Hans Magnus Enzensberger

H.M. Enzensberger, Hommage à Gödel

Illustrazione di O. Herrfurth

Trilemma di Münchhausen.
Gödel da Enzensberger:
Tirarsi pei capelli
da pantani perpetui.
(A.M. Curci)

 

Hommage à Gödel

Il teorema di Münchhausen, cavallo, pantano e ciuffo,
è affascinante, ma non dimenticare:
Münchhausen era un bugiardo.

A prima vista il teorema di Gödel
pare modesto, ma pensa:
Gödel ha ragione.

“In ogni sistema sufficientemente potente
è possibile formulare proposizioni
che all’interno del sistema
non sono né dimostrabili né confutabili,
a meno che il sistema
stesso sia privo di fondamento.”

Tu puoi descrivere la tua lingua
nella tua propria lingua:
ma non del tutto.
Tu puoi esplorare il tuo cervello
con il tuo proprio cervello:
ma non del tutto.
Ecc.

Per giustificarsi
ogni sistema pensabile
deve trascendersi,
cioè distruggere.

“Sufficientemente potente” o no:
l’assemza di contraddizione
è un fenomeno di carenza
oppure una contraddizione.

(certezza = infondatezza)

Ogni pensabile cavaliere,
dunque anche Münchhausen,
dunque anche tu sei un sottosistema
di un pantano sufficientemente potente

E un sottosistema di questo sottosistema
È il proprio ciuffo di capelli
questa leva
per riformisti e bugiardi.
In ogni sistema sufficientemente potente
dunque anche in questo pantano qui,
è possibile formulare proposizioni
che all’interno del sistema
non sono né dimostrabili né confutabili.

Queste proposizioni, afferrale con la mano
E tira!

 

Hans Magnus Enzensberger, da: Die Elixiere der Wissenschaft
(traduzione di Anna Maria Curci)

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Il perdente radicale, Hans Magnus Enzensberger

perdente radicale

«Negli ultimi duecento anni le società più evolute si sono conquistate nuovi diritti, nuovi aspettative, nuove esigenze, spazzando via l’idea di un destino ineluttabile; hanno posto all’ordine del giorno concetti quali la dignità e i diritti dell’uomo; hanno democratizzato la lotta per il riconoscimento e suscitato attese di uguaglianza che non si possono soddisfare; e al contempo hanno fatto sì che ogni giorno per ventiquattro ore la disuguaglianza venga dimostrata su tutti i canali televisivi a tutti gli abitati del pianeta. Ragione per cui la delusione umana è aumentata con ogni progresso.»

Chi è il perdente radicale? Quali le sue caratteristiche? Dove si nasconde? Se da un punto di vista metafisico siamo tutti perdenti, Napoleone come l’ultimo derelitto di Calcutta, perché tutti soggetti al tempo e alla morte, da un punto di vista politico la questione è molto più complessa.
È questo il nodo concettuale che affronta il poeta e saggista tedesco Hans Magnus Enzensberger nel suo breve saggio Il perdente radicale, Einaudi 2007, trad. di Emilio Picco. Il perdente radicale non è lo sconfitto o il fallito che magari spera ancora in un riscatto è, invece, colui che ha introiettato il giudizio negativo degli altri e lo ha fatto proprio ritirandosi dal contesto sociale; è un dormiente, di solito è un maschio, che si macera e si autocommisera nel suo vittimismo e aspetta l’occasione per scaricare in maniera totalmente distruttiva il suo odio represso su qualcuno o qualcosa: la famiglia, il luogo di lavoro, i vicini di casa. E le cronache di questi ultimi anni si riempiono di episodi di violenza estrema e apparentemente immotivata, anche perché, secondo l’autore, la nostra società, a differenza di quelle del passato, promette un progresso sociale che, però, non riesce ad eliminare la precarietà della condizione umana, ma solo a modificarla. Quindi, a suo giudizio, sono aumentate a dismisura le aspettative di uguaglianza a fronte di una limitatissima possibilità di una loro effettiva realizzazione.
Ma quando è un popolo, un gruppo sociale o gli appartenenti a una religione ad essere nelle condizioni psicologiche sopra descritte cosa accade? Secondo Enzensberger si va incontro al fanatismo, come dimostra l’ideologia nazista che nasce dall’umiliazione tedesca nella prima guerra mondiale e che individua il capro espiatorio nell’ebreo, facendo di tutto per annientarlo, per poi autodistruggersi. O, per arrivare ai giorni nostri, all’integralismo degli islamisti, che non ha nessuna proposta politica costruttiva se non quella di morire annientando il presunto nemico, l’Occidente, causa dell’umiliazione dell’Islam e della caduta della sua civiltà da un passato glorioso. L’integralismo in questo modo porta a dimensione universale e a pratica quotidiana il culto della morte, dell’annientamento radicale di ogni vita. A tale minaccia i paesi occidentali non rispondono adeguatamente, anche per i loro interessi economici nel Medioriente, e sembrano non rendersi conto che il virus dell’odio è al loro interno e si sta diffondendo in maniera sempre più incontrollabile. Enzensberger non offre soluzioni, se non quella di combattere queste tendenze distruttive insite nelle nostre società. Come, però, è tutto da scoprire.

«Tutto ciò che sostanzia la vita quotidiana nel Maghreb e nel Medio Oriente, ogni frigorifero, ogni cacciavite, senza contare i prodotti della tecnologia avanzata, rappresenta quindi, per ogni arabo in grado di pensare, una tacita umiliazione.»

Francesco Filia

(Pubblicato il 29 aprile 2008 su Nellocchiodelpavone.)

