Gustave Flaubert

Un libro al giorno #24: Gustave Flaubert, Dizionario dei luoghi comuni (3)

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Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

 

CATALOGO DELLE IDEE CHIC

Apologia della schiavitù.

Della notte di San Bartolomeo.

Deridere gli esperti.

Deridere gli scienziati.

Deridere gli studi classici.

Dire a proposito di un grande uomo:”È ridicolmente sopravvalutato!”. Tutti i grandi uomini sono sopravvalutati. Di grandi uomini non ce ne sono, peraltro.

Ammirare de Maistre.

Idem Veuillot.

Idem Stendhal.

Idem Proudhom.

Superficiali conoscenze scientifiche di Voltaire.

Mirabeau, nessun talento. Invece suo padre (che nessuno ha letto), oh…!

Raffaello, nessun talento.

Molière, tappezziere delle lettere.

Charron, molto superiore a Montaigne.

Musset, molto superiore a Hugo.

Rabelais, infangatore dell’umanità (Lamartine).

Omero: non è mai esistito.

Shakespeare: non è mai esistito, è stato Bacone a scrivere i suoi drammi.

Idea chic: “È massimamente evidente che le società europee di cultura altro non sono che pubbliche scuole di menzogna, e sicuramente vi sono più errori nell’accademia delle Scienze che in tutta una nazioni di Uroni” (J.J. Rousseau, Emilio, III).

 

Gustave Flaubert, Dizionario dei luoghi comuni – Album della Marchesa – Catalogo delle idee chic.  Traduzione di J. Rodolfo Wilcock
Piccola Biblioteca Adelphi, 1980.

 

Un libro al giorno #24: Gustave Flaubert, Dizionario dei luoghi comuni (2)

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Flaubert in un ritratto di Eugène Giraud

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

BAMBINI. Fingere una tenerezza lirica nei loro riguardi, quando c’è gente.

CORPO. Se sapessimo come è fatto il nostro corpo non faremmo un solo movimento.

DESCARTES. Cogito, ergo sum.

EPOCA. (la nostra). Inveire contro. Lamentarsi perché manca di poesia. Chiamarla “epoca di transizione, di decadenza”.

FEUDALESIMO. Non averne alcuna idea precisa ma inveire contro.

NEGRE. Più calde delle bianche (v. brune e bionde).

ROSSE. V. bionde, brune e negre.

SCIENZA in confronto alla religione. “Un poco di scienza ce ne allontana. Molta ci riavvicina”.

UCCELLO. Desiderare di essere un uccello è segno di animo poetico. Dire sospirando:”Ah, le ali, le ali!”.

ZANZARA. Più pericolosa di qualsiasi belva.

 

Gustave Flaubert, Dizionario dei luoghi comuni – Album della Marchesa – Catalogo delle idee chic. Traduzione di J. Rodolfo Wilcock
Piccola Biblioteca Adelphi, 1980.

Un libro al giorno #24: Gustave Flaubert, Dizionario dei luoghi comuni (1)

