Hacca edizioni

Silvia Greco, Un’imprecisa cosa felice: nota di lettura

Silvia Greco, Un’imprecisa cosa felice, Hacca edizioni, € 14,00

Il libro ha in esergo una citazione da Fernando Pessoa, da Fu un momento, ma sembra quasi prenderne le mosse: come se tu / senza volerlo / mi toccassi / per dire / qualche mistero / improvviso ed etereo, / che neppure sapevi / dovesse esistere. / Così la brezza / dice sui rami senza saperlo / un’improvvisa / cosa felice. E non è al titolo che penso quando mi sembra che il libro rubi a piene mai a questa poesia, ma al gesto del toccare senza volerlo, dell’apertura attraverso il tocco verso qualcosa di leggero.
Penso questo perché il toccarsi dei personaggi, i loro scontri quando sono troppo vicini e i fortuiti incontri quando sembrano lontani, sono carichi di un’involontarietà che da sola rende più profondi i solchi che si lasciano l’un l’altro, come se l’intenzione (nel fare amicizia, nel programmare un viaggio, nell’innamorarsi) avesse potuto al contrario rendere più blando il loro conoscersi. Per non parlare di quanto involontarie, se si può usare una parola del genere in questo caso, siano le morti raccontate: perché il filo rosso che lega il racconto è l’assurdità della gran parte delle dipartite.
Marta in terza persona, e Nino in prima, sono i protagonisti di Un’improvvisa cosa felice di Silvia Greco (Hacca edizioni 2017), e alternano la loro vicenda durante tutta la prima parte del libro in capitoli brevi come istantanee e con un unico, anonimo incontro. La seconda parte vede dispiegare la loro stramba amicizia: ragazzino naïf lui, che incarta le uova del negozio di sua madre nei giornaletti porno che gli passa suo cugino, ragazza sregolata lei, sovraccarica di un lutto per l’adorata zia morta e insofferente alle regole di sua madre, alla vita di università, alle responsabilità del piccolo lavoro di commessa fioraia del cimitero. Sarà proprio la passione per i giornaletti porno a permettere il loro incontro: passione che, per Nino, è sui generis, dal momento che ritaglia le facce dopo che suo cugino ha usato i corpi come modelli anatomici per i disegni. (altro…)

Massimiliano Santarossa – Il male

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Massimiliano Santarossa – Il male – Hacca edizioni – 14,00 euro

Nera è la notte che si allarga nel cielo, istante dopo istante prende possesso della volta che tutto copre, e da essa scende prima sulle punte della città e poi sulla schiena dei palazzi e infine dilaga nelle strade, penetrando ciò che trova,  ogni essere che si muove e ogni anima che respira. La notte rende tutto notte.

«Quanto a Dio, credo che quel bastardo malefico abbia fatto le valige da un pezzo» dichiarava un personaggio di un libro di Lansdale, La ragazza dal cuore d’acciaio (Fanucci). L’io narrante de Il male, il diavolo salito dagli inferi sulla terra, lo certifica: eclissato. Entrambi hanno ragione. Chi ha letto i romanzi precedenti di Massimiliano Santarossa, soprattutto Viaggio nella notte, uscito l’anno scorso sempre per Hacca edizioni, saprà che lo scrittore di Pordenone non concede sconti, che non ha paura di arrivare al centro delle cose. Di raccontarle per quelle che sono, terribili, laceranti. Senza speranza. Gli umani non sono più capaci di guardarsi intorno, dentro. Non capiscono il baratro di follia e decadenza dentro il quale sono precipitati. Non lo capisce nemmeno Lucifero, il protagonista del romanzo, che viene in una delle nostre città con l’intento di comprendere, di capire il male che hanno costruito. Lucifero ne intuisce l’origine: l’assenza di dio. Viene in terra per seguirne le tracce, per imparare qualcosa. In una città che è pioggia, notte e giorni grigi, che è metallo, che è fatiscenza, il diavolo attraversa dieci corpi, dieci anime, dieci debolezze, dieci vittime. Solo chi subisce il male lo vede veramente. Dalla bimba preda innocente del padre pedofilo all’indemoniato da esorcizzare, passando per l’operaio licenziato, il drogato, la vecchia nell’ospizio, il barbone, il paraplegico, la prostituta, il giovane col padre che è già relitto, di un maiale. Queste sono le vite che Lucifero attraverserà, non in quest’ordine ma l’ordine conta. Entrando e uscendo dalle ossa, dalla pelle, avvertirà il dolore, ne sarà parte, lo assorbirà. Sotto un cielo sempre più cupo vedrà la mattanza attraverso il corpo del maiale che diventerà prosciutto in vaschetta sotto i neon di un supermercato (la cattedrale meglio riuscita), che diventerà cibo per la bocca di una donna anche lei personaggio del quadro malato. Vedrà un mondo arreso, morto per mano sua e di chi l’ha abbandonato. Proverà suo malgrado pietà. Guarderà con lo sguardo che noi abbiamo perduto, lo sguardo lucido di chi comprende e che saprebbe fare una carezza. La scrittura dell’autore procede a scatti, a strattoni. I periodi sono brevi, così come i capitoli. Ogni frase è uno schiaffo in faccia, ogni paragrafo una pugnalata. Massimiliano Santarossa non dà scampo al lettore, non potrebbe. In una recente intervista lo scrittore americano Philip Roth ha dichiarato che il lettore che si aspetta la felicità non deve cercarla tra i suoi libri. È così anche per Santarossa, non c’è felicità in queste pagine, non c’è futuro. C’è volontà di comprendere, di rischiare. L’idea del diavolo che viene sulla terra per capire il male, la pena, è perfetta. È un romanzo avvincente che fa riflettere e che fa nascere un sacco di domande, a cominciare dalla più antica: Chi è il buono e chi è il cattivo?

© Gianni Montieri

Massimiliano Santarossa – Viaggio nella notte

Massimiliano Santarossa  – Viaggio Nella Notte – Hacca ed. – 2012

Ore 6:17

L’alba dell’ultimo sabato

Cammino sopra la strada lucida.

Il nero della notte si sta spaccando per colpa di un grigio esploso dal basso e di fili azzurri caduti da un cielo vuoto. La vedo che si apre laggiù in fondo, lontana e irraggiungibile come solo una visione può essere. L’alba che nasce si mostra dentro l’unica fetta di cielo visibile da qui, da questo luogo antigeografico dominato dai mostri di cemento armato.

Qualcuno, una faccia sotto il cappuccio di una felpa, comincia una giornata uguale ad altre mille. Questa, però, sarà l’ultima. L’uomo dentro la felpa è stato un operaio, poi è diventato uno schiavo, ora mentre si avvia verso la fabbrica per il suo ultimo cartellino, le sue ultime ore,  è già meno di niente. Per scrivere qualcosa degna di questo libro bisogna provare ad indossare quella felpa, ed è quello che ho fatto. Massimiliano Santarossa ci rende (ancora una volta) complici e fratelli attraverso una scrittura (passatemi il termine) tridimensionale. Il nostro non protagonista, il nostro non uomo, striscia sporco e stanco in un Nordest gonfio di casermoni e dolori. Un regno morto sotto un cielo metallico. Le “Case rosse”, luci tutte uguali in cucine tutte uguali, corpi che non si riconoscono, escono col buio, tornano col buio. Tra l’andata e il ritorno: le fabbriche. Le distese di campagna e capannoni tra Pordenone e Treviso. Un mondo degradato, senza speranza, un oltremondo. Santarossa non ci racconta il dolore, il dolore sono le persone stesse, la sofferenza e l’alienazione sono la carta d’identità. Il protagonista ha poco più di trent’anni, lavora in fabbrica da quando ne aveva quattordici, un padre che ha fatto la stessa vita fino alla morte. Viviamo con lui dentro questa che ha deciso essere la sua ultima giornata. I suoi gesti, i suoi rituali, l’affettato comprato al market per la pausa pranzo. Un forte odore di ruggine, di andato a male. Mentre cancella se stesso il non uomo ci mostra una parte dei suoi ricordi: L’ingresso nella fabbrica/prigione, amici perduti per droga, gente che ha perso tutto e vive appesa a un bicchiere, l’anziana sola incollata a videopoker, rave party, amori svaniti in fretta, piccole salvezze a pagamento. Il niente dietro ogni angolo. «Io taglio montagne di plastica bianca per dare a voi muri più caldi, più silenziosi, muri che vi contengono.» Muri che contengono chi? Perché la distanza tra l’uomo con la felpa e quello in giacca e cravatta è più breve di quella che possa sembrare. Poco più di un muro ben isolato, quella che passa dal quartiere giusto a quello sbagliato. Dallo schiavo al padrone, dal sogno all’incubo. Santarossa scrive col coltello tra i denti e, in questa storia, non concede respiro, perché non c’è più fiato, non c’è più tempo. Poche volte ho incontrato pagine che raccontassero l’indifferenza e la malattia del nostro tempo con tale intensità, qualcosa che va oltre il disincanto. <<Ricomincia a cadere la solita pioggia leggera e lenta e oleosa. Una pioggia che porta con sé l’odore della fine. È il piscio di qualcuno infinitamente alto e infinitamente distante e infinitamente distratto.>> L’autore non ha bisogno di amplificare la realtà per mostrarcela, gli basta attraversarla. Non vi dirò cosa si prova arrivati in fondo, perché a ogni lettore quella felpa starà in maniera diversa, a ognuno il suo finale. Buona lettura.

(c) Gianni Montieri