Su “Tumulto” di Hans Magnus Enzensberger

di Luciano Mazziotta

enzensberger foto

Bilancio e profezia sono due termini attraverso i quali poter definire la scrittura di Hans Magnus Enzensberger. Bilancio degli anni che sono stati e profezia, razionale, di quello che potrà essere. E ciò che potrà essere, però, è sempre il cataclisma, il crollo, in una parola l’apocalisse. Già con il poema La fine del Titanic (1980) il poeta aveva rappresentato in forma allegorica la caduta, ineluttabile, ma lenta, dell’Occidente, dei suoi miti, nonché delle stesse ideologie, maturate in esso, che a lui cercavano di opporsi. Tutto crollava, dominatori e dominati, miti e contromiti, come in una sola, imponente, nave.
Ora in Tumulto (Einaudi, 2016; traduzione di Daniela Idra) Enzensberger ci fornisce l’occasione, lo spazio e il tempo, in cui si è sviluppata la sua visione del mondo, in un’opera che contamina romanzo amoroso, autobiografia, diario, saggio politico e, infine, saggio socioletterario. Scandito in cinque sezioni, ma suddivisibile in tre parti, l’opera inizia con gli appunti sparsi tratti da un diario scritto nel 1963, anno del soggiorno in Unione Sovietica dell’autore; continua con un dialogo tra il sé di ora e il sé di allora, in cui ci si concentra sugli anni 67-70; e si conclude con dei Postscritti, redatti nel presente, che guardano al passato con lo scopo di fare chiarezza, come quando gli operatori subacquei vanno ad ispezionare un relitto nel fondo del mare.
Il 1963 non è una data casuale. È una data pubblica e privata, politica e letteraria, funzioni che, come già detto, si frammischiano continuamente nell’opera di Enzenbserger. È lì che comincia il contatto tra Enzensberger e il socialismo reale dell’Unione Sovietica, quel mondo che Kim, l’intellettuale organico del Sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, rappresentava ancora come l’unico mondo felice, e che si rivela, invece, a tratti rozzo e claustrofobico. Lì Hans Magnus ha la possibilità di incontrare Nikita Chruščёv, di relazionarsi con la potente Unione degli scrittori e, infine, di avviare la sua relazione amorosa con Marija Aleksandrovna Makarova, detta Maša, filologa sovietica e protagonista, insieme al poeta, di quello che l’autore stesso definisce il suo romanzo russo. Tutto viene comunque descritto in forma ironica e autoironica, come una fotografia lontana. Chruščёv è il segretario debole del partito, nonostante l’avvio della destalinizzazione; è l’uomo che spiega “il Socialismo a Sartre in modo imbarazzante”, senza troppi approcci teorici. Ad ogni modo a lui sembra si rivolga la simpatia dell’autore, anche perché il segretario del PCUS non cerca di ingraziarsi il pubblico dei letterati che si trova di fronte, né tollera di buon grado l’attitudine servizievole di alcuni di loro. Molto meno “consolante” è l’Unione degli scrittori, organo di governo per il controllo sulla letteratura e sulla circolazione di questa negli stati dell’Unione Sovietica. L’Unione degli scrittori è l’organo che stabilisce chi è uno scrittore e chi no. Venirne esclusi significa, dice Enzensberger, la morte sociale, come l’esilio in epoca romana. L’Unione Sovietica, però, sembra tenere saldo il legame tra politica e letteratura, cosa assente del tutto in Occidente. Inoltre, al di là dell’Unione degli scrittori, sbalordisce il modo in cui la letteratura sia diffusa capillarmente nel paese, nonché il giudizio comune sugli scrittori. In Unione Sovietica qualcosa di idilliaco esiste ancora: l’autore può non provare vergogna a definirsi poeta.
Poi c’è Maša: neppure rispetto alla relazione amorosa l’autore si lascia prendere da slanci sentimentali. Il matrimonio con Maša è utile alla libera circolazione di quest’ultima nei paesi occidentali. E la stessa convivenza con lei è descritta come il risultato di due divorzi e un matrimonio.
Nel frattempo c’è la Germania, dove prende piede la rivolta giovanile, il tumulto o una delle facce di questo: Enzenbserger, però, è altrove, è sempre altrove quando succede qualcosa. L’essere altrove, del resto, è uno dei rimproveri più pesanti fatti dal sé di ora nei confronti del sé di allora della seconda parte del libro: più che ad un dialogo alla pari, sembra di assistere, talvolta, ad un interrogatorio. L’autore deve giustificarsi e si definisce: mauvaise foi, cattivo compagno, il suo interesse politico non è nient’altro che legittima difesa. Trovarsi altrove, tuttavia, gli permette di osservare meglio lo svolgimento dei fatti, ed anche a questo l’autore dà un nome: osservazione partecipe. Nei pochi momenti, comunque, in cui si trova in Germania, ha la possibilità di osservare la fondazione della Kommune I, tra i quali milita anche il fratello; entra in contatto con la RAF, i cui membri gli chiedono ospitalità, ma che vengono cacciati via da casa sua. Nei confronti dell’una e dell’altra organizzazione, ad ogni modo, l’autore esprime il suo giudizio impietoso: la Kommune I ha anticipato le strategie del marketing contemporaneo, mentre la RAF appare sia nata per sbaglio. L’ambiente della sinistra berlinese è nevrotico, e resta ignota la ragione per la quale qualcuno decida di parteciparvi.
Enzensberger, dunque, è altrove. È altrove dai fanatismi, dalla claustrofobia. Ma non si rassegna alla possibilità di un mondo migliore. Enzensberger si reca a Cuba, l’ultima speranza della rivoluzione. Ma anche Cuba diventa il viaggio che acuisce il suo sconforto: tutti i viaggi nel socialismo reale di Enzensberger sono amari, ricchi di delusione, comunque sia luoghi sui quale investire il suo pensiero critico-negativo ironicamente. A Cuba stessa, l’autore non trova che arroganza del potere, repressione e disordine. Tuttavia Cuba è l’unico luogo in cui lui e Maša riescono a convivere pacificamente: Cuba è l’habitat del romanzo russo, il luogo dove qualcosa di sovietico può funzionare. Maša è la donna del romanzo russo, che vorrebbe liberarsi dalla sua “sovieticità”, ma che non riesce a farlo. Sono “sovieticissimi”, in effetti, i suoi giudizi sulla rivoluzione di Castro: una rivoluzione e uno stato socialista hanno bisogno di un partito unico e forte che diriga l’apparato statale. Castro non ce l’ha e Maša, invece, esprime la sua teoria politica con grande disinvoltura, suscitando lo stupore di Enzensberger. Se l’autore non pare accettare le parole della sua donna di allora, tuttavia sembra condividere le teorie di altre due donne che irrompono in questo testo: si tratta della poetessa Nelly Sachs e di Lili Brik, la musa di Majakovskij. L’una sostiene “meglio morta che proletaria”, proposizione che molti intellettuali comunisti, a parere di Enzensberger, approvano, ma che difficilmente ammetterebbero. Dall’altra parte c’è Lili, che ritiene “il socialismo un errore, il capitalismo una scemenza”. Se c’è qualcosa di rivoluzionario, quello è il Faust, per Enzensberger. Nell’opera di Goethe si annidano teorie più rivoluzionarie di tutti i pamhplet scritti negli ultimi due secoli.
L’Occidente sta crollando, ma anche il socialismo reale suscita all’autore nient’altro che sconforto. Ed è così che si può definire Tumulto: un viaggio attraverso tutte le classi del Titanic, in cui non c’è calotta di salvataggio per nessuno, occidente e oriente, capitalismo e socialismo. Il tumulto continua altrove ed è forse l’unico vantaggio che ha il mondo su una nave: la nave prima o poi arresta la sua caduta e le sue oscillazioni. Il mondo no. Gli anni ’70 sono stati il tumulto di Enzensberger e dell’Europa, ma “hanno ingoiato tutto”, scrive l’autore nella poesia con la quale ha deciso di concludere il libro. Bisogna ricordarli perché rappresentano il primo scricchiolio della nave, ma farlo “con troppa indulgenza/ sarebbe anche troppo”. Tuttavia, tra rammarico e disincanto, tra delusione e partecipazione, il libro lascia un invito nascosto ma chiaro, riassumibile con le parole di Elio Pagliarani: Proviamo ancora col rosso.

Gli anni meravigliosi #21: Hilde Domin

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute – su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume Il partito è il nostro sole. La scuola socialista nella letteratura delle DDR, fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

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La ventunesima tappa è dedicata, oggi, nel decennale della morte, a Hilde Domin. Il brano scelto è del 1972; si tratta di un’intervista immaginaria al poeta Heinrich Heine, vissuto tra il 1797 e il 1856, noto al pubblico italiano sin dalle traduzioni carducciane delle sue poesie. Non solo i dati biografici comuni – entrambi ebrei tedeschi, entrambi in esilio per molti anni – ma anche e soprattutto la prossimità del sentire rendono questa intervista una chiara presa di posizione su temi ricorrenti negli scritti di Domin e tutt’ora di grande attualità. Come ricorda Domin nella breve introduzione, tutte le risposte di Heine sono tratte dai suoi scritti, in gran parte, ma non in esclusiva, dalle tarde opere in prosa. Si riconoscono infatti, accanto a brani dalle Confessioni, anche estratti da testi degli anni Trenta del 19° secolo, quali la Einleitung zu »Kahldorf über den Adel«(Introduzione a «Kahldorf sulla nobiltà»), datata 8 marzo 1831, e perfino da Die Romantik (Il romanticismo), scritto giovanile del 1820. Di grande rilievo è il riferimento che Hilde Domin fa, tra il serissimo e il divertito, ai bruschi cambiamenti  nella storia della ricezione, sia di singoli autori (qui appare la ‘triade delle H’: Hölderlin, Heine, Hesse, negli anni Settanta visti in Germania rispettivamente come un potenziale terrorista pre-Baader, un marxista pre-Benjamin, un precursore dei figli dei fiori; Domin ricorda tuttavia, citando versi da Der Schaum di Enzensberger, atto di accusa che l’autore declamò dinanzi al Gruppo ’47 nel 1959, che la poesia di Hölderlin era stata tanto idolatrata quanto fraintesa nel dodicennio nazista), sia della poesia tout court. Vengono ripresi e rielaborati anche qui temi ricorrenti nella scrittura di Domin: la metafora dell’esilio e dell’emigrazione (esterna e, con l’accenno a Loerke, anche interna) come condizione esistenziale, la patria costituita dalla lingua materna e le patrie acquisite con il plurilinguismo. Il brano va letto dunque nella cornice più ampia di quella appassionata dichiarazione di poetica e professione di fede nella poesia che è l’opera tutta di Hilde Domin. La poesia non si piega allo ‘scopo’ del momento. Questo torna ad affermare Hilde Domin nell’intervista che giunge a noi dagli “anni meravigliosi”, anni nei quali più d’uno (“una minoranza, ma molto attiva”, per dirla con le sue parole) aveva dichiarato guerra alla poesia. La scritta provocatoria, con il rosso della vernice spray ad aggiungere violenza alle parole, apparsa sul muro dell’università a Heidelberg, che Hilde Domin riferisce al suo interlocutore Heinrich Heine a conclusione dell’intervista, la dice lunga sul clima degli “anni meravigliosi” nella Germania occidentale (e non solo lì) . (Anna Maria Curci)

Hilde Domin intervista Heinrich Heine a Heidelberg, nel 1972

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Domin: Signor Heine, vorrei rivolgerle domande su alcuni problemi attuali:

«Tutta la Storia non è altro, al momento, che una vicenda di cacciatori e prede. Questa è l’epoca della caccia grossa alle idee liberali … E non mancano cani eruditi che trascinano la parola sanguinante. Berlino dà da mangiare alla muta migliore, e già sento il latrare del branco», così lei scriveva nel 1931.

Heine: L‘8 marzo 1831.

Domin: Mi perdoni. È così facile sbagliarsi di secolo.

Heine: L’aria di casa mi si era fatta ogni giorno più malsana e ho dovuto pensare seriamente a cambiare clima. – Vivo in Francia dal maggio 1831.

Domin: Ho lasciato la Germania nel 1932. L’aria era ormai quasi del tutto irrespirabile, sebbene non tutti se ne fossero accorti subito. Come trova che stiano messe le cose da noi oggi, per esempio per la poesia?

Heine: Se si picchia sulla giacca, si colpisce anche l’uomo che indossa quella giacca, e se si ironizza sulla forma poetica della parola tedesca, scappa fuori qualcosa con la quale si ferisce la parola tedesca stessa.

Domin: La parola tedesca. Questo lei lo sottolinea così tanto. Eppure proprio lei è riuscito come emigrante a pubblicare all’estero anche in francese, e con successo.

Heine: Questa parola è davvero il nostro bene più sacro… una patria perfino per colui al quale stoltezza e perfidia precludono una patria.

Domin: Lei è il primo a formulare il concetto in questo modo, soltanto cento anni prima di questa generazione, definitivamente l’ultima, di poeti ebraico-tedeschi. Noi infatti, i sopravvissuti a questa persecuzione, siamo gli ultimi nella storia tedesca.

[…]

Domin: Anche a lei fu proibito di scrivere, come a Loerke, come a tanti. Fin dal ‘35 fu vietata la pubblicazione dei suoi scritti religiosi e politici.

Heine: Voi conoscete il decreto della dieta federale del dicembre 1835, con il quale tutti i miei scritti furono puniti con l’interdizione… Sapevo che gli spacconi più sfacciati erano riusciti… a far credere che io fossi a capo di una scuola che aveva cospirato per il crollo di tutte le istituzioni borghesi e morali.

Domin: Anche per me i delatori sono la cosa peggiore.

Heine: Chi ha trascorso i suoi giorni in esilio… chi ha percorso in su e in giù le ostiche scale della terra straniera, capirà …

Domin: Al giorno d’oggi tutte e due le Germanie la reclamano per sé. I suoi scritti vengono stampati in molte edizioni. E su di lei le opinioni sono divergenti, proprio come ai suoi tempi.

Heine: Che mi si lodi o mi si biasimi, ma sempre con passione e senza fine. C’è dove mi si odia, dove mi si idolatra, dove mi si offende …

Domin: In quest’epoca lei fa parte dei pochi poeti che da noi sono “in”, per motivi, diciamo così, ‘sovraletterari’. Lei, Hölderlin e Hesse, ciascuno in una veste diversa. Hölderlin, che fino a poco tempo fa era un idolo per i nazisti («che farcene di chi dice hölderlin e intende himmler?», le sto citando Enzensberger), presentato ora come Andreas Baader, come potenziale attentatore, Hesse – così isolato e infelice, come era negli ultimi tempi!– riabilitato come hippy, lei stesso inserito nel canone delle letture e catalogato come marxista, un pre-Benjamin.

Heine: Ho visto covare gli uccelli che in seguito avrebbero intonato nuovi canti. Ho visto come Hegel, con la sua faccia quasi comicamente atteggiata a serietà, sedeva come gallina sulle uova fatali e ho sentito il suo chiocciare.

[…]

Domin: La Germania, Heine? Su questo punto lei è dibattuto esattamente come sulla questione della rivoluzione.

Heine: La Germania, siamo noi stessi.

Domin: Con che passione lo dice! La conosco, questa passione.

Heine: Si può amare la patria e arrivare a ottant’anni senza averlo saputo prima. È necessario, tuttavia, essere rimasti a casa per tutto il tempo. Solo d’inverno si riconosce l’essenza della primavera… Così, l’amor patrio tedesco inizia solo alla frontiera tedesca.

[…]

Domin: Forse lei desidera sfruttare l’occasione per visitare ancora un po‘ Heidelberg.

Heine: Da … anni non sento un usignolo tedesco.

Domin: L’usignolo? È acqua passata. L’ha ucciso l’industria. Anche il vento d’occidente di Suleika non è più quello di una volta. «Fiori, prati, bosco e colli. // stanno presso il tuo soffio»– no, non «in lacrime», nello smog. Sa, i gas di scarico di Ludwigshafen e Mannheim. Ma la botte è rimasta proprio così come lei la conosce ed è a pochi passi da qui. Anche per l’università ci vogliono solo cinque minuti. Lì, nel cortile interno, presso la torre delle streghe, può leggere, scritto con la vernice spray rossa: «Fracassate il grugno alla pace». Naturalmente è una minoranza, ma come ho già detto, molto attiva.

Heine: Tremava il mio piede d‘impazienza
          di calpestare il suolo tedesco .

Domin: Heine, la ringraziamo per questa conversazione.

Hilde Domin
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Hilde Domin interviewt Heinrich Heine 1972 in Heidelberg

 

Domin: Herr Heine, ich möchte Sie zu einigen aktuellen Problemen befragen:

»Die ganze Zeitgeschichte ist jetzt nur eine Jagdgeschichte. Es ist jetzt die Zeit der hohen Jagd gegen die liberalen Ideen … Und es fehlt nicht an gelehrten Hunden, die das blutende Wort heranschleppen. Berlin füttert die beste Koppel, und ich höre schon, wie die Meute losbellt«, so schrieben Sie 1931.

Heine: Am 8. März 1831.

Domin: Verzeihen Sie. Man vertut sich so leicht in den Jahrhunderten.

Heine: Die heimatliche Luft ward mir täglich ungesünder, und ich mußte ernstlich an eine Veränderung des Klimas denken. – Seit dem Mai 1831 lebe ich in Frankreich.

Domin: Ich verließ Deutschland 1932. Die Luft war kaum mehr zu atmen, obwohl nicht alle es gleich merkten. Wie finden Sie sie denn heute bei uns, z.B. für die Dichtung?

Heine: Wenn man auf den Rock schlägt, trifft der Hieb auch den Mann, der im Rocke steckt, und wenn man über die poetische Form des deutschen Wortes spöttelt, so läuft auch manches mit unter, wodurch das deutsche Wort selbst verletzt wird.

Domin: Das deutsche Wort, Sie betonen das so sehr. Gerade Sie haben es doch fertiggebracht, als Emigrant draußen auch französisch zu veröffentlichen. Und mit Erfolg.

Heine: Dieses Wort ist ja eben unser heiligstes Gut …, ein Vaterland selbst demjenigen, dem Torheit und Arglist ein Vaterland verweigern.

Domin: Sie sind der erste, der es so formulierte. Nur hundert Jahre vor dieser endgültig letzten Generation deutsch-jüdischer Dichter. Denn wir, die Überlebenden dieser Verfolgung, sind die Letzten in der deutschen Geschichte.

[…]

Domin: Sie hatten ja auch Schreibverbot, wie Loerke, wie so viele. Ihre politischen und religiösen Schriften durften nicht mehr verbreitet werden, seit dem Jahr 35.

Heine: Ihr kennt den Bundestagsbeschluß vom Dezember 1835, wodurch meine ganze Schriftstellerei mit dem Interdikt belegt war … Ich wußte, das es der schnödesten Angeberei gelungen war …, glauben zu machen, ich sei das Haupt einer Schule, welche sich zum Sturze aller bürgerlichen und moralischen Institutionen verschworen habe.

Domin: Auch für mich sind Denunzianten das Ärgste.

Heine: Wer je seine Tage im Exil verbracht hat… wer die harten Treppen der Fremde jemals auf und ab gestiegen, der wird begreifen …

Domin: Beide Deutschland reklamieren Sie heute. Sie werden in vielen Ausgaben gedruckt. Und es scheiden sich die Geister an Ihnen, wie zu Ihren Lebzeiten.

Heine: Man lobt mich oder man tadelt mich, aber stets mit Leidenschaft und ohne Ende. Da haßt, da vergöttert, da beleidigt man mich …

Domin: In dieser Zeit gehören Sie zu den wenigen Dichtern, die bei uns »in« sind, aus überliterarischen Gründen sozusagen. Sie und Hölderlin und Hesse, jeder in anderer Verkleidung. Hölderlin, eben noch Naziidol (»wohin mit dem, was da sagt hölderlin und meint himmler?«, ich zitiere Ihnen Enzensberger), präsentiert als Andreas Baader, als potentieller Attentäter, Hesse – so isoliert und unglücklich, wie er zuletzt war! – rehabilitiert als Hippie, Sie selber kanonisiert als Marxist, ein Vor-Benjamin.

Heine: Ich sah die Vögel ausbrüten, welche später die neuen Sangesweisen anstimmten. Ich sah, wie Hegel mit seinem fast komisch ernsthaften Gesichte als Bruthenne auf den fatalen Eiern saß, und ich hörte sein Gackern.

[…]

Domin: Deutschland, Heine? Da sind Sie doch genauso zerrissen wie in der Frage der Revolution.

Heine: Deutschland, das sind wir selber.

Domin: Die Leidenschaft, mit der Sie das sagen. Ich kenne das.

Heine: Man kann sein Vaterland lieben, und achtzig Jahre dabei werden und es nicht gewußt haben. Aber man muß dann auch zu Hause geblieben sein. Das Wesen des Frühlings erkennt man erst im Winter… So beginnt die deutsche Vaterlandsliebe erst an der deutschen Grenze.

[…]

Domin: Vielleicht möchten Sie bei dieser Gelegenheit Heidelberg noch ein wenig besichtigen.

Heine: Seit … Jahren habe ich keine deutsche Nachtigall gehört.

Domin: Die Nachtigall? Das ist vorbei. Die Industrie hat sie ermordet. Suleikas Westwind ist auch nicht mehr, was er war. »Blumen, Auen, Wald und Hügel. // stehn bei deinem Hauch – nein, nicht »in Tränen«, im Smog. Die Abgase von Ludwigshafen und Mannheim, Sie wissen. Aber das Faß ist ganz, wie Sie es kennen, und nur wenige Schritt von hier. Auch zur Universität sind es nur fünf Minuten. Dort können Sie im Innenhof beim Hexenturm lesen, mit rotem Farbspray angespritzt: »Zerschlagt dem Frieden die Schnauze«. Es ist natürlich nur eine Minderheit, ich sagte das schon, aber sehr aktiv.

Heine: Es bebte mein Fuß vor Ungeduld

           Daß er deutschen Boden stampfe.

Domin: Heine, wir danken Ihnen für dieses Gespräch.

Hilde Domin, in: H.D., Gesammelte autobiografische Schriften, Fischer 2009 [1998], 233-242

Poesie per l’estate #28: H. M. Enzensberger, Fuga di pensieri

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza, in questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

enzi

Gedankenflucht

Vorläufig läuft es noch,
geht gut,
geht seinen Gang

Unsere Siege
huschen an uns vorbei
Sogar unsre Niederlagen
haben sich als flüchtig erwiesen

Vorläufer sind wir,
die hinter der Nachwelt herhinken
oder Hinterbliebene,
die ihrer Zeit vorauseilen

Auch das Ende der Welt
ist vielleicht
nur ein Provisorium

Vorläufig sterben wir
seelenruhig
in unseren Liegestühlen

Dann sehen wir weiter

 

Fuga di pensieri

Al momento procede
va bene
funziona

le nostre vittorie
ci sgusciano via
perfino le nostre disfatte
ci sfuggono

apripista noi siamo
che arrancano, zoppi, dietro la posterità
o sopravvissuti che stanno
in anticipo sul proprio tempo

anche la fine del mondo
è forse soltanto
nient’altro che un provvisorio

al momento moriamo
con l’anima in pace
nelle nostre sdraio di proprietà

poi si vedrà

 

©Hans Magnus Enzensberger

(trad. di Luciano Mazziotta)

Giornata mondiale della poesia 2015: le nostre (ri)proposte

Oggi, 21 marzo 2015, in occasione della Giornata Mondiale della Poesia, proponiamo la (ri)lettura di alcuni nostri articoli dedicati a voci poetiche a noi care.

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An(ders)denken: Bachmann, Jandl, Enzensberger, Braun, Kunze

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biennale arte – foto gm

 

An(ders)denken: Bachmann, Jandl, Enzensberger, Braun, Kunze

 

Quando l’esercizio della memoria (Andenken), il monito sul tempo si fa pensiero diverso e divergente (anders denken): cinque testi poetici, cinque autori di lingua tedesca. Scelta di testi e traduzione in italiano di Anna Maria Curci.

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Reloaded (riproposte estive) #12: Alfred Andersch a 100 anni dalla nascita

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Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

***

Leggendo Alfred Andersch

«indignatevi il cielo è azzurro» scrive
Andersch. Dei materni aguzzini pure
volto affilato e le lacrime a getto
conosco, flagellante passepartout.

Non sei diafana, madre. Stratagemmi
occlusioni tu dipani da sempre.
Commi rifili e cucire non sai.
Alle corde, terroristi ci chiami.

Anna Maria Curci

Alfred Andersch a 100 anni dalla nascita

di Anna Maria Curci

Cento anni fa, il 4 febbraio 1914, nasceva a Monaco di Baviera Alfred Andersch. Andersch ha ai miei occhi molti meriti, non ultimo quello di aver contribuito in misura consistente al riconoscimento della scrittura di Arno Schmidt. Suoi romanzi e racconti sono stati tradotti in italiano, in Italia fece il suo primo viaggio già nel 1934, in Italia fu soldato – ai tempi della “guerra totale” venne reclutato anche lui,  avversario politico del regime nazionalsocialista, lui,  che nel 1933 era stato rinchiuso per alcuni mesi nel campo di concentramento di Dachau -, in Italia, agli inizi di giugno 1944, prima disertò e fu poi tra i prigionieri delle truppe alleate, in Italia ambientò le vicende di alcune delle storie da lui scritte, in Italia soggiornò tra il 1962 e il 1963. Tuttavia, attualmente sono ben pochi in Italia a conoscerne il nome. Nel giorno del centenario della nascita il mio omaggio a questo scrittore si concretizza nella mia trasposizione in italiano di suoi versi e nella trascrizione dell’incipit del suo racconto Un amante della penombra, riportato qui nella traduzione di Italo Alighiero Chiusano.

Dalla raccolta del 1977 empört euch der himmel ist blau, “indignatevi il cielo è azzurro”, scelgo i versi che danno il titolo al volume e che sintetizzano in maniera chiara e incisiva i due fari della vita e della scrittura di Andersch: estetica e resistenza. Andersch ebbe a scrivere «L’estetica della resistenza altro non è che la resistenza dell’estetica.» A chi vuole separare artificiosamente i due ambiti, Andersch replica: «indignatevi il cielo è azzurro»:

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Alfred Andersch a 100 anni dalla nascita

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Leggendo Alfred Andersch

«indignatevi il cielo è azzurro» scrive
Andersch. Dei materni aguzzini pure
volto affilato e le lacrime a getto
conosco, flagellante passepartout.

Non sei diafana, madre. Stratagemmi
occlusioni tu dipani da sempre.
Commi rifili e cucire non sai.
Alle corde, terroristi ci chiami.

Anna Maria Curci

Alfred Andersch a 100 anni dalla nascita

di Anna Maria Curci

Cento anni fa, il 4 febbraio 1914, nasceva a Monaco di Baviera Alfred Andersch. Andersch ha ai miei occhi molti meriti, non ultimo quello di aver contribuito in misura consistente al riconoscimento della scrittura di Arno Schmidt. Suoi romanzi e racconti sono stati tradotti in italiano, in Italia fece il suo primo viaggio già nel 1934, in Italia fu soldato – ai tempi della “guerra totale” venne reclutato anche lui,  avversario politico del regime nazionalsocialista, lui,  che nel 1933 era stato rinchiuso per alcuni mesi nel campo di concentramento di Dachau -, in Italia, agli inizi di giugno 1944, prima disertò e fu poi tra i prigionieri delle truppe alleate, in Italia ambientò le vicende di alcune delle storie da lui scritte, in Italia soggiornò tra il 1962 e il 1963. Tuttavia, attualmente sono ben pochi in Italia a conoscerne il nome. Nel giorno del centenario della nascita il mio omaggio a questo scrittore si concretizza nella mia trasposizione in italiano di suoi versi e nella trascrizione dell’incipit del suo racconto Un amante della penombra, riportato qui nella traduzione di Italo Alighiero Chiusano.

Dalla raccolta del 1977 empört euch der himmel ist blau, “indignatevi il cielo è azzurro”, scelgo i versi che danno il titolo al volume e che sintetizzano in maniera chiara e incisiva i due fari della vita e della scrittura di Andersch: estetica e resistenza. Andersch ebbe a scrivere «L’estetica della resistenza altro non è che la resistenza dell’estetica.» A chi vuole separare artificiosamente i due ambiti, Andersch replica: «indignatevi il cielo è azzurro»:

zwar schreibe ich jetzt nicht mehr
nur noch
für mich

andererseits schreibe ich nur   was
mir
spaß macht

ausgeschlossen
sagen viele   moral und
vergnügen
schließen sich aus

ich aber schreib’s in
eine
zeile

empört euch der himmel ist blau

è vero sì che non scrivo più
ormai se non
per me

d’altro canto però scrivo soltanto  ciò che
mi
diverte

non se ne parla proprio
dicono in molti    la morale e
il divertimento
si escludono a vicenda

ma io lo scrivo in
una
riga

indignatevi il cielo è azzurro

.

Alfred Andersch
(traduzione di Anna Maria Curci)

Sempre nel volume empört euch der himmel ist blau apparve una poesia precedentemente pubblicata, nel 1976, sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung” e che, negli anni di piombo e della legislazione di emergenza nella Repubblica Federale Tedesca, accese gli animi su posizioni contrapposte. Il bersaglio è quello che fu definito all’epoca Radikalenerlaß, vale a dire la direttiva, nota come Extremistenbeschluß  (in entrambi i casi riporto i termini nella grafia antecedente la riforma ortografica del 1998) e approvata il 28 gennaio 1972 dal cancelliere Willy Brandt e dai presidenti dei consigli dei ministri dei Länder. L’applicazione della norma, particolarmente rigida e restrittiva nei Länder governati dalla “Union” (CDU-CSU) – che l’avevano interpretata come vero e proprio “Berufsverbot“, divieto di accesso a posti nella pubblica amministrazione, in particolare per rappresentanti del movimento studentesco del ’68 – aveva suscitato proteste veementi sia all’estero, sia in Germania, con una esplicita accusa di incostituzionalità della norma.  La poesia è artikel 3(3), “articolo 3 comma 3” e inizia proprio con il testo del terzo comma del terzo articolo della Legge fondamentale della RFT del 23 maggio 1949. I riferimenti al passato recente e all’attualità sono puntuali e inequivocabili, durissimi e ampi nel ricorso a citazioni letterali dal dettato della legge, a passi biblici, a proverbi e detti popolari, ad espressioni volutamente volgari.

Artikel 3 (3)

1.

niemand darf wegen
seines geschlechtes
seiner abstammung
seiner rasse
seiner sprache
seiner heimat und herkunft
seines glaubens
seiner religiösen oder
politischen
anschauungen
benachteiligt oder
bevorzugt werden

2.

ein Volk von
ex-nazis
und ihren
mitläufern
betreibt schon wieder
seinen Lieblingssport
die hetzjagd auf
kommunisten
sozialisten
humanisten
dissidenten
linke

3.

wer rechts ist
grinst

4.

beispielsweise
wird eine partei zugelassen
damit man
die existenz
ihrer mitglieder
zerstören kann
eigentlich waren
die nazis
ehrlicher

zugegeben
die neue methode ist
cleverer

5.

dreißig jahre später
gibt es wieder
sagen wir
zehntausend
die verhören
die neue gestapo

wehrt euch
vielleicht gibt es zeitungen
die eine rubrik einrichten
jeden tag in einem kasten
eine visage
die fotografie einer fresse
die verhört
mit namen
beruf
adresse
sowie
in den meisten fällen
mitgliedsnummer der
nsdap

dann selbstverständlich
keine gewalt
sondern
geht hin
und zeichnet
die wohnungstüre
das haus
des folterers
mit hakenkreuzen

ich garantiere euch
der wird es sich überlegen
ob er noch einmal
verhört

der läuft zu
seinem boss
und sagt
sorry boss
die machen mich dingfest
das wird mir
zu gefährlich
dem geht der
arsch mit grundeis
hört auf zu winseln
wehrt euch
die beste verteidigung ist
der angriff
(clausewitz)

6.

als die nazis
während des krieges
in dänemark
den judenstern einführen wollten

trug der könig von dänemark
bei seinem nächsten ausritt
den gelben stern
auf seiner uniform

warum legen
der scheel
der schmidt
der willy brandt
der genscher
der maihofer
nicht den judenstern an
wenn sie
beim frühstück lesen
daß man schon wieder
eine lehrerin
gefoltert hat

ah ich vergesse
daß sie eine solche meldung
mit der lupe
suchen müßten

wie wär’s denn
bundesdeutsche zeitungen
wenn ihr
den deutschen dissidenten
wenigstens ein zehntel des raums
einräumen würdet
den ihr
den russischen
widmet
doch zieht ihr es vor
aus dem glashaus
mit steinen zu schmeißen

die splitter im fremden
anstatt den balken im eigenen
auge zu sehn

7.

das neue kz
ist schon errichtet

die radikalen sind ausgeschlossen
vom öffentlichen dienst
also eingeschlossen
ins lager
das errichtet wird
für den Gedanken an
die veränderung
öffentlichen dienstes

die gesellschaft
ist wieder geteilt
in wächter
und bewachte
wie gehabt

ein geruch breitet sich aus
der geruch einer maschine
die gas erzeugt

Articolo 3 comma 3 

1.

nessuno può
avere danno o
preferenza a causa
del suo sesso
della sua nascita
della sua razza
della sua lingua
della sua nazionalità o provenienza
della sua fede
delle sue opinioni
religiose o
politiche

2.

un popolo di
ex-nazisti
e dei loro
fiancheggiatori
già  torna a praticare
il suo sport preferito
la caccia ai
comunisti
socialisti
umanisti
dissidenti
alla sinistra

3.

chi è a destra
sogghigna

4.

per esempio
viene ammesso un partito
perché si possa
distruggere
l’esistenza
dei suoi membri
a dire il vero
i nazisti
erano più onesti

tocca riconoscere
che il nuovo metodo è
più accorto

5.

trent‘anni dopo
ci sono di nuovo
diciamo
diecimila
a fare interrogatori
la nuova gestapo

opponete resistenza
forse ci sono quotidiani
che inaugurano una nuova rubrica
ogni giorno in un box
un grugno
la fotografia di un ceffo
che interroga
con nome
professione
indirizzo
così come
nella maggior parte dei casi
numero di tessera del
partito nazionalsocialista

poi ovviamente
niente violenza
bensì
andate là
e disegnate
la porta dell’appartamento
la casa
dell’aguzzino
con croci uncinate

ve lo garantisco
ci penserà su due volte
se sottoporre a un interrogatorio
ancora una volta

quello corre
dal suo capo
e dice
sorry capo
quelli mi arrestano
per me è diventato
troppo pericoloso
quello ha
la strizza al culo
smettete di mugolare
opponete resistenza
la migliore difesa è
l’attacco
(clausewitz)

6.

quando i nazisti
durante la guerra
volevano introdurre in danimarca
l’obbligo per gli ebrei di portare la stella

il re di danimarca
durante la sua successiva uscita a cavallo
portò la stella gialla
sulla sua uniforme

perché
lo scheel
lo schmidt
il willy brandt
il genscher
il maihofer
non si appuntano la stella ebraica
quando
a colazione leggono
che hanno di nuovo
torturato
un’insegnante

ah dimenticavo
che dovrebbero cercare
una notizia del genere
con la lente d”ingrandimento

e come sarebbe allora
quotidiani della germania federale
se voi
concedeste ai dissidenti tedeschi
almeno un decimo dello spazio
che voi
dedicate
a quelli russi
preferite
tirar sassi al vicino
dai vostri tegoli di vetro

guardare la pagliuzza nell’occhio altrui
invece della trave
nel proprio

7.

il nuovo campo di concentramento
è già costruito

gli estremisti sono esclusi
dal servizio pubblico
dunque rinchiusi
nel lager
costruito
per il pensiero
il cambiamento
di servizio pubblico

la società
è di nuovo divisa
in sorveglianti
e sorvegliati

come al solito

un odore si diffonde
l’odore di una macchina
che genera gas

.

Alfred Andersch
(traduzione di Anna Maria Curci)

Un amante della penombra, del 1963, tradotto da Italo Alighiero Chiusano (la prima traduzione italiana apparve già nel 1967),  è il racconto breve e denso, un attraversamento, per il tramite dei suoi protagonisti, della Germania divisa e della sua storia, dagli anni di guerra al 1961, un testo da leggere, dal quale, come annunciato, riporto l’incipit:

I

Sua madre ci metteva parecchio, oggi a prepararsi: cosa abbastanza strana, perché in genere era una donna svelta. Coi suoi settantatré anni era ancor sempre la piccola signora sveglia e sicura di sé ch’era stata per tutta la vita. Il suo indugio, perciò, avrebbe dovuto sorprendere Lothar Witte, ma in realtà non lo sorprese: solo nel pomeriggio, poco prima che accadesse la disgrazia presso Barrentin, egli avrebbe appreso come mai sua madre, contrariamente alle proprie abitudini, quella mattina era stata a gingillarsi in casa prima di apparire, finalmente, e, percorrendo il sentiero del giardino lungo la villa di Frohnau, dirigersi verso la Opel nella quale Lothar, dopo aver già caricato un quarto d’ora prima le due valigie di lei, sedeva ad attenderla un po’ impaziente e un po’ trasognato. Sedeva là e fissava quella via di villini tutta drappeggiata di fogliame, fissava l’intonaco grigio chiaro di quel noioso edificio, in cui aveva abitato sino alla fine della guerra e nel quale era rimasta ad abitare sua madre (che ne affittava la maggior parte ad altri) e si rese conto che in verità fissava gli anni trascorsi con Melanie, senza provar nulla di particolare. Già da alcuni anni, quando veniva a Berlino, riusciva a far visita a sua madre e a girare per quella casa senza che il ricordo di Melanie lo spingesse a ripartire precipitosamente, come nei primi anni dopo quella mattina di ottobre del 1947 in cui Melanie era partita in modo così irrevocabile.  Quattordici anni dopo era una cosa superata, doveva essere superata, se Lothar era capace di starsene lì seduto a sonnecchiare, anziché mettere in moto e prendere il largo all’istante. Ma non ci pensava nemmeno: a Melanie, in fondo, non pensava che di sfuggita, così come già da gran tempo aveva smesso di nominarla in presenza di Richard Brahm, il marito di lei. Un giorno, quasi si fossero messi d’accordo, avevano dato fine entrambi al loro culto di Melanie, avevano rinunciato ai loro tentativi di celebrare il ricordo della sua scomparsa, e la sua ombra (un’ombra trasparente e luminosa, come poteva gettarla solo la delicata, abbronzata Melanie, che indossava di preferenza stoffe sottili dai colori molto puri, chiari, quasi stinti) non era più ricomparsa nei loro discorsi se non quando dovevano prendere decisioni a proposito dei bambini.

(da: Alfred Andersch, Un amante della penombra. Traduzione di Italo Alighiero Chiusano – qui nell’edizione Guanda, 1995, pp. 7-8)

_________________________________________________

Alfred Andersch nacque il 4 febbraio 1914 a Monaco di Baviera in una famiglia della piccola borghesia. Il padre subì il fascino del nascente partito nazionalsocialista e non fu estraneo al Putsch di Hitler del 1923. Il giovane Alfred, che aveva iniziato una formazione professionale come libraio e nel 1930 aveva aderito alla gioventù comunista, fu internato a Dachau all’indomani dell’avvento al potere di Hitler, più precisamente dopo l’incendio del Reichstag. Dal partito comunista uscì negli anni Trenta, anni nei quali, dopo la liberazione da Dachau, si dedicò alla propria formazione letteraria e fu direttore dell’ufficio pubblicità presso la ditta Leonar di Amburgo, specializzata nella produzione di carta fotografica. Agli inizi del 1944 fu soldato sul fronte italiano. Ai primi di giugno disertò, fuggendo dall’esercito nei pressi dell’eremo di Montevirginio. Catturato dalle truppe alleate, restò per sedici mesi negli Stati Uniti nel campo di prigionia di Fort Kearney, nel quale diede vita alla  rivista letteraria “Der Ruf: Zeitung der deutschen Kriegsgefangenem in den USA”, che avrebbe poi avuto la sua prosecuzione in Germania, dove Andersch fece ritorno nel 1945, con “Der Ruf”, periodico che Andersch diresse insieme a Hans Werner Richter e che contribuì in maniera determinante al dibattito e alla diffusione di temi culturali dell’immediato dopoguerra. Quando, già in piena guerra fredda, gli alleati ne proibirono la pubblicazione, Alfred Andersch fondò con Hans Werner Richter il “Gruppo 1947”, vero e proprio centro della vita letteraria nel secondo dopoguerra in Germania, al quale aderirono, tra gli altri,  Ingeborg Bachmann,  Heinrich Böll, Paul Celan, Ilse Aichinger, Hans Magnus Enzensberger, Günter Grass, Gabriele Wohmann, Peter Härtling.  Contemporaneamente, l’attività radiofonica di Andersch, sia come autore di radiodrammi, sia come responsabile di trasmissioni culturali, si intensificò. Fu nel corso di una puntata della rubrica “Bücherstunde”, ai microfoni dell’emittente Hessischer Rundfunk che Andersch, precisamente il 4 gennaio 1950, parlò di Arno Schmidt, “l’ignoto autore del Leviatano” uscito pochi mesi prima, come di un genio. La storia personale di una consapevole e responsabile ricerca della libertà all’interno di un contesto storico drammatico e complesso offrono la materia narrativa per i romanzi Die Kirschen der Freiheit: ein autobiographischer Bericht (1952) e Sansibar oder der letzte Grund (1957). Nel successivo Die Rote  (1960) l’aspirazione a costruire una trama più articolata gli valse il rimprovero di eccessiva macchinosità. Nel 1963 appare la raccolta di racconti Geister und Leute: Ein Liebhaber des Halbschattens;  rispettivamente del 1967 e del 1974 sono i romanzi Efraim e Winterspelt. Nel 1976,  la pubblicazione della poesia di Alfred Andersch Artikel 3(3) sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung provocò uno scandalo per l’accusa esplicita di continuità con il nazionalsocialismo che Andersch aveva mosso in quel testo, poi pubblicato nella raccolta empört euch der himmel ist blau, ai responsabili del governo e delle decisioni politiche della Germania federale. Fin dal 1958 Andersch aveva trasferito la sua residenza in Svizzera, dove morì, a Berzona, il 21 febbraio 1980. Il racconto Der Vater eines Mörders apparve postumo, sempre nel 1980.

© Anna Maria Curci, 4 febbraio 2014

Quello che segue è un elenco dei titoli di opere di Alfred Andersch in traduzione italiana, pubblicato sul sito del Goethe-Institut, qui

Un amante della penombra / Alfred Andersch. Trad. di Italo Alighiero Chiusano. – Milano: Mondadori, 1967. – 237 p.
Tit. orig.: Geister und Leute; Ein Liebhaber des Halbschattens

Un amante della penombra / Alfred Andersch; trad. di Italo Alighiero Chiusano. – Milano: A. Mondadori, 1980. – 237 p.
(I capolavori della Medusa. 3. ser)
Tit. orig.: Geister und Leute; Ein Liebhaber des Halbschattens

Un amante nella penombra/ Alfred Andersch ; trad. di Italo Alighiero Chiusano. – Parma: Guanda, 1995. – 86 p.
(Prosa contemporanea)
Tit. orig.: Geister und Leute; Ein Liebhaber des Halbschattens

Le ciliege della libertà / Alfred Andersch. Trad. di Ervino Pocar. – Milano: Mondadori, 1958. – 116 p.
(Romanzi e racconti d’oggi; 9)
Tit. orig.: Die Kirschen der Freiheit

Le ciliege della libertà / Alfred Andersch; trad. di Ervino Pocar. – Parma: U. Guanda, [1993]. – 123 p.
(Prosa contemporanea)
Tit. orig.: Die Kirschen der Freiheit

Efraim : romanzo / Alfred Andersch. Trad. di Italo Alighiero Chiusano. – Milano: Mondadori, 1969. – 332 p.
Tit. orig.: Efraim

La notte della giraffa / Alfred Andersch. Trad. di Italo Alighiero Chiusano. – Milano: Il Saggiatore, 1960. – 53 p.
Tit. orig.: In der Nacht der Giraffe

Il padre di un assassino: romanzo / Alfred Andersch. Trad. di Amina Pandolfi. – Milano: Longanesi, 1983. – 108 p.
(La gaja scienza; 67)
Tit. orig.: Der Vater eines Mörders

Il padre di un assassino / Alfred Andersch. Trad. di Amina Pandolfi. – Milano: Guanda, 1990. – 108 p.
Tit. orig.: Der Vater eines Mörders

Il padre di un assassino / Alfred Andersch; trad. di Amina Pandolfi. – Milano: Marcos y Marcos, 2005. – 123 p.
(Le foglie; 78)
Tit. orig.: Der Vater eines Mörders

Piazza San Gaetano: suite / Alfred Andersch. Trad. di Valentina Di Rosa. – Napoli: Colonnese, 1990. – 77 p.
Tit. orig.: Piazza San Gaetano

La rossa: romanzo / Alfred Andersch. Trad. di Ervino Pocar. – Milano: Mondadori, 1961. – 273 p.
(Club degli editori)
Tit. orig.: Die Rote

La rossa / Alfred Andersch. – 1. ed. – A. Mondadori, 1967. – 275 p.
(Gli Oscar; 93)
Tit. orig.: Die Rote

La rossa / Alfred Andersch; [trad. di Ervino Pocar]. – Milano: Club degli editori, 1976. – 256 p.
(‘900 [Novecento]; 260)
Tit. orig.: Die Rote

Zansibar ovvero l’ultimo perché: romanzo / Alfred Andersch. Trad. di Italo Alighieri Chiusano. – Milano: Mondadori, 1959. – 205 p.
Tit. orig.: Sansibar oder der letzte Grund

Premio Fontane, 1964. Alfred Andersch e Arno Schmidt. Ingeborg Bachmann e Alfred Andersch

Premio Fontane, 1964. Alfred Andersch e Arno Schmidt. Ingeborg Bachmann e Alfred Andersch

Gli anni meravigliosi #11: Hans Magnus Enzensberger

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Enzensberger_Furie

L’undicesima tappa è costituita dal caustico bilancio di Hans Magnus Enzensberger sintetizzato in un testo, apparso nel 1980 nella raccolta Die Furie des Verschwindens, che porta lo stesso titolo di uno dei componimenti poetici più noti di Hölderlin, Andenken, Ricordo. I primi due versi del testo di Enzensberger suonano come una risposta asciutta, in tono intenzionalmente minore e di sintetico “Bericht” (“la fredda cronaca”, per dirla con le parole di Frengo, personaggio comico creato da Antonio Albanese) al verso finale di Andenken di Hölderlin, “”Was bleibet aber, stiften die Dichter” (“Ma ciò che resta fondano i poeti”, nella traduzione di Giorgio Vigolo): “Also was die siebziger Jahre betrifft/ kann ich mich kurz fassen”: “Dunque per quel che attiene gli anni settanta/sarò breve”, scrive Enzensberger, per quegli anni di prodigi limitati “a Düsseldorf e dintorni”, i quali “senza opporre resistenza, tutto sommato,/ si sono inghiottiti da soli, mandando di traverso il boccone”.

Ricordo

Dunque,  per quel che attiene agli anni settanta,
sarò breve.
Il servizio informazioni era sempre occupato.
La prodigiosa moltiplicazione dei pani
si limitava a Düsseldorf e dintorni.
La terribile notizia corse sui fili della telescrivente,
se ne prese atto e fu archiviata.

Senza opporre resistenza, tutto sommato,
si sono inghiottiti da soli, mandando di traverso il boccone,
gli anni settanta,
senza garanzie per quelli nati dopo,
per i turchi e i disoccupati.
Che qualcuno si ricordasse di loro con indulgenza
sarebbe pretendere troppo.

Hans Magnus Enzensberger
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Andenken

Also was die siebziger Jahre betrifft,
kann ich mich kurz fassen,
Die Auskunft war immer besetzt.
Die wundersame Brotvermehrung
beschränkte sich auf Düsseldorf und Umgebung.
Die furchtbare Nachricht lief über den Ticker,
wurde zur Kenntnis genommen und archiviert.

Widerstandslos, im großen und ganzen,
haben sie sich selber verschluckt,
die siebziger Jahre,
ohne Gewähr für Nachgeborene,
Türken und Arbeitslose.
Daß irgendwer ihrer mit Nachsicht gedächte,
ware zuviel verlangt.

Hans Magnus Enzensberger
(da: Die Furie des Verschwindens. Gedichte. Frankfurt am Main: Suhrkamp 1980)

Sempre negli “anni meravigliosi”, precisamente su “Tintenfisch” nel 1977,  Hans Magnus Enzensberger formula Una modesta proposta per difendere la gioventù dalle opere di poesia, la sua requisitoria contro “il lavoro forzato” dell’interpretazione nell’insegnamento della letteratura. Qui, su Poetarum Silva, qualche dettaglio a proposito dell famoso episodio della “figlia del macellaio”.

La molla della memoria: Uwe Timm, L’amico e lo straniero

Timm_amico_straniero

La molla della memoria: L’amico e lo straniero  di Uwe Timm

È del 2005 la pubblicazione del romanzo di Uwe Timm Der Freund und der Fremde, che nel 2007 è apparso in Italia, nella traduzione di Margherita Carbonaro, con il titolo L’amico e lo straniero. Si tratta di un titolo ricco di significati, perché il termine tedesco “der Fremde” racchiude due aggettivi sostantivati italiani: “straniero”, appunto, ed “estraneo”. La molla della memoria nel romanzo, scritto quasi quaranta anni dopo quella tragica giornata del 2 giugno 1967 a Berlino, che vide la morte di Benno Ohnesorg per mano dell’investigatore della polizia in borghese Kurras in un cortile a Berlino, nel corso della manifestazione contro la visita dello scià di Persia in Germania, è l’immagine dell’acqua, nel fiume “che scorre verde e quieto” sotto lo sguardo di Benno, amico straniero/estraneo di Uwe Timm.
Acquista così un significato potente l’esergo, la citazione dalla seconda parte di The Dry Salvages, il terzo dei Quattro Quartetti che Thomas Stearns Eliot pubblicò nel 1941.

Ecco l’esergo e, di seguito, l’incipit del romanzo nella traduzione italiana:

«There is no end, but addition: the trailing
Consequence of further days and hours,
While emotion takes to itself the emotionless
Years of living among the breakage
Of what was believed in as the most reliable —
And therefore the fittest for renunciation

(T.S. Eliot, Four Quartets)

Quel primo sguardo. Al di sotto il fiume che scorre verde e quieto, il ponte di pietra e lui seduto sul parapetto, le gambe accavallate, così guarda verso la riva opposta, punteggiata da qualche salice e cespuglio, mentre al di là si stendono i prati e i campi. Una mattina di giugno, molto presto, nell’aria ancora la frescura della notte, il cielo è limpido e riporterà il caldo secco del giorno precedente.
Così, raccolto in se stesso, lo vidi mentre seguivo il sentiero che dal parco del collegio lo portava al fiume Oker ed esitai un istante chiedendomi se non dovessi tornare sui miei passi, ma poi pensai che forse mi aveva già visto e poteva immaginare che volessi evitarlo. La sera prima avevo cercato di convincerlo a venire con noi a Hannover. Si diceva che al sabato ci fossero feste nelle ville, cose folli e sfrenate, ed era stata pronunciata addirittura la parola orgia. Nonostante i racconti fantastici, e benché andasse spesso a Hannover, lui non era venuto.
Un po’ sorpreso e addirittura spaurito alzò lo sguardo quando mi avvicinai a lui. Gli raccontai di quella notte e dei bagordi durati fino al mattino e del viaggio in macchina, io ero appena tornato. Gli dissi che si era perso qualcosa, pensavo dovesse provare anche lui la mia stessa fame di esperienza. Avremmo vissuto e studiato insieme poche settimane ancora.
L’avevo notato la prima volta che ci eravamo ritrovati in classe, mentre cercavamo i nostri posti ai banchi. Adulti chiassosi che dopo anni erano diventati studenti. Sedici ragazzi e due ragazze. Credo fosse il più giovane, aveva vent’anni ma ne dimostrava ancora meno. Durante i primi giorni rimase un po’ in disparte dai gruppi che si andavano formando, ma senza ostentare nulla. Nella sua introversione non si leggeva alcun disagio o timidezza, piuttosto una naturale indipendenza. Questo suscitò la mia curiosità e cercai di avvicinarmi a lui. Nelle settimane successive parlammo qualche volta delle nostre rispettive città, Hannover e Amburgo, di Braunschweig dove vivevamo in quel momento e dei nostri rispettivi mestieri. Lui era stato apprendista decoratore, io invece pellicciaio, ma ben presto ci mettemmo a discutere soprattutto dei libri che stavamo leggendo, lui mi aveva parlato di Molloy di Beckett e me ne aveva letto alcuni brani di cui apprezzava molto i giochi di parole.
La nostra amicizia cominciò conversando di letteratura. Ma fino a quel mattino di giugno non avevamo parlato ancora dei nostri desideri e progetti. Ed è un ricordo molto nitido: io in piedi accanto a lui, lo sguardo fisso sull’Oker, il silenzio che si dilatava lasciando sempre più spazio alla sensazione di averlo disturbato, e allora gli chiesi, tanto per parlare, che cosa stesse facendo.
Dopo aver esitato un solo istante, lui mi mostrò un piccolo taccuino, Scrivo.
E cosa?
Per me.

Anch’io scrivevo per me,
Così iniziammo a mostrarci quello che scrivevamo e lui divenne il mio primo lettore».

(da: Uwe Timm, L’amico e lo straniero. Traduzione di Margherita Carbonaro. Mondadori, Milano 2007, 9-11)

Benno Ohnesorg, “l’amico, lo straniero”, è dunque al centro di un romanzo che parte dalla notizia della sua uccisione a Berlino il 2 giugno 1967 – notizia che Uwe Timm riceve a Parigi, dove si trova per motivi di studio – per tornare indietro a cercare ragioni, a tratteggiare caratteri di un periodo denso di storia e di storie, per indagare sull’amico “straniero” (étranger, come il protagonista del romanzo di Camus, autore sul quale Timm scriverà la sua tesi di laurea), per svelarne passioni, ‘astratti furori’ e lucide asserzioni. L’indagine, che parte da Benno Ohnesorg, diventa, per lo scrittore e amico Uwe Timm, l’occasione per interrogarsi e per illuminare chi legge sul proprio percorso e su quello della propria generazione. Per compiere questa complessa operazione, Uwe Timm dispone di ricordi, la cui veridicità controlla e conferma con il ricorso a interviste, testimonianze, documenti scritti. Un principio limpido e perseguito con coerenza, questo. Il pensiero corre immediatamente all’affermazione di Ingeborg Bachmann “Wir müssen wahre Sätze finden”, “dobbiamo trovare frasi vere”; qui, l’assunto è arricchito da una considerazione riguardo le modalità che abbiamo di percepire l’esistente. Considero centrale, a questo proposito, l’affermazione che Uwe Timm formula nel romanzo (nella traduzione italiana è a pagina 138): “noi vediamo il mondo attraverso le parole”.
Sono le parole a formare, rendendola consistente e lucidissima, la lista degli ingredienti della letteratura on the road, la cui conoscenza Uwe Timm e “l’amico, lo straniero” Benno Ohnesorg hanno condiviso: la rabbia, la cieca ostinazione, la parzialità unilaterale nel giudizio, l’indignazione che  non ha riguardo di nulla e trova dentro di sé la propria lingua.
Sono le parole, gli epiteti, le definizioni, a dare la misura di atteggiamenti e prese di posizione. Non può sfuggire la definizione di “trinciapaglia” che,  secondo quanto riferisce Uwe Timm, Benno Ohnesorg riserva a un vero e proprio punto di riferimento per quell’epoca e per epoche successive, Hans Magnus Enzensberger.
Sono le parole, sì, ma sono anche gli sguardi, le istantanee, a restituire, con impeto talvolta insostenibile, traumi e smarrimenti: la foto della giovane donna, vestita elegantemente perché appena uscita dall’Opera di Berlino e china su Benno Ohnesorg morente, il suo sguardo sgomento che da quel 1967 investe, a distanza di oltre 45 anni, anche noi, non può, non deve lasciare indifferenti. Per Uwe Timm quello sguardo è stato, anch’esso, la molla della memoria. Lo ha spinto a cercare quella donna e a chiederle di rendere testimonianza. Di un’epoca, di un’esistenza. Di epoche, di esistenze è testimonianza la scrittura. Anche la lettura può esserlo. In questo caso lo è certamente.

Anna Maria Curci

Le mie note sono la prosecuzione di una lettura iniziata qui su Poetarum Silva.

Enzensberger e la figlia del macellaio

Una modesta proposta per difendere la gioventù dalle opere di poesia

Così Hans Magnus Enzensberger intitolava nel 1977, su “Tintenfisch” la sua requisitoria contro “il lavoro forzato” dell’interpretazione nell’insegnamento della letteratura. Il brano fu tradotto in italiano da Alfonso Berardinelli l’anno successivo, per i “Quaderni piacentini” e si trovò, come ricorda Stefano Benni, al centro di un dibattito molto acceso. Per anni l’autore tedesco fu associato immediatamente all’episodio  tramandato come “la figlia del macellaio”. Ricordo ancora che proprio “La figlia del macellaio” si intitolava un’intervista a Enzensberger mandata in onda su Radio 3 il 9 maggio 1993, intervista della quale conservo gelosamente una registrazione su audiocassetta (la registrazione è di pessima qualità, ma questo dipende dalla proverbiale imperizia di colei che ricorda). L’attacco del brano di Enzensberger, che ripropongo qui nella traduzione italiana e nell’originale tedesco, conserva, a distanza di trentacinque anni, la sua efficacia.

“Sono passato poco fa nella macelleria qui all’angolo per comprare  una bistecca. Il negozio è strapieno di gente, ma la moglie del macellaio, appena mi vede,  posa il coltello sul bancone, va alla cassa, tira fuori un foglio di carta e mi chiede se è roba mia. Io do un’occhiata al testo e confesso immediatamente la mia colpevolezza.

È la prima volta che la signora della macelleria mi lancia uno sguardo per così dire di fuoco. Fra i mormorii degli altri clienti viene in chiaro quanto segue.

Senza averne avuto il minimo sospetto, io sono intervenuto nella vita della figlia del macellaio che si sta preparando all’esame di maturità. L’insegnante di tedesco le ha messo davanti una poesia che avevo scritto molti anni fa con l’invito a mettere nero su bianco qualcosa in proposito. Risultato: un bel quattro, pianti e scenate a casa del macellaio, questi sguardi accusatori che mi trapassano letteralmente da parte a parte e, per concludere, una bistecca più dura del solito nel mio piatto”.

(Hans Magnus Enzensberger, Una modesta proposta per difendere la gioventù dalle opere di poesia, in “Quaderni piacentini”,  1978, 66-67, 140)

„Kürzlich betrete ich die Metzgerei an der Ecke, es ist Freitag nachmittag, um ein Rump­steak zu kaufen. Die Leute drängeln sich im Laden, aber die Frau des Meisters läßt, kaum daß sie mich erblickt hat, das Messer fallen, holt aus der Schublade an der Kasse ein Stück Papier hervor und fragt mich, ob das von mir sei. Ich sehe mir den Text an und bin sofort geständig.

Es ist das erstemal, daß mir die Metz­gersfrau etwas zuwirft, was ich als einen flammenden Blick bezeichnen möchte. Unter dem Murren der anderen Kunden stellt sich folgendes heraus.

Ich habe, ohne etwas davon zu ahnen, in das Leben der Metzgerstochter eingegrif­fen, die kurz vor dem Abitur steht. Man hat ihr im Deutschunterricht irgendein Gedicht vorge­setzt, das ich vor vielen Jahren schrieb, und sie aufgefordert, etwas dar­über zu Papier zu brin­gen. Das Resultat: eine blanke Vier, Tränen, Krach in meines Metzgers Bungalow, vor­wurfsvolle Blicke, die mich förmlich durch­bohren, ein zähes Rumpsteak in meiner Pfanne.“

(Hans Magnus Enzensberger, Ein bescheidener Vorschlag zum Schutz der Jugend vor den Erzeugnissen der Poesie, dall‘antologia „Tintenfisch“, a cura di Klaus Wagenbach, Wagenbach, Berlin 1977).