imagesCome ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

  • AGENTI DI CAMBIO. Tutti ladri.
  • ARCHITETTI. Tutti imbecilli. Nelle case, dimenticano sempre la scala.
  • BIONDE. Più calde delle brune (vedi BRUNE).
  • BRUNE. Più calde delle bionde (vedi BIONDE).
  • CALVIZIE: Sempre precoce, è provocata dagli eccessi di gioventù o dalla concezione di grandi idee.
  • CANTANTI. Il tenore ha sempre una voce «incantevole» e «tenera», il baritono un organo «simpatico» e «ben timbrato», il basso un’emissione «potente».
  • CIGNO: Canta prima di morire. Con la sua ala può rompere la coscia di un uomo. Il cigno di Cambray non era un uccello, ma un uomo chiamato Fénelon. Il cigno di Mantova è Virgilio. Il cigno di Pesaro è Rossini.
  • CROCEFISSO. Fa bella figura nell’alcova e sulla ghigliottina.
  • EREZIONE. Si dice solo parlando di monumenti.
  • ESTATE. Un’estate è sempre «eccezionale», calda o fredda, secca o umida che sia.
  • IMBECILLI. Tutti quelli che non la pensano come noi.
  • ITALIANI. Tutti musicisti, traditori.
  • MACELLAI. Terribili in tempo di rivoluzione.
  • MALATO. Per tirar su un malato, ridere della sua malattia e negare le sue sofferenze.
  • MARE. Non ha fondo. Immagine dell’infinito. Fa venire grandi pensieri. In riva al mare bisogna sempre avere un cannocchiale. Quando lo si guarda, dire sempre: «Quanta acqua!».
  • MASSONERIA. Un’altra causa della Rivoluzione! Le prove di iniziazione sono terribili, c’è che ne è morto. Causa di litigi in famiglia. Guardata di traverso dagli ecclesiastici. «Quale mai sarà il loro segreto?».
  • MATERASSO. Più è duro, più è igienico.
  • PENSARE. Increscioso. Le cose che ci costringono a farlo vengono di solito accantonate.
  • PROPRIETÀ. Una delle basi della società. Più sacra della religione.
  • RIMA. Non va mai d’accordo con la ragione.
  • SERVIGIO. Sculacciare i bambini, picchiare gli animali, cacciare i domestici, punire i malfattori significa rendere loro un servigio.
  • STAMPA. Scoperta meravigliosa. Ha fatto più male che bene.
  • VOLTAIRE. Celebre per il suo spaventevole «rictus». Conoscenze scientifiche superficiali.
Gustave Flaubert, Dizionario dei luoghi comuni – Album della Marchesa – Catalogo delle idee chic. Traduzione di J. Rodolfo Wilcock
Piccola Biblioteca Adelphi, 1980.

Dal diario di Maxie Wander

Wander

Maxie Wander, mentre scrive nel giardino della sua casa. Fotografia di Fred Wander, primavera del 1963 (da: Sabine Zurmühl, Das Leben, dieser Augenblick/”La vita, questo attimo”)

26.4.1966
Di notte, alle due e mezzo

Mi sono immersa nella lettura di Flaubert e ho iniziato il libro, meraviglioso, di Romain Rolland su Tolstoj. Ho scoperto Bettelheim e ho trovato in un testo di Heyer questa frase: «Ogni vita in divenire ha bisogno della resistenza con altrettanta urgenza di quanto abbia bisogno della conferma. Chi non conquista il proprio io in questi anni, arriva a trovarsi nella situazione di emergenza di metterlo almeno in mostra e in posa, ché da qualche parte siamo obbligati a   mettere questo io di fronte alle esigenze di tutto un mondo circostante. Se non c’è un io, perché non è cresciuto, perché l’io non osa essere e non sa essere, allora questo io non viene vissuto come espressione di tutto ciò che è divenuto ed è stato acquisito, ma allestito come gioco a fare effetto».
È risaputo che tutto ciò che vale per la singola persona può essere applicato anche alla società. Questo è vero, e lo è con un discreto grado di esattezza, per ciò che riguarda le debolezze della società. Di ogni società. Questa storia dell’io e del suo giocare a fare effetto – perché non è cresciuto! Questa brama cieca di fare colpo sempre e dappertutto, di pretendere lodi e di parlare sempre degli stessi successi. Solo se ci confrontiamo quotidianamente con le contraddizioni della vita le nostre forze possono crescere, la società può rimanere viva. Ed ecco qui la frase che ho trovato in Rosa Luxemburg, che porto con me e che mando a tutti i nostri amici: «Solo una vita non repressa e spumeggiante perviene a mille forme nuove, a improvvisazioni, ottiene forza creatrice, corregge da sola tutti i propri sbagli. Per questo la vita pubblica degli stati a libertà limitata è così misera, così disagiata, così schematica, così arida, perché escludendo la democrazia si preclude le fonti viventi di ogni ricchezza, di ogni progresso spirituale!»

(da: Maxie Wander, Ein Leben ist nicht genug. Tagebuchaufzeichnungen und Briefe – “Una vita non è abbastanza. Diari e lettere” –  a cura e con una premessa di Fred Wander, Frankfurt 1990; la traduzione del brano è di Anna Maria Curci)

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Maxie Wander nacque a Vienna, da una famiglia operaia, il 3 gennaio 1933. Crebbe nel quartiere di Hemals, dove era nata, un quartiere dalle radici fieramente popolari. “I suoi genitori e altri membri della famiglia lavoravano illegalmente per il partito comunista austriaco, e tutto il suo pensiero e il suo comportamento furono fortemente contrassegnati dallo spirito di solidarietà che animava gli abitanti del quartiere sotto il terrore nazista”, si legge nella quarta di copertina di Ciao bella, il libro che raccoglie le storie di diciannove donne della Germania orientale e che fece conoscere Maxie Wander anche ai lettori italiani.  Nel 1958 si trasferì con il marito, lo scrittore Fred Wander, nella DDR, nella Repubblica democratica tedesca, precisamente a Kleinmachnow, località poco distante da Berlino, dove visse fino alla sua morte, nel 1977.

