Guido Gozzano

I poeti della domenica #199: Guido Gozzano, L’intruso

Le tre sorelle dalla tela rozza
levano gli occhi sbigottite, poi
che una voce pervade i corridoi
come d’uno che irride o che singhiozza.
Il vento in casa! Il vento cresce, cozza,
sibila, mugge come cento buoi.
Ogni sorella pensa ai casi suoi,
l’altra chiamando con la voce mozza.
In breve dai soppalchi al limitare
discacciano il nemico, nell’assedio
invocando a gran voce tutti i santi.
Ognuna torna poi ad agucchiare,
ed accompagna il ritmo del suo tedio
all’orchestra dei tremoli svettanti.

Giovanna Iorio, La neve è altrove

Giovanna Iorio,  La neve è altrove, Fara Editore 2017

 

A tre cose ho pensato la prima volta che ho avuto tra le mani La neve è altrove di Giovanna Iorio. A tre cose.
La prima era che quasi bastava averlo lì, posato sulle dita, oggetto già bello nel suo scuro color carta da zucchero e nella sua forma alta e stretta da mappa stradale, nelle fotografie che si intuivano da una cadenza di colore nero dei fogli. Ho pensato che era dolce dover prendersi cura, da quella sera, di un libro che manteneva la promessa troppo spesso trascurata di essere bello nella sua fattura, premuroso nella sua offerta, e tanto vario da incantare. Perché La neve è altrove è una scatola dei giochi: è assieme breve raccolta (o poemetto, se si vogliono ignorare i suoi stacchi) e sua traduzione in sei lingue  (in inglese da Charlie Hann, in spagnolo da Zingonia Zingone, in polacco da Anna Jolanta Lagoda, in francese da Grazia Calanna, in tedesco da Anna Maria Curci e in russo da Anna Tumatova); è catalogo di fiocchi di neve – dalle fotografie di Alexey Klijatov – con prefazione poetica (di Marco Sonzogni) e postfazione matematica (di Stefano Iannone). Sfogliarlo dà l’impressione di un libro che si basta, appena prima che la mente del lettore proceda e lo continui e lo riverberi come si fa per ogni libro che ha un suo profondo valore. (altro…)

Coriandoli a Natale #3: Guido Gozzano, La notte santa

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La notte santa

– Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.

Il campanile scocca
lentamente le sei.

– Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po’ di posto per me e per Giuseppe?
– Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe.

Il campanile scocca
lentamente le sette.

– Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
– Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto.

Il campanile scocca
lentamente le otto. (altro…)

#Meriggiare: un secolo con Montale

ossi gobettiEugenio Montale avrebbe compiuto il 12 ottobre scorso ben 120 anni, e, se la natura gli avesse concessa una vita così lunga, sarebbe stato il più iconico dei segnali da inviare alla Mosca (o, forse, sarebbe stato il più clamoroso tra i messaggi tanto attesi da lei, quello che in vita lo designava quale ‘patriarca’ della poesia italiana).
Cento anni compie, invece, la sua poesia, in questo 2016 entrato nella sua fase finale! Perché cento? Be’, semplicemente perché la poesia sua più antica, Meriggiare pallido e assorto, inizialmente intitolata Rottami e poi consegnata alla storia attraverso il primo verso, se vogliamo dare fede a quanto di sé ha voluto tramandare il poeta, risalirebbe proprio al 1916, relativamente alla primitiva stesura, rivista poi nel ’22 e nuovamente nel ’23.
Quest’osso diventato uno dei componimenti più noti, anche per obbligo scolastico, segna tutt’ora il passaggio da una poesia che risuona ancora note care a Pascoli alle nuove esperienze più prossime al giovane Montale, come la lezione dei poeti liguri a lui cari:

Meriggiare pallido e assorto,
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicala dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Sembra di ritrovare, con segno nuovo, «tutte le cose buone della terra/ che bastavano un giorno a smemorare» il Camillo Sbarbaro di Talora nell’arsura della via, poesia che chiude Pianissimo del 1914; poesia che contiene l’immagine iniziale del canto di cicale e a poca distanza quell’altra dello «stupor sciocco» nel notare ancora la presenza di alberi e acque, immagini, queste, che sembrano condensarsi prima e dilatarsi poi nella terza quartina montaliana.
gozzano-montale-sbarbaroDel resto i tratti in comune tra i componimenti dei due poeti e amici liguri sono parecchi, a partire proprio da quell’ora meridiana in cui il canto incessante delle cicale spezza il silenzio assordante dell’esistenza umana; ora che sempre negli ossi propriamente detti di Montale si ripercuote e rafforza in ben altre e famose immagini: come il «falchetto che strapiomba/ fulmineo nella caldura», in Non rifugiarti nell’ombra; o ancora, e ovviamente, Gloria del disteso mezzogiorno in cui viene indicata «l’ora più bella» al di là di un muretto che è sicuramente parente stretto della muraglia coi cocci di bottiglia, a sua volta imparentata − (se non addirittura figlia!) − con la «cinta vetusta» di Gozzano («Pensa i bei giorni d’autunno addietro,/ Vill’Amarena a sommo dell’ascesa/ coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa/ dannata e l’orto dal profumo tetro/ di busso e i cocci innumeri di vetro/ sulla cinta vetusta, alla difesa…», La Signorina Felicita ovvero la Felicità; mio il corsivo).
La fitta presenza, strategica, nel tessuto montaliano, di verbi all’infinito, parla a noi lettori già la lingua della modernità che avanzava in quel lontano 1916. Le rime a fine verso, o al mezzo, miste alle assonanze e alle allitterazioni, invece, ci parlano sia dell’aderenza alla tradizione tardo ottocentesca, sia della rottura dall’interno della medesima.
Il meriggio di Montale è quello di un orto, e non urbano come probabilmente è quello di Sbarbaro che, di poco più anziano del futuro premio Nobel, ha in qualche modo nei suoi versi (e sappiamo quanto Montale amasse la sua poesia) indicata la strada da percorrere per dare voce a quel ‘male di vivere’ che è ben altra cosa, e perciò nuova, rispetto allo spleen, alla noia, alla malinconia, che pervadono tutto il secolo precedente. Non ci troviamo posti innanzi a una bucolica fuga dalla città per la campagna in entrambi poeti, perché è comunque rappresentata l’angoscia per il desiderio di fuga disatteso, per un mancato rifugio, ricovero per l’anima, in seno alla natura: non c’è locus amoenus, perché oltre quel muro che si costeggia, oltre la siepe di «cocci aguzzi», ossia di «cocci innumeri di vetro», non c’è nient’altro che la presa di coscienza della desolante esistenza, poiché ogni senso reale è nascosto in questo triste meravigliarsi in cui echeggia, con segno negativo, lo «smemorarsi» di Sbarbaro.

© Fabio Michieli

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Un libro al giorno #16: Guido Gozzano, I colloqui (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

Nel centenario della morte di Guido Gozzano (19 dicembre 1883 – 9 agosto 1916) proponiamo una scelta di liriche per ricordarlo, a cura di Massimiliano Cappello.

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TOTÒ MERÙMENI.

I.

Col suo giardino incolto, le sale vaste, i bei
balconi secentisti guarniti di verzura,
la villa sembra tolta da certi versi miei,
sembra la villa-tipo, del Libro di Lettura….

Pensa migliori giorni la villa triste, pensa                           5
gaie brigate sotto gli alberi centenari,
banchetti illustri nella sala da pranzo immensa
e danze nel salone spoglio da gli antiquari.

Ma dove in altri tempi giungeva Casa Ansaldo,                  10
Casa Rattazzi, Casa d’Azeglio, Casa Oddone,
s’arresta un automobile fremendo e sobbalzando,
villosi forestieri picchiano la gorgòne.

S’ode un latrato e un passo, si schiude cautamente           15
la porta…. In quel silenzio di chiostro e di caserma
vive Totò Merùmeni con una madre inferma,
una prozia canuta ed uno zio demente.

II.

Totò ha venticinque anni, tempra sdegnosa,
molta cultura e gusto in opere d’inchiostro,
scarso cervello, scarsa morale, spaventosa
chiaroveggenza: è il vero figlio del tempo nostro.

Non ricco, giunta l’ora di «vender parolette»                     5
(il suo Petrarca…!) e farsi baratto o gazzettiere,
Totò scelse l’esilio. E in libertà riflette
ai suoi trascorsi che sarà bello tacere.

Non è cattivo. Manda soccorso di danaro                          10
al povero, all’amico un cesto di primizie;
non è cattivo. A lui ricorre lo scolaro
pel tema, l’emigrante per le commendatizie.

Gelido, consapevole di sè e dei suoi torti,                          15
non è cattivo. È il buono che desidera il Nietzsche
«….in verità derido l’inetto che si dice
buono, perchè non ha l’ugne abbastanza forti….»

Dopo lo studio grave, scende in giardino, gioca
coi suoi dolci compagni sull’erba che l’invita;                     20
i suoi compagni sono: una ghiandaia rôca,
un micio, una bertuccia che ha nome Makakita….

III.

La Vita si ritolse tutte le sue promesse.
Egli sognò per anni l’Amore che non venne,
sognò pel suo martirio attrici e principesse,
ed oggi ha per amante la cuoca diciottenne.

Quando la casa dorme, la giovinetta scalza,                        5
fresca come una prugna al gelo mattutino,
giunge nella sua stanza, lo bacia in bocca, balza
su lui che la possiede, beato e resupino….

IV.

Totò non può sentire. Un lento male indomo
inaridì le fonti prime del sentimento;
l’analisi e il sofisma fecero di quest’uomo
ciò che le fiamme fanno d’un edificio al vento.

Ma come le ruine che già seppero il fuoco                          5
esprimono i giaggioli dai bei vividi fiori,
quell’anima riarsa esprime a poco a poco
una fiorita d’esili versi consolatori….

V.

Così Totò Merùmeni, dopo tristi vicende,
quasi è felice. Alterna l’indagine e la rima.
Chiuso in sè stesso, medita, s’accresce, esplora, intende
la vita dello Spirito che non intese prima.

Perché la voce è poca, e l’arte prediletta                             5
immensa, perché il Tempo – mentre ch’io parlo! – va,
Totò opra in disparte, sorride, e meglio aspetta.
E vive. Un giorno è nato. Un giorno morirà.

© G. Gozzano, Totò Merumeni, in I colloqui, Milano, Fratelli Treves, 1911, pp. 111-113.

Un libro al giorno #16: Guido Gozzano, I colloqui (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

Nel centenario della morte di Guido Gozzano (19 dicembre 1883 – 9 agosto 1916) proponiamo una scelta di liriche per ricordarlo, a cura di Massimiliano Cappello.

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IN CASA DEL SOPRAVVISSUTO.

I.

Dalle profondità dei cieli tetri
scende la bella neve sonnolenta,
tutte le cose ammanta come spetri;
scende, risale, impetuosa, lenta,
di su, di giù, di qua, di là, s’avventa                      5
alle finestre, tamburella i vetri….

Turbina densa in fiocchi di bambagia,
imbianca i tetti ed i selciati lordi,
piomba dai rami curvi, in blocchi sordi….
Nel caminetto crepita la bragia                            10
e l’anima del reduce s’adagia
nella bianca tristezza dei ricordi.

Reduce dall’Amore e dalla Morte
gli hanno mentito le due cose belle!
Gli hanno mentito le due cose belle:                     15
Amore non lo volle in sua coorte,
Morte l’illuse fino alle sue porte,
ma ne respinse l’anima ribelle.

In braccio ha la compagna: Makakita;
e Makakita trema freddolosa,                                20
stringe il poeta e guarda quella cosa
di là dai vetri, guarda sbigottita
quella cosa monotona infinita
che tutto avvolge di bianchezza ondosa.

Forse essa pensa i boschi dove nacque,                 25
i tamarindi, i cocchi ed i banani,
il fiume e le sorelle quadrumani,
e il gioco favorito che le piacque,
quando in catena pendula sull’acque
stuzzicava le nari dei caimani.

II.

Con la Mamma vicina e il cuore in pace,
s’aggira, canticchiando un melodramma;
sospira un po’…. Ravviva dalla brace
il guizzo allegro della buona fiamma….
Canticchia. E tace con la cara Mamma;                      5
la cara Mamma sa quel che si tace.

Egli s’aggira. Toglie di sul piano-
forte un ritratto: «Quest’effigie!… Mia?…»
E fissa a lungo la fotografia
di quel sè stesso già così lontano:                            10
«Sì, mi ricordo…. Frivolo…. mondano….
vent’anni appena…. Che malinconia!…

Mah! Come l’io trascorso è buffo e pazzo!
Mah!…» – «Che sospiri amari! Che rammenti?»
«Penso, mammina, che avrò tosto venti                    15
cinqu’anni! Invecchio! E ancora mi sollazzo
coi versi! È tempo d’essere il ragazzo
più serio, che vagheggiano i parenti.

Dilegua il sogno d’arte che m’accese;
risano a poco a poco, anche di questo!                     20
Lungi dai letterati che detesto,
tra saggie cure e temperate spese,
sia la mia vita piccola e borghese:
c’è in me la stoffa del borghese onesto….

Sogghigna un po’! Ricolloca sul piano-                     25
forte il ritratto «….Quest’effigie! Mia?…
E fissa a lungo la fotografia
di quel sè stesso già così lontano.
«Un po’ malato…. frivolo…. mondano….
Si, mi ricordo…. Che malinconia!…»

© G. Gozzano, In casa del sopravvissuto, in I colloqui, Milano, Fratelli Treves, 1911, pp. 143-146.

Un libro al giorno #16: Guido Gozzano, I colloqui (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

Nel centenario della morte di Guido Gozzano (19 dicembre 1883 – 9 agosto 1916) proponiamo una scelta di liriche per ricordarlo, a cura di Massimiliano Cappello.

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I COLLOQUI

……reduce dall’Amore e dalla Morte
gli hanno mentito le due cose belle……

I.

Venticinqu’anni!… Sono vecchio, sono
vecchio! Passò la giovinezza prima,
il dono mi lasciò dell’abbandono!

Un libro di passato, ov’io reprima
il mio singhiozzo e il pallido vestigio                  5
riconosca di lei, tra rima e rima.

Venticinqu’anni! Medito il prodigio
biblico…. guardo il sole che declina
già lentamente sul mio cielo grigio.

Venticinqu’anni!… Ed ecco la trentina                 10
inquietante, torbida d’istinti
moribondi…. ecco poi la quarantina

spaventosa, l’età cupa dei vinti,
poi la vecchiezza, l’orrida vecchiezza
dai denti finti e dai capelli tinti.                          15

O non assai goduta giovinezza,
oggi ti vedo quale fosti, vedo
il tuo sorriso, amante che s’apprezza

solo nell’ora triste del congedo!
Venticinqu’anni!… Come più m’avanzo               20
all’altra meta, gioventù, m’avvedo

che fosti bella come un bel romanzo!

(altro…)

Tra i cuscini dell’amante. “Ketty” di Guido Gozzano. Di Massimiliano Cappello

GUIDO GOZZANO a tavola 716463-2 ©Archivio Publifoto/Olycom

GUIDO GOZZANO a tavola
716463-2
© Archivio Publifoto/Olycom

Tra i cuscini dell’amante. Ketty di Guido Gozzano

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I.

Supini al rezzo ritmico del panka.

Sull’altana di cedro, il giorno muore,
giunge dal Tempio un canto or mesto or gaio,
giungono aromi dalla jungla in fiore.

Bel fiore del carbone e dell’acciaio

Miss Ketty fuma e zufola giuliva
altoriversa nella sedia a sdraio.

Sputa. Nell’arco della sua saliva
m’irroro di freschezza: ha puri i denti,
pura la bocca, pura la genciva.

.
Cerulo-bionda, le mammelle assenti,
ma forte come un giovinetto forte,
vergine folle da gli error prudenti,

ma signora di sé della sua sorte
sola giunse a Ceylon da Baltimora

dove un cugino le sarà consorte.

Ma prima delle nozze, in tempo ancora
esplora il mondo ignoto che le avanza
e qualche amico esplora che l’esplora.

Error prudenti e senza rimembranza:

Ketty zufola e fuma. La virile
franchezza, l’inurbana tracotanza
attira il mio latin sangue gentile.

.
II.

Non tocca il sole le pagode snelle
che la notte precipita. Le chiome
delle palme s’ingemmano di stelle.

Ora di sogno! E Ketty sogna: “…or come
vivete, se non ricco, al tempo nostro?

È quotato in Italia il vostro nome?

Da noi procaccia dollari l’inchiostro…”
“Oro ed alloro!…” – “Dite e traducete
il più bel verso d’un poeta vostro…”

Dico e la bocca stridula ripete

in italo-britanno il grido immenso:
“Due cose belle ha il mon… Perché ridete?”.

“Non rido. Oimè! Non rido. A tutto penso
che ci dissero ieri i mendicanti
sul grande amore e sul nessun compenso.

.
(Voi non udiste, Voi tra i marmi santi
irridevate i budda millenari,
molestavate i chela e gli elefanti.)

Vive in Italia, ignota ai vostri pari,
una casta felice d’infelici

come quei monni astratti e solitari.

Sui venti giri non degli edifici
vostri s’accampa quella fede viva,
non su gazzette, come i dentifrici;

sete di lucro, gara fuggitiva,

elogio insulso, ghigno degli stolti
più non attinge la beata riva;

l’arte è paga di sé, preclusa ai molti,
a quegli data che di lei si muore…”
Ma intender non mi può, benché m’ascolti,

.
la figlia della cifra e del clamore.

.
III.

Intender non mi può. Tacitamente
il braccio ignudo premo come zona
ristoratrice, sulla fronte ardente.

Gelido è il braccio ch’ella m’abbandona
come cosa non sua. Come una cosa

non sua concede l’agile persona…

– “O yes! Ricerco, aduno senza posa
capelli illustri in ordinate carte:
l’Illustrious lòchs collection più famosa.

Ciocche illustri in scienza in guerra in arte

corredate di firma o documento,
dalla Patti, a Marconi, a Buonaparte…

(mordicchio il braccio, con martirio lento
dal polso percorrendolo all’ascella
a tratti brevi, come uno stromento)

.
e voi potrete assai giovarmi nella
Italia vostra, per commendatizie…”
– “Dischiomerò per Voi l’Italia bella!”

“Manca D’Annunzio tra le mie primizie;
vane l’offerte furono e gl’inviti

per tre capelli della sua calvizie…”

– “Vi prometto sin d’ora i peli ambiti;
completeremo il codice ammirando:
a maggior gloria degli Stati Uniti…”

L’attiro a me (l’audacia superando

per cui va celebrato un cantarino
napolitano, dagli Stati in bando…)

Imperterrita indulge al resupino,
al temerario – o Numi! – che l’esplora
tesse gli elogi di quel suo cugino,

.
ma sui confini ben contesi ancora
ben si difende con le mani tozze,
al pugilato esperte… In Baltimora

il cugino l’attende a giuste nozze.

.

Nella produzione di Guido Gozzano, ricordato soprattutto come il poeta di La signorina Felicita o L’amica di nonna Speranza (veri capisaldi della poetica crepuscolare delle “buone cose di pessimo gusto), esistono anche sezioni dedicate alla prosa: è il caso di Verso la cuna del mondo, controverso diario del suo viaggio in India, intrapreso per tentare di curare la tubercolosi che lo affliggeva.
Le coordinate temporali del viaggio e lo stesso ordine di redazione dei testi sono oggetto di pesanti controversie: l’occhiello al titolo recita 1912-1913, alludendo sia alla durata del viaggio che al periodo di composizione dei vari articoli; tuttavia, dai dati emersi (contenuti soprattutto in lettere, documenti e fotografie) pare impossibile contemplare una permanenza così prolungata nel subcontinente indiano, anzi: a un’analisi comparativa del manoscritto rispetto a (varie) versioni edite dell’opera e a ulteriori testi di argomento indiano di area sette-ottocentesca (Tra tutti, Pierre Loti e il suo L’inde (sans les anglais), pare addirittura evidenziabile una palese contraffazione di date, luoghi e itinerari: Gozzano si comporta dunque da abilissimo falsario, capace di rivivere e rendere verosimili esperienze soltanto lette. Da questa indagine, svolta con alacre solerzia da Alida d’Aquino Creazzo, Gozzano emerge dunque come viaggiatore “immaginario” di un’India che non vide quasi per nulla. (altro…)