Heinrich von Kleist

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg (doppia nota di lettura)

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Sibylle Lewitscharoff,  Blumenberg. Traduzione di Paola Del Zoppo, Del Vecchio editore, 2013 – euro 15,00 – ebook 4,99

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg
Nota di lettura di Anna Maria Curci

Di che materia è fatta questa morte?
«Ghermisce» è una parola accovacciata.
Bivacca, perde il pelo e pure il vizio,
sta nel disinteresse la sua chiave.

Anna Maria Curci

Regista abile e sapiente, Sibylle Lewitscharoff pone nello studio del filosofo Blumenberg il punto di partenza di una narrazione che tiene conto, intrecciandoli, separandoli, mettendone alcuni, di volta in volta, in primo piano, oppure, in un disegno contrappuntistico,  al rovescio, di una molteplicità inusuale di fili. Sono fili sottilissimi e robusti, assortiti in maniera sicuramente inedita, indubbiamente originale, sono fili che attraversano ambiti del sapere −  la filosofia, la storia dell’arte, la settima arte, la storiografia, la letteratura, l’ermeneutica e la traduzione, la storia del costume e l’indagine sociologica – e squarci sull’esistenza. Subito, da quello studio si parte per un viaggio che ha mete impensabili, senz’altro non scontate. La prima delle peregrinazioni è un pensiero, un’associazione,  il particolare di un quadro di Antonello da Messina: «E a destra, dietro il palco del sapiente, si affaccia dall’oscurità un misero leone. No, niente proporzioni leonine ed enormi zampe, ma provvisto di sottili arti scattanti, come un levriero. Probabilmente Antonello da Messina non aveva mai visto un leone di persona.» Il «misero leone» del quadro di Antonello da Messina è contrapposto al leone che, dalla sua prima apparizione notturna nello studio del filosofo, mentre questi registra su nastro le lezioni universitarie che la segretaria si premurerà poi di trascrivere, si manifesterà a Blumenberg fino alla conclusione di questo romanzo – ma il finale promette già una prosecuzione – in momenti significativi della vicenda: il leone non appare in tutte le sequenze di quest’opera dal fortissimo carattere visionario, eppure la sua presenza, silenziosa e forte, è dominante e costituisce un saldo punto di riferimento, avvio e approdo dei percorsi  qui narrati.
Un altro elemento, non un personaggio, ma un vero e proprio nodo concettuale – così l’ho definito nell’intervista a Paola Del Zoppo sulla traduzione di Blumenberg – permea l’intero romanzo: si tratta della «onnicomprensiva cura», concetto, impegno, attività che costituisce il titolo del sesto capitolo e che emerge in esplicita relazione con Käthe Meliss, suora conventuale,  uno dei personaggi più misteriosi e dotati di un quieto e formidabile potere (inattuale, fuori da ogni schema, da ogni modalità usuale) di attrazione: un’apparizione gloriosa, magnifica, come Lewitscharoff sottolinea nel testo, ricorrendo al corsivo. Probabilmente – ma la questione rimane aperta – è l’unica, oltre a Blumenberg, a poter vedere il leone. Non sono in grado di vederlo gli altri personaggi della vicenda, in prevalenza giovani, in prevalenza studenti universitari che frequentano le lezioni di Blumenberg: Isa – angelo fluttuante e fluente, una Ofelia innamorata di Blumenberg e della musica di Patti Smith -, Gerhard (Optatus, e sui nomi, le lettere che li compongono, i richiami intertestuali e intratestuali varrebbe la pena di istituire una vera e propria mappa), Richard, preda di incantamenti e miti, e Hansi, «bardo redivivo».
Nella complessità mai smentita, mai trascurata, anzi, saldamente padroneggiata, sono i luoghi a rendere più fitta e intrigante la trama. Sono i collegamenti a letture e a visioni di film a lanciare funi, liane e ormeggi: se l’itinerario di Richard in America latina, febbrile set cinematografico menziona esplicitamente Fitzcarraldo, più sottili, ma altrettanto tenaci, sono gli indizi che riconducono a Heinrich von Kleist nel capitolo Heilbronn (Das Kätchen von Heilbronn) e a Ingeborg Bachmann (Die ägyptische Finsternis, capitolo dell’incompiuto romanzo Der Fall Franza)  nel capitolo Egitto. Di che materia è fatta questa vita? Di che materia è fatta questa morte? I due quesiti guidano la narrazione, non indebolita, anzi irrobustita da considerazioni condotte sulla scorta di un’attenzione alta alla variazione e alla ‘sostenibilità’ linguistica di miserie minute, talvolta divertite e divertenti, di parabole e paradossi umani nel loro contendere quotidiano e nel loro timido, cauto ovvero temerario sporgersi verso l’altrove.