 

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Antonia Pozzi. Appunti per un omaggio, di Matteo M. Vecchio

È cosa nota che l’opera complessiva di Antonia Pozzi sia stata oggetto di manomissioni, a livello sia critico che analitico, a partire soprattutto dagli interventi (tra il moralistico e il censorio) operati dal padre Roberto, che ha pilotato, a tutti gli anni Cinquanta, gran parte delle analisi critiche; così come è noto che non ancora, in parte almeno (se si escludono taluni contributi), è stato praticato un approccio analitico sereno, e non (moralisticamente o scandalisticamente) proiettivo, all’opera e alla personalità della poetessa – al di là, soprattutto, di intenti crocianamente valutativi, il cui obbiettivo è valutare (verbo, in sé, sospetto) se la Pozzi sia o meno una «grande» poetessa, una poetessa «canonica».
La questione delle carte di Emily Dickinson – la cui vicenda è, a livello pubblicitario, a sproposito citata, nonostante vistosissime distanze ideologiche, come legittimante antecedente della tuttavia distante vicenda pozziana –, tuttora divise in due archivi, sembra riflettersi sul destino critico di Antonia, alla luce di recenti polemiche, pur in parte legittime, e tuttavia sottilmente disturbanti, offensive della stessa fisionomia della poetessa. Se l’«io colonnare» e trasgressivamente autosufficiente di Emily Dickinson è distante dall’io pozziano, desideroso di conferme che, pur sotto il velo di una strategia pedagogica apparentemente distruttiva (da parte di Antonio Banfi e di Remo Cantoni soprattutto), gli giunsero, tuttavia l’opera di entrambe non necessita di puntelli, di grucce, di giustificazioni: quasi che, per scrivere bene (in senso valoriale e buonista) della Pozzi, sia doveroso proporne una lettura che esordisca da premesse assolutizzanti (e, dunque, santificanti), tout court, sia la personalità sia l’opera. Soprattutto, tentare di differenziare Antonia Pozzi dal contesto banfiano – celebrandone, di fatto, una presunta eccezionalità non motivata da precisi e autoptici studi analitici –, senza tuttavia, per scrupolo forse moralistico, affrontarne la personalità attraverso una angolatura, metodologicamente coerente, da Gender Studies, risulta, a lungo andare, incongruo, grottesco, protezionistico. Allo stesso modo, celebrare risulta, a livello analitico, più semplice, e più pubblicitario, rispetto a vagliare, ad analizzare autopticamente – ad avere il coraggio, in definitiva, di far affiorare gli aspetti anche potenzialmente disturbanti, se non sgomentanti (e tali soprattutto a occhi moralisticamente piccolo-borghesi, liquidabili, come avrebbe fatto un nobile personaggio manzoniano, con un sonoro «omnia munda mundis»), di una personalità, lavando via ogni concrezione di (cattolicamente démodé, ed eticamente lucrativo) «rispetto umano».
Tuttavia, nel naufragio etico di molta critica pozziana, passata e presente, sussistono fortunatamente studi coerenti sul piano metodologico, sebbene probabilmente marginalizzati rispetto a un ampio circuito di visibilità pubblicitaria: in questo senso si potrebbero fare i nomi, restando alla generazione più recente (quella più prossima a chi in questa sede scrive), di Ornella Spano e di Adriana Mormina. I lavori condotti da Onorina Dino e da Graziella Bernabò sono sufficienti a qualificare la levatura delle loro autrici.
Fatto questo breve excursus sullo stato degli studi pozziani, passiamo ora – per sommi capi – a illustrare, fornendone alcuni tibicines critici, il lavoro condotto in vista dell’edizione critica della tesi di laurea discussa nel 1935 da Antonia Pozzi, dedicata all’analisi della formazione letteraria di Flaubert, originariamente edita da Garzanti nel 1940, peraltro con il titolo apocrifo di Flaubert. La formazione letteraria. Una premessa: è forse a partire dalla riconsiderazione delle parole nude di Antonia Pozzi, dai dati di fatto, dai puntelli biografici – senza, soprattutto, costruire proiettive mitologie e finalistici teoremi (evitando inoltre di legittimare le proprie prospettive critiche a partire dalla demonizzazione delle altrui) –, che può scaturire un nuovo corso di studi critici filologicamente attestati. In questa direzione intende agire il ripristino della redazione d’autore della tesi di laurea compilata dalla Pozzi. Due sono i testimoni reperiti: una stesura manoscritta (che si suppone essere non la prima effettivamente compilata) e una stesura dattiloscritta. L’edizione è condotta sulla redazione dattiloscritta, nella quale sono presenti segni grafici di non sempre agevole comprensione, dacché soltanto in parte ascrivibili agli interventi paterni. Al riguardo, la collazione con la redazione manoscritta si rivela indispensabile per valutare le discrasie tra manoscritto e dattiloscritto, e per comprendere il significato (e, dunque, la legittimità o meno) del segno grafico della redazione dattiloscritta: se esso sia da considerare un’emendazione dell’autrice a un refuso del dattiloscritto o un postumo, e dunque illegittimo, intervento paterno. Va da sé che l’edizione Garzanti (l’unica tuttora disponibile) reca pesanti interventi redazionali, da ascrivere anche, oltre che a Roberto Pozzi, a volontà editoriale. È significativo che le occorrenze del verbo «accentuare» presenti nella redazione dattiloscritta siano state emendate da Roberto Pozzi in, per esempio, «accentuare», in un tentativo di lenizione semantica, probabilmente avvertendo, in «esasperare», una incongrua deriva morbosa o problematica. Gli interventi editoriali riguardano inoltre le note in calce, accuratamente disposte entro l’economia del lavoro dall’autrice e tuttavia, nell’edizione Garzanti, accorpate (lesionando la percezione della capacità critico-filologica della Pozzi) se non, addirittura, cassate; complessivamente, la redazione dattiloscritta consta di circa trecento note in più rispetto all’edizione 1940. La collazione con la redazione manoscritta si rivela strutturale, inoltre, e nel considerare le discrasie rispetto alla redazione dattiloscritta, e nel valutare gli ampi passi espunti nel transito da manoscritto a dattiloscritto. La necessità strutturale di una analisi che investa il duplice e stratificato livello critico-filologico si legittima alla luce dell’importanza, nell’economia esistenziale dell’autrice, della dissertazione. Banfi è riuscito a intercettare le necessità – esistenziali, umane e intellettuali – dell’allieva, attuando una strategia pedagogica vòlta a far comprendere a quest’ultima la necessità etica del travaglio creativo (e tecnico) attraverso l’analisi dei travagli interni alla vicenda formativa di Flaubert. Il livello di azione pedagogica, da parte di Banfi, agisce entro due àmbiti correlati: sollecitando l’allieva a una comprensione dell’opera di Flaubert e alla metabolizzazione dei suoi travagli, e facendo sì che su di lei, umanamente, agisse il travaglio compilativo, tecnicamente disciplinante, dell’elaborazione, della strutturazione e della scrittura stessa della tesi. L’impatto, da parte della Pozzi, con i travagli flaubertiani, secondo una strategia di loro ripercorrimento potenzialmente doloroso, intende favorire – banfianamente – un transito maturativo ampio, che fa assumere alla stessa compilazione della dissertazione la cifra di crinale formativo attorno a cui si imbastiscono i puntelli di un programma esistenziale – come fa notare, nel 1989, Giancarlo Vigorelli.
E qui, per ora, è bene fermarsi.

Matteo M. Vecchio

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** In attesa che il lavoro di edizione sia concluso – grazie anche alla cortesia, alla gentilezza e alla disponibilità di Onorina Dino, depositaria delle carte pozziane –, e che il libro veda la luce presso Ananke, Torino, nella collana diretta da Marco Vozza, chi in questa sede scrive si mette a disposizione di coloro che desiderino avere informazioni in merito alle modalità con cui sta conducendo lo studio dell’opera e della vicenda di Antonia Pozzi.