Gustav Mahler

proSabato: Giorgio Galli, da “La parte muta del canto”

Guido Cantelli

Nel Corno meraviglioso del fanciullo di Arnim e Brentano, c’è una poesia che dice:

Il cuculo è caduto stremato
ed è morto ai piedi del salice.
Morto è il cuculo! Caduto stremato!
È caduto ai piedi del salice!
Ed ora, durante l’estate,
chi ci potrà far passare il tempo?
Cucù! Cucù!
Chi ci potrà far passare il tempo?
Ma certo! Il signor usignolo,
sì, lui ci penserà!
Lo farà il signor usignolo
che siede sul suo verde ramo.
Il piccolo, dolce usignolo,
il caro, gentile usignolo!
Sempre allegro canta e salta
quando tacciono gli altri uccellini.
Aspettiamo il signor usignolo,
che sta sulla sua fratta verde,
e che quando il cuculo è stremato,
allora incomincia a cantare!*

Fra il 1948 e il 1956, tutti nel mondo della musica pensavano che il cuculo era Arturo Toscanini e l’usignolo Guido Cantelli. Classe 1920, Cantelli aveva militato nella Resistenza. Classe 1867, Toscanini non aveva potuto prender parte alla Resistenza, ma l’aveva fatta a modo suo. Primo al mondo, s’era rifiutato di dirigere a Bayreuth quando la famiglia Wagner era diventata un’appendice del gabinetto di Hitler e gabellava le opere del suo antenato come un’appendice del Mein Kampf. Toscanini non voleva dirigere in un festival di Bayreuth diventato una succursale delle adunate oceaniche. E scrisse una lettera a Hitler. Fu tra i pochi al mondo a farlo. Osò scrivergli che non poteva più dirigere in Germania. Che la sua coscienza glielo impediva. Lui, figlio di un sarto di Parma, osò scrivere al Führer: «La schiena si curva quando l’anima è curvata». Sotto il dominio di Mussolini, aveva continuato a dirigere, ma rifiutandosi d’eseguire Giovinezza in apertura dei suoi concerti. Gli altri direttori eseguivano tutti Giovinezza, lui no. Fu richiamato, fu ancora richiamato, e nel 1931 schiaffeggiato. C’erano Ottorino Respighi e sua moglie quando un manipolo di squadristi aggredì il sessantasettenne Toscanini per le strade di Bologna. Respighi e sua moglie Elsa videro allibiti che il capo della squadraccia – che altri non era che Leo Longanesi – chiese a Toscanini: «Dirigerai Giovinezza?»; e, al diniego di lui, lo prese a schiaffi. Arturo Toscanini, figlio d’un sarto di Parma, non era un intellettuale. Leo Longanesi era un intellettuale. Ma chi dei due si mostrò più lucido, più serio, più colto in quella occasione? Avere coraggio o spirito di gregge, appartenere all’umanità o al fanatismo non è questione di libri letti. Quando Toscanini fu espulso dall’Italia, per prima cosa andò a dirigere nel nascente Stato d’Israele, al che i giornali fascisti lo ribattezzarono L’ebreo onorario. Dal suo esilio in America diresse il primo movimento della Quinta di Beethoven quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia; e diresse l’intera Sinfonia quando l’Italia fu liberata. Sopra i muri della Scala, nel violento aprile del ’45, mani entusiaste scrissero Viva Toscanini!Ritorni Toscanini! E Toscanini tornò, nel 1946, per dirigere il primo concerto alla Scala ricostruita dopo i bombardamenti. (altro…)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nota di Anna Maria Curci)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta). Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Marco Simonelli, Giulio Perrone editore 2017

Nel romanzo Il doppio regno, Paola Capriolo fa scrivere all’io narrante, in un diario scritto in un misterioso albergo nel quale si ritrova (accolta? prigioniera? di sé oppure di ‘altre forze’?) queste parole: «A volte scrivo poesie sulla carta da lettere dell’albergo, ma è una definizione impropria: sono quasi sempre coppie di parole che per qualche ragione mi sembrano “far rima” tra loro. L’ultima ad esempio è composta di due soli versi, il primo verso è “ferita”, il secondo “miracolo”. Sono certa che esiste una lingua nella quale si può passare dall’uno all’altro termine, con la semplice aggiunta di una lettera, tuttavia non so perché queste due parole e il loro strano legame mi appaiano così gravidi di significato.»
Questa lingua così distante eppure così vicina, “la lingua lontana” di Alessandro Brusa, nella quale la parola “ferita” si discosta dalla parola “miracolo” semplicemente in virtù dell’aggiunta di una lettera finale, è la lingua tedesca, e il prodigio, fonte di stupore, avviene con le parole “Wunde” e “Wunder“.
Perché questa premessa? Perché leggo In tagli rapidi di Alessandro Jacopo Brusa come compiuta realizzazione di una architettura poetica le cui fondamenta stanno nel cozzo e nell’incontro lacerante e prodigioso di questi due principi: il vulnus perpetrato, ripetuto, innanzitutto sul corpo, e il cammino (passo costante, incursione di ‘pontiere’) nel mondo del meraviglioso.
Lo attestano, come ben scrive Fabio Michieli nella prefazione, le antitesi ripetute, lo attestano quei versi scritti nella carne, tatuaggi e scalfitture sulla pelle, mirabili sintesi di lacerazione e intuizione («dolore scorsoio») lo attestano, ancora, quei richiami a miraggi, illuminazioni e squarci nel deserto, nonché i richiami non solo biblici, ma anche al mondo incantato eppure di primordiale crudeltà e di successiva “Zerrissenheit” – “travaglio interiore” che è stato precedentemente «lo strappo/ che tra le scapole/ toglie vertigine/ ad ogni altezza». Una antitesi-sintesi che va dalle fiabe popolari raccolte dai fratelli Grimm al pure ottocentesco e ancora modernissimo vagare senz’ombra del Peter Schlemihl («all’ombra che non ho») di Chamisso, dei cui mirabili stivali, trovati a portare conforto con l’esplorazione della natura a un’esistenza di perenne emarginazione, privata dell’ombra, si trova una chiara eco in un felice ossimoro: «ma io dormirò sereno/ perché lui mi stringe in/ distanza di sette leghe.» (altro…)