© Anna Maria Curci

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Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg

Chi vede il leone? di Gianni Montieri

 

Si può partire da un personaggio realmente esistito e immaginargli un’altra vita, una storia diversa. Gli si possono mettere intorno altre vite, vite di studenti, per alcune di queste si può annunciarne la morte, con la scrittrice che si inserisce nella trama, morte che avverrà molte pagine dopo, senza per questo togliere nulla al piacere di proseguire la lettura. Si può piazzare, al centro dello studio del filosofo Blumenberg, un leone che per buona parte del romanzo solo lui vedrà. Un leone per il quale proverà un timore mai eccessivo, curiosità; un leone che gli darà sicurezza e del quale, presto, non potrà più fare a meno. Un leone che non vedranno mai i suoi quattro studenti, gli altri protagonisti del libro. Non lo vedrà Isa, infatuata del professore, che vive in simbiosi con la sua colonna sonora fatta di Patti Smith e Bruce Springsteen. Saranno proprio le note di una canzone ad accompagnare il bellissimo capitolo che ne racconta la morte come se fosse una poesia. Non lo vedrà Gerhard, il ragazzo di Isa, studente brillante, molto intelligente, a questi la Lewitscharoff applicherà la sua fantasia, inserendosi nel racconto, come il tasto pausa dei vecchi stereo, con la voce fuori campo, e ne anticiperà lo svolgersi della vita negli anni successivi e la morte. Non lo vedrà Richard, che partirà per un lungo viaggio in Sudamerica, viaggio – manco a dirlo – senza ritorno. Non lo vedrà il bellissimo e strano Hansi, che passa le sere a leggere poesie nei bar. Solo un personaggio, forse, vedrà il leone, oltre a Blumemberg, sarà Käthe Meliss, una suora, dotata di  uno straordinario carisma, di  un potere mentale, nel quale il filosofo troverà una corrispondenza, comprensione e, una certa strana, compassione. Il Leone, immaginario o meno, infonderà nel filosofo una sicurezza tale da fargli tenere lezioni ancora più affascinanti, lo farà sentire bene, addirittura migliore. «Gli venne in mente la magnifica foto di Glenn Gould, da giovanotto, bellissimo, seduto al pianoforte a coda con il suo cane a chiazze bianche e nere, un cane altrettanto bello, con le zampe poggiate sui tasti, mentre guarda gli spartiti. I due davano l’impressione di suonare insieme, come se a Glenn Gould riuscisse ciò che faceva solo grazie alla partecipazione del cane.» La Lewitscharoff costruisce un bellissimo romanzo, la trama che tesse è fitta, ricca di riferimenti storici, filosofici, letterari, pittorici; ma non ne perde mai il controllo, è una maestra dell’ironia, è pungente ma dolce allo stesso tempo. Si inserisce nel racconto e subito si ritrae, ma non si inserisce per vanità. Si prende cura dei suoi personaggi, li accarezza, li accompagna per mano, fino a dopo la morte. Le parole, gli aggettivi, la costruzione delle frasi, l’originalità e la grande conoscenza dell’autrice, mettono a dura prova il traduttore, come spiega Paola Del Zoppo nella sua scatola nera, posta alla fine del libro. Tradurre la Lewitscharoff è una specie di avventuroso viaggio, lo stesso che l’autrice ha pensato per il lettore. Quel viaggio che vale la pena intraprendere per trovarsi dentro uno dei più bei romanzi usciti nel 2013. Un libro che pone la vita e la morte una sovrapposta all’altra, sullo stesso piano, per questo i momenti più delicati, quelli dove la scrittrice mostra la sua compassione, sono quelli che precedono e, immediatamente, seguono le morti dei protagonisti, mostrandoli in una sorta di fluttuare collettivo con il leone a vegliare.

© Gianni Montieri

Anno kleistiano 2011 – 3 – Kleist, il «genio sinistrato»

“La verità è che per me sulla terra non c’era soccorso” (“Die Wahrheit ist, daß mir auf Erden nicht zu helfen war”): così, nella lettera  d’addio alla sorella Ulrike, scrive Heinrich von Kleist. Il 21 novembre di duecento anni fa il «genio sinistrato», come lui stesso si definiva, decise di porre fine alla propria vita a tre miglia da Berlino, sulle rive del Wannsee, lungo la strada per Potsdam.  Da quel giorno ha avuto inizio la storia della ricezione di un autore tra i più straordinariamente recalcitranti a qualsiasi classificazione. Non è soltanto riduttivo, è fuorviante ricorrere agli aggettivi ‘classico’ o ‘romantico’ per definire l’impianto delle opere dello scrittore nato nel 1777 a Francoforte sull’Oder. Non sono mancati, nel cammino percorso dalla ricezione di Kleist, leggende e mitizzazioni – la tomba dello scrittore e di Henriette Vogel , la donna malata di cancro con la quale trascorse le ultime ore nell’attesa della morte (“come due ragazzini fanno a gara a gettare ciottoli in acqua facendogli fare quanti balzi è possibile”:  A.M. Carpi, Un inquieto batter d’ali. Vita di Heinrich von Kleist, Mondadori, Milano 2005, 331), fu in tutto l’Ottocento meta di pellegrinaggi – , silenzi inspiegabili – il primo e più eclatante , quando Kleist era ancora in vita, fu quello di Madame de Staël  nel saggio De l’Allemagne, del 1810 – e tentativi ripetuti di manipolazione ovvero di ‘addomesticamento’ a classico del nazionalismo prussiano, nel secondo così come nel terzo Reich.

In Kleist, il «genio sinistrato»,  saggio introduttivo all’edizione completa delle Opere ne “I Meridiani” (settembre 2011), Anna Maria Carpi ricostruisce questa storia e, allo stesso tempo, indaga la duplice cifra kleistiana, che si dipana tra i poli di attualità e inattualità, tra il destino di marginalità in vita al quale lo condannò ‘l’età di Goethe’ e la riscoperta dei moderni e dei contemporanei dopo la sua morte,  marginalità e riscoperta che Kleist ha in comune con Friedrich Hölderlin. Lontano da Goethe, che si rifiutò, tra l’altro, di prendere in considerazione il “Frammento” di Pentesilea pubblicato su “Phöbus” del 23 gennaio 2008, Kleist era altrettanto distante dal progetto di “ poesia universale progressiva” dei Romantici.

Aveva tuttavia un sogno, un sogno ‘umano, troppo umano’ eppure “anti-umano” (A.M. Carpi), un sogno paradossale, nel quale la materia è, contemporaneamente, «antigrave». In questo sogno di Kleist è la marionetta ad assumere un ruolo centrale. Ecco, dal saggio Il teatro delle marionette,  il brano conclusivo nella traduzione di Renata Colorni:

«Ebbene, mio ottimo amico» disse il signor C… «ora Lei è in possesso di tutti gli elementi che Le occorrono per comprendermi. Noi osserviamo che sempre, nel mondo organico, quanto più la riflessione si fa debole e oscura, tanto più fulgida e imperiosa campeggia la grazia. Tuttavia, come l’intersezione di due rette al di là di un punto dato, dopo aver traversato l’infinito, si ripresenta ad un tratto al di qua di tale punto, o come l’immagine di uno specchio concavo, dopo essersi allontanata nell’infinito ricompare ad un tratto vicinissima a noi, così la grazia si ripresenta una volta che la conoscenza sia passata per così dire attraverso un infinito; in modo che essa, la grazia, si rintraccia al tempo stesso, più pura che mai, in quell’umana struttura corporea che o non ha coscienza alcuna o ha una coscienza infinita, cioè nel pupazzo meccanico oppure nel Dio.»

(Heinrich von Kleist, Opere, a cura di Anna Maria Carpi, Mondadori, I Meridiani,  Milano 2011, 1021)

Link alle puntate precedenti: Anno kleistiano 2011-1, Anno kleistiano 2011 -2

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Anno kleistiano 2011 – 2 – Kleist, Il trovatello

In attesa di consultare l’edizione completa delle opere di Kleist, curata da Anna Maria Carpi, riprendo la lettura di Der Findling, Il trovatello, “la” novella per eccellenza, scritta da Heinrich von Kleist nel 1811, duecento anni fa. Se si pensa alla prosa di Kleist, l’associazione immediata è alle opere più note: Michael Kohlhaas, La Marchesa di O.., Il terremoto in Cile, Fidanzamento a Santo Domingo.
La novella Der Findling, Il trovatello, è meno nota e molto più breve rispetto ai quattro racconti menzionati, che aprono l’edizione italiana dei Racconti di Kleist (Introduzione di Giuliano Baioni, traduzione di Andrea Casalegno, Garzanti, Milano 1977). Solo per sedici pagine si estende il racconto delle vicende del commerciante romano Antonio Piachi, che, in un viaggio d’affari con il figlio Paolo, fuori Ragusa, città nella quale infuria la peste, si imbatte in Nicolò, bambino che “candidamente” gli dice di essere infetto e ciononostante gli bacia la mano. Da quell’incontro si dipanerà una serie di eventi drammatici. Le sedici pagine della novella sono tuttavia così dense, che riassumerle brevemente escluderebbe dettagli rilevanti.
Nell’introduzione all’edizione dei Racconti del 1977, Giuliano Baioni mette al centro di questa novella la vendetta come principio metafisico e vede nell’epidemia la metafora del disordine rivoluzionario.
In Un inquieto batter d’ali. Vita di Heinrich von Kleist, Anna Maria Carpi afferma:
“Il Trovatello, questa storia d’ipocrisia e di adulterio inconscio con un defunto che si svolge nella Roma dei papi, gliel’avevano ispirato il Tartufo di Molière e il Monaco di Lewis” (p. 286).
Vendetta e inaudita ignominia, ipocrisia e adulterio, scontro tra generazioni come collisione epocale, tema del doppio, malvagità e solitudine: di questi e di altri temi si nutre Il trovatello, che invito a leggere integralmente, proseguendo l’itinerario che inizia qui con le prime pagine:

“Antonio Piachi, facoltoso mediatore romano di terreni, era costretto di tanto in tanto dai suoi commerci a intraprendere lunghi viaggi, durante i quali lasciava di solito a casa Elvira, la giovane moglie, sotto la protezione dei parenti di lei. Uno di questi viaggi lo condusse, con il figlio Paolo, un ragazzo di undici anni, nato dalla sua prima moglie, a Ragusa. Ora, avvenne che laggiù fosse appena scoppiata un’epidemia, che spargeva gran terrore in città e nei dintorni. Piachi, che ne aveva avuto notizia solo durante il viaggio, si fermò nei sobborghi, per informarsi sulla sua natura. Ma, quando udì che il morbo si faceva di giorno in giorno più pericoloso, e si pensava di chiudere le porte della città, l’angoscia per il figlio prevalse su ogni interesse commerciale: si procurò dei cavalli e ripartì.
Giunto in aperta campagna, notò accanto alla carrozza un fanciullo che tendeva le mani verso di lui, come se implorasse, e sembrava in preda a una forte agitazione. Piachi ordinò di fermare. Quando gli fu chiesto che cosa volesse, il fanciullo rispose candidamente che aveva la peste e che i birri lo inseguivano, per portarlo all’ospedale, dove erano già morti suo padre e sua madre; pregò per tutti i santi che lo prendesse con sé e non lo lasciasse morire in città, e con queste parole afferrò la mano del vecchio, la strinse, la baciò e la coperse di lacrime. Piachi, nel primo impulso del terrore, fece per spingere lontano da sé il ragazzo; ma poiché egli, proprio in quel momento, cambiò colore e cadde al suolo svenuto, il buon vecchio si mosse a compassione: smontò, con il figlio, adagiò il ragazzo nella carrozza e proseguì con lui, anche se non aveva la più pallida idea di che cosa dovesse farne.
Stava ancora discutendo con i locandieri, alla prima tappa, sul modo per liberarsene, quando, per ordine della polizia, che aveva ricevuto una soffiata, venne arrestato e ricondotto sotto scorta a Ragusa, insieme a suo figlio e a Nicolò, come si chiamava il fanciullo malato. Tutte le rimostranze di Piachi contro la crudele di quel procedimento furono inutili; arrivati a Ragusa, essi furono consegnati a un poliziotto e portati tutti e tre all’ospedale, dove Piachi, bensì, restò sano, e Nicolò, il fanciullo, si ristabilì, ma Paolo, il suo figliolo di undici anni, contagiato da lui, in tre giorni morì.
Quando le porte vennero riaperte Piachi, seppellito il figliolo, ottenne dalla polizia il permesso di partire. Era appena salito in carrozza, prostrato dal dolore, e, scorgendo accanto a sé il posto vuoto, aveva tirato fuori il fazzoletto per dare sfogo alle lacrime, quando Nicolò, con il berretto in mano, si avvicinò alla carrozza e gli augurò buon viaggio. Piachi si sporse dal finestrino e gli domandò, con la voce rotta da violenti singhiozzi, se voleva fare il viaggio con lui.
«Oh sì, molto volentieri!», disse il ragazzo annuendo, non appena ebbe compreso le parole del vecchio. E poiché i responsabili dell’ospedale, quando il commerciante chiese se al ragazzo era permesso partire con lui, l’assicurarono, sorridendo, che era un figlio di Dio, e nessuno ne avrebbe sentito la mancanza, Piachi lo fece salire, con grande commozione, nella carrozza e lo portò con sé a Roma, al posto di suo figlio.
Per via, davanti alle porte della città, il commerciante guardò per la prima volta con attenzione il ragazzo. Era di una bellezza strana, un po’ fissa; i capelli neri gli ricadevano sulla fronte in ciocche lisce, ombreggiando un volto serio e intelligente, che non mutava mai espressione. Il vecchio gli rivolse parecchie domande, alle quali egli diede solo brevi risposte; taciturno e raccolto in se stesso, se ne stava seduto nell’angolo, con le mani in tasca, contemplando, con occhi timidi e pensierosi, le cose che correvano via a lato della carrozza. Di tanto in tanto, con gesti lenti e silenziosi, prendeva una manciata di noci da una borsa che aveva con sé e, mentre Piachi si asciugava le lacrime, le metteva fra i denti e le spezzava.”  (Heinrich von Kleist,  Racconti, introduzione di Giuliano Baioni,  traduzione di Andrea Casalegno, Garzanti, Milano 1977, 190-191)

Anno kleistiano 2011 – 1 – Kleist “uomo dell’attimo”

Peter Friedel, Ritratto di Kleist

Il 21 novembre 1811, a tre miglia da Berlino, in riva al Wannsee, sulla strada per Potsdam, due colpi di pistola danno il via a una delle più ‘grosse’ notizie di stampa della Germania del tempo e scatenano una serie di polemiche senza fine. C’è confusione sui particolari, le autorità prussiane proibiscono, con decreto della polizia, qualsiasi necrologio del poeta suicida. I due giovani, che per la loro morte non sfuggono alla condanna generale (con poche eccezioni: Rahel von Varnhagen scrive: “C’è voluto del coraggio. […] La morte è così nera, ma la vita non va, non va. “ e E.T.A. Hoffmann si rivolge all’amico Hitzig: “La prego di sapermi dire qualcosa su quell’eroica fine; la stupida chiacchiera giornalistica di gente che davanti a un raggio del genio di lui si va a rimpiattare nel proprio misero guscio di noce credendolo un palazzo con sette torri, questa stupida chiacchiera mi ha stomacato, ed era un pezzo che desideravo di apprendere da Lei qualcosa di sensato.”; per una lettura più ampia delle voci levatesi all’epoca faccio riferimento a Un inquieto batter d’ali, 4-9), sono Heinrich von Kleist e la sua coetanea Henriette Vogel.
Un secolo dopo, Franz Kafka annota nel suo diario la scritta sulla corona che i von Kleist hanno fatto deporre, nel primo centenario della morte, sulla tomba del poeta: “Al migliore della sua stirpe”.

Anna Maria Carpi, che, con Un inquieto batter d’ali (Milano 2005),  ha scritto una dettagliata biografia, insieme rigorosamente documentata e straordinariamente poetica nella narrazione, di Heinrich von Kleist, intitola così il capitolo su Kleist nel volume L’età classico-romantica (Roma-Bari 2009, 63-73): L’uomo dell’attimo: Heinrich von Kleist. 
La definizione ha le sue radici in un noto passaggio dal secondo paragrafo del capitolo Lo psicologo prende la parola di Nietzsche contra Wagner. Questo brano, riportato nella traduzione di Ferruccio Masini e, di seguito, nell’originale, costituisce la prima tappa del nostro itinerario nell’anno kleistiano 2011.

“Questi grandi poeti, per esempio, questi Byron, Musset, Poe, Leopardi, Kleist, Gogol – non oso fare nomi molto più grandi, ma li penso – così come ormai sono, come devono essere; uomini dell’istante, sensuali, assurdi, quintuplici, sconsiderati e repentini nella diffidenza e nella fiducia; con anime di cui di solito occorre tenere nascosta qualche screpolatura; spesso, con le loro opere, si sono presi vendetta di una interiore sozzura, spesso coi loro slanci hanno cercato oblio dinanzi a una memoria troppo fedele, idealisti per la vicinanza del pantano – quale martirio rappresentano questi grandi artisti, e soprattutto i cosiddetti uomini superiori, per chi è stato il primo a decifrarli!… Noi siamo tutti difensori di ciò che è mediocre… “

(Friedrich Nietzsche, da: Nietzsche contra Wagner, traduzione di Ferruccio Masini, note di Mazzino Montinari, in: Friedrich Nietzsche, Scritti su Wagner, Adelphi, Milano 1979, p. 232)

— Diese großen Dichter zum Beispiel, diese Byron, Musset, Poe, Leopardi, Kleist, Gogol — ich wage es nicht, viel größere Namen zu nennen, aber ich meine sie — , wie sie nun einmal sind, sein müssen: Menschen des Augenblicks, sinnlich, absurd, fünffach, im Mißtrauen und Vertrauen leichtfertig und plötzlich; mit Seelen, an denen gewöhnlich irgend ein Bruch verhehlt werden soll; oft mit ihren Werken Rache nehmend für eine innere Besudelung, oft mit ihren Aufflügen Vergessenheit suchend vor einem allzu treuen Gedächtnis, Idealisten aus der Nähe des Sumpfes — welche Marter sind diese großen Künstler und überhaupt die sogenannten höheren Menschen für den, der sie erst erraten hat!… Wir sind alle Fürsprecher des Mittelmäßigen….”