ihnen.
Wochenlang blieben sie weg in den Bergen,
Unten im Tal sah er Autokolonnen,
Sah ihre Spuren: Erschossne, Gehängte,
Sah in den Fluß, wie er anschwoll und mitnahm
Tote und Totes, Geröll aus den Bergen.

Schafe und Sterne sind ihm geblieben.
Schafe und Sterne. Wer unterscheidet
Schafe und Sterne, wenns dunkelt? Die Nacht
Schleicht sich ins Tal,
Reißt sich die Schafe,
Reißt sich die Sterne.

Schafe und Sterne.

Schafe und Sterne:
Am Himmel ein Widder,
Er senkt seine Hörner,
Stößt, stößt ins Leere.
Der Wind ist ein Hund
Und jagt hinterher.
Und der Fluß ist Wesir,
Ist Zar und SS und hält Standrecht.

Schafe und Sterne sind ihm geblieben,
Er sitzt, und er sieht sie,
Er hält sie zusammen.

 

Heinz Czechowski, nato a Dresda il 7  febbraio 1935 e morto nei pressi di Francoforte sul Meno il 21 ottobre 2009, visse all’età di dieci anni il terribile bombardamento della città natale durante il secondo conflitto mondiale. Nella sua prima produzione poetica è chiaramente percepibile l’influenza della poesia di Peter Huchel. Sebbene la raccolta Schafe und Sterne, che gli diede grande notorietà, segni il passaggio da un grado rilevante di ‘letterarietà’  a una maggiore immediatezza del dire, la sua scrittura non rinuncerà mai alla conversazione con altre voci poetiche del passato – Klopstock, Hölderlin, Novalis, Annette von Droste-Hülshoff – e a lui contemporanee. In tale contesto assume particolare importanza la sua attività di traduttore (di Lermontov, Mickiewicz, Ritsos, Achmatova, Bulgakov, Zwetajewa per menzionare alcuni nomi).

Il tempo è immobile. Heinz Czechowski. Poesie scelte

Miti e ostinati scorrono versi lungo i fiumi

Heinz Czechowski, Il tempo è immobile. Poesie scelte

Lettura di Anna Maria Curci

 

A cura e con le traduzioni di Paola Del Zoppo, Del Vecchio pubblica un altro volume della sua collana di poesia che si va arricchendo di titoli significativi. L’antologia è dedicata a un poeta della DDR ben poco conosciuto al pubblico italiano, Heinz Czechowski (1935-2009)*, e riprende le poesie scelte di Die Zeit steht still, pubblicate nel 2009 dalla casa editrice Grupello di Düsseldorf. Czechowski è stato definito, come apprendiamo dalle note biografiche che corredano la raccolta, “maestro del ritratto e della poesia di paesaggio”. È stato annoverato tra i poeti della “Sächsische Dichterschule” e chi conosce e ama Sarah Kirsch e Volker Braun comprende che questa definizione si riferisce a dialoghi, a conversazioni, a richiami intertestuali forti e consistenti, a un gruppo che pratica il confronto aperto “alla critica collettiva” (p. 12) piuttosto che a una vera propria scuola nel significato corrente del termine.

Lungo le rive di fiumi scorre la poesia di Czechowski, scandita in otto blocchi temporali che coincidono con altrettante fasi della sua produzione lirica. L’ultima sezione, di esplicita ispirazione dantesca, si intitola, anche nell’originale tedesco, Inferno. I richiami alla poesia di lingua tedesca, in particolare a quella di Klopstock, di Hölderlin, di Novalis, di Annette von Droste-Hülshoff si manifestano come un solo apparentemente placido confluire di acque fluviali.

Già nella prima sezione, che raccoglie le poesie scritte tra il 1958 e il 1962, chi legge si trova a percorrere le rive del fiume Neckar già nella terza poesia, intitolata, con il nome del poeta tedesco, Hölderlin.

HÖLDERLIN

Persino in rovina aveva ancora belle visioni:

I piacevoli pendii del Neckar. E ancora sentiva la vela

Morbida e sensuosa sfiorargli la fronte.

E sopra di lui ancora si inarcavano

I rami ombrosi dei suoi versi immortali

Ché lui ancora morente guardava

Pioppi, e montagne e vedute di campagna.

Ma ancora più smisurati i visi

Sull’orlo delle nuvole di sera

Sempre e sempre fino al giorno.

(p. 37)

HÖLDERLIN

Selbst im Verfall noch hatte er schöne Visionen:

Die lieblichen Hänge des Neckar. Und fühlte noch Segel

Weich und sehnsuchtsvoll sein Stirne berührn.

Auch wölbten sich über ihm noch

Die schattigen Zweige seiner unsterblichen Verse,

Da er vergehend noch einmal erschaute

Pappeln und Berge und Blicke ins Land.

Doch ungeheurer noch warn die Gesichte

Über den Saum der Wolken zum Abend

Immer und immer dem Tag zu.

(p. 36)

Dalle rive dell’Elba, da una Dresda squassata dal bombardamento bellico, dalla “città sprofondata in fiamme” scorre la parola come fiume. Ma il verbo“klirren”, reso qui con “stridere”, è un palese tributo a Hölderlin di Hälfte des Lebens, Metà della vita:

PERIFERIA DI DRESDA 1945

Dal bianco, che copre tutti gli affanni,

Non sale un suono,

Si avvicinano neri, binario a binario,

Vagoni –

Inverno di guerra – senza pelle,

Che a lungo lasciò carcassa su carcassa.

Il vento stride.

Il filo strazia la carne.

Non c’è una cornacchia che qui si perde.

(p. 41)

DRESDNER VORSTADT 1945

Dem Weiß, das alle Mühsal deckt,

Entsteigt kein Laut.

Schwarz aufgefahren, Gleis auf Gleis,

Waggons –

Kriegswinter – ohne Haut,

Die längst Gerippe um Gerippe ließ.

Wind schwirrt.

Draht schneidet tief.

Nicht eine Krähe, die sich hier verirrt.

(p. 40)

La poesia menzionata di Hölderlin si chiude con le parole “im Winde klirren die Fahnen”, (“al vento stridono i vessilli”),  in quella di Czechowski è il vento a stridere – “Wind klirrt” è il lapidario terzultimo verso. Tuttavia, nella sezione successiva, quella che racchiude le poesie scritte tra il 1963 e il 1967, la Lode dell’esser qui di Czechowski  si apre nel segno del vessillo d’azzurro  (“Fahne aus Blau ”); riporto qui la prima strofa del componimento:

LODE DELL’ESSER QUI

Sono qui, sotto la tenda, il vessillo

Di blu. Le lame dell’estate

Incidono asfalto, alberi e pelle.

Rigido spavento degli alberi

Quando l’oscurità , una mano enorme, copre

Il sole, non mi raggiunge più

Tra stordimento e sonno.

(p. 49)

LOB DES HIERSEINS

Hier bin ich: unter dem Zelt, der

Fahne aus Blau, Die Messer des Sommers

Schneiden ins Asphalt, Bäume und Haut.

Das starre Erschrecken der Bäume,

Wenn die Dunkelheit, riesige Hand, die

Sonne bedeckt, erreicht mich nicht mehr

Zwischen Betäubung und Schlaf.

(p. 48)

Superata la “Wende” (“Ciò che è alle spalle/ Lo sappiamo. Ciò che è davanti/ ci rimarrà oscuro/Finché non/Sarà alle spalle.”, p. 193; poesie scritte tra il 1987 e il 1992), le acque bagnano paesaggi spogli e mesti, anche ben oltre i confini tedeschi, anche sulle rive dell’Arno; dalla sezione che contiene le poesie scritte  tra il 1993 e il 1996, ecco:

AUTORITRATTO, FIRENZE

Pomeriggio tardo. Incredibile

Luce invernale. Chi ancora non

È  malinconico

Non può che diventarlo, qui. Io

Tremo nell’intimo. Terra troppo

Lontana la Germania. Quando mi avranno

Lasciato il dolore, la rabbia,

Sarò perduto.

(p. 213)

SELBSTBILDNIS,  FLORENZ

Später Nachmittag. Ein unglaubliches

Winterlicht. Wer noch kein

Melancholiker ist,

Muß es hier werden. Ich

Zittere innerlich. Deutschland

Ist ein zu fernes Land, Wenn mich

Der Schmerz, die Wut verlassen,

Werd ich verloren sein.

(p. 212)

À rebours, concludo con l’incipit. L’antologia si apre con il primo verso di un sonetto, An der Elbe, Sulle rive dell’Elba: Sanft gehen wie Tiere die Berge neben dem Fluß : “Leggère come bestie le montagne scivolano accanto al fiume”  (pagine 32, 33). Nell’introduzione, che ripercorre puntualmente le tappe della produzione poetica di Czechowski, Paola Del Zoppo informa chi legge: «Riguardo al sonetto […], Czechowski affermerà in seguito che era “spazzatura” e che del sonetto andrebbe “salvato” proprio solo il primo verso.» (p. 13). Non ho opposto resistenza alcuna alla curiosità immediatamente suscitata in me da questo manifesto rinnegare da parte del poeta. Riporto di seguito il sonetto abiurato, apparso nel 1961 nella raccolta “Conoscenza con noi stessi”. All’originale segue la mia traduzione.

Heinz Czechowski
An der Elbe

Sanft gehen wie Tiere die Berge neben dem Fluß.
Nur zu ahnen die Brücke, doch eben noch da.
Und von den Wiesen mischt sich ein Duft
mit dem Geruch dumpfen Wassers. Wir sind ganz nah.

 

Und Geräusche sind wenig: das Gurgeln des Wassers,
ganz leis nur in Blättern und Gräsern ein Wind.
Kein Mensch sonst. Nur wir. Und die große Stille
geht in uns ein — nur wir Liebende sind.

 

Hier sind wir zu Haus. Und der Himmel ist hoch.
Und die Nacht läßt die Sterne des Sommers drin reifen.
Ganz nah dein Gesicht. Und dann spüre ich noch,

 

wie die kleinen Wolken die Pappeln fast streifen.
Und wie ein Glücklichsein in uns sich vermählt
mit der großen Schönheit der Welt.

(da: Bekanntschaft mit uns selbst. Gedichte junger Menschen, Halle 1961, S.57)

Sulle rive dell’Elba

Miti vanno come animali i monti accanto al fiume.

Si può solo intuire il ponte, eppure è ancora là.

E dai prati si mescola un olezzo

all’odore di acqua stantia. Siamo da presso.

 

E di rumori ce ne sono pochi: il gorgogliare dell’acqua,

tutto sommesso solo in foglie e fili d’erba un vento.

A parte questo, nessuno. Solo noi. E il vasto silenzio

ci pervade – solo noi amanti esistiamo.

 

Qui siamo a casa. E il cielo è alto.

E la notte vi fa maturare le stelle dell’estate.

Vicinissimo il tuo viso. E allora sento pure

 

come le piccole nubi quasi sfiorano i pioppi

e come un esser-felici si sposa in noi

con la maestosa bellezza del mondo.

 

(traduzione di Anna Maria Curci)

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* Poeta e scrittore un tempo molto famoso e apprezzato soprattutto nella DDR, tanto da ricevere, su proposta di Christa Wolf, il PREMIO HEINRICH MANN, Czechowski si spegnerà in una clinica nei pressi di Francoforte nel 2009, dimenticato quasi da tutti. La sua produzione poetica offre la possibilità di conoscere la ricca e complessa esistenza del poeta, nato nel 1935, parte di quella generazione che ha vissuto il nazismo in età infantile e la cui età adulta si è realizzata in gran parte nella Germania divisa. In Czechowski, definito dai più un poeta “soggettivo e storico” insieme, lo sguardo della poesia, così legata agli eventi, è sempre fortemente filtrato dalla soggettività, la poesia stessa è un’interrogazione sull’Io: «Dietro alle domande che devo pormi si cela il problema dell’identità del soggetto con se stesso e con la società in cui vive». E la risposta a queste domande è ancora una volta compito della poesia.

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Heinz Czechowski, Il tempo è immobile. Poesie scelte. Cura e traduzione di Paola Del Zoppo, Del Vecchio Editore, 2012