Hctor Bianciotti

Juan Rodolfo Wilcock scrittore tra i mondi (di Daniel Raffini)

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Juan Rodolfo Wilcock è oggi in Italia un autore poco conosciuto; eppure in Italia ha vissuto per oltre vent’anni, pubblicando moltissimi libri di assoluto interesse e originalità nel panorama letterario nazionale. Oggi Wilcock è un autore rimosso, espulso dal canone letterario, conosciuto solo da qualche lettore appassionato: questo è paradossale, se pensiamo che i suoi libri sembrano scritti in primo luogo per il piacere della lettura. In questo senso è degna di plauso l’operazione di Adelphi, casa editrice storica di Wilcock, che sta provvedendo alla ripubblicazione delle opere dell’autore. Il carattere ludico della sua opera deriva dalla sua personalità, ma anche dalle sue origini, quel Sudamerica dove tutti scrivono e leggono, dove la scrittura e la lettura hanno ricoperto e ricoprono un ruolo centrale non solo all’interno del panorama culturale, ma anche come fenomeno sociale tout-court.
Wilcock non è infatti italiano, salvo diventarci da un certo momento della sua vita. Egli nasce a Buenos Aires nel 1919 da una famiglia decisamente internazionale – madre argentina, padre inglese, nonni italiani, scozzesi, franco-svizzeri – e come altri argentini mostra fin nel nome il cosmopolitismo della sua famiglia. Questa situazione familiare ebbe come risultato che Juan Rodolfo apprese fin da piccolo molte lingue: oltre allo spagnolo, dominava l’inglese, l’italiano, il tedesco e il francese. I suoi studi sono di carattere tecnico, ma presto decide di dedicarsi alla letteratura. Per le prime prove, in spagnolo, sceglie la poesia: nel 1940 pubblica Primer libro de poemas y canciones, che ottiene un buon successo e dà avvio alla sua carriera letteraria. Negli anni successivi conosce figure di spicco della cultura argentina dell’epoca, come Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares e Silvina Ocampo. La lezione di questi scrittori si farà sentire nei testi del periodo italiano attraverso l’elemento del fantastico, a cui Wilcock aggiunge una buona dose di satira tutta personale. In Argentina collabora con molte riviste – prima tra tutte la ben nota «Sur» – e pubblica altre raccolte di poesie: Los hermosos días (1942), Ensayos de poesía lírica (1943), Persecución de las musas menores (1944), Paseo sentimental (1945), Sexto (1951). Nel 1951 con Silvina Ocampo intraprende un viaggio in Europa e visita anche l’Italia. Pochi anni dopo, nel 1955, decide di lasciare definitivamente l’Argentina e si stabilisce prima a Londra e poi a Roma, dove resterà fino alla morte avvenuta il 16 marzo 1978, inframezzando lunghi periodi di fuga in campagna a Velletri e Lubriano.
Il primo punto su cui soffermarsi è l’esilio di Wilcock, quello spartiacque fondamentale che è l’attraversamento dell’Oceano. Il suo fu un esilio volontario, dettato in parte dalla situazione politica del paese durante il regime peronista, verso il quale lo scrittore si era dimostrato insofferente. Nel 1955 dichiara all’amico Hector Bianciotti: «Se non te ne vai subito da questo paese, sei perduto per sempre». I due partiranno pochi mesi dopo: Bianciotti si stabilirà in Francia, mentre Wilcock approderà a Roma. La scelta di partire non è motivata da una disaffezione per l’Argentina in generale, ma dalle condizioni politiche del paese e dalla situazione che si prospettava agli intellettuali. Tuttavia le ragioni dell’esilio di Wilcock non vanno ricercate solo sulla sponda argentina: se lì c’era qualcosa che lo respingeva, allo stesso modo qui qualcosa lo attirava visceralmente. Il viaggio del 1951 è probabilmente il momento della maturazione nello scrittore della fascinazione dell’Europa come terra delle origini a cui far ritorno. Dal punto di vista personale Wilcock vede nel vecchio continente la patria degli antenati; dal punto di vista generale l’Europa è il luogo in cui la cultura nasce e si espande in tutto il mondo, anche in Argentina: «Quanto alla tradizione letteraria argentina, è ovvio che non può essere altro che la tradizione letteraria europea», dirà Wilcock in un’intervista di Mario Lunetta. Questo legame emerge leggendo le poesie di Wilcock − come ha fatto giustamente notare A. Gialloreto nel saggio L’intelligenza del caos. Gli esodi italiani di Juan Rodolfo Wilcock (in ID, I Cantieri dello sperimentalismo. Wilcock, Manganelli, Gramigna, e altro Novecento, Jaca Book, 2013). L’Europa è la terra delle origini verso la quale lo scrittore si sente attratto: «Una specie di amore mi attirava:/ venni, bevvi l’amore e persi i sensi» (R. Wilcock, Poesie, Adelphi, 1980, pp. 150-151). Per quanto riguarda l’Italia il legame interessa anche la lingua, sentita come retaggio materno nelle sue varie accezioni: «Madre ho un brivido quando penso/ che mi hai dato come a tutti i tuoi figli/ una parola almeno in dono, una/ soltanto delle migliaia di basalto/ che furono di Dante Alighieri» (Ivi, p. 164). È così che l’esilio di Wilcock diventa anche esilio linguistico e lo scrittore decide di scrivere in italiano, lingua a cui rimarrà fedele per il resto della sua vita, tornando allo spagnolo solo per autotradursi. (altro…)