guido calza

proSabato: J.K. Rowling. da “Buona vita a tutti”

Ma in che misura è più probabile che voi, laureati di Harward del 2008, riusciate a influire sulla vita di altre persone? La vostra intelligenza, la vostra capacità di lavorare sodo, l’istruzione che vi siete guadagnati e avete ricevuto vi attribuiscono un prestigio eccezionale, ed eccezionali responsabilità. Persino la vostra nazionalità vi contraddistingue. La stragrande maggioranza di voi appartiene all’unica superpotenza che rimane al mondo. Il vostro modo di votare, il vostro modo di vivere, il vostro modo di protestare, le pressioni che esercitate sul vostro governo hanno un impatto che va ben al di là dei confini del Paese.
È il vostro privilegio, e anche il fardello che portate.
Se scegliete di usare il vostro privilegio e la vostra voce per alzare la voce nell’interesse di chi non ha voce; se scegliete di identificarvi non soltanto con i potenti, ma anche con i deboli; se conserverete la capacità di immaginarvi nei panni di chi non gode degli stessi privilegi, allora non saranno solo i familiari orgogliosi a celebrare la vostra esistenza, bensì migliaia, milioni di persone la cui realtà avrete contribuito a modificare.
Non occorre la magia per trasformare il mondo.
Dentro di noi abbiamo già tutto il potere che ci serve: il potere di immaginarlo migliore.

 

da: J.K. Rowling, Buona vita a tutti. I benefici del fallimento e l’importanza dell’immaginazione, (traduzione di Guido Calza), Salani Editore
(proposta di Ilaria Grasso)

Una frase lunga un libro #85: Brian Turner, La mia vita è un paese straniero

turner

Una frase lunga un libro #85: Brian Turner, La mia vita è un paese straniero, traduzione di Guido Calza, NN editore 2016, € 18,00, ebook € 8,99

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Era come abitare in una bomba inesplosa.

Mi sono spesso domandato quali fossero le ragioni di un soldato, non potendo domandarmi le ragioni di qualunque guerra. Le ragioni di un soldato dei nostri tempi, uno che abbia combattuto nella ex-Jugoslavia, in Iraq e in Afghanistan, per capirci. Se mi fermo a pensare, ad esempio, ai soldati americani, immagino (ma in realtà registro le cose che ci hanno sempre raccontato) che si arruolino per due motivi; per il famoso “Volevo servire il mio paese”, e poi perché nelle piccole cittadine del Vermont, del Montana, della Virginia, dell’Ohio dove c’è poco lavoro e, soprattutto, niente altro da poter fare, le scelte per spostarsi o fare qualcosa sono veramente poche. Questo ci ha detto la storia, questo ci dicono il cinema e la letteratura. Se fosse tutto qui sarebbe ancora poco, qualcosa in più di incredibile e terribile ci racconta il poeta e soldato Brian Turner in La mia vita è un paese straniero (splendida la traduzione di Guido Calza). Ci sono due momenti in questo romanzo a frammenti, a strappi, che indicano qualcosa delle ragioni di Turner e forse di molti altri.

Il primo momento è indelebile, qualcosa alla quale non si può smettere di pensare. La scena vede Turner quattordicenne e suo padre (militare, così come suo nonno) intenti a costruire una bomba al Napalm, dietro casa, in California, negli USA. Questa è la formazione di Turner. La bellezza di questa scena assurda sta nel fatto che leggendola non percepiamo nulla di orrendo, ma solo comunanza e comunicazione tra genitore e figlio. Il Napalm è una tradizione di famiglia che viene passata, ci ho letto la stessa naturalezza di quando mio padre in un cortile mi insegnò il tiro all’ungherese. La bravura di Turner rende perfettamente la meraviglia di un momento terribile. L’altro momento è quello in cui Turner si arruola, per sfuggire a qualcosa o per ritrovarsi, o per continuare quella tradizione alla quale non può sottrarsi:

Firmai il foglio e mi arruolai in fanteria perché a un certo punto della vita dell’eroe, l’eroe deve dire Giuro